Italiano
Davide Rossi
April 17, 2026
© Photo: Public domain

Nel Vecchio Continente il moltiplicarsi dei conflitti, oltre a peggiorare l’esborso per il pieno di benzina e di gasolio, accrescere lo scontrino della spesa al supermercato, lasciare a terra qualche aeroplano senza cherosene, offre l’impressione di un generale disinteresse per un mondo intento a scivolare, non si capisce neppure quanto effettivamente consapevole, verso più gravose guerre planetarie senza appunto neppure accorgersene troppo.

Donald Trump, sotto evidente ricatto israeliano, si presta a guerreggiare in lungo e in largo per tutti i continenti, contraddicendo la sua proposta politica e il suo primo mandato dal 2016 al 2020, un quadriennio senza guerre e con accordi sindacali per l’aumento dei salari.[1]

Tuttavia il quadro della società statunitense, a un anno dal ritorno nelle stanze del potere del trumpismo, è ancora più frammentato e complesso. L’evidente delusione per un’amministrazione bellicista nelle lande più disparate del globo e poco capace di rilanciare il lavoro in patria scontenta, più ancora degli oppositori inveterati, la stessa base trumpiana.

L’invincibilità statunitense, un mito auto-alimentatosi per evidente delirio di onnipotenza prima durante la Guerra Fredda, poi con isterica auto-incensazione dopo l’esaurirsi del campo sovietico, è contraddetto da decenni, si pensi alle sconfitte in Afghanistan e in Iraq, ma oggi più ancora pesa il risvolto ideologico fallimentare fondato sul presunto predominio del dollaro, asse portante del furto delle materie prime energetiche, minerarie e alimentari a danno del Sud Globale, un furto oggi non più praticabile, visto che l’asse sino – russo offre al Sud Globale un’alternativa economica: attraverso interscambi non predatori, un’alternativa politica: nel solco della proposta di nuovo ordine mondiale multipolare.

Il delirio è stato talmente immenso che dalle parti di Washington hanno immaginato, almeno dagli anni ‘90 del passato secolo, di poter plasmare la terra, i popoli, le nazioni, chissà forse pure l’universo intero, a loro immagine e somiglianza con un miscuglio di cosmopolitismo, globalismo, iperliberismo, i quali invece non solo sono stati bellamente rifiutati da popoli e nazioni che rivendicano propri percorsi democratici nel solco delle loro culture e delle loro tradizioni, ma che nel loro coacervo (dis)valoriale hanno portato anche alla frammentazione e all’impoverimento della stessa società statunitense al suo interno.

Gli Stati Uniti si dimostrano con chiarezza una nazione incapace di trovare un’etica condivisa e degli interessi collettivi, palese fallimento di un’egemonia che hanno provato a imporre nel secolo statunitense (1945 – 2012) a tutto il globo terracqueo attraverso un tentato dominio economico forzatamente liberista e una subalternità politica al liberalismo plutocratico, modelli maldestramente applicati a casa loro e che avrebbero voluto imporre all’umanità intera, rivelandosi entrambe vuoti contenitori di un sostanziale imperialismo neo – coloniale planetario.

Il cortocircuito tra proiezione mentale di sé e realtà è ancor più evidente se si analizza il sistema sanzionatorio messo in campo da sempre dalla Casa Bianca, convinti di poter disporre del mondo, per indirizzarlo a una cieca e supina obbedienza, i presidenti statunitensi hanno emanato per decenni sanzioni, contro singole persone, contro aziende e contro stati sovrani, tuttavia con il nuovo millennio il sistema sanzionatorio è passato dall’emanazione di qualche decina l’anno a centinaia di migliaia, una visita del sito che riassume l’azione sanzionatoria è reperibile cercando in rete: “The Specially Designated Nationals and Blocked Persons of Office of Foreign Assets Control”, una lettura che può aiutare a comprendere lo scarto tra un’agognata prepotenza e una palese impotenza.

Dentro questo declino non reversibile, gli Stati Uniti stanno vivendo una frantumazione del tessuto sociale e parimenti del panorama politico, un fatto senza precedenti, se non forse al tempo della Guerra Civile (1861 – 1865). Tuttavia allora lo scontro tra gli stati industriali del nord e quelli agricoli del sud era ben connotato, i primi erano contrari alla manodopera schiavile del sud, vista non come ingiustizia umanitaria, ma come concorrenza economica sleale, tant’è che, abolita la schiavitù, l’emancipazione dei neri ha dovuto aspettare Martin Luther King e oltre un secolo per vedersi affermata, a tutta dimostrazione che Abraham Lincoln e i suoi sodali non ambivano certo a un nobile obiettivo di dignità universale, ma a più biasimevoli calcoli volti al profitto.

La frammentazione odierna degli Stati Uniti è connotata da un odio e da una rabbia che si esprimono a tutti i livelli, tra persone di orientamenti culturali e politici differenti, tra poteri pubblici e privati, tra propugnatori di più Stato, di meno Stato, di un modo diverso in cui dovrebbe essere e funzionare lo Stato.

Gli statunitensi sono generalmente depressi, vivono soli, si rinchiudono in casa con il telefono come unica finestra verso il mondo esterno, non credono più nel “sogno americano” e fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

Patria, famiglia, comunità, solidarietà, poco importa se declinati laicamente in modo liberal o religiosamente in modo conservatore, ancorché strillati dai loro convinti propugnatori, sono valori sempre più flebili e impalpabili, poco credibili dentro una peggioramento costante delle vite dei singoli, peggioramento che poco spazio lascia alla possibilità di coltivare speranze.

I giovani della fascia tra i diciotto e i trentotto anni sono quelli che maggiormente non credono più in nulla, indebitati per lauree che non permettono loro di trovare un lavoro, impossibilitati a trovar casa in un mercato immobiliare a misura dei soli abbienti e ultra – abbienti, neppure si sposano, essendo una generazione attanagliata da un radicale odio di genere reciproco, le donne e le ragazze contestano il presunto patriarcato e le sue costruzioni più o meno reali e immaginarie, i ragazzi e gli uomini sono generalmente aderenti a una visione conservatrice della famiglia e della società che chiuda la stagione di un femminismo violento e disprezzatore del genere maschile.

La sudditanza di Donald Trump ai progetti mediorientali sanguinari ed egemonici di Benjamin Netanyahu sta compattando in modo inconsapevole, sebbene tra loro risolutamente non comunicanti, queste due porzioni della società, i giovani democratici, senza rendersi conto di essere i rappresentanti di un partito che da sempre ha sostenuto i sionisti e il sionismo, contestano il colonialismo genocidario israeliano verso i palestinesi e verso tutte le nazioni dell’area, i giovani elettori trumpiani protestano ricordando al presidente che hanno votato “America First” e non “Israel First”. Su un secondo punto, anche in questo con premesse e con prospettive diverse, i giovani si ritrovano, ovvero ritengono che in nessun modo ci sia una democrazia a stelle e strisce da esportare o un regime lontano da cambiare o rovesciare, poiché i devastanti risultati, dal Vietnam in poi, sono loro molto chiari e chiedono e pretendono che ci occupi degli Stati Uniti, non certo dell’Iraq o dell’Iran.

Tuttavia la spaccatura, che porta alcuni analisti a tratteggiare i contorni di una “Guerra Civile Fredda”, attraversa l’intera società, gli statunitensi, fomentati da un utilizzo dei social media tutto improntato a isolarsi con le proprie convinzioni, respingendo qualsiasi possibilità di confronto, sono convinti che coloro che non la pensino come loro siano disonesti, immorali e stupidi, in una fenomenale, identica, simmetrica reciprocità di sentimenti tra trumpiani e anti – trumpiani.

Dentro questo disastro, Donald Trump ha ormai rinunciato a governare, reputandolo probabilmente inutile, provando piuttosto a esercitare un potere in cui i conflitti con le altre istituzioni siano all’ordine del giorno, a partire dalla Corte Suprema, per manifestare, con ancor più evidenza, da un lato i limiti da lui ritenuti nefasti del sistema liberale, dall’altro la sua convinta aspirazione a un comando che non ammetta confini e limitazioni.

La spregiudicatezza della famiglia Trump in tutti i settori, da quello immobiliare a quello finanziario, da quello tecnologico a quello diplomatico, raccontano, ben più dell’aspirazione certo esistente verso un lucro personale, la volontà di gestire la caotica anarchia in cui sta sprofondando la sconquassata democrazia statunitense, non certo esportabile, contrattando di volta in volta il perimetro del potere personale del presidente e del guadagno familiare con gli altri potentati del sistema plutocratico a stelle e strisce, dimensione intrinseca di un’organizzazione statuale che ha rifiutato e respinto da sempre la partecipazione popolare, reputandola erronea perché non censitaria.

La postura aggressiva e guerrafondaia di Trump marginalizza non solo il variegato panorama dei suoi sostenitori legati al mondo MAGA, ma anche chi dentro la sua amministrazione si sia mostrato risolutamente contrario alle avventure belliche e alla messa in secondo piano dei temi sociali del lavoro, dei salari, della riapertura delle fabbriche a partire dal vicepresidente James David Vance e della Direttrice dei Servizi Segreti Interni Tulsi Gabbard, entrambi pubblicamente espressisi contro l’aggressione israelo – statunitense contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

Mentre i democratici propongono un ritorno al passato non solo del tutto impossibile, ma anche rifiutato dalla sua stessa base elettorale che al netto dell’anti – trumpismo, non intende tornare a un liberismo succube dei peggiori appetiti delle multinazionali speculative, ecco che il campo repubblicano è sostanzialmente diviso in svariati tronconi, sempre meno capaci di dialogare e finanche di comunicare tra di loro, da un lato Trump i suoi più stretti accoliti e la sua famiglia, decisi a esercitare un crescente potere decisionale e di indirizzo in ogni campo, travalicando e di molto anche i vaghi limiti del fragile, irrisolto e diseguale sistema istituzionale statunitense, gli attivisti MAGA inferociti per il tradimento del mandato sociale che è alla base dei settantasette milioni di voti ottenuti da Donald Trump contro Kamala Harris nel novembre 2024, i quali guardano al vicepresidente James David Vance, il quale non si sa quanto voglia o possa ricambiare tale attenzione, i tecnocapitalisti che hanno di fatto abbandonato tanto il presidente, quanto il vicepresidente, giocando una partita del tutto autonoma, diversa e lontana da tutto e da tutti, massimamente dagli attivisti MAGA con le loro richieste di partecipazione dal basso che i tecnocapitalisti non hanno mai sopportato, legandosi piuttosto ognuno di loro a un pezzo dello Stato non per garantirne il funzionamento, ma per costruire un feudo personale da cui muovere contro tutti gli altri, per altro in una condizione di subordinazione degli interessi generali, che dovrebbero invece essere perseguiti da ogni singolo rispettivo settore in quanto pubblici, ai loro privatissimi interessi economici, pena mettere in difficoltà tali settori, dall’aerospazio alla sicurezza, un contributo economico e tecnologico privato dunque fattosi ricattatorio nei confronti dello Stato, pena la fine del suo funzionamento.

Quello che appare chiaro è che gli Stati Uniti corrono verso una crescente frantumazione sociale e politica i cui esiti in ogni caso non possono che apparire tanto imprevedibili, quanto preoccupanti, più ancora che per i cittadini stessi di quella nazione, per il resto dell’umanità, obbligata, certo non ancora per molto, ma almeno per qualche decennio, a doversi confrontare con la loro invadente, inqualificabile e debordante prepotenza.

*

[1] Andrew Spannaus – L’America post globale. Trump, il coronavirus e il futuro – Mimesis 2020

La società statunitense sempre più frammentata e conflittuale, anche la base MAGA, i tecnocapitalisti e la famiglia Trump sempre più divisi tra loro

Nel Vecchio Continente il moltiplicarsi dei conflitti, oltre a peggiorare l’esborso per il pieno di benzina e di gasolio, accrescere lo scontrino della spesa al supermercato, lasciare a terra qualche aeroplano senza cherosene, offre l’impressione di un generale disinteresse per un mondo intento a scivolare, non si capisce neppure quanto effettivamente consapevole, verso più gravose guerre planetarie senza appunto neppure accorgersene troppo.

Segue nostro Telegram.

Donald Trump, sotto evidente ricatto israeliano, si presta a guerreggiare in lungo e in largo per tutti i continenti, contraddicendo la sua proposta politica e il suo primo mandato dal 2016 al 2020, un quadriennio senza guerre e con accordi sindacali per l’aumento dei salari.[1]

Tuttavia il quadro della società statunitense, a un anno dal ritorno nelle stanze del potere del trumpismo, è ancora più frammentato e complesso. L’evidente delusione per un’amministrazione bellicista nelle lande più disparate del globo e poco capace di rilanciare il lavoro in patria scontenta, più ancora degli oppositori inveterati, la stessa base trumpiana.

L’invincibilità statunitense, un mito auto-alimentatosi per evidente delirio di onnipotenza prima durante la Guerra Fredda, poi con isterica auto-incensazione dopo l’esaurirsi del campo sovietico, è contraddetto da decenni, si pensi alle sconfitte in Afghanistan e in Iraq, ma oggi più ancora pesa il risvolto ideologico fallimentare fondato sul presunto predominio del dollaro, asse portante del furto delle materie prime energetiche, minerarie e alimentari a danno del Sud Globale, un furto oggi non più praticabile, visto che l’asse sino – russo offre al Sud Globale un’alternativa economica: attraverso interscambi non predatori, un’alternativa politica: nel solco della proposta di nuovo ordine mondiale multipolare.

Il delirio è stato talmente immenso che dalle parti di Washington hanno immaginato, almeno dagli anni ‘90 del passato secolo, di poter plasmare la terra, i popoli, le nazioni, chissà forse pure l’universo intero, a loro immagine e somiglianza con un miscuglio di cosmopolitismo, globalismo, iperliberismo, i quali invece non solo sono stati bellamente rifiutati da popoli e nazioni che rivendicano propri percorsi democratici nel solco delle loro culture e delle loro tradizioni, ma che nel loro coacervo (dis)valoriale hanno portato anche alla frammentazione e all’impoverimento della stessa società statunitense al suo interno.

Gli Stati Uniti si dimostrano con chiarezza una nazione incapace di trovare un’etica condivisa e degli interessi collettivi, palese fallimento di un’egemonia che hanno provato a imporre nel secolo statunitense (1945 – 2012) a tutto il globo terracqueo attraverso un tentato dominio economico forzatamente liberista e una subalternità politica al liberalismo plutocratico, modelli maldestramente applicati a casa loro e che avrebbero voluto imporre all’umanità intera, rivelandosi entrambe vuoti contenitori di un sostanziale imperialismo neo – coloniale planetario.

Il cortocircuito tra proiezione mentale di sé e realtà è ancor più evidente se si analizza il sistema sanzionatorio messo in campo da sempre dalla Casa Bianca, convinti di poter disporre del mondo, per indirizzarlo a una cieca e supina obbedienza, i presidenti statunitensi hanno emanato per decenni sanzioni, contro singole persone, contro aziende e contro stati sovrani, tuttavia con il nuovo millennio il sistema sanzionatorio è passato dall’emanazione di qualche decina l’anno a centinaia di migliaia, una visita del sito che riassume l’azione sanzionatoria è reperibile cercando in rete: “The Specially Designated Nationals and Blocked Persons of Office of Foreign Assets Control”, una lettura che può aiutare a comprendere lo scarto tra un’agognata prepotenza e una palese impotenza.

Dentro questo declino non reversibile, gli Stati Uniti stanno vivendo una frantumazione del tessuto sociale e parimenti del panorama politico, un fatto senza precedenti, se non forse al tempo della Guerra Civile (1861 – 1865). Tuttavia allora lo scontro tra gli stati industriali del nord e quelli agricoli del sud era ben connotato, i primi erano contrari alla manodopera schiavile del sud, vista non come ingiustizia umanitaria, ma come concorrenza economica sleale, tant’è che, abolita la schiavitù, l’emancipazione dei neri ha dovuto aspettare Martin Luther King e oltre un secolo per vedersi affermata, a tutta dimostrazione che Abraham Lincoln e i suoi sodali non ambivano certo a un nobile obiettivo di dignità universale, ma a più biasimevoli calcoli volti al profitto.

La frammentazione odierna degli Stati Uniti è connotata da un odio e da una rabbia che si esprimono a tutti i livelli, tra persone di orientamenti culturali e politici differenti, tra poteri pubblici e privati, tra propugnatori di più Stato, di meno Stato, di un modo diverso in cui dovrebbe essere e funzionare lo Stato.

Gli statunitensi sono generalmente depressi, vivono soli, si rinchiudono in casa con il telefono come unica finestra verso il mondo esterno, non credono più nel “sogno americano” e fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

Patria, famiglia, comunità, solidarietà, poco importa se declinati laicamente in modo liberal o religiosamente in modo conservatore, ancorché strillati dai loro convinti propugnatori, sono valori sempre più flebili e impalpabili, poco credibili dentro una peggioramento costante delle vite dei singoli, peggioramento che poco spazio lascia alla possibilità di coltivare speranze.

I giovani della fascia tra i diciotto e i trentotto anni sono quelli che maggiormente non credono più in nulla, indebitati per lauree che non permettono loro di trovare un lavoro, impossibilitati a trovar casa in un mercato immobiliare a misura dei soli abbienti e ultra – abbienti, neppure si sposano, essendo una generazione attanagliata da un radicale odio di genere reciproco, le donne e le ragazze contestano il presunto patriarcato e le sue costruzioni più o meno reali e immaginarie, i ragazzi e gli uomini sono generalmente aderenti a una visione conservatrice della famiglia e della società che chiuda la stagione di un femminismo violento e disprezzatore del genere maschile.

La sudditanza di Donald Trump ai progetti mediorientali sanguinari ed egemonici di Benjamin Netanyahu sta compattando in modo inconsapevole, sebbene tra loro risolutamente non comunicanti, queste due porzioni della società, i giovani democratici, senza rendersi conto di essere i rappresentanti di un partito che da sempre ha sostenuto i sionisti e il sionismo, contestano il colonialismo genocidario israeliano verso i palestinesi e verso tutte le nazioni dell’area, i giovani elettori trumpiani protestano ricordando al presidente che hanno votato “America First” e non “Israel First”. Su un secondo punto, anche in questo con premesse e con prospettive diverse, i giovani si ritrovano, ovvero ritengono che in nessun modo ci sia una democrazia a stelle e strisce da esportare o un regime lontano da cambiare o rovesciare, poiché i devastanti risultati, dal Vietnam in poi, sono loro molto chiari e chiedono e pretendono che ci occupi degli Stati Uniti, non certo dell’Iraq o dell’Iran.

Tuttavia la spaccatura, che porta alcuni analisti a tratteggiare i contorni di una “Guerra Civile Fredda”, attraversa l’intera società, gli statunitensi, fomentati da un utilizzo dei social media tutto improntato a isolarsi con le proprie convinzioni, respingendo qualsiasi possibilità di confronto, sono convinti che coloro che non la pensino come loro siano disonesti, immorali e stupidi, in una fenomenale, identica, simmetrica reciprocità di sentimenti tra trumpiani e anti – trumpiani.

Dentro questo disastro, Donald Trump ha ormai rinunciato a governare, reputandolo probabilmente inutile, provando piuttosto a esercitare un potere in cui i conflitti con le altre istituzioni siano all’ordine del giorno, a partire dalla Corte Suprema, per manifestare, con ancor più evidenza, da un lato i limiti da lui ritenuti nefasti del sistema liberale, dall’altro la sua convinta aspirazione a un comando che non ammetta confini e limitazioni.

La spregiudicatezza della famiglia Trump in tutti i settori, da quello immobiliare a quello finanziario, da quello tecnologico a quello diplomatico, raccontano, ben più dell’aspirazione certo esistente verso un lucro personale, la volontà di gestire la caotica anarchia in cui sta sprofondando la sconquassata democrazia statunitense, non certo esportabile, contrattando di volta in volta il perimetro del potere personale del presidente e del guadagno familiare con gli altri potentati del sistema plutocratico a stelle e strisce, dimensione intrinseca di un’organizzazione statuale che ha rifiutato e respinto da sempre la partecipazione popolare, reputandola erronea perché non censitaria.

La postura aggressiva e guerrafondaia di Trump marginalizza non solo il variegato panorama dei suoi sostenitori legati al mondo MAGA, ma anche chi dentro la sua amministrazione si sia mostrato risolutamente contrario alle avventure belliche e alla messa in secondo piano dei temi sociali del lavoro, dei salari, della riapertura delle fabbriche a partire dal vicepresidente James David Vance e della Direttrice dei Servizi Segreti Interni Tulsi Gabbard, entrambi pubblicamente espressisi contro l’aggressione israelo – statunitense contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

Mentre i democratici propongono un ritorno al passato non solo del tutto impossibile, ma anche rifiutato dalla sua stessa base elettorale che al netto dell’anti – trumpismo, non intende tornare a un liberismo succube dei peggiori appetiti delle multinazionali speculative, ecco che il campo repubblicano è sostanzialmente diviso in svariati tronconi, sempre meno capaci di dialogare e finanche di comunicare tra di loro, da un lato Trump i suoi più stretti accoliti e la sua famiglia, decisi a esercitare un crescente potere decisionale e di indirizzo in ogni campo, travalicando e di molto anche i vaghi limiti del fragile, irrisolto e diseguale sistema istituzionale statunitense, gli attivisti MAGA inferociti per il tradimento del mandato sociale che è alla base dei settantasette milioni di voti ottenuti da Donald Trump contro Kamala Harris nel novembre 2024, i quali guardano al vicepresidente James David Vance, il quale non si sa quanto voglia o possa ricambiare tale attenzione, i tecnocapitalisti che hanno di fatto abbandonato tanto il presidente, quanto il vicepresidente, giocando una partita del tutto autonoma, diversa e lontana da tutto e da tutti, massimamente dagli attivisti MAGA con le loro richieste di partecipazione dal basso che i tecnocapitalisti non hanno mai sopportato, legandosi piuttosto ognuno di loro a un pezzo dello Stato non per garantirne il funzionamento, ma per costruire un feudo personale da cui muovere contro tutti gli altri, per altro in una condizione di subordinazione degli interessi generali, che dovrebbero invece essere perseguiti da ogni singolo rispettivo settore in quanto pubblici, ai loro privatissimi interessi economici, pena mettere in difficoltà tali settori, dall’aerospazio alla sicurezza, un contributo economico e tecnologico privato dunque fattosi ricattatorio nei confronti dello Stato, pena la fine del suo funzionamento.

Quello che appare chiaro è che gli Stati Uniti corrono verso una crescente frantumazione sociale e politica i cui esiti in ogni caso non possono che apparire tanto imprevedibili, quanto preoccupanti, più ancora che per i cittadini stessi di quella nazione, per il resto dell’umanità, obbligata, certo non ancora per molto, ma almeno per qualche decennio, a doversi confrontare con la loro invadente, inqualificabile e debordante prepotenza.

*

[1] Andrew Spannaus – L’America post globale. Trump, il coronavirus e il futuro – Mimesis 2020

Nel Vecchio Continente il moltiplicarsi dei conflitti, oltre a peggiorare l’esborso per il pieno di benzina e di gasolio, accrescere lo scontrino della spesa al supermercato, lasciare a terra qualche aeroplano senza cherosene, offre l’impressione di un generale disinteresse per un mondo intento a scivolare, non si capisce neppure quanto effettivamente consapevole, verso più gravose guerre planetarie senza appunto neppure accorgersene troppo.

Donald Trump, sotto evidente ricatto israeliano, si presta a guerreggiare in lungo e in largo per tutti i continenti, contraddicendo la sua proposta politica e il suo primo mandato dal 2016 al 2020, un quadriennio senza guerre e con accordi sindacali per l’aumento dei salari.[1]

Tuttavia il quadro della società statunitense, a un anno dal ritorno nelle stanze del potere del trumpismo, è ancora più frammentato e complesso. L’evidente delusione per un’amministrazione bellicista nelle lande più disparate del globo e poco capace di rilanciare il lavoro in patria scontenta, più ancora degli oppositori inveterati, la stessa base trumpiana.

L’invincibilità statunitense, un mito auto-alimentatosi per evidente delirio di onnipotenza prima durante la Guerra Fredda, poi con isterica auto-incensazione dopo l’esaurirsi del campo sovietico, è contraddetto da decenni, si pensi alle sconfitte in Afghanistan e in Iraq, ma oggi più ancora pesa il risvolto ideologico fallimentare fondato sul presunto predominio del dollaro, asse portante del furto delle materie prime energetiche, minerarie e alimentari a danno del Sud Globale, un furto oggi non più praticabile, visto che l’asse sino – russo offre al Sud Globale un’alternativa economica: attraverso interscambi non predatori, un’alternativa politica: nel solco della proposta di nuovo ordine mondiale multipolare.

Il delirio è stato talmente immenso che dalle parti di Washington hanno immaginato, almeno dagli anni ‘90 del passato secolo, di poter plasmare la terra, i popoli, le nazioni, chissà forse pure l’universo intero, a loro immagine e somiglianza con un miscuglio di cosmopolitismo, globalismo, iperliberismo, i quali invece non solo sono stati bellamente rifiutati da popoli e nazioni che rivendicano propri percorsi democratici nel solco delle loro culture e delle loro tradizioni, ma che nel loro coacervo (dis)valoriale hanno portato anche alla frammentazione e all’impoverimento della stessa società statunitense al suo interno.

Gli Stati Uniti si dimostrano con chiarezza una nazione incapace di trovare un’etica condivisa e degli interessi collettivi, palese fallimento di un’egemonia che hanno provato a imporre nel secolo statunitense (1945 – 2012) a tutto il globo terracqueo attraverso un tentato dominio economico forzatamente liberista e una subalternità politica al liberalismo plutocratico, modelli maldestramente applicati a casa loro e che avrebbero voluto imporre all’umanità intera, rivelandosi entrambe vuoti contenitori di un sostanziale imperialismo neo – coloniale planetario.

Il cortocircuito tra proiezione mentale di sé e realtà è ancor più evidente se si analizza il sistema sanzionatorio messo in campo da sempre dalla Casa Bianca, convinti di poter disporre del mondo, per indirizzarlo a una cieca e supina obbedienza, i presidenti statunitensi hanno emanato per decenni sanzioni, contro singole persone, contro aziende e contro stati sovrani, tuttavia con il nuovo millennio il sistema sanzionatorio è passato dall’emanazione di qualche decina l’anno a centinaia di migliaia, una visita del sito che riassume l’azione sanzionatoria è reperibile cercando in rete: “The Specially Designated Nationals and Blocked Persons of Office of Foreign Assets Control”, una lettura che può aiutare a comprendere lo scarto tra un’agognata prepotenza e una palese impotenza.

Dentro questo declino non reversibile, gli Stati Uniti stanno vivendo una frantumazione del tessuto sociale e parimenti del panorama politico, un fatto senza precedenti, se non forse al tempo della Guerra Civile (1861 – 1865). Tuttavia allora lo scontro tra gli stati industriali del nord e quelli agricoli del sud era ben connotato, i primi erano contrari alla manodopera schiavile del sud, vista non come ingiustizia umanitaria, ma come concorrenza economica sleale, tant’è che, abolita la schiavitù, l’emancipazione dei neri ha dovuto aspettare Martin Luther King e oltre un secolo per vedersi affermata, a tutta dimostrazione che Abraham Lincoln e i suoi sodali non ambivano certo a un nobile obiettivo di dignità universale, ma a più biasimevoli calcoli volti al profitto.

La frammentazione odierna degli Stati Uniti è connotata da un odio e da una rabbia che si esprimono a tutti i livelli, tra persone di orientamenti culturali e politici differenti, tra poteri pubblici e privati, tra propugnatori di più Stato, di meno Stato, di un modo diverso in cui dovrebbe essere e funzionare lo Stato.

Gli statunitensi sono generalmente depressi, vivono soli, si rinchiudono in casa con il telefono come unica finestra verso il mondo esterno, non credono più nel “sogno americano” e fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

Patria, famiglia, comunità, solidarietà, poco importa se declinati laicamente in modo liberal o religiosamente in modo conservatore, ancorché strillati dai loro convinti propugnatori, sono valori sempre più flebili e impalpabili, poco credibili dentro una peggioramento costante delle vite dei singoli, peggioramento che poco spazio lascia alla possibilità di coltivare speranze.

I giovani della fascia tra i diciotto e i trentotto anni sono quelli che maggiormente non credono più in nulla, indebitati per lauree che non permettono loro di trovare un lavoro, impossibilitati a trovar casa in un mercato immobiliare a misura dei soli abbienti e ultra – abbienti, neppure si sposano, essendo una generazione attanagliata da un radicale odio di genere reciproco, le donne e le ragazze contestano il presunto patriarcato e le sue costruzioni più o meno reali e immaginarie, i ragazzi e gli uomini sono generalmente aderenti a una visione conservatrice della famiglia e della società che chiuda la stagione di un femminismo violento e disprezzatore del genere maschile.

La sudditanza di Donald Trump ai progetti mediorientali sanguinari ed egemonici di Benjamin Netanyahu sta compattando in modo inconsapevole, sebbene tra loro risolutamente non comunicanti, queste due porzioni della società, i giovani democratici, senza rendersi conto di essere i rappresentanti di un partito che da sempre ha sostenuto i sionisti e il sionismo, contestano il colonialismo genocidario israeliano verso i palestinesi e verso tutte le nazioni dell’area, i giovani elettori trumpiani protestano ricordando al presidente che hanno votato “America First” e non “Israel First”. Su un secondo punto, anche in questo con premesse e con prospettive diverse, i giovani si ritrovano, ovvero ritengono che in nessun modo ci sia una democrazia a stelle e strisce da esportare o un regime lontano da cambiare o rovesciare, poiché i devastanti risultati, dal Vietnam in poi, sono loro molto chiari e chiedono e pretendono che ci occupi degli Stati Uniti, non certo dell’Iraq o dell’Iran.

Tuttavia la spaccatura, che porta alcuni analisti a tratteggiare i contorni di una “Guerra Civile Fredda”, attraversa l’intera società, gli statunitensi, fomentati da un utilizzo dei social media tutto improntato a isolarsi con le proprie convinzioni, respingendo qualsiasi possibilità di confronto, sono convinti che coloro che non la pensino come loro siano disonesti, immorali e stupidi, in una fenomenale, identica, simmetrica reciprocità di sentimenti tra trumpiani e anti – trumpiani.

Dentro questo disastro, Donald Trump ha ormai rinunciato a governare, reputandolo probabilmente inutile, provando piuttosto a esercitare un potere in cui i conflitti con le altre istituzioni siano all’ordine del giorno, a partire dalla Corte Suprema, per manifestare, con ancor più evidenza, da un lato i limiti da lui ritenuti nefasti del sistema liberale, dall’altro la sua convinta aspirazione a un comando che non ammetta confini e limitazioni.

La spregiudicatezza della famiglia Trump in tutti i settori, da quello immobiliare a quello finanziario, da quello tecnologico a quello diplomatico, raccontano, ben più dell’aspirazione certo esistente verso un lucro personale, la volontà di gestire la caotica anarchia in cui sta sprofondando la sconquassata democrazia statunitense, non certo esportabile, contrattando di volta in volta il perimetro del potere personale del presidente e del guadagno familiare con gli altri potentati del sistema plutocratico a stelle e strisce, dimensione intrinseca di un’organizzazione statuale che ha rifiutato e respinto da sempre la partecipazione popolare, reputandola erronea perché non censitaria.

La postura aggressiva e guerrafondaia di Trump marginalizza non solo il variegato panorama dei suoi sostenitori legati al mondo MAGA, ma anche chi dentro la sua amministrazione si sia mostrato risolutamente contrario alle avventure belliche e alla messa in secondo piano dei temi sociali del lavoro, dei salari, della riapertura delle fabbriche a partire dal vicepresidente James David Vance e della Direttrice dei Servizi Segreti Interni Tulsi Gabbard, entrambi pubblicamente espressisi contro l’aggressione israelo – statunitense contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

Mentre i democratici propongono un ritorno al passato non solo del tutto impossibile, ma anche rifiutato dalla sua stessa base elettorale che al netto dell’anti – trumpismo, non intende tornare a un liberismo succube dei peggiori appetiti delle multinazionali speculative, ecco che il campo repubblicano è sostanzialmente diviso in svariati tronconi, sempre meno capaci di dialogare e finanche di comunicare tra di loro, da un lato Trump i suoi più stretti accoliti e la sua famiglia, decisi a esercitare un crescente potere decisionale e di indirizzo in ogni campo, travalicando e di molto anche i vaghi limiti del fragile, irrisolto e diseguale sistema istituzionale statunitense, gli attivisti MAGA inferociti per il tradimento del mandato sociale che è alla base dei settantasette milioni di voti ottenuti da Donald Trump contro Kamala Harris nel novembre 2024, i quali guardano al vicepresidente James David Vance, il quale non si sa quanto voglia o possa ricambiare tale attenzione, i tecnocapitalisti che hanno di fatto abbandonato tanto il presidente, quanto il vicepresidente, giocando una partita del tutto autonoma, diversa e lontana da tutto e da tutti, massimamente dagli attivisti MAGA con le loro richieste di partecipazione dal basso che i tecnocapitalisti non hanno mai sopportato, legandosi piuttosto ognuno di loro a un pezzo dello Stato non per garantirne il funzionamento, ma per costruire un feudo personale da cui muovere contro tutti gli altri, per altro in una condizione di subordinazione degli interessi generali, che dovrebbero invece essere perseguiti da ogni singolo rispettivo settore in quanto pubblici, ai loro privatissimi interessi economici, pena mettere in difficoltà tali settori, dall’aerospazio alla sicurezza, un contributo economico e tecnologico privato dunque fattosi ricattatorio nei confronti dello Stato, pena la fine del suo funzionamento.

Quello che appare chiaro è che gli Stati Uniti corrono verso una crescente frantumazione sociale e politica i cui esiti in ogni caso non possono che apparire tanto imprevedibili, quanto preoccupanti, più ancora che per i cittadini stessi di quella nazione, per il resto dell’umanità, obbligata, certo non ancora per molto, ma almeno per qualche decennio, a doversi confrontare con la loro invadente, inqualificabile e debordante prepotenza.

*

[1] Andrew Spannaus – L’America post globale. Trump, il coronavirus e il futuro – Mimesis 2020

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.

See also

See also

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.