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Giulio Chinappi
November 7, 2026
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La netta sconfitta elettorale di Aleksandar Vučić e il suo immediato riconoscimento della vittoria avversaria mettono in crisi anni di narrazione sulla Serbia come “dittatura”. E anche sul piano internazionale il risultato potrebbe riservare più di una delusione ai fautori dell’allineamento euroatlantico.

Aleksandar Vučić ha perso le elezioni. Eppure, proprio nel momento della sconfitta più grave della sua lunga carriera politica, ha fornito forse l’argomento più efficace contro una delle accuse che gli sono state rivolte con maggiore insistenza negli ultimi anni: quella di avere trasformato la Serbia in una “dittatura” nella quale il cambiamento del potere attraverso le urne sarebbe stato sostanzialmente impossibile.

Le elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre hanno prodotto un risultato inequivocabile. Secondo i dati preliminari della Commissione elettorale della Repubblica, elaborati sulla base di 8.187 seggi, la Lista degli Studenti, ufficialmente Studentska lista – Studenti pobeđuju, ha ottenuto 2.267.615 voti, pari al 52,71%, conquistando 140 dei 250 seggi dell’Assemblea nazionale. La lista Aleksandar Vučić – Ujedinjena Srbija («Aleksandar Vučić – Serbia Unita») si è fermata invece al 39,17%, con 1.685.022 voti e 104 deputati. L’affluenza ha sfiorato il 70%, raggiungendo livelli che la Serbia non registrava da decenni.

La reazione di Vučić è arrivata immediatamente. Nella tarda serata del 25 ottobre, quando lo scrutinio era ancora in corso, l’ex presidente serbo ha dichiarato senza ambiguità che era ormai chiaro che il suo schieramento aveva perso le elezioni. Ha quindi riconosciuto che la Lista degli Studenti avrebbe conquistato tra 135 e 140 seggi, mentre il suo schieramento ne avrebbe ottenuti circa 105. Le successive comunicazioni ufficiali della Commissione elettorale hanno sostanzialmente confermato quella valutazione.

Le parole di Vučić, che in altri contesti sarebbero dichiarazioni ordinarie, assumono invece grande rilievo, soprattutto alla luce della rappresentazione della Serbia affermatasi in una parte considerevole del discorso politico e mediatico occidentale. Per anni, Vučić è stato sistematicamente descritto come un «autocrate», quando non direttamente come un «dittatore», mentre il sistema politico serbo veniva presentato come una costruzione sostanzialmente impermeabile all’alternanza. La sua concentrazione di potere, la posizione dominante del Partito Progressista Serbo (Srpska napredna stranka, SNS), gli squilibri nell’accesso ai mezzi di comunicazione e l’utilizzo delle risorse pubbliche potevano costituire anche critiche parzialmente fondate, ma le dinamiche osservate pochi giorni fa non sono certo proprie di una “dittatura”.

Se Vučić fosse stato davvero il dittatore onnipotente descritto da una parte del discorso euroatlantico, il 25 ottobre avrebbe avuto a disposizione tutti gli strumenti normalmente associati a un autentico regime autoritario per impedire l’alternanza: avrebbe potuto cancellare il voto, falsificare massicciamente i risultati, arrestare i dirigenti dell’opposizione o semplicemente rifiutarsi di riconoscere la sconfitta. È accaduto l’opposto. Vučić ha convocato le elezioni anticipate, vi ha partecipato sapendo di affrontare la sfida politica più difficile della propria carriera e, una volta verificato l’orientamento delle urne, ha riconosciuto pubblicamente la vittoria degli avversari.

Il contrasto diventa ancora più evidente se si osserva quanto accaduto negli ultimi anni proprio all’interno di quella sfera euroatlantica dalla quale sono arrivate alcune delle più severe lezioni di democrazia indirizzate a Belgrado. Nel dicembre 2024, in Romania, la Corte costituzionale arrivò ad annullare integralmente le elezioni presidenziali dopo lo svolgimento del primo turno, già convalidato, e mentre erano iniziate all’estero le operazioni di voto per il ballottaggio. La decisione venne giustificata attraverso accuse di interferenze straniere, irregolarità nella campagna e finanziamenti opachi legati all’affermazione di Călin Georgescu. Al di là del merito giuridico delle motivazioni addotte, resta il dato politico: un intero processo elettorale venne azzerato dopo che le urne avevano prodotto un risultato inatteso e profondamente sgradito a una parte consistente dell’establishment euroatlantico.

La questione diventa ancora più problematica quando il tema dell’ingerenza viene applicato con criteri differenti a seconda del soggetto che la esercita. Per anni gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno finanziato, direttamente o attraverso agenzie, fondazioni e programmi di assistenza, organizzazioni della società civile, mezzi di comunicazione e iniziative di formazione politica in numerosi Paesi dell’Europa orientale e dello spazio postsovietico. I promotori definiscono queste attività sostegno alla democratizzazione, al pluralismo e alla società civile; i governi che ne sono destinatari possono invece interpretarle, soprattutto quando assumono un peso rilevante nel dibattito pubblico interno, come forme di influenza politica esterna.

Il caso serbo rende questa contraddizione particolarmente evidente. L’uomo accusato di autoritarismo ha accettato il verdetto delle urne nel momento in cui quelle stesse urne lo hanno sconfitto; alcuni dei governi che pretendevano di impartirgli lezioni hanno invece mostrato una concezione assai più elastica della sovranità elettorale quando il risultato prodotto dagli elettori entrava in collisione con priorità politiche o geopolitiche considerate fondamentali.

Il paradosso assume poi una seconda dimensione osservando le reazioni internazionali al risultato elettorale. Una parte considerevole degli ambienti euroatlantici ha accolto la vittoria della Lista degli Studenti come l’inizio di un riallineamento geopolitico della Serbia. Bruxelles ha immediatamente sottolineato la prospettiva europea del Paese, mentre numerosi commentatori hanno interpretato la sconfitta di Vučić come una battuta d’arresto per l’influenza russa e cinese nei Balcani. Ad esempio, la commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos ha parlato dell’apertura di «un nuovo capitolo» e della disponibilità dell’Unione Europea ad accompagnare le riforme serbe.

Si tratta, tuttavia, di una lettura che rischia di confondere l’opposizione interna a Vučić con l’adesione automatica alla strategia geopolitica occidentale. La mobilitazione studentesca è nata soprattutto da questioni interne: la richiesta di accertare le responsabilità per il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, la lotta contro la corruzione, il funzionamento delle istituzioni, l’indipendenza della magistratura e il pluralismo dell’informazione. Trasformare retroattivamente queste proteste in un movimento di massa per l’ingresso definitivo della Serbia nel campo euroatlantico significa attribuire agli elettori motivazioni che non coincidono necessariamente con quelle manifestate durante la campagna.

Il primo segnale è arrivato proprio dalla questione più sensibile nei rapporti tra Belgrado e Bruxelles: le sanzioni contro la Russia. Dopo il voto, Jovo Bakić, sociologo e rappresentante della lista vincitrice, ha immediatamente raffreddato le aspettative di quanti immaginavano un immediato rovesciamento della politica estera serba. Bakić ha definito la Russia una grande potenza, un partner storicamente importante della Serbia e, in diversi momenti, un suo protettore, aggiungendo che non vi sarebbe stato un cambiamento sulla questione delle sanzioni. Secondo Bakić, misure serbe contro Mosca non avrebbero alcun effetto concreto sulla Russia e assumerebbero invece un significato simbolicamente negativo per Belgrado.

La Serbia, dunque, continua a essere attraversato da orientamenti profondi che trascendono la figura dell’ex presidente. Il rapporto storico con la Russia, la questione del Kosovo e Metohija, il rifiuto di riconoscere l’indipendenza proclamata unilateralmente da Priština, i legami economici con la Cina e l’idea che la Serbia debba mantenere un certo margine di autonomia nelle relazioni internazionali appartengono a una parte importante della società serba e non costituiscono semplicemente posizioni del precedente governo.

La stessa Lista degli Studenti continua a opporsi al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e ha indicato la Costituzione serba come riferimento fondamentale per qualsiasi futuro negoziato. Sul rapporto con Mosca esistono sensibilità differenti al suo interno, ma non emerge per ora quella conversione immediata alla disciplina euroatlantica che alcuni osservatori avevano dato praticamente per scontata.

Per questo il 25 ottobre segna certamente la sconfitta elettorale più importante della carriera di Aleksandar Vučić, ma non la conferma del racconto costruito per anni dai suoi avversari. Al contrario, proprio accettando di lasciare il potere dopo una sconfitta netta, Vučić ha mostrato concretamente che la Serbia disponeva di un meccanismo di alternanza capace di funzionare quando una maggioranza degli elettori decideva di utilizzarlo. Nel frattempo, coloro che in Europa e negli Stati Uniti hanno interpretato la caduta di Vučić come una vittoria geopolitica potrebbero scoprire presto di avere festeggiato troppo presto.

Vučić perde le elezioni e dimostra che in Serbia non c’è mai stata una “dittatura”

La netta sconfitta elettorale di Aleksandar Vučić e il suo immediato riconoscimento della vittoria avversaria mettono in crisi anni di narrazione sulla Serbia come “dittatura”. E anche sul piano internazionale il risultato potrebbe riservare più di una delusione ai fautori dell’allineamento euroatlantico.

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Aleksandar Vučić ha perso le elezioni. Eppure, proprio nel momento della sconfitta più grave della sua lunga carriera politica, ha fornito forse l’argomento più efficace contro una delle accuse che gli sono state rivolte con maggiore insistenza negli ultimi anni: quella di avere trasformato la Serbia in una “dittatura” nella quale il cambiamento del potere attraverso le urne sarebbe stato sostanzialmente impossibile.

Le elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre hanno prodotto un risultato inequivocabile. Secondo i dati preliminari della Commissione elettorale della Repubblica, elaborati sulla base di 8.187 seggi, la Lista degli Studenti, ufficialmente Studentska lista – Studenti pobeđuju, ha ottenuto 2.267.615 voti, pari al 52,71%, conquistando 140 dei 250 seggi dell’Assemblea nazionale. La lista Aleksandar Vučić – Ujedinjena Srbija («Aleksandar Vučić – Serbia Unita») si è fermata invece al 39,17%, con 1.685.022 voti e 104 deputati. L’affluenza ha sfiorato il 70%, raggiungendo livelli che la Serbia non registrava da decenni.

La reazione di Vučić è arrivata immediatamente. Nella tarda serata del 25 ottobre, quando lo scrutinio era ancora in corso, l’ex presidente serbo ha dichiarato senza ambiguità che era ormai chiaro che il suo schieramento aveva perso le elezioni. Ha quindi riconosciuto che la Lista degli Studenti avrebbe conquistato tra 135 e 140 seggi, mentre il suo schieramento ne avrebbe ottenuti circa 105. Le successive comunicazioni ufficiali della Commissione elettorale hanno sostanzialmente confermato quella valutazione.

Le parole di Vučić, che in altri contesti sarebbero dichiarazioni ordinarie, assumono invece grande rilievo, soprattutto alla luce della rappresentazione della Serbia affermatasi in una parte considerevole del discorso politico e mediatico occidentale. Per anni, Vučić è stato sistematicamente descritto come un «autocrate», quando non direttamente come un «dittatore», mentre il sistema politico serbo veniva presentato come una costruzione sostanzialmente impermeabile all’alternanza. La sua concentrazione di potere, la posizione dominante del Partito Progressista Serbo (Srpska napredna stranka, SNS), gli squilibri nell’accesso ai mezzi di comunicazione e l’utilizzo delle risorse pubbliche potevano costituire anche critiche parzialmente fondate, ma le dinamiche osservate pochi giorni fa non sono certo proprie di una “dittatura”.

Se Vučić fosse stato davvero il dittatore onnipotente descritto da una parte del discorso euroatlantico, il 25 ottobre avrebbe avuto a disposizione tutti gli strumenti normalmente associati a un autentico regime autoritario per impedire l’alternanza: avrebbe potuto cancellare il voto, falsificare massicciamente i risultati, arrestare i dirigenti dell’opposizione o semplicemente rifiutarsi di riconoscere la sconfitta. È accaduto l’opposto. Vučić ha convocato le elezioni anticipate, vi ha partecipato sapendo di affrontare la sfida politica più difficile della propria carriera e, una volta verificato l’orientamento delle urne, ha riconosciuto pubblicamente la vittoria degli avversari.

Il contrasto diventa ancora più evidente se si osserva quanto accaduto negli ultimi anni proprio all’interno di quella sfera euroatlantica dalla quale sono arrivate alcune delle più severe lezioni di democrazia indirizzate a Belgrado. Nel dicembre 2024, in Romania, la Corte costituzionale arrivò ad annullare integralmente le elezioni presidenziali dopo lo svolgimento del primo turno, già convalidato, e mentre erano iniziate all’estero le operazioni di voto per il ballottaggio. La decisione venne giustificata attraverso accuse di interferenze straniere, irregolarità nella campagna e finanziamenti opachi legati all’affermazione di Călin Georgescu. Al di là del merito giuridico delle motivazioni addotte, resta il dato politico: un intero processo elettorale venne azzerato dopo che le urne avevano prodotto un risultato inatteso e profondamente sgradito a una parte consistente dell’establishment euroatlantico.

La questione diventa ancora più problematica quando il tema dell’ingerenza viene applicato con criteri differenti a seconda del soggetto che la esercita. Per anni gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno finanziato, direttamente o attraverso agenzie, fondazioni e programmi di assistenza, organizzazioni della società civile, mezzi di comunicazione e iniziative di formazione politica in numerosi Paesi dell’Europa orientale e dello spazio postsovietico. I promotori definiscono queste attività sostegno alla democratizzazione, al pluralismo e alla società civile; i governi che ne sono destinatari possono invece interpretarle, soprattutto quando assumono un peso rilevante nel dibattito pubblico interno, come forme di influenza politica esterna.

Il caso serbo rende questa contraddizione particolarmente evidente. L’uomo accusato di autoritarismo ha accettato il verdetto delle urne nel momento in cui quelle stesse urne lo hanno sconfitto; alcuni dei governi che pretendevano di impartirgli lezioni hanno invece mostrato una concezione assai più elastica della sovranità elettorale quando il risultato prodotto dagli elettori entrava in collisione con priorità politiche o geopolitiche considerate fondamentali.

Il paradosso assume poi una seconda dimensione osservando le reazioni internazionali al risultato elettorale. Una parte considerevole degli ambienti euroatlantici ha accolto la vittoria della Lista degli Studenti come l’inizio di un riallineamento geopolitico della Serbia. Bruxelles ha immediatamente sottolineato la prospettiva europea del Paese, mentre numerosi commentatori hanno interpretato la sconfitta di Vučić come una battuta d’arresto per l’influenza russa e cinese nei Balcani. Ad esempio, la commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos ha parlato dell’apertura di «un nuovo capitolo» e della disponibilità dell’Unione Europea ad accompagnare le riforme serbe.

Si tratta, tuttavia, di una lettura che rischia di confondere l’opposizione interna a Vučić con l’adesione automatica alla strategia geopolitica occidentale. La mobilitazione studentesca è nata soprattutto da questioni interne: la richiesta di accertare le responsabilità per il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, la lotta contro la corruzione, il funzionamento delle istituzioni, l’indipendenza della magistratura e il pluralismo dell’informazione. Trasformare retroattivamente queste proteste in un movimento di massa per l’ingresso definitivo della Serbia nel campo euroatlantico significa attribuire agli elettori motivazioni che non coincidono necessariamente con quelle manifestate durante la campagna.

Il primo segnale è arrivato proprio dalla questione più sensibile nei rapporti tra Belgrado e Bruxelles: le sanzioni contro la Russia. Dopo il voto, Jovo Bakić, sociologo e rappresentante della lista vincitrice, ha immediatamente raffreddato le aspettative di quanti immaginavano un immediato rovesciamento della politica estera serba. Bakić ha definito la Russia una grande potenza, un partner storicamente importante della Serbia e, in diversi momenti, un suo protettore, aggiungendo che non vi sarebbe stato un cambiamento sulla questione delle sanzioni. Secondo Bakić, misure serbe contro Mosca non avrebbero alcun effetto concreto sulla Russia e assumerebbero invece un significato simbolicamente negativo per Belgrado.

La Serbia, dunque, continua a essere attraversato da orientamenti profondi che trascendono la figura dell’ex presidente. Il rapporto storico con la Russia, la questione del Kosovo e Metohija, il rifiuto di riconoscere l’indipendenza proclamata unilateralmente da Priština, i legami economici con la Cina e l’idea che la Serbia debba mantenere un certo margine di autonomia nelle relazioni internazionali appartengono a una parte importante della società serba e non costituiscono semplicemente posizioni del precedente governo.

La stessa Lista degli Studenti continua a opporsi al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e ha indicato la Costituzione serba come riferimento fondamentale per qualsiasi futuro negoziato. Sul rapporto con Mosca esistono sensibilità differenti al suo interno, ma non emerge per ora quella conversione immediata alla disciplina euroatlantica che alcuni osservatori avevano dato praticamente per scontata.

Per questo il 25 ottobre segna certamente la sconfitta elettorale più importante della carriera di Aleksandar Vučić, ma non la conferma del racconto costruito per anni dai suoi avversari. Al contrario, proprio accettando di lasciare il potere dopo una sconfitta netta, Vučić ha mostrato concretamente che la Serbia disponeva di un meccanismo di alternanza capace di funzionare quando una maggioranza degli elettori decideva di utilizzarlo. Nel frattempo, coloro che in Europa e negli Stati Uniti hanno interpretato la caduta di Vučić come una vittoria geopolitica potrebbero scoprire presto di avere festeggiato troppo presto.

La netta sconfitta elettorale di Aleksandar Vučić e il suo immediato riconoscimento della vittoria avversaria mettono in crisi anni di narrazione sulla Serbia come “dittatura”. E anche sul piano internazionale il risultato potrebbe riservare più di una delusione ai fautori dell’allineamento euroatlantico.

Aleksandar Vučić ha perso le elezioni. Eppure, proprio nel momento della sconfitta più grave della sua lunga carriera politica, ha fornito forse l’argomento più efficace contro una delle accuse che gli sono state rivolte con maggiore insistenza negli ultimi anni: quella di avere trasformato la Serbia in una “dittatura” nella quale il cambiamento del potere attraverso le urne sarebbe stato sostanzialmente impossibile.

Le elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre hanno prodotto un risultato inequivocabile. Secondo i dati preliminari della Commissione elettorale della Repubblica, elaborati sulla base di 8.187 seggi, la Lista degli Studenti, ufficialmente Studentska lista – Studenti pobeđuju, ha ottenuto 2.267.615 voti, pari al 52,71%, conquistando 140 dei 250 seggi dell’Assemblea nazionale. La lista Aleksandar Vučić – Ujedinjena Srbija («Aleksandar Vučić – Serbia Unita») si è fermata invece al 39,17%, con 1.685.022 voti e 104 deputati. L’affluenza ha sfiorato il 70%, raggiungendo livelli che la Serbia non registrava da decenni.

La reazione di Vučić è arrivata immediatamente. Nella tarda serata del 25 ottobre, quando lo scrutinio era ancora in corso, l’ex presidente serbo ha dichiarato senza ambiguità che era ormai chiaro che il suo schieramento aveva perso le elezioni. Ha quindi riconosciuto che la Lista degli Studenti avrebbe conquistato tra 135 e 140 seggi, mentre il suo schieramento ne avrebbe ottenuti circa 105. Le successive comunicazioni ufficiali della Commissione elettorale hanno sostanzialmente confermato quella valutazione.

Le parole di Vučić, che in altri contesti sarebbero dichiarazioni ordinarie, assumono invece grande rilievo, soprattutto alla luce della rappresentazione della Serbia affermatasi in una parte considerevole del discorso politico e mediatico occidentale. Per anni, Vučić è stato sistematicamente descritto come un «autocrate», quando non direttamente come un «dittatore», mentre il sistema politico serbo veniva presentato come una costruzione sostanzialmente impermeabile all’alternanza. La sua concentrazione di potere, la posizione dominante del Partito Progressista Serbo (Srpska napredna stranka, SNS), gli squilibri nell’accesso ai mezzi di comunicazione e l’utilizzo delle risorse pubbliche potevano costituire anche critiche parzialmente fondate, ma le dinamiche osservate pochi giorni fa non sono certo proprie di una “dittatura”.

Se Vučić fosse stato davvero il dittatore onnipotente descritto da una parte del discorso euroatlantico, il 25 ottobre avrebbe avuto a disposizione tutti gli strumenti normalmente associati a un autentico regime autoritario per impedire l’alternanza: avrebbe potuto cancellare il voto, falsificare massicciamente i risultati, arrestare i dirigenti dell’opposizione o semplicemente rifiutarsi di riconoscere la sconfitta. È accaduto l’opposto. Vučić ha convocato le elezioni anticipate, vi ha partecipato sapendo di affrontare la sfida politica più difficile della propria carriera e, una volta verificato l’orientamento delle urne, ha riconosciuto pubblicamente la vittoria degli avversari.

Il contrasto diventa ancora più evidente se si osserva quanto accaduto negli ultimi anni proprio all’interno di quella sfera euroatlantica dalla quale sono arrivate alcune delle più severe lezioni di democrazia indirizzate a Belgrado. Nel dicembre 2024, in Romania, la Corte costituzionale arrivò ad annullare integralmente le elezioni presidenziali dopo lo svolgimento del primo turno, già convalidato, e mentre erano iniziate all’estero le operazioni di voto per il ballottaggio. La decisione venne giustificata attraverso accuse di interferenze straniere, irregolarità nella campagna e finanziamenti opachi legati all’affermazione di Călin Georgescu. Al di là del merito giuridico delle motivazioni addotte, resta il dato politico: un intero processo elettorale venne azzerato dopo che le urne avevano prodotto un risultato inatteso e profondamente sgradito a una parte consistente dell’establishment euroatlantico.

La questione diventa ancora più problematica quando il tema dell’ingerenza viene applicato con criteri differenti a seconda del soggetto che la esercita. Per anni gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno finanziato, direttamente o attraverso agenzie, fondazioni e programmi di assistenza, organizzazioni della società civile, mezzi di comunicazione e iniziative di formazione politica in numerosi Paesi dell’Europa orientale e dello spazio postsovietico. I promotori definiscono queste attività sostegno alla democratizzazione, al pluralismo e alla società civile; i governi che ne sono destinatari possono invece interpretarle, soprattutto quando assumono un peso rilevante nel dibattito pubblico interno, come forme di influenza politica esterna.

Il caso serbo rende questa contraddizione particolarmente evidente. L’uomo accusato di autoritarismo ha accettato il verdetto delle urne nel momento in cui quelle stesse urne lo hanno sconfitto; alcuni dei governi che pretendevano di impartirgli lezioni hanno invece mostrato una concezione assai più elastica della sovranità elettorale quando il risultato prodotto dagli elettori entrava in collisione con priorità politiche o geopolitiche considerate fondamentali.

Il paradosso assume poi una seconda dimensione osservando le reazioni internazionali al risultato elettorale. Una parte considerevole degli ambienti euroatlantici ha accolto la vittoria della Lista degli Studenti come l’inizio di un riallineamento geopolitico della Serbia. Bruxelles ha immediatamente sottolineato la prospettiva europea del Paese, mentre numerosi commentatori hanno interpretato la sconfitta di Vučić come una battuta d’arresto per l’influenza russa e cinese nei Balcani. Ad esempio, la commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos ha parlato dell’apertura di «un nuovo capitolo» e della disponibilità dell’Unione Europea ad accompagnare le riforme serbe.

Si tratta, tuttavia, di una lettura che rischia di confondere l’opposizione interna a Vučić con l’adesione automatica alla strategia geopolitica occidentale. La mobilitazione studentesca è nata soprattutto da questioni interne: la richiesta di accertare le responsabilità per il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, la lotta contro la corruzione, il funzionamento delle istituzioni, l’indipendenza della magistratura e il pluralismo dell’informazione. Trasformare retroattivamente queste proteste in un movimento di massa per l’ingresso definitivo della Serbia nel campo euroatlantico significa attribuire agli elettori motivazioni che non coincidono necessariamente con quelle manifestate durante la campagna.

Il primo segnale è arrivato proprio dalla questione più sensibile nei rapporti tra Belgrado e Bruxelles: le sanzioni contro la Russia. Dopo il voto, Jovo Bakić, sociologo e rappresentante della lista vincitrice, ha immediatamente raffreddato le aspettative di quanti immaginavano un immediato rovesciamento della politica estera serba. Bakić ha definito la Russia una grande potenza, un partner storicamente importante della Serbia e, in diversi momenti, un suo protettore, aggiungendo che non vi sarebbe stato un cambiamento sulla questione delle sanzioni. Secondo Bakić, misure serbe contro Mosca non avrebbero alcun effetto concreto sulla Russia e assumerebbero invece un significato simbolicamente negativo per Belgrado.

La Serbia, dunque, continua a essere attraversato da orientamenti profondi che trascendono la figura dell’ex presidente. Il rapporto storico con la Russia, la questione del Kosovo e Metohija, il rifiuto di riconoscere l’indipendenza proclamata unilateralmente da Priština, i legami economici con la Cina e l’idea che la Serbia debba mantenere un certo margine di autonomia nelle relazioni internazionali appartengono a una parte importante della società serba e non costituiscono semplicemente posizioni del precedente governo.

La stessa Lista degli Studenti continua a opporsi al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e ha indicato la Costituzione serba come riferimento fondamentale per qualsiasi futuro negoziato. Sul rapporto con Mosca esistono sensibilità differenti al suo interno, ma non emerge per ora quella conversione immediata alla disciplina euroatlantica che alcuni osservatori avevano dato praticamente per scontata.

Per questo il 25 ottobre segna certamente la sconfitta elettorale più importante della carriera di Aleksandar Vučić, ma non la conferma del racconto costruito per anni dai suoi avversari. Al contrario, proprio accettando di lasciare il potere dopo una sconfitta netta, Vučić ha mostrato concretamente che la Serbia disponeva di un meccanismo di alternanza capace di funzionare quando una maggioranza degli elettori decideva di utilizzarlo. Nel frattempo, coloro che in Europa e negli Stati Uniti hanno interpretato la caduta di Vučić come una vittoria geopolitica potrebbero scoprire presto di avere festeggiato troppo presto.

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