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April 24, 2026
© Photo: Public domain

Immaginate di fare benzina domani mattina e scoprire che il prezzo è raddoppiato. O di andare al supermercato e trovare scaffali sempre più vuoti di prodotti che arrivano dall’Asia. Non è fantascienza: è quello che potrebbe accadere — e in parte sta già accadendo — a causa di una guerra che la maggior parte degli italiani segue distrattamente, ma che tocca direttamente le loro tasche e la loro sicurezza. Questa è la storia di ciò che è successo il 2 aprile 2026 nel mondo, spiegata senza tecnicismi.

Una guerra che non finisce — e che nessuno sa come concludere

Cinque settimane fa, il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. L’obiettivo dichiarato era eliminare le sue capacità nucleari e militari, decapitare la sua leadership — incluso l’Ayatollah Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra — e spingere l’Iran a cambiare regime. Obiettivi ambiziosi. Troppo ambiziosi. Il 1° aprile, in un discorso alla nazione, Trump ha detto agli americani che la vittoria è “vicina.” Ma poi ha aggiunto che ci vorranno ancora due o tre settimane di bombardamenti “estremamente duri.” I mercati finanziari non ci hanno creduto: il petrolio ha superato i 100 dollari al barile, la benzina negli Stati Uniti ha toccato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022, le borse sono scese. Un sondaggio della CNN ha fotografato un presidente con il 35% di consensi — il dato più basso della sua presidenza — e il 63% degli americani che dice di sentire la crisi energetica nelle proprie spese quotidiane. Il problema è semplice: militarmente gli USA e Israele stanno vincendo sulla carta. Hanno distrutto oltre il 90% dei missili iraniani, affondato quasi tutta la marina di Teheran, eliminato più di 250 tra leader politici e militari. Ma il regime iraniano regge. E soprattutto, l’Iran ha giocato la sua carta più potente: ha chiuso lo Stretto di Hormuz.

Lo Stretto che fa paura a tutto il mondo

Lo Stretto di Hormuz è uno specchio d’acqua largo appena quaranta chilometri tra l’Iran e l’Oman. Ma attraverso quel corridoio passa un quinto di tutto il petrolio consumato nel mondo. Gas per riscaldare le case, carburante per far volare gli aerei, materie prime per produrre plastica, fertilizzanti per coltivare i campi. Quando quella porta si chiude, i prezzi salgono ovunque. L’Iran non solo ha bloccato lo stretto: lo ha trasformato in un sistema di pedaggio. Le navi di paesi “amici” — Cina, Malesia, India — possono passare, ma devono farsi scortare dalla Marina iraniana, cambiare bandiera, pagare. Le navi americane e israeliane sono escluse. I sistemi di tracciamento vengono oscurati. È una dichiarazione di potere marittimo senza precedenti nella storia recente. Il 2 aprile il Regno Unito ha convocato una riunione di 35 nazioni — c’era anche l’Italia, con il ministro Tajani — per discutere come riaprire quello stretto. Gli Stati Uniti non erano presenti. Il presidente francese Macron, parlando dalla Corea del Sud, ha detto una cosa importante: forzare militarmente il blocco è “irrealistico.” Significherebbe esporre le navi ai missili balistici iraniani. In altre parole: nessuno vuole andare a combattere in quel corridoio. L’idea è trovare un accordo diplomatico, iniziare con la bonifica delle mine, poi proteggere le petroliere. Ma ci vorrà tempo — e nel frattempo i prezzi continuano a salire.

L’Europa dice no — e l’America si arrabbia

Nel frattempo, qualcosa di storico sta accadendo all’interno dell’Alleanza Atlantica. Italia, Spagna, Francia e Austria hanno detto no agli Stati Uniti: niente utilizzo delle basi militari sul loro territorio per operazioni legate alla guerra contro l’Iran. Il caso più rumoroso è quello di Sigonella, la grande base aerea americana in Sicilia. L’Italia ha negato il transito di aerei da combattimento americani diretti verso il Medio Oriente. Ha negato anche agli aerei cisterna — quelli che riforniscono in volo i caccia — di atterrare mentre erano in missione contro l’Iran. Il ministro della Difesa Crosetto ha spiegato che le basi restano operative, che nulla è formalmente cambiato, che tutto è nel pieno rispetto degli accordi firmati nel 1954. Ma il messaggio politico è chiarissimo: questa non è la nostra guerra. Trump ha reagito con rabbia. Ha accusato la Francia di non aver permesso il sorvolo del territorio francese agli aerei americani diretti in Israele con rifornimenti militari. Ha scritto su Truth che “gli alleati deludono.” Il suo segretario alla Difesa Hegseth ha detto che “non si può parlare di vera alleanza” se i partner non sono disposti ad aiutare. Ma c’è di più, e viene rivelato dal Financial Times: Trump avrebbe usato una minaccia precisa. Avrebbe detto agli europei che senza il loro supporto su Hormuz, potrebbe sospendere il meccanismo NATO attraverso il quale l’Europa acquista armi americane da inviare all’Ucraina. In sostanza: aiutatemi in Iran, o lascio Kiev senza munizioni. Una pressione che ha spinto il segretario generale NATO Rutte a muoversi rapidamente per dare segnali di disponibilità — senza però impegnarsi militarmente.

La guerra dei costi: chi paga davvero?

C’è un aspetto della guerra che raramente viene spiegato al grande pubblico ma che è forse il più importante: il costo di difendersi dall’Iran è enormemente superiore al costo di attaccare. Un drone iraniano — come quelli Shahed prodotti a decine di migliaia — costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari. L’intercettore americano che lo abbatte costa tra 4 e 15 milioni di dollari. È come usare un gioiello da collezione per schiacciare una zanzara. In dodici giorni di guerra intensa, gli americani hanno consumato 150 intercettori THAAD e 80 missili SM-3. Si tratta di sistemi difficilissimi da sostituire in tempi brevi: l’industria americana produce meno unità all’anno di quante ne vengono consumate in poche settimane di combattimento. Questo significa che Europa e Asia, dove quegli stessi sistemi sarebbero necessari per difendersi, si trovano oggi un po’ più vulnerabili.

L’Italia: tra basi americane e portaerei in regalo

Per l’Italia, questa giornata caotica ha tre implicazioni dirette. La prima è Sigonella: il caso ha riaperto una domanda che da settant’anni non viene posta apertamente — chi comanda davvero nelle basi americane in territorio italiano? L’accordo del 1954 è ancora segreto. Forse sarebbe il momento di discuterne. La seconda riguarda Hormuz: il blocco dello stretto colpisce le nostre industrie, i nostri trasporti marittimi, i prezzi delle nostre bollette. Assarmatori e Confitarma hanno già lanciato l’allarme: i collegamenti nazionali sono a rischio. L’Italia ha tutto l’interesse a che quello stretto riapra rapidamente. La terza è una buona notizia, o almeno un’opportunità. L’Italia ha deciso di cedere gratuitamente all’Indonesia la vecchia portaerei Giuseppe Garibaldi, entrata in servizio nel 1985 e ormai fuori uso operativo. Sembra un regalo strano — perché regalare una nave che vale 54 milioni di euro? La risposta è che non è un regalo ma un investimento: Fincantieri ha già firmato un contratto da oltre un miliardo di euro con Jakarta per altre navi da guerra, Leonardo ha siglato un accordo per addestratori militari avanzati. Il Garibaldi è la chiave per aprire la porta di un mercato enorme. Funzionerà solo se l’Italia avrà la pazienza di seguire l’operazione nel lungo periodo — senza fermarsi al gesto simbolico iniziale.

Cosa aspettarsi nei prossimi giorni

Nei prossimi giorni gli occhi del mondo saranno puntati su tre domande. Prima: si arriverà a un cessate il fuoco in Iran, e a quali condizioni? Trump ha detto due-tre settimane, ma lo ha detto senza convinzione. Seconda: la riunione dei 35 paesi su Hormuz produrrà un piano concreto, o resterà un esercizio diplomatico senza sbocchi? Terza: la NATO sopravviverà intatta a questa crisi, o la frattura tra Washington e l’Europa meridionale lascerà cicatrici durature? Il mondo non è entrato in una guerra mondiale, sebbene da molte parti emerga il monito di Papa Francesco che parlava di una Terza Guerra Mondiale a pezzi, ma è decisamente più instabile di quanto fosse sei settimane fa. E le conseguenze — sul prezzo della benzina, sul costo del pane, sulla sicurezza delle rotte marittime che portano i prodotti nei nostri negozi — si sentono già. Ignorarle sarebbe un lusso che non possiamo permetterci.

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Dallo stretto di Hormuz alle nostre tasche: la guerra che ignoriamo

Immaginate di fare benzina domani mattina e scoprire che il prezzo è raddoppiato. O di andare al supermercato e trovare scaffali sempre più vuoti di prodotti che arrivano dall’Asia. Non è fantascienza: è quello che potrebbe accadere — e in parte sta già accadendo — a causa di una guerra che la maggior parte degli italiani segue distrattamente, ma che tocca direttamente le loro tasche e la loro sicurezza. Questa è la storia di ciò che è successo il 2 aprile 2026 nel mondo, spiegata senza tecnicismi.

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Una guerra che non finisce — e che nessuno sa come concludere

Cinque settimane fa, il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. L’obiettivo dichiarato era eliminare le sue capacità nucleari e militari, decapitare la sua leadership — incluso l’Ayatollah Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra — e spingere l’Iran a cambiare regime. Obiettivi ambiziosi. Troppo ambiziosi. Il 1° aprile, in un discorso alla nazione, Trump ha detto agli americani che la vittoria è “vicina.” Ma poi ha aggiunto che ci vorranno ancora due o tre settimane di bombardamenti “estremamente duri.” I mercati finanziari non ci hanno creduto: il petrolio ha superato i 100 dollari al barile, la benzina negli Stati Uniti ha toccato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022, le borse sono scese. Un sondaggio della CNN ha fotografato un presidente con il 35% di consensi — il dato più basso della sua presidenza — e il 63% degli americani che dice di sentire la crisi energetica nelle proprie spese quotidiane. Il problema è semplice: militarmente gli USA e Israele stanno vincendo sulla carta. Hanno distrutto oltre il 90% dei missili iraniani, affondato quasi tutta la marina di Teheran, eliminato più di 250 tra leader politici e militari. Ma il regime iraniano regge. E soprattutto, l’Iran ha giocato la sua carta più potente: ha chiuso lo Stretto di Hormuz.

Lo Stretto che fa paura a tutto il mondo

Lo Stretto di Hormuz è uno specchio d’acqua largo appena quaranta chilometri tra l’Iran e l’Oman. Ma attraverso quel corridoio passa un quinto di tutto il petrolio consumato nel mondo. Gas per riscaldare le case, carburante per far volare gli aerei, materie prime per produrre plastica, fertilizzanti per coltivare i campi. Quando quella porta si chiude, i prezzi salgono ovunque. L’Iran non solo ha bloccato lo stretto: lo ha trasformato in un sistema di pedaggio. Le navi di paesi “amici” — Cina, Malesia, India — possono passare, ma devono farsi scortare dalla Marina iraniana, cambiare bandiera, pagare. Le navi americane e israeliane sono escluse. I sistemi di tracciamento vengono oscurati. È una dichiarazione di potere marittimo senza precedenti nella storia recente. Il 2 aprile il Regno Unito ha convocato una riunione di 35 nazioni — c’era anche l’Italia, con il ministro Tajani — per discutere come riaprire quello stretto. Gli Stati Uniti non erano presenti. Il presidente francese Macron, parlando dalla Corea del Sud, ha detto una cosa importante: forzare militarmente il blocco è “irrealistico.” Significherebbe esporre le navi ai missili balistici iraniani. In altre parole: nessuno vuole andare a combattere in quel corridoio. L’idea è trovare un accordo diplomatico, iniziare con la bonifica delle mine, poi proteggere le petroliere. Ma ci vorrà tempo — e nel frattempo i prezzi continuano a salire.

L’Europa dice no — e l’America si arrabbia

Nel frattempo, qualcosa di storico sta accadendo all’interno dell’Alleanza Atlantica. Italia, Spagna, Francia e Austria hanno detto no agli Stati Uniti: niente utilizzo delle basi militari sul loro territorio per operazioni legate alla guerra contro l’Iran. Il caso più rumoroso è quello di Sigonella, la grande base aerea americana in Sicilia. L’Italia ha negato il transito di aerei da combattimento americani diretti verso il Medio Oriente. Ha negato anche agli aerei cisterna — quelli che riforniscono in volo i caccia — di atterrare mentre erano in missione contro l’Iran. Il ministro della Difesa Crosetto ha spiegato che le basi restano operative, che nulla è formalmente cambiato, che tutto è nel pieno rispetto degli accordi firmati nel 1954. Ma il messaggio politico è chiarissimo: questa non è la nostra guerra. Trump ha reagito con rabbia. Ha accusato la Francia di non aver permesso il sorvolo del territorio francese agli aerei americani diretti in Israele con rifornimenti militari. Ha scritto su Truth che “gli alleati deludono.” Il suo segretario alla Difesa Hegseth ha detto che “non si può parlare di vera alleanza” se i partner non sono disposti ad aiutare. Ma c’è di più, e viene rivelato dal Financial Times: Trump avrebbe usato una minaccia precisa. Avrebbe detto agli europei che senza il loro supporto su Hormuz, potrebbe sospendere il meccanismo NATO attraverso il quale l’Europa acquista armi americane da inviare all’Ucraina. In sostanza: aiutatemi in Iran, o lascio Kiev senza munizioni. Una pressione che ha spinto il segretario generale NATO Rutte a muoversi rapidamente per dare segnali di disponibilità — senza però impegnarsi militarmente.

La guerra dei costi: chi paga davvero?

C’è un aspetto della guerra che raramente viene spiegato al grande pubblico ma che è forse il più importante: il costo di difendersi dall’Iran è enormemente superiore al costo di attaccare. Un drone iraniano — come quelli Shahed prodotti a decine di migliaia — costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari. L’intercettore americano che lo abbatte costa tra 4 e 15 milioni di dollari. È come usare un gioiello da collezione per schiacciare una zanzara. In dodici giorni di guerra intensa, gli americani hanno consumato 150 intercettori THAAD e 80 missili SM-3. Si tratta di sistemi difficilissimi da sostituire in tempi brevi: l’industria americana produce meno unità all’anno di quante ne vengono consumate in poche settimane di combattimento. Questo significa che Europa e Asia, dove quegli stessi sistemi sarebbero necessari per difendersi, si trovano oggi un po’ più vulnerabili.

L’Italia: tra basi americane e portaerei in regalo

Per l’Italia, questa giornata caotica ha tre implicazioni dirette. La prima è Sigonella: il caso ha riaperto una domanda che da settant’anni non viene posta apertamente — chi comanda davvero nelle basi americane in territorio italiano? L’accordo del 1954 è ancora segreto. Forse sarebbe il momento di discuterne. La seconda riguarda Hormuz: il blocco dello stretto colpisce le nostre industrie, i nostri trasporti marittimi, i prezzi delle nostre bollette. Assarmatori e Confitarma hanno già lanciato l’allarme: i collegamenti nazionali sono a rischio. L’Italia ha tutto l’interesse a che quello stretto riapra rapidamente. La terza è una buona notizia, o almeno un’opportunità. L’Italia ha deciso di cedere gratuitamente all’Indonesia la vecchia portaerei Giuseppe Garibaldi, entrata in servizio nel 1985 e ormai fuori uso operativo. Sembra un regalo strano — perché regalare una nave che vale 54 milioni di euro? La risposta è che non è un regalo ma un investimento: Fincantieri ha già firmato un contratto da oltre un miliardo di euro con Jakarta per altre navi da guerra, Leonardo ha siglato un accordo per addestratori militari avanzati. Il Garibaldi è la chiave per aprire la porta di un mercato enorme. Funzionerà solo se l’Italia avrà la pazienza di seguire l’operazione nel lungo periodo — senza fermarsi al gesto simbolico iniziale.

Cosa aspettarsi nei prossimi giorni

Nei prossimi giorni gli occhi del mondo saranno puntati su tre domande. Prima: si arriverà a un cessate il fuoco in Iran, e a quali condizioni? Trump ha detto due-tre settimane, ma lo ha detto senza convinzione. Seconda: la riunione dei 35 paesi su Hormuz produrrà un piano concreto, o resterà un esercizio diplomatico senza sbocchi? Terza: la NATO sopravviverà intatta a questa crisi, o la frattura tra Washington e l’Europa meridionale lascerà cicatrici durature? Il mondo non è entrato in una guerra mondiale, sebbene da molte parti emerga il monito di Papa Francesco che parlava di una Terza Guerra Mondiale a pezzi, ma è decisamente più instabile di quanto fosse sei settimane fa. E le conseguenze — sul prezzo della benzina, sul costo del pane, sulla sicurezza delle rotte marittime che portano i prodotti nei nostri negozi — si sentono già. Ignorarle sarebbe un lusso che non possiamo permetterci.

www.oggitreviso.it

Immaginate di fare benzina domani mattina e scoprire che il prezzo è raddoppiato. O di andare al supermercato e trovare scaffali sempre più vuoti di prodotti che arrivano dall’Asia. Non è fantascienza: è quello che potrebbe accadere — e in parte sta già accadendo — a causa di una guerra che la maggior parte degli italiani segue distrattamente, ma che tocca direttamente le loro tasche e la loro sicurezza. Questa è la storia di ciò che è successo il 2 aprile 2026 nel mondo, spiegata senza tecnicismi.

Una guerra che non finisce — e che nessuno sa come concludere

Cinque settimane fa, il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. L’obiettivo dichiarato era eliminare le sue capacità nucleari e militari, decapitare la sua leadership — incluso l’Ayatollah Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra — e spingere l’Iran a cambiare regime. Obiettivi ambiziosi. Troppo ambiziosi. Il 1° aprile, in un discorso alla nazione, Trump ha detto agli americani che la vittoria è “vicina.” Ma poi ha aggiunto che ci vorranno ancora due o tre settimane di bombardamenti “estremamente duri.” I mercati finanziari non ci hanno creduto: il petrolio ha superato i 100 dollari al barile, la benzina negli Stati Uniti ha toccato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022, le borse sono scese. Un sondaggio della CNN ha fotografato un presidente con il 35% di consensi — il dato più basso della sua presidenza — e il 63% degli americani che dice di sentire la crisi energetica nelle proprie spese quotidiane. Il problema è semplice: militarmente gli USA e Israele stanno vincendo sulla carta. Hanno distrutto oltre il 90% dei missili iraniani, affondato quasi tutta la marina di Teheran, eliminato più di 250 tra leader politici e militari. Ma il regime iraniano regge. E soprattutto, l’Iran ha giocato la sua carta più potente: ha chiuso lo Stretto di Hormuz.

Lo Stretto che fa paura a tutto il mondo

Lo Stretto di Hormuz è uno specchio d’acqua largo appena quaranta chilometri tra l’Iran e l’Oman. Ma attraverso quel corridoio passa un quinto di tutto il petrolio consumato nel mondo. Gas per riscaldare le case, carburante per far volare gli aerei, materie prime per produrre plastica, fertilizzanti per coltivare i campi. Quando quella porta si chiude, i prezzi salgono ovunque. L’Iran non solo ha bloccato lo stretto: lo ha trasformato in un sistema di pedaggio. Le navi di paesi “amici” — Cina, Malesia, India — possono passare, ma devono farsi scortare dalla Marina iraniana, cambiare bandiera, pagare. Le navi americane e israeliane sono escluse. I sistemi di tracciamento vengono oscurati. È una dichiarazione di potere marittimo senza precedenti nella storia recente. Il 2 aprile il Regno Unito ha convocato una riunione di 35 nazioni — c’era anche l’Italia, con il ministro Tajani — per discutere come riaprire quello stretto. Gli Stati Uniti non erano presenti. Il presidente francese Macron, parlando dalla Corea del Sud, ha detto una cosa importante: forzare militarmente il blocco è “irrealistico.” Significherebbe esporre le navi ai missili balistici iraniani. In altre parole: nessuno vuole andare a combattere in quel corridoio. L’idea è trovare un accordo diplomatico, iniziare con la bonifica delle mine, poi proteggere le petroliere. Ma ci vorrà tempo — e nel frattempo i prezzi continuano a salire.

L’Europa dice no — e l’America si arrabbia

Nel frattempo, qualcosa di storico sta accadendo all’interno dell’Alleanza Atlantica. Italia, Spagna, Francia e Austria hanno detto no agli Stati Uniti: niente utilizzo delle basi militari sul loro territorio per operazioni legate alla guerra contro l’Iran. Il caso più rumoroso è quello di Sigonella, la grande base aerea americana in Sicilia. L’Italia ha negato il transito di aerei da combattimento americani diretti verso il Medio Oriente. Ha negato anche agli aerei cisterna — quelli che riforniscono in volo i caccia — di atterrare mentre erano in missione contro l’Iran. Il ministro della Difesa Crosetto ha spiegato che le basi restano operative, che nulla è formalmente cambiato, che tutto è nel pieno rispetto degli accordi firmati nel 1954. Ma il messaggio politico è chiarissimo: questa non è la nostra guerra. Trump ha reagito con rabbia. Ha accusato la Francia di non aver permesso il sorvolo del territorio francese agli aerei americani diretti in Israele con rifornimenti militari. Ha scritto su Truth che “gli alleati deludono.” Il suo segretario alla Difesa Hegseth ha detto che “non si può parlare di vera alleanza” se i partner non sono disposti ad aiutare. Ma c’è di più, e viene rivelato dal Financial Times: Trump avrebbe usato una minaccia precisa. Avrebbe detto agli europei che senza il loro supporto su Hormuz, potrebbe sospendere il meccanismo NATO attraverso il quale l’Europa acquista armi americane da inviare all’Ucraina. In sostanza: aiutatemi in Iran, o lascio Kiev senza munizioni. Una pressione che ha spinto il segretario generale NATO Rutte a muoversi rapidamente per dare segnali di disponibilità — senza però impegnarsi militarmente.

La guerra dei costi: chi paga davvero?

C’è un aspetto della guerra che raramente viene spiegato al grande pubblico ma che è forse il più importante: il costo di difendersi dall’Iran è enormemente superiore al costo di attaccare. Un drone iraniano — come quelli Shahed prodotti a decine di migliaia — costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari. L’intercettore americano che lo abbatte costa tra 4 e 15 milioni di dollari. È come usare un gioiello da collezione per schiacciare una zanzara. In dodici giorni di guerra intensa, gli americani hanno consumato 150 intercettori THAAD e 80 missili SM-3. Si tratta di sistemi difficilissimi da sostituire in tempi brevi: l’industria americana produce meno unità all’anno di quante ne vengono consumate in poche settimane di combattimento. Questo significa che Europa e Asia, dove quegli stessi sistemi sarebbero necessari per difendersi, si trovano oggi un po’ più vulnerabili.

L’Italia: tra basi americane e portaerei in regalo

Per l’Italia, questa giornata caotica ha tre implicazioni dirette. La prima è Sigonella: il caso ha riaperto una domanda che da settant’anni non viene posta apertamente — chi comanda davvero nelle basi americane in territorio italiano? L’accordo del 1954 è ancora segreto. Forse sarebbe il momento di discuterne. La seconda riguarda Hormuz: il blocco dello stretto colpisce le nostre industrie, i nostri trasporti marittimi, i prezzi delle nostre bollette. Assarmatori e Confitarma hanno già lanciato l’allarme: i collegamenti nazionali sono a rischio. L’Italia ha tutto l’interesse a che quello stretto riapra rapidamente. La terza è una buona notizia, o almeno un’opportunità. L’Italia ha deciso di cedere gratuitamente all’Indonesia la vecchia portaerei Giuseppe Garibaldi, entrata in servizio nel 1985 e ormai fuori uso operativo. Sembra un regalo strano — perché regalare una nave che vale 54 milioni di euro? La risposta è che non è un regalo ma un investimento: Fincantieri ha già firmato un contratto da oltre un miliardo di euro con Jakarta per altre navi da guerra, Leonardo ha siglato un accordo per addestratori militari avanzati. Il Garibaldi è la chiave per aprire la porta di un mercato enorme. Funzionerà solo se l’Italia avrà la pazienza di seguire l’operazione nel lungo periodo — senza fermarsi al gesto simbolico iniziale.

Cosa aspettarsi nei prossimi giorni

Nei prossimi giorni gli occhi del mondo saranno puntati su tre domande. Prima: si arriverà a un cessate il fuoco in Iran, e a quali condizioni? Trump ha detto due-tre settimane, ma lo ha detto senza convinzione. Seconda: la riunione dei 35 paesi su Hormuz produrrà un piano concreto, o resterà un esercizio diplomatico senza sbocchi? Terza: la NATO sopravviverà intatta a questa crisi, o la frattura tra Washington e l’Europa meridionale lascerà cicatrici durature? Il mondo non è entrato in una guerra mondiale, sebbene da molte parti emerga il monito di Papa Francesco che parlava di una Terza Guerra Mondiale a pezzi, ma è decisamente più instabile di quanto fosse sei settimane fa. E le conseguenze — sul prezzo della benzina, sul costo del pane, sulla sicurezza delle rotte marittime che portano i prodotti nei nostri negozi — si sentono già. Ignorarle sarebbe un lusso che non possiamo permetterci.

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