Italiano
Lorenzo Maria Pacini
September 23, 2026
© Photo: Public domain

È l’ora di fare una proclamazione: benvenuti nell’epoca dei BRICS. Il Multipolarismo è il futuro.

Dichiarare il futuro attraverso la geopolitica

Il diciottesimo vertice dei BRICS si è chiuso a New Delhi il 13 settembre 2026 con un testo lungo centoquaranta paragrafi. Chi lo legga cercando notizie clamorose ne troverà poche: nessuna moneta comune annunciata, nessuna alleanza militare, nessuna rottura formale con l’ordine di Washington. Chi lo legga come documento, invece, si accorge di avere davanti qualcosa di più raro di una notizia, e cioè una grammatica.

La Dichiarazione di New Delhi non registra tanto ciò che i BRICS hanno fatto quanto il modo in cui hanno deciso di descrivere il mondo, e la descrizione precede sempre l’azione. Su questo punto conviene, per prima cosa, tornare al vocabolario della geopolitica classica, che offre non una griglia da applicare dall’esterno ma, più utilmente, i concetti che i redattori del testo sembrano aver già interiorizzato.

Il presupposto utile è che la geopolitica non studi anzitutto il rapporto dello Stato con lo spazio, come voleva Kjellén, ma il rapporto della società e della civiltà con uno spazio percepito come qualitativo. Lo spazio non è il piano cartesiano omogeneo della fisica moderna, dove ogni punto vale ogni altro; è denso di significato, orientato, abitato da una memoria. Ogni civiltà porta sulla mappa una propria intelligenza collettiva, una propria lettura del mondo, e da quella lettura discendono le forme politiche. Se questo è vero, allora un documento diplomatico va interrogato per prima cosa su una domanda semplice: da quale posizione dello spazio parla? Chi si immagina di essere, chi immagina davanti a sé?

La risposta, a New Delhi, è netta: la dichiarazione parla dalla Terra, e parla contro il Mare — non con questi termini, che restano impliciti, ma con una coerenza che si riconosce riga dopo riga.

Tutta la geopolitica classica, da Mackinder a Spykman, ruota attorno a un dualismo: la tellurocrazia, la civiltà della Terra radicata nell’Heartland eurasiatico, e la talassocrazia, la civiltà del Mare che dalle sue coste cerca di accerchiare il continente. Il compito storico del potere marittimo è quello che Mahan chiamava l’«anaconda»: stringere la massa continentale dall’esterno, controllarne le fasce costiere, tenerla lontana dai mari caldi. La guerra fredda, la fine dell’URSS, l’ordine unipolare degli anni Novanta si lasciano leggere come altrettanti episodi della stessa «battaglia per il Rimland».

La Dichiarazione di New Delhi non nomina mai questa frattura, e proprio per questo la conferma. Al paragrafo 7, in occasione del ventennale del gruppo, gli Stati firmatari si impegnano a «rafforzare il multilateralismo e la multipolarità» e a riformare una governance globale giudicata non rappresentativa. Il termine chiave è multipolarità, e va preso alla lettera. L’intera posta in gioco contemporanea si concentra nell’antinomia fra mondo unipolare e mondo multipolare, che è la riformulazione attuale dell’antico scontro fra Mare e Terra. Quando i BRICS chiedono un ordine «più giusto, rappresentativo, stabile», non stanno formulando un auspicio etico generico: stanno rivendicando il diritto dell’Heartland e dei suoi alleati a esistere come polo autonomo, invece che come periferia da integrare.

Qui si misura la distanza fra il vocabolario ufficiale del vertice e la sua sostanza geopolitica. Il testo è scritto in una lingua liscia, procedurale, fatta di «cooperazione», «resilienza», «inclusività». È la lingua delle organizzazioni internazionali, la stessa che l’Occidente ha coniato. Ma dentro quella lingua i BRICS iscrivono un contenuto che ne rovescia la funzione originaria. È un’operazione speculare a quella, spesso rilevata, della geopolitica critica anglosassone, che pur criticando l’imperialismo ne riproduce la grammatica. A New Delhi accade il contrario e in senso opposto: si adopera il lessico universalista dell’avversario per costruire un progetto che l’avversario non riconoscerebbe come proprio.

Riformare o duplicare

Il cuore economico del documento è una manovra a due tempi che merita attenzione, perché è lì che la teoria diventa procedura. Da un lato i BRICS chiedono la riforma delle istituzioni di Bretton Woods: quote del Fondo monetario riallineate al peso reale delle economie emergenti, selezione dei vertici per merito e non per consuetudine, rappresentanza corretta nella Banca Mondiale (§§ 17–1). Dall’altro lato, e nello stesso testo, costruiscono l’alternativa: la New Development Bank entra nel suo «secondo decennio d’oro» con l’ambizione dichiarata di finanziare in valute locali (§ 115), mentre il Payment Task Force lavora all’interoperabilità dei sistemi di pagamento e al regolamento degli scambi nelle monete nazionali (§§ 90, 102).

La doppia mossa non è contraddittoria, è strategica, chiedere la riforma serve a delegittimare l’ordine esistente dall’interno, mostrando che le sue promesse di rappresentanza restano disattese; costruire l’alternativa serve a garantirsi una via d’uscita se la riforma non arriva, come da vent’anni non arriva. Il concetto per leggerla è l’autarchia dei grandi spazi. Formulata da von List e portata da Haushofer alla scala continentale, l’idea è che solo il controllo di uno spazio economico ampio garantisce una sovranità reale, perché la dipendenza economica si trasforma rapidamente in dipendenza politica e infine erode la sovranità dello Stato. La Borsa cereali (§ 60), la difesa dei diritti sovrani sui minerali critici (§ 67), i sistemi di pagamento paralleli sono altrettanti tentativi di costruire quel grande spazio autosufficiente. Non si tratta di protezionismo nel senso ottocentesco, ma della stessa intuizione di fondo: un piccolo spazio è per definizione un satellite.

La condanna delle «misure coercitive unilaterali» e dei meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere (§ 22) chiude il cerchio. Sanzioni e dazi ambientali sono strumenti dell’anaconda aggiornati all’economia finanziaria: modi per stringere la massa continentale senza sparare un colpo. Che i BRICS li mettano al centro delle loro rimostranze indica che hanno individuato con precisione dove passa oggi la linea del fronte.

Il Sud Globale non è il futuro, è già il presente

Uno degli aspetti più insistiti del documento è la rivendicazione, da parte dei BRICS, del ruolo di portavoce del Sud globale. La richiesta di riforma del Consiglio di Sicurezza, l’insistenza sulla rappresentanza geografica nel Segretariato delle Nazioni Unite, il sostegno esplicito di Cina e Russia alle aspirazioni di Brasile e India a un seggio permanente (§§ 8–13) compongono una strategia coerente: non uscire dal sistema multilaterale, ma riscriverne la gerarchia interna dall’interno.

Il richiamo, al paragrafo 16, alla Conferenza di Bandung del 1955 (§ 16) è la firma ideologica di questa operazione. Bandung fu il momento in cui i popoli decolonizzati provarono a costruire una posizione autonoma fra i due blocchi; evocarla nel 2026 significa collocare i BRICS nella genealogia dell’anticolonialismo, non in quella della competizione fra grandi potenze. La geopolitica continentale ha sempre letto la decolonizzazione come processo interno alla logica del grande spazio — Haushofer stesso sosteneva la liberazione delle colonie in funzione anti-anglosassone — e questo permette di leggere la mossa senza prenderla per pura retorica né liquidarla come ipocrisia. Il Sud globale è, in questa prospettiva, la «mezzaluna esterna» che cerca di sottrarsi al controllo della talassocrazia e di riorientarsi verso la Terra.

Resta la domanda più scomoda, e un’analisi onesta non può eluderla: i BRICS parlano davvero per il Sud globale, o parlano al Sud globale? Il gruppo comprende oggi economie con interessi divergenti — l’India e la Cina, in particolare, sono rivali strategici prima che partner — e la coerenza del documento nasconde tensioni reali. Lo schema tutto costruito sul dualismo Terra/Mare tende a sovrastimare l’unità del polo continentale. La realtà di New Delhi è più frammentata di quanto la mappa a due colori lasci intendere: un blocco che deve mettere per iscritto quaranta volte la parola «cooperazione» probabilmente ne ha meno di quanta ne proclami.

Al paragrafo 122 il documento cita la risoluzione delle Nazioni Unite che istituisce la «Giornata internazionale del dialogo fra le civiltà» (§ 122). È un dettaglio, ma è il dettaglio decisivo. Intesa come scienza delle civiltà, la geopolitica muove da un presupposto: ogni popolo ha un proprio concetto di civiltà, e il conflitto nasce quando un popolo pretende di imporre il proprio modello come egemone. Riconoscere ufficialmente la pluralità delle civiltà, dopo trent’anni in cui l’Occidente ne ha proclamata una sola universale, è l’atto più significativo dell’intera Dichiarazione. Il multipolarismo economico e istituzionale poggia, in ultima analisi, su un multipolarismo culturale: molti centri, molte letture dello spazio, nessuna autorizzata a valere per tutte.

È anche il punto in cui conviene registrare ciò che il testo tace, perché i silenzi di un documento programmatico pesano quanto le sue affermazioni. Manca l’Europa. Non come oggetto — l’Europa è evocata di sfuggita — ma come soggetto. La tradizione eurocontinentalista, da Gallois in avanti, ha sempre sostenuto che l’Europa potesse diventare un polo autonomo solo intendendosi con la potenza continentale contro la strategia atlantista. A New Delhi quell’Europa non c’è: resta appendice del Mare, «cervello» di una comunità atlantica di cui parlava già Spykman. Per il progetto multipolare è un’assenza costosa, forse la più costosa di tutte, perché lascia il continente europeo interamente dentro il campo che i BRICS dichiarano di voler bilanciare.

L’idea di ordine

La sezione del documento dedicata a pace e sicurezza è più rivelatrice di quanto la sua prosa cauta lasci supporre. Al paragrafo 23 gli Stati firmatari affermano che «la sicurezza fra tutti i Paesi è indivisibile» (§ 23). La formula non è neutra: è la stessa che la diplomazia russa oppone da anni all’allargamento della NATO, e la sua comparsa in un testo firmato anche da Brasile, India e Sudafrica indica quanto il vocabolario eurasiatico si sia diffuso oltre il suo epicentro. La sicurezza indivisibile nega, alla radice, la legittimità di un sistema in cui la sicurezza di alcuni si costruisce sull’insicurezza di altri — che è esattamente la logica dell’anaconda tradotta in architettura di alleanze.

Sul terrorismo il documento è fermo e generico insieme: condanna «in tutte le sue forme e manifestazioni», rifiuto dei «doppi standard», richiamo all’escalation in Medio Oriente (§ 40). La genericità è funzionale, perché consente a firmatari con posizioni divergenti di sottoscrivere lo stesso testo; il rifiuto dei doppi standard, però, è una stoccata precisa all’Occidente, accusato implicitamente di distinguere fra terrorismi utili e terrorismi da combattere. Qui l’analisi deve restare misurata: la coerenza retorica di un gruppo così eterogeneo su un tema tanto divisivo è essa stessa un dato, e va letta come indicatore di ciò che i BRICS vogliono apparire, più che come prova di ciò che sono.

Il caso più netto è la questione palestinese. I paragrafi che vi sono dedicati sono fra i più lunghi e circostanziati dell’intero documento (§§ 30–34), e la sproporzione non è casuale. Gaza è il dossier su cui i BRICS ritengono di poter parlare al Sud globale con la voce che l’Occidente ha perso, e la specificità del linguaggio — richiamo al diritto internazionale umanitario, condanna dello sfollamento forzato, sostegno alla soluzione dei due Stati — costruisce un contrasto deliberato con l’ambiguità delle cancellerie atlantiche. È diplomazia delle civiltà nella sua forma più concreta: non tanto una presa di posizione morale, quanto la rivendicazione del diritto a fissare i termini della questione, sottraendolo a chi lo ha detenuto finora.

Sotto tutto questo si intravede un’idea di ordine che il testo non enuncia mai per intero. La rivendicazione ricorrente di un mondo «stabile» accanto a uno «giusto» rinvia al modello tellurocratico dell’Heartland come custode di un principio di stabilità contro la dissoluzione, contrapposto alla civiltà mercantile e mobile della «mezzaluna esterna». Sarebbe però un errore forzare il documento oltre ciò che dice: nessun paragrafo teorizza una gerarchia dei valori, e la parola stessa «stabilità» convive con impegni sull’innovazione e la trasformazione che ne complicano la lettura in chiave puramente conservatrice. Il testo resta, su questo, ambiguo — e l’ambiguità è probabilmente la condizione della sua firma.

Cosa vale davvero questo Summit?

I BRICS del 2026 hanno l’ambizione di un grande spazio e la struttura di un forum; hanno il vocabolario della sovranità e la dipendenza reciproca di economie che competono. La Dichiarazione di New Delhi va quindi letta per ciò che è: non l’atto di nascita di un ordine alternativo, ma la sua enunciazione più compiuta. E in geopolitica l’enunciazione non è mai nulla, perché è il momento in cui una società disegna la carta su cui poi agirà. Il resto dipenderà da quanto quella carta reggerà alla prova delle rivalità che, per ora, il testo si limita a coprire con la parola «cooperazione».

Quello che abbiamo compreso è che il processo è irreversibile e a New Delhi ne abbiamo visto le prove inequivocabili.

In poche parole, è l’ora di fare una proclamazione: benvenuti nell’epoca dei BRICS. Il Multipolarismo è il futuro.

Nell’Epoca dei BRICS: da New Delhi al futuro

È l’ora di fare una proclamazione: benvenuti nell’epoca dei BRICS. Il Multipolarismo è il futuro.

Segue nostro Telegram.

Dichiarare il futuro attraverso la geopolitica

Il diciottesimo vertice dei BRICS si è chiuso a New Delhi il 13 settembre 2026 con un testo lungo centoquaranta paragrafi. Chi lo legga cercando notizie clamorose ne troverà poche: nessuna moneta comune annunciata, nessuna alleanza militare, nessuna rottura formale con l’ordine di Washington. Chi lo legga come documento, invece, si accorge di avere davanti qualcosa di più raro di una notizia, e cioè una grammatica.

La Dichiarazione di New Delhi non registra tanto ciò che i BRICS hanno fatto quanto il modo in cui hanno deciso di descrivere il mondo, e la descrizione precede sempre l’azione. Su questo punto conviene, per prima cosa, tornare al vocabolario della geopolitica classica, che offre non una griglia da applicare dall’esterno ma, più utilmente, i concetti che i redattori del testo sembrano aver già interiorizzato.

Il presupposto utile è che la geopolitica non studi anzitutto il rapporto dello Stato con lo spazio, come voleva Kjellén, ma il rapporto della società e della civiltà con uno spazio percepito come qualitativo. Lo spazio non è il piano cartesiano omogeneo della fisica moderna, dove ogni punto vale ogni altro; è denso di significato, orientato, abitato da una memoria. Ogni civiltà porta sulla mappa una propria intelligenza collettiva, una propria lettura del mondo, e da quella lettura discendono le forme politiche. Se questo è vero, allora un documento diplomatico va interrogato per prima cosa su una domanda semplice: da quale posizione dello spazio parla? Chi si immagina di essere, chi immagina davanti a sé?

La risposta, a New Delhi, è netta: la dichiarazione parla dalla Terra, e parla contro il Mare — non con questi termini, che restano impliciti, ma con una coerenza che si riconosce riga dopo riga.

Tutta la geopolitica classica, da Mackinder a Spykman, ruota attorno a un dualismo: la tellurocrazia, la civiltà della Terra radicata nell’Heartland eurasiatico, e la talassocrazia, la civiltà del Mare che dalle sue coste cerca di accerchiare il continente. Il compito storico del potere marittimo è quello che Mahan chiamava l’«anaconda»: stringere la massa continentale dall’esterno, controllarne le fasce costiere, tenerla lontana dai mari caldi. La guerra fredda, la fine dell’URSS, l’ordine unipolare degli anni Novanta si lasciano leggere come altrettanti episodi della stessa «battaglia per il Rimland».

La Dichiarazione di New Delhi non nomina mai questa frattura, e proprio per questo la conferma. Al paragrafo 7, in occasione del ventennale del gruppo, gli Stati firmatari si impegnano a «rafforzare il multilateralismo e la multipolarità» e a riformare una governance globale giudicata non rappresentativa. Il termine chiave è multipolarità, e va preso alla lettera. L’intera posta in gioco contemporanea si concentra nell’antinomia fra mondo unipolare e mondo multipolare, che è la riformulazione attuale dell’antico scontro fra Mare e Terra. Quando i BRICS chiedono un ordine «più giusto, rappresentativo, stabile», non stanno formulando un auspicio etico generico: stanno rivendicando il diritto dell’Heartland e dei suoi alleati a esistere come polo autonomo, invece che come periferia da integrare.

Qui si misura la distanza fra il vocabolario ufficiale del vertice e la sua sostanza geopolitica. Il testo è scritto in una lingua liscia, procedurale, fatta di «cooperazione», «resilienza», «inclusività». È la lingua delle organizzazioni internazionali, la stessa che l’Occidente ha coniato. Ma dentro quella lingua i BRICS iscrivono un contenuto che ne rovescia la funzione originaria. È un’operazione speculare a quella, spesso rilevata, della geopolitica critica anglosassone, che pur criticando l’imperialismo ne riproduce la grammatica. A New Delhi accade il contrario e in senso opposto: si adopera il lessico universalista dell’avversario per costruire un progetto che l’avversario non riconoscerebbe come proprio.

Riformare o duplicare

Il cuore economico del documento è una manovra a due tempi che merita attenzione, perché è lì che la teoria diventa procedura. Da un lato i BRICS chiedono la riforma delle istituzioni di Bretton Woods: quote del Fondo monetario riallineate al peso reale delle economie emergenti, selezione dei vertici per merito e non per consuetudine, rappresentanza corretta nella Banca Mondiale (§§ 17–1). Dall’altro lato, e nello stesso testo, costruiscono l’alternativa: la New Development Bank entra nel suo «secondo decennio d’oro» con l’ambizione dichiarata di finanziare in valute locali (§ 115), mentre il Payment Task Force lavora all’interoperabilità dei sistemi di pagamento e al regolamento degli scambi nelle monete nazionali (§§ 90, 102).

La doppia mossa non è contraddittoria, è strategica, chiedere la riforma serve a delegittimare l’ordine esistente dall’interno, mostrando che le sue promesse di rappresentanza restano disattese; costruire l’alternativa serve a garantirsi una via d’uscita se la riforma non arriva, come da vent’anni non arriva. Il concetto per leggerla è l’autarchia dei grandi spazi. Formulata da von List e portata da Haushofer alla scala continentale, l’idea è che solo il controllo di uno spazio economico ampio garantisce una sovranità reale, perché la dipendenza economica si trasforma rapidamente in dipendenza politica e infine erode la sovranità dello Stato. La Borsa cereali (§ 60), la difesa dei diritti sovrani sui minerali critici (§ 67), i sistemi di pagamento paralleli sono altrettanti tentativi di costruire quel grande spazio autosufficiente. Non si tratta di protezionismo nel senso ottocentesco, ma della stessa intuizione di fondo: un piccolo spazio è per definizione un satellite.

La condanna delle «misure coercitive unilaterali» e dei meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere (§ 22) chiude il cerchio. Sanzioni e dazi ambientali sono strumenti dell’anaconda aggiornati all’economia finanziaria: modi per stringere la massa continentale senza sparare un colpo. Che i BRICS li mettano al centro delle loro rimostranze indica che hanno individuato con precisione dove passa oggi la linea del fronte.

Il Sud Globale non è il futuro, è già il presente

Uno degli aspetti più insistiti del documento è la rivendicazione, da parte dei BRICS, del ruolo di portavoce del Sud globale. La richiesta di riforma del Consiglio di Sicurezza, l’insistenza sulla rappresentanza geografica nel Segretariato delle Nazioni Unite, il sostegno esplicito di Cina e Russia alle aspirazioni di Brasile e India a un seggio permanente (§§ 8–13) compongono una strategia coerente: non uscire dal sistema multilaterale, ma riscriverne la gerarchia interna dall’interno.

Il richiamo, al paragrafo 16, alla Conferenza di Bandung del 1955 (§ 16) è la firma ideologica di questa operazione. Bandung fu il momento in cui i popoli decolonizzati provarono a costruire una posizione autonoma fra i due blocchi; evocarla nel 2026 significa collocare i BRICS nella genealogia dell’anticolonialismo, non in quella della competizione fra grandi potenze. La geopolitica continentale ha sempre letto la decolonizzazione come processo interno alla logica del grande spazio — Haushofer stesso sosteneva la liberazione delle colonie in funzione anti-anglosassone — e questo permette di leggere la mossa senza prenderla per pura retorica né liquidarla come ipocrisia. Il Sud globale è, in questa prospettiva, la «mezzaluna esterna» che cerca di sottrarsi al controllo della talassocrazia e di riorientarsi verso la Terra.

Resta la domanda più scomoda, e un’analisi onesta non può eluderla: i BRICS parlano davvero per il Sud globale, o parlano al Sud globale? Il gruppo comprende oggi economie con interessi divergenti — l’India e la Cina, in particolare, sono rivali strategici prima che partner — e la coerenza del documento nasconde tensioni reali. Lo schema tutto costruito sul dualismo Terra/Mare tende a sovrastimare l’unità del polo continentale. La realtà di New Delhi è più frammentata di quanto la mappa a due colori lasci intendere: un blocco che deve mettere per iscritto quaranta volte la parola «cooperazione» probabilmente ne ha meno di quanta ne proclami.

Al paragrafo 122 il documento cita la risoluzione delle Nazioni Unite che istituisce la «Giornata internazionale del dialogo fra le civiltà» (§ 122). È un dettaglio, ma è il dettaglio decisivo. Intesa come scienza delle civiltà, la geopolitica muove da un presupposto: ogni popolo ha un proprio concetto di civiltà, e il conflitto nasce quando un popolo pretende di imporre il proprio modello come egemone. Riconoscere ufficialmente la pluralità delle civiltà, dopo trent’anni in cui l’Occidente ne ha proclamata una sola universale, è l’atto più significativo dell’intera Dichiarazione. Il multipolarismo economico e istituzionale poggia, in ultima analisi, su un multipolarismo culturale: molti centri, molte letture dello spazio, nessuna autorizzata a valere per tutte.

È anche il punto in cui conviene registrare ciò che il testo tace, perché i silenzi di un documento programmatico pesano quanto le sue affermazioni. Manca l’Europa. Non come oggetto — l’Europa è evocata di sfuggita — ma come soggetto. La tradizione eurocontinentalista, da Gallois in avanti, ha sempre sostenuto che l’Europa potesse diventare un polo autonomo solo intendendosi con la potenza continentale contro la strategia atlantista. A New Delhi quell’Europa non c’è: resta appendice del Mare, «cervello» di una comunità atlantica di cui parlava già Spykman. Per il progetto multipolare è un’assenza costosa, forse la più costosa di tutte, perché lascia il continente europeo interamente dentro il campo che i BRICS dichiarano di voler bilanciare.

L’idea di ordine

La sezione del documento dedicata a pace e sicurezza è più rivelatrice di quanto la sua prosa cauta lasci supporre. Al paragrafo 23 gli Stati firmatari affermano che «la sicurezza fra tutti i Paesi è indivisibile» (§ 23). La formula non è neutra: è la stessa che la diplomazia russa oppone da anni all’allargamento della NATO, e la sua comparsa in un testo firmato anche da Brasile, India e Sudafrica indica quanto il vocabolario eurasiatico si sia diffuso oltre il suo epicentro. La sicurezza indivisibile nega, alla radice, la legittimità di un sistema in cui la sicurezza di alcuni si costruisce sull’insicurezza di altri — che è esattamente la logica dell’anaconda tradotta in architettura di alleanze.

Sul terrorismo il documento è fermo e generico insieme: condanna «in tutte le sue forme e manifestazioni», rifiuto dei «doppi standard», richiamo all’escalation in Medio Oriente (§ 40). La genericità è funzionale, perché consente a firmatari con posizioni divergenti di sottoscrivere lo stesso testo; il rifiuto dei doppi standard, però, è una stoccata precisa all’Occidente, accusato implicitamente di distinguere fra terrorismi utili e terrorismi da combattere. Qui l’analisi deve restare misurata: la coerenza retorica di un gruppo così eterogeneo su un tema tanto divisivo è essa stessa un dato, e va letta come indicatore di ciò che i BRICS vogliono apparire, più che come prova di ciò che sono.

Il caso più netto è la questione palestinese. I paragrafi che vi sono dedicati sono fra i più lunghi e circostanziati dell’intero documento (§§ 30–34), e la sproporzione non è casuale. Gaza è il dossier su cui i BRICS ritengono di poter parlare al Sud globale con la voce che l’Occidente ha perso, e la specificità del linguaggio — richiamo al diritto internazionale umanitario, condanna dello sfollamento forzato, sostegno alla soluzione dei due Stati — costruisce un contrasto deliberato con l’ambiguità delle cancellerie atlantiche. È diplomazia delle civiltà nella sua forma più concreta: non tanto una presa di posizione morale, quanto la rivendicazione del diritto a fissare i termini della questione, sottraendolo a chi lo ha detenuto finora.

Sotto tutto questo si intravede un’idea di ordine che il testo non enuncia mai per intero. La rivendicazione ricorrente di un mondo «stabile» accanto a uno «giusto» rinvia al modello tellurocratico dell’Heartland come custode di un principio di stabilità contro la dissoluzione, contrapposto alla civiltà mercantile e mobile della «mezzaluna esterna». Sarebbe però un errore forzare il documento oltre ciò che dice: nessun paragrafo teorizza una gerarchia dei valori, e la parola stessa «stabilità» convive con impegni sull’innovazione e la trasformazione che ne complicano la lettura in chiave puramente conservatrice. Il testo resta, su questo, ambiguo — e l’ambiguità è probabilmente la condizione della sua firma.

Cosa vale davvero questo Summit?

I BRICS del 2026 hanno l’ambizione di un grande spazio e la struttura di un forum; hanno il vocabolario della sovranità e la dipendenza reciproca di economie che competono. La Dichiarazione di New Delhi va quindi letta per ciò che è: non l’atto di nascita di un ordine alternativo, ma la sua enunciazione più compiuta. E in geopolitica l’enunciazione non è mai nulla, perché è il momento in cui una società disegna la carta su cui poi agirà. Il resto dipenderà da quanto quella carta reggerà alla prova delle rivalità che, per ora, il testo si limita a coprire con la parola «cooperazione».

Quello che abbiamo compreso è che il processo è irreversibile e a New Delhi ne abbiamo visto le prove inequivocabili.

In poche parole, è l’ora di fare una proclamazione: benvenuti nell’epoca dei BRICS. Il Multipolarismo è il futuro.

È l’ora di fare una proclamazione: benvenuti nell’epoca dei BRICS. Il Multipolarismo è il futuro.

Dichiarare il futuro attraverso la geopolitica

Il diciottesimo vertice dei BRICS si è chiuso a New Delhi il 13 settembre 2026 con un testo lungo centoquaranta paragrafi. Chi lo legga cercando notizie clamorose ne troverà poche: nessuna moneta comune annunciata, nessuna alleanza militare, nessuna rottura formale con l’ordine di Washington. Chi lo legga come documento, invece, si accorge di avere davanti qualcosa di più raro di una notizia, e cioè una grammatica.

La Dichiarazione di New Delhi non registra tanto ciò che i BRICS hanno fatto quanto il modo in cui hanno deciso di descrivere il mondo, e la descrizione precede sempre l’azione. Su questo punto conviene, per prima cosa, tornare al vocabolario della geopolitica classica, che offre non una griglia da applicare dall’esterno ma, più utilmente, i concetti che i redattori del testo sembrano aver già interiorizzato.

Il presupposto utile è che la geopolitica non studi anzitutto il rapporto dello Stato con lo spazio, come voleva Kjellén, ma il rapporto della società e della civiltà con uno spazio percepito come qualitativo. Lo spazio non è il piano cartesiano omogeneo della fisica moderna, dove ogni punto vale ogni altro; è denso di significato, orientato, abitato da una memoria. Ogni civiltà porta sulla mappa una propria intelligenza collettiva, una propria lettura del mondo, e da quella lettura discendono le forme politiche. Se questo è vero, allora un documento diplomatico va interrogato per prima cosa su una domanda semplice: da quale posizione dello spazio parla? Chi si immagina di essere, chi immagina davanti a sé?

La risposta, a New Delhi, è netta: la dichiarazione parla dalla Terra, e parla contro il Mare — non con questi termini, che restano impliciti, ma con una coerenza che si riconosce riga dopo riga.

Tutta la geopolitica classica, da Mackinder a Spykman, ruota attorno a un dualismo: la tellurocrazia, la civiltà della Terra radicata nell’Heartland eurasiatico, e la talassocrazia, la civiltà del Mare che dalle sue coste cerca di accerchiare il continente. Il compito storico del potere marittimo è quello che Mahan chiamava l’«anaconda»: stringere la massa continentale dall’esterno, controllarne le fasce costiere, tenerla lontana dai mari caldi. La guerra fredda, la fine dell’URSS, l’ordine unipolare degli anni Novanta si lasciano leggere come altrettanti episodi della stessa «battaglia per il Rimland».

La Dichiarazione di New Delhi non nomina mai questa frattura, e proprio per questo la conferma. Al paragrafo 7, in occasione del ventennale del gruppo, gli Stati firmatari si impegnano a «rafforzare il multilateralismo e la multipolarità» e a riformare una governance globale giudicata non rappresentativa. Il termine chiave è multipolarità, e va preso alla lettera. L’intera posta in gioco contemporanea si concentra nell’antinomia fra mondo unipolare e mondo multipolare, che è la riformulazione attuale dell’antico scontro fra Mare e Terra. Quando i BRICS chiedono un ordine «più giusto, rappresentativo, stabile», non stanno formulando un auspicio etico generico: stanno rivendicando il diritto dell’Heartland e dei suoi alleati a esistere come polo autonomo, invece che come periferia da integrare.

Qui si misura la distanza fra il vocabolario ufficiale del vertice e la sua sostanza geopolitica. Il testo è scritto in una lingua liscia, procedurale, fatta di «cooperazione», «resilienza», «inclusività». È la lingua delle organizzazioni internazionali, la stessa che l’Occidente ha coniato. Ma dentro quella lingua i BRICS iscrivono un contenuto che ne rovescia la funzione originaria. È un’operazione speculare a quella, spesso rilevata, della geopolitica critica anglosassone, che pur criticando l’imperialismo ne riproduce la grammatica. A New Delhi accade il contrario e in senso opposto: si adopera il lessico universalista dell’avversario per costruire un progetto che l’avversario non riconoscerebbe come proprio.

Riformare o duplicare

Il cuore economico del documento è una manovra a due tempi che merita attenzione, perché è lì che la teoria diventa procedura. Da un lato i BRICS chiedono la riforma delle istituzioni di Bretton Woods: quote del Fondo monetario riallineate al peso reale delle economie emergenti, selezione dei vertici per merito e non per consuetudine, rappresentanza corretta nella Banca Mondiale (§§ 17–1). Dall’altro lato, e nello stesso testo, costruiscono l’alternativa: la New Development Bank entra nel suo «secondo decennio d’oro» con l’ambizione dichiarata di finanziare in valute locali (§ 115), mentre il Payment Task Force lavora all’interoperabilità dei sistemi di pagamento e al regolamento degli scambi nelle monete nazionali (§§ 90, 102).

La doppia mossa non è contraddittoria, è strategica, chiedere la riforma serve a delegittimare l’ordine esistente dall’interno, mostrando che le sue promesse di rappresentanza restano disattese; costruire l’alternativa serve a garantirsi una via d’uscita se la riforma non arriva, come da vent’anni non arriva. Il concetto per leggerla è l’autarchia dei grandi spazi. Formulata da von List e portata da Haushofer alla scala continentale, l’idea è che solo il controllo di uno spazio economico ampio garantisce una sovranità reale, perché la dipendenza economica si trasforma rapidamente in dipendenza politica e infine erode la sovranità dello Stato. La Borsa cereali (§ 60), la difesa dei diritti sovrani sui minerali critici (§ 67), i sistemi di pagamento paralleli sono altrettanti tentativi di costruire quel grande spazio autosufficiente. Non si tratta di protezionismo nel senso ottocentesco, ma della stessa intuizione di fondo: un piccolo spazio è per definizione un satellite.

La condanna delle «misure coercitive unilaterali» e dei meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere (§ 22) chiude il cerchio. Sanzioni e dazi ambientali sono strumenti dell’anaconda aggiornati all’economia finanziaria: modi per stringere la massa continentale senza sparare un colpo. Che i BRICS li mettano al centro delle loro rimostranze indica che hanno individuato con precisione dove passa oggi la linea del fronte.

Il Sud Globale non è il futuro, è già il presente

Uno degli aspetti più insistiti del documento è la rivendicazione, da parte dei BRICS, del ruolo di portavoce del Sud globale. La richiesta di riforma del Consiglio di Sicurezza, l’insistenza sulla rappresentanza geografica nel Segretariato delle Nazioni Unite, il sostegno esplicito di Cina e Russia alle aspirazioni di Brasile e India a un seggio permanente (§§ 8–13) compongono una strategia coerente: non uscire dal sistema multilaterale, ma riscriverne la gerarchia interna dall’interno.

Il richiamo, al paragrafo 16, alla Conferenza di Bandung del 1955 (§ 16) è la firma ideologica di questa operazione. Bandung fu il momento in cui i popoli decolonizzati provarono a costruire una posizione autonoma fra i due blocchi; evocarla nel 2026 significa collocare i BRICS nella genealogia dell’anticolonialismo, non in quella della competizione fra grandi potenze. La geopolitica continentale ha sempre letto la decolonizzazione come processo interno alla logica del grande spazio — Haushofer stesso sosteneva la liberazione delle colonie in funzione anti-anglosassone — e questo permette di leggere la mossa senza prenderla per pura retorica né liquidarla come ipocrisia. Il Sud globale è, in questa prospettiva, la «mezzaluna esterna» che cerca di sottrarsi al controllo della talassocrazia e di riorientarsi verso la Terra.

Resta la domanda più scomoda, e un’analisi onesta non può eluderla: i BRICS parlano davvero per il Sud globale, o parlano al Sud globale? Il gruppo comprende oggi economie con interessi divergenti — l’India e la Cina, in particolare, sono rivali strategici prima che partner — e la coerenza del documento nasconde tensioni reali. Lo schema tutto costruito sul dualismo Terra/Mare tende a sovrastimare l’unità del polo continentale. La realtà di New Delhi è più frammentata di quanto la mappa a due colori lasci intendere: un blocco che deve mettere per iscritto quaranta volte la parola «cooperazione» probabilmente ne ha meno di quanta ne proclami.

Al paragrafo 122 il documento cita la risoluzione delle Nazioni Unite che istituisce la «Giornata internazionale del dialogo fra le civiltà» (§ 122). È un dettaglio, ma è il dettaglio decisivo. Intesa come scienza delle civiltà, la geopolitica muove da un presupposto: ogni popolo ha un proprio concetto di civiltà, e il conflitto nasce quando un popolo pretende di imporre il proprio modello come egemone. Riconoscere ufficialmente la pluralità delle civiltà, dopo trent’anni in cui l’Occidente ne ha proclamata una sola universale, è l’atto più significativo dell’intera Dichiarazione. Il multipolarismo economico e istituzionale poggia, in ultima analisi, su un multipolarismo culturale: molti centri, molte letture dello spazio, nessuna autorizzata a valere per tutte.

È anche il punto in cui conviene registrare ciò che il testo tace, perché i silenzi di un documento programmatico pesano quanto le sue affermazioni. Manca l’Europa. Non come oggetto — l’Europa è evocata di sfuggita — ma come soggetto. La tradizione eurocontinentalista, da Gallois in avanti, ha sempre sostenuto che l’Europa potesse diventare un polo autonomo solo intendendosi con la potenza continentale contro la strategia atlantista. A New Delhi quell’Europa non c’è: resta appendice del Mare, «cervello» di una comunità atlantica di cui parlava già Spykman. Per il progetto multipolare è un’assenza costosa, forse la più costosa di tutte, perché lascia il continente europeo interamente dentro il campo che i BRICS dichiarano di voler bilanciare.

L’idea di ordine

La sezione del documento dedicata a pace e sicurezza è più rivelatrice di quanto la sua prosa cauta lasci supporre. Al paragrafo 23 gli Stati firmatari affermano che «la sicurezza fra tutti i Paesi è indivisibile» (§ 23). La formula non è neutra: è la stessa che la diplomazia russa oppone da anni all’allargamento della NATO, e la sua comparsa in un testo firmato anche da Brasile, India e Sudafrica indica quanto il vocabolario eurasiatico si sia diffuso oltre il suo epicentro. La sicurezza indivisibile nega, alla radice, la legittimità di un sistema in cui la sicurezza di alcuni si costruisce sull’insicurezza di altri — che è esattamente la logica dell’anaconda tradotta in architettura di alleanze.

Sul terrorismo il documento è fermo e generico insieme: condanna «in tutte le sue forme e manifestazioni», rifiuto dei «doppi standard», richiamo all’escalation in Medio Oriente (§ 40). La genericità è funzionale, perché consente a firmatari con posizioni divergenti di sottoscrivere lo stesso testo; il rifiuto dei doppi standard, però, è una stoccata precisa all’Occidente, accusato implicitamente di distinguere fra terrorismi utili e terrorismi da combattere. Qui l’analisi deve restare misurata: la coerenza retorica di un gruppo così eterogeneo su un tema tanto divisivo è essa stessa un dato, e va letta come indicatore di ciò che i BRICS vogliono apparire, più che come prova di ciò che sono.

Il caso più netto è la questione palestinese. I paragrafi che vi sono dedicati sono fra i più lunghi e circostanziati dell’intero documento (§§ 30–34), e la sproporzione non è casuale. Gaza è il dossier su cui i BRICS ritengono di poter parlare al Sud globale con la voce che l’Occidente ha perso, e la specificità del linguaggio — richiamo al diritto internazionale umanitario, condanna dello sfollamento forzato, sostegno alla soluzione dei due Stati — costruisce un contrasto deliberato con l’ambiguità delle cancellerie atlantiche. È diplomazia delle civiltà nella sua forma più concreta: non tanto una presa di posizione morale, quanto la rivendicazione del diritto a fissare i termini della questione, sottraendolo a chi lo ha detenuto finora.

Sotto tutto questo si intravede un’idea di ordine che il testo non enuncia mai per intero. La rivendicazione ricorrente di un mondo «stabile» accanto a uno «giusto» rinvia al modello tellurocratico dell’Heartland come custode di un principio di stabilità contro la dissoluzione, contrapposto alla civiltà mercantile e mobile della «mezzaluna esterna». Sarebbe però un errore forzare il documento oltre ciò che dice: nessun paragrafo teorizza una gerarchia dei valori, e la parola stessa «stabilità» convive con impegni sull’innovazione e la trasformazione che ne complicano la lettura in chiave puramente conservatrice. Il testo resta, su questo, ambiguo — e l’ambiguità è probabilmente la condizione della sua firma.

Cosa vale davvero questo Summit?

I BRICS del 2026 hanno l’ambizione di un grande spazio e la struttura di un forum; hanno il vocabolario della sovranità e la dipendenza reciproca di economie che competono. La Dichiarazione di New Delhi va quindi letta per ciò che è: non l’atto di nascita di un ordine alternativo, ma la sua enunciazione più compiuta. E in geopolitica l’enunciazione non è mai nulla, perché è il momento in cui una società disegna la carta su cui poi agirà. Il resto dipenderà da quanto quella carta reggerà alla prova delle rivalità che, per ora, il testo si limita a coprire con la parola «cooperazione».

Quello che abbiamo compreso è che il processo è irreversibile e a New Delhi ne abbiamo visto le prove inequivocabili.

In poche parole, è l’ora di fare una proclamazione: benvenuti nell’epoca dei BRICS. Il Multipolarismo è il futuro.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.

See also

September 6, 2026
September 21, 2026

See also

September 6, 2026
September 21, 2026
The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.