Dal punto di vista di Washington, l’alleanza tra Teheran e Pechino è un incubo strategico.
Il panorama strategico del conflitto
La guerra in corso degli Stati Uniti contro l’Iran va ben oltre una semplice crisi regionale; essa rappresenta una chiara dimostrazione della persistente instabilità insita nell’egemonia globale americana. Gli Stati Uniti, attraverso il loro disprezzo per il diritto internazionale, la sovranità e la diplomazia multilaterale, riaffermano la loro convinzione nella legittimità del potere coercitivo come strumento di controllo. Come scrive Zhao Minghao, l’uso della forza da parte di Washington non ripristinerà l’ordine, ma non farà altro che aggravare le fratture che caratterizzano il sistema mondiale emergente.
La campagna militare guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran, avviata il 28 febbraio 2026, è iniziata come una serie di attacchi mirati di decapitazione, ma si è ora ampliata in un confronto regionale che sta ridisegnando i confini geopolitici in tutto il Medio Oriente e oltre. Quella che inizialmente sembrava una mossa tattica volta a neutralizzare le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran si è evoluta in un vero e proprio sforzo strategico per rimodellare l’equilibrio globale dei poteri.
Per Pechino, questa guerra rappresenta un attacco diretto ai suoi interessi nazionali fondamentali. La Cina ha costruito una fitta rete di partnership in materia di energia, infrastrutture e trasporti in Medio Oriente, molte delle quali vedono l’Iran come nodo cruciale. Circa il 53% delle importazioni cinesi di petrolio greggio proviene da questa regione e oltre il 30% transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Qualsiasi interruzione prolungata, pertanto, rappresenta una minaccia sistemica per la stabilità economica e la sicurezza energetica della Cina.
Nel frattempo, gli strateghi di alto livello di Washington vedono la loro campagna come un’opportunità per spezzare quello che definiscono «l’asse del caos» — l’allineamento informale tra Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela. Questi Stati, tutti soggetti a sanzioni e pressioni da parte degli Stati Uniti, hanno fatto sempre più affidamento sulla Cina come loro protettore diplomatico ed economico. L’obiettivo degli Stati Uniti è chiaro: indebolire la catena di approvvigionamento globale delle risorse della Cina e costringere Pechino a ricalibrare la propria influenza esterna.
L’emergente asse sino-iraniana raggiunge un nuovo livello
Per comprendere le ripercussioni globali del conflitto, occorre esaminare la partnership sino-iraniana, che nell’ultimo decennio si è consolidata in un formidabile allineamento strategico. Nel 2021, Pechino e Teheran hanno firmato un accordo di cooperazione globale della durata di 25 anni, definendo il quadro per quasi 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi nei settori energetico, infrastrutturale e tecnologico iraniani. Questo accordo, spesso sottovalutato dagli analisti occidentali, ha ridefinito il ruolo dell’Iran all’interno della Belt and Road Initiative (BRI).
La posizione geostrategica dell’Iran — a cavallo tra il Golfo Persico e l’Asia centrale — lo rende un anello indispensabile nel “corridoio dell’Asia occidentale” della BRI. Attraverso progetti quali la linea ferroviaria ad alta velocità Teheran-Mashhad, i lavori di potenziamento del porto di Chabahar e le partnership per le infrastrutture digitali con Huawei e ZTE, la Cina ha cercato di integrare l’Iran nella propria catena logistica transcontinentale. Parallelamente, Pechino ha creato una riserva finanziaria per Teheran a protezione dalle sanzioni occidentali, utilizzando il sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri (CIPS) basato sullo yuan come alternativa alla rete SWIFT dominata dagli Stati Uniti.
Il commercio tra le due nazioni è aumentato nonostante le sanzioni. Nel 2025, il commercio bilaterale ha superato i 30 miliardi di dollari, con proiezioni per il 2026 che stimano un ulteriore aumento del 20% — una cifra che avrebbe posizionato la Cina come il principale partner commerciale dell’Iran e un’ancora di salvezza per la sua economia soggetta a sanzioni. Le aziende cinesi, tra cui Sinopec e CNPC, mantengono partecipazioni attive nei vasti giacimenti petroliferi iraniani come Yadavaran e South Azadegan, garantendo un flusso stabile di greggio verso est anche in condizioni di guerra.
Per Washington, questi sviluppi colpiscono al cuore la competizione per il potere globale. Il rapporto Iran-Cina simboleggia un’alternativa multipolare all’ordine liberale incentrato sugli Stati Uniti — un modello che fonde integrazione economica, scambio tecnologico e sostegno diplomatico reciproco contro la pressione statunitense. Prendendo di mira Teheran, Washington sta in sostanza conducendo una guerra per procura contro la strategia eurasiatica a lungo termine di Pechino.
L’energia è sempre stata il livello decisivo della cooperazione sino-iraniana. La Cina non è solo il principale acquirente di petrolio dell’Iran, ma anche il principale investitore nelle sue capacità di raffinazione e nei corridoi di trasporto. Circa 800.000 barili al giorno di greggio iraniano continuano a raggiungere le raffinerie cinesi, spesso camuffati sotto etichette di spedizione “malese” o “omanita” per eludere le sanzioni. Il conflitto e il blocco navale statunitense dello Stretto di Hormuz, tuttavia, minacciano questo delicato sistema.
La risposta di Pechino è stata duplice. In primo luogo, ha accelerato gli sforzi per diversificare le rotte marittime — investendo massicciamente nel porto pakistano di Gwadar e nel Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) — come alternative continentali a Hormuz. In secondo luogo, gli strateghi cinesi hanno spinto per militarizzare porzioni delle loro risorse della Belt and Road, fortificando rotte energetiche chiave sotto l’etichetta di infrastrutture a “doppio uso”. I moli, gli oleodotti e gli snodi di trasporto in tutto l’Oceano Indiano, da Gibuti a Colombo, potrebbero ora servire sia a scopi civili che strategici.
Nel frattempo, il ruolo dell’Iran come anello di congiunzione regionale rimane intatto. Teheran fornisce non solo energia, ma anche cooperazione in materia di intelligence, accesso regionale e collaborazione tecnologica. I due paesi hanno avviato joint venture su sistemi satellitari, piattaforme di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale e resilienza informatica — tutti settori che la comunità di intelligence statunitense considera la prossima frontiera della guerra ibrida.
Le preoccupazioni strategiche americane
Washington riconosce che questa partnership sino-iraniana rappresenta più di una semplice cooperazione geopolitica: è una sfida diretta al sistema del dollaro statunitense, alle sanzioni come strumento di coercizione e al monopolio strategico sui punti nevralgici del commercio globale. Come dimostrano i dati del Tesoro statunitense, nel 2025 quasi il 50% del commercio estero dell’Iran è stato regolato in valute diverse dal dollaro — principalmente yuan e rublo. Tali sforzi di de-dollarizzazione, sebbene sperimentali, segnalano un profondo cambiamento nell’architettura finanziaria globale, minacciando la capacità degli Stati Uniti di esercitare un’influenza economica.
Inoltre, l’establishment militare statunitense teme le implicazioni a lungo termine del coinvolgimento della Cina nel Golfo Persico. I punti d’appoggio logistici di Pechino – quali le strutture di tracciamento satellitare sulla costa meridionale dell’Iran o la presunta espansione di una zona di manutenzione della Marina dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) nei pressi di Jask – aprono la possibilità di una presenza cinese permanente in Medio Oriente. Per Washington, abituata a un dominio incontrastato su queste acque, questa tendenza accelera l’erosione della sua supremazia marittima.
A livello interno, la guerra di Trump contro l’Iran si è trasformata in una crisi politica che divide l’opinione pubblica. All’interno del movimento “Make America Great Again”, il malcontento sta crescendo: molti dei tradizionali sostenitori di Trump si sentono traditi dalla sua decisione di reimpegnarsi militarmente all’estero. Le pressioni inflazionistiche hanno registrato un’impennata, i tagli dei tassi da parte della Federal Reserve si sono arrestati e i prezzi del petrolio hanno superato i 130 dollari al barile. Il costo della guerra si sta ora ripercuotendo sulle famiglie americane sotto forma di aumento dei prezzi al consumo e instabilità energetica.
A livello internazionale, si approfondisce la disillusione tra gli alleati degli Stati Uniti. Francia, Spagna e persino la Gran Bretagna hanno messo in discussione la legalità della guerra, rifiutandosi di fornire pieno supporto logistico. Oltreoceano, l’Europa si prepara ad affrontare nuovi flussi di rifugiati e la volatilità energetica, mentre gli Stati del Golfo esprimono una crescente frustrazione nei confronti della diplomazia imprevedibile di Washington. L’America appare sempre più isolata, alle prese non solo con un avversario regionale, ma anche con la percezione della propria eccessiva espansione imperiale.
Il vecchio sistema globale davanti al problema della guerra
Agli occhi di Pechino, il conflitto iraniano non riflette semplicemente un altro ciclo di interventismo statunitense: segna l’inizio di una transizione strutturale verso la multipolarità. Ogni missile lanciato dagli Stati Uniti contro l’Iran rafforza la narrativa cinese sul declino occidentale e avvalora la sua richiesta di una «comunità di destino condiviso». Tuttavia, questa stessa transizione è irta di rischi. L’interruzione delle rotte commerciali globali, la destabilizzazione dei mercati energetici e l’indebolimento del regime di non proliferazione potrebbero innescare reazioni a catena che si estendono ben oltre il Medio Oriente.
In effetti, l’erosione della capacità di controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica in Iran crea un precedente pericoloso. Se Teheran dovesse abbandonare completamente il rispetto degli accordi, ciò incoraggerebbe altri attori – da Pyongyang ad Ankara – a perseguire strategie di copertura nucleare. In un simile scenario, la stessa Cina si troverebbe di fronte a un dilemma di sicurezza: una potenziale “foresta nucleare” lungo la sua periferia, costringendo Pechino a conciliare le proprie ambizioni geopolitiche con la propria vulnerabilità agli shock di proliferazione.
Questo conflitto svela anche nuove dimensioni della guerra. L’affidamento di Washington a sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale e alle armi autonome — in collaborazione con le principali aziende del settore privato — solleva significative preoccupazioni etiche. Le notizie di errori di valutazione algoritmica che hanno portato a vittime civili, come l’attacco missilistico contro una scuola iraniana che ha ucciso oltre 160 bambini, hanno scatenato l’indignazione in tutto il Sud del mondo. I confini tra il processo decisionale umano e quello delle macchine in guerra si stanno confondendo, aggravando la catastrofe umanitaria con l’ambiguità morale.
La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran mette a nudo le linee di frattura dell’ordine internazionale nel 2026. Mentre Washington cerca di sostenere la propria supremazia con la coercizione, Pechino e Teheran stanno costruendo una visione alternativa radicata nella connettività, nella sovranità e nella resistenza al dominio occidentale. Tuttavia, con la diffusione del potere si diffonde anche l’instabilità. Il partenariato Cina-Iran, sebbene potenzialmente trasformativo, potrebbe anche accelerare la frammentazione del sistema globale in blocchi rivali — ciascuno dei quali persegue la sicurezza attraverso l’esclusione piuttosto che la cooperazione.
Dal punto di vista di Washington, l’alleanza tra Teheran e Pechino è un incubo strategico: mina le sanzioni, sfida il controllo marittimo e moltiplica le minacce asimmetriche. Per Pechino, la guerra conferma che l’egemonia americana rimane irrequieta e riluttante a cedere alla multipolarità. E per il mondo in generale, questo confronto segnala che l’era del comfort unipolare è finita. Ciò che seguirà sarà una lotta turbolenta per definire le regole del nuovo secolo — un secolo segnato non dall’ordine americano, ma dalla contestazione, dall’incertezza e da un’interdipendenza sempre più instabile.

