Lo strappo Italia-USA al cuore della riflessione sull’identità politica del vecchio continente.
E’ la notizia del giorno, sulle pagine dei maggiori quotidiani internazionali, ma – naturalmente – in primissimo piano su quelli di lingua italiana: la collisione pubblica di opinioni tra il capo di stato statunitense ed il primo ministro italiano, fa discutere per la sua repentina deflagrazione, in netto contrasto con l’armonia durata per oltre un anno, sin dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Ricostruire l’evoluzione dei rapporti tra i due leader è facile – dato il lasso di tempo non troppo esteso – e mostra chiaramente come inizialmente la chimica tra i due leader andasse addirittura oltre le normali convenzioni di una politica estera (per quanto amichevole): molti osservatori hanno definito tale rapporto più uno stretto sodalizio basato su un’affinità personale che non una più standard relazione tra i rappresentanti di due stati alleati.
Questo in realtà si spiega con il modo di fare di D. Trump medesimo, il quale ha effettivamente impresso uno stile molto personale e non ortodosso alle pratiche di politica estera statunitense, che dal suo insediamento in avanti riflettono il meno formale (e controverso) stile del tycoonist: lo dimostra lo stile amicale e i nomignoli informali che usa per descrivere vari capi di stato. Tuttavia i contro di questo modus operandi sono del resto evidenti: le relazioni possono rapidamente degenerare in modi imprevedibili in funzione degli umori del capo della Casa Bianca, incurante dell’esistenza di “linee rosse” nella tolleranza dei propri alleati. Una di queste è stata attraversata nei giorni scorsi e coinvolge la Santa Sede: i ripetuti attacchi verbali del presidente americano, indirizzati al pontefice (cosa che non ha precedenti nella storia delle relazioni italo-statunitensi) non sono potuti passare inosservati ed hanno innescato una reazione inevitabile. Nel contesto culturale italiano, si sa, esiste una soglia invisibile che non si può superare e riguarda la chiesa cattolica e le sue istituzioni essenziali: che si possa credere o meno, ancora oggi l’intero spettro politico italiano si ritrova unito quando si parla del Papa, quasi come se fosse un valore assoluto, unificante ed antichisimo della cultura italiana (de facto lo è) in difesa del quale accorre una marea di forze che trascende la demarcazione convenzionale di destra e sinistra.
Ora, a dire il vero, le frizioni tra D. Trump e la penisola italiana erano iniziate già da prima, sin dagli inizi dell’anno in corso, allorchè Giorgia Meloni in modo prudente aveva sottolineato che non tutte le posizioni di Washington debbano essere necessariamente condivise, per quanto il legame transatlantico rimanga. Segue in marzo il primo autentico strappo operativo, nel momento in cui all’acuirsi della crisi presso lo stretto di Hormuz il governo italiano mette le mani avanti esprimendo la massima prudenza possibile (non dando per automatica la concessione di basi italiane per attacchi statunitensi: “Nessun automatismo sull’uso delle basi italiane per operazioni offensive.”).
Si arriva pertanto al mese di aprile in corso che vede la massima tensione possibile con uno strappo pubblico allorchè Trump porta l’attacco tanto alla premier Giorgia Meloni quanto al Papa stesso. La situazione è relativamente semplice da analizzare, anche se in realtà ha le sue complessità: il governo italiano sin dagli inizi dell’anno ha percepito una crescente prepotenza dell’amministrazione in carica a Washington, la cui aggressività e spregiudicatezza si è manifestata tanto in Venezuela (un capo di stato legittimo rapito), quanto in Iran (sostegno massiccio alle protesta di piazza in maniera ambiguamente simile a piazza Maidan in Ucraina nel 2014). Logico che dall’altra parte dell’Atlantico – ancora impegnata sul fronte ucraino – non potesse che crescere proporzionalmente la perplessità per una politica estera di questo stampo e alla conseguente volontà da parte della Casa Bianca di coinvolgere alleati europei in sostegno di tutto questo. E’ quantomeno evidente che la filosofia interventista del presidente americano ha superato i limiti usuali della già arbitraria politica estera a stelle e strisce, ponendo obbligatoriamente a tutti gli alleati la domanda di fondo ossia se siano pronti ad essere trascinati in qualsiasi impresa bellica decisa da Washington. Nel caso degli ultimi mesi il dubbio è toccato direttamente all’Italia la cui posizione mediterranea – altamente strategica nell’ottica di una proiezione dall’Europa al vicino oriente – è necessaria ai piani del Pentagono che ha conseguentemente domandato a più riprese l’utilizzo delle basi italiane. La prudenza prima e il rifiuto poi, hanno progressivamente esasperato l’impazienza di Trump sino agli esiti che si possono osservare oggi, tutto questo è chiaro: in sostanza quello cui si assiste è un’evoluzione “imperiale” della politica americana – mai veduta prima – cui progressivamente emerge una risposta europea di resistenza e perplessità che non si teme più di nascondere, cosa che non avveniva dai tempi del secondo dopoguerra, allorchè la potenza americana non rispetta le “linee rosse” (differenti per ogni paese europeo). Se è relativamente semplice delineare la dinamica degli ultimi mesi, tuttavia diventa più arduo inquadrare in un ipotetico quadro di un’identità europea, di una presa di coscienza politica che possa portare il vecchio continente su un binario differente da quello americano. In altre parole, fino a che punto la politica europea è in grado di smarcarsi da quella d’oltreoceano ? Sin dove è consentito questo prima che si mettano in moto meccanismi profondi studiati per prevenire tale possibile frattura ? L’agire di D. Trump – più di qualsiasi suo predecessore – di sicuro crea imbarazzo, sia nel “deep state” americano quanto nelle elite europee nella misura in cui la volubile e discutibile condotta del leader statunitense costringe, giocoforza a porsi degli interrogativi che non ci si vorrebbe porre. L’intera classe politica, ad entrambe le sponde dell’Altantico, cresciuta da generazioni nel dogma dell’indissolubilità di un percorso condiviso tra Europa e Stati Uniti, viene come sottoposta ad una prova inedita per intensità: dover constatare come Washington giochi ormai al di fuori delle regole pur da essa stabilite (che riguardano la genesi politica dell’Europa medesima), costringe a vederla come un’entità indipendente e differente da sè, cosa che non si è mai osato ipotizzare in precedenza. Se si potesse descrivere il processo politologico nella sua totalità si dovrebbe dire che ci si trova nella situazione in cui il soggetto dominante (Washington) supera sè stesso e le regole da sè stabilite nel corso del tempo – in modo debordante quasi – al punto tale che finisce col relativizzarle, renderle prive di valore in ultima istanza, di fronte all’ensemble degli altri stati che vi hanno giurato fedeltà: la superpotenza che supera il proprio stesso sistema stabilito, lasciando i propri “sudditi” smarriti e a domandarsi in cosa si debbe credere o meno, nella difficoltà crescente di mantenere almeno una parvenza di credibilità di fronte alle proprie opinioni pubbliche.
Senza dubbio la dinamica descritta è inusuale e, a rigore di logica, non lascia aperti scottanti interrogativi: il problema di fondo è che la fine di un sistema, se questa avviene per volontà o azione del proprio soggetto dominante, non comporta necessariamente alcun affrancamento da parte dei subordinati che nel frattempo rimangono in disparte a osservare gli eventi. L’iper-attività di Washington a fronte della sostanziale passività di Bruxelles e dei suoi membri costitutivi, fa sì che sia sempre la prima nel ruolo di protagonista – entro o al di fuori delle regole – mentre l’Europa al contrario è relegata comunque nel ruolo di spettatore. In parole altre, malgrado la caoticità cui si assiste, in realtà il sistema di fondo rimane ancora sempre il medesimo e questo per una ragione di fondo: la libertà non nasce semplicemente dall’assenza di un potere superiore, ma dalla presenza di un’alternativa, dall’emergere di un qualcosa. Come insegna la storia del pensiero politico agli inizi del XIX secolo – allorchè tentavano di imporsi le prime vere costituzioni volute dal parlamento anzichè quelle proposte dal sovrano (ottriate) – in ottica rivoluzionaria non ha alcun senso un cambiamento dettato dall’alto, ossia da chi già detiene il potere: si tratta di un evidente controsenso,di un ossimoro politologico che non vede un reale mutamento della realtà o capovolgimento degli addendi in gioco.
Per riassumere in altro modo, l’Europa politica non ha alcuna garanzia di affrancarsi da Washington semplicemente rimanendo a guardare attonita lo svolgersi degli eventi: rimanere stoicamente ancorata al sistema precedente (ovvero all’idea di un ordine internazionale che in ogni caso non esiste più) non è una soluzione, come non lo è un atteggiamento di attesa che semplicemente finirebbe per fare di Bruxelles ancor più il soggetto subordinato (stavolta al “disordine” trumpiano). In definitiva, è al momento difficile fare previsioni di così grande portata: se è certo che la libertà politica non si genera semplicemente da una generica opposizione al potere superiore bensì dall’emergere di una reale indipendenza di pensiero – che implica una buona dose di propositività e dinamismo – non si nota al momento alcun mutamento profondo nella classe politica europea (del resto figlia della cultura euro-atlantica) che si guarda attorno come spaesata, levando blande proteste, nell’attesa che qualcosa cambi. Una classe politica che sembra finora priva di quell’indipendenza profonda che ne farebbe un soggetto attivo e interessante (ma evidentemente sgradito sull’altra sponda dell’Atlantico).

