È certamente interessante assistere a una mobilitazione giovanile in Europa come non si assisteva da oltre mezzo secolo.
In partenza le ragioni sono differenti, anche se poi hanno fortissimi punti di contatto.
A Berlino e in Germania si protesta per il diritto alla casa, al pari della Spagna. In Francia e in Italia per il diritto all’istruzione e contro il carovita che rende sempre più difficile non solo coprire la spesa alimentare, ma anche accedere ai servizi sanitari, in Albania i giovani scendono nelle piazze contro la svendita di porzioni del territorio nazionale ai sionisti, che vi intendono impiantare basi militari per aggredire la Turchia, presumibilmente a Tripoli.
In molte altre città europee le nuove generazioni sono scese in piazza, dal Belgio all’Olanda, dalla Danimarca all’Austria, dal Portogallo alla Grecia.
Vi sono tuttavia delle forti motivazioni che interconnettono tutte queste lotte ed è il rifiuto categorico e indiscusso della guerra e del riarmo.
Sono generazioni minoritarie, numericamente e di conseguenza politicamente. L’Europa è un continente di anziani in cui le persone tra i sessanta e i novant’anni non solo rappresentano oltre un terzo della popolazione, ma dentro il mondo economico e politico ricoprono la quasi totalità delle responsabilità.
Nel momento in cui i diritti sociali, rappresentanti l’essenza del diritto alla vita, ovvero casa, scuola, salute, lavoro, assistenza nella vecchiaia, vengono messi in discussione per fantasmagoriche politiche di guerra e di morte, quando come in Germania si intende promuovere il ritorno alla leva militare obbligatoria dal 1 gennaio 2027, quando altre nazioni intendono imitare in questo i tedeschi, quando con tutta evidenza si convertono a fini bellici produzioni civili, come quelle automobilistiche, ecco che i giovani, che sono i primi a essere danneggiati da queste politiche, ritengono sia giunto il tempo di una assunzione in prima persona del protagonismo politico, agito non già attraverso forme organizzate, ma realizzato in una mobilitazione per obiettivi che, seppur meno strutturata, resta saldamente pronta a procedere fino al conseguimento degli obiettivi prefissati.
La dichiarata postura dell’Europa per la pace, almeno nei suoi documenti fondativi, al pari di molte Costituzioni delle nazioni del continente, si pensi a quella italiana che nello specifico all’articolo 11 dichiara esplicitamente il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, confligge pesantemente con l’orientamento tutto bellicista dell’attuale politica europea in particolare dell’Unione Europea guidata da Ursula Von der Leyen, la quale si appoggia sulle nazioni baltiche, a cui ha affidato le tre più importanti cariche politiche, relativamente alle competenze degli Esteri, della Difesa e dell’Economia, per altro notoriamente russofobe e rappresentative di soli cinque milioni di cittadine e cittadini, su quelle scandinave e sulla Polonia, altra nazione esasperatamente russofoba.
Il dato significativo è che la maggioranza degli euro – parlamentari delle nazioni fondatrici al pari dei loro cittadini, ovvero Francia, Germania e Italia, a cui si aggiunge la Spagna, le quattro nazioni più popolose del continente, sono contrari alla Commissione Europea attuale e alle sue politiche. Anche se purtroppo molti di quei partiti mantengono in ogni caso una postura ostile al dialogo e alla cooperazione economica con la Russia, la Cina e l’Iran, ovvero restano sostanzialmente subalterni alla NATO, tuttavia è tanto vero quanto evidente che l’attuale Commissione Europea sia supportata da altri gruppi politici, quelli più pesantemente ostili al dialogo con il mondo multipolare e più succubi di fronte agli interessi della Casa Bianca, dimostrando nei fatti tutta la sudditanza dell’Unione Europea verso gli interessi statunitensi e della NATO.
A questa mobilitazione giovanile pare essere estranea la Cekia.
Branchi di comitive di turisti italo-franco-spagnoli, ma più in generale dell’Europa occidentale, assediano in un permanente e brutale assalto il centro storico di Praga, trasformato in un circo permanente non tanto dell’esotismo slavo, quanto piuttosto in rappresentanza della peggiore sagra strapaesana di cattivo gusto, così che ogni millimetro di strada è stato trasformato in negozio, dal tartufo italiano ai massaggi tailandesi, dalla paccottiglia pacchiana, in cui trovi più che le riproduzioni del ponte Carlo, il gattino cinese che saluta con la zampetta anteriore semovente, fino al ristorante asian – vegan – fusion, che – si sa – i fini stomaci occidentali oramai sono refrattari ai quarti di bue e ai quarti di porco della tradizione culinaria boemo – morava, magari accompagnati con molte patate arrosto, abbondanti crauti e corposi boccali di birra.
Il ricordo di una Praga adagiata sui due lati della Moldava tra Malà Strana e piazza Venceslao, come un insieme di viuzze buie e silenziose, strette tra un passato hussita capace di forgiare una identità nazionale costruendola sull’uguaglianza e i più recenti tempi del certo introspettivo e problematico Franz Kafka, deve prendere atto che sono definitivamente cancellati.
Anche il poliedrico è irriverente Jaroslav Hašek, che nella sua ribelle esistenza aveva trovato armonia interiore solo quando, da prigioniero di guerra austro – ungarico durante il primo conflitto mondiale, è diventato cittadino sovietico e commissario politico di un battaglione bolscevico impegnato nell’estremo Oriente mongolo durante la guerra civile, è diventato consumistico supporto a decine di ristoranti che provano a dirsi tradizionali e fanno abbondantemente uso dei disegni stupendi di Josef Lada, delicato e originalissimo disegnatore, nativo di un villaggio contadino della Boemia centrale, realizzati per “Il buon soldato Švejk”, l’opera di Hašek più pirotecnica, dissacratoria e antimilitarista, in cui un buon uomo, eseguendo sempre con ingenua e letterale perfezione gli ordini dei suoi superiori, ottiene costantemente il risultato opposto rispetto a quello da loro atteso.
Oggi a Praga c’è invece poco da ironizzare, su tutti i palazzi pubblici non svetta soltanto, come giusto, la bandiera nazionale, ma anche quella dell’Unione Europea e – molto imbarazzantemente – quella Ucraina, questa terza più a significare il permanente odio antirusso dei ceki, o almeno di una quota rilevante di essi, piuttosto che a simboleggiare un’autentica solidarietà con il popolo ucraino.
D’altronde a segno della totale mercificazione della società ceco – morava compiuta attraverso una colonizzazione dell’immaginario personale collettivo da parte dell’Occidente capitalista, ecco che anche in metropolitana oltre a qualche manifesto pubblicitario dentro le carrozze, che può comunque essere scarabocchiato, se ne vedono in quantità in videoschermi digitali fuori dai finestrini tra una fermata e l’altra, come a dire che alla colonizzazione e alla mercificazione non ci possa essere mai un limite.
Il colonialismo e la sudditanza psicologica ai modelli occidentali di matrice statunitense si esplicitano nella sfera culturale e sociale nella forma dunque della più violenta mercificazione di ogni aspetto della vita, dal punto di vista politico è l’ambasciata tedesca, che incombe davanti al palazzo presidenziale dalla collina attigua e quasi contrapposta, a ricordare lo stato di minorità che i ciechi devono subire nei confronti di Washington e Bruxelles, senza la necessità dei carri armati hitleriani del settembre 1938 nei Sudeti e del marzo 1939 a Praga.
Il fronte politico filo-occidentale legato alla NATO e a Bruxelles non perde occasione per fare chiasso e cercare di delegittimare il primo ministro Andrej Babiš, colpevole ai loro occhi di ritenere russi e cinesi dei possibili interlocutori economici e politici e non dei nemici da combattere.
Ovviamente l’ultima domenica di ottobre, appena giunta la notizia della sconfitta di Aleksandar Vučić in Serbia, i più asserviti sostenitori della Casa Bianca e della signora Von der Leyen sono corsi nelle piazze della Città Vecchia della capitale per protestare contro l’abolizione del canone radiotelevisivo, accusando il governo di soffocare la libertà di stampa in ragione della loro preconcetta e antagonistica contrapposizione a qualsiasi iniziativa governativa. In realtà Babiš ha assolutamente ragione, essendo quello radio-televisivo non un servizio pubblico, ma una collaudata grancassa mediatica al servizio di poteri esterni, dalle multinazionali speculative occidentali, ai circoli ultra – europeisti e ultra – atlantisti. Non professionisti della comunicazione dunque, ma menestrelli al servizio di interessi extranazionali.
Non resta che osservare qualche vecchio tram d’epoca socialista che ancora sferraglia tra molti nuovissimi e ipertecnologici, ricordando quando Ernesto Che Guevara, salvato dai sovietici in Congo all’ultimo momento, in quel lontano 1965, è stato portato in questa città per riprendersi dopo la tragica esperienza africana, a dimostrazione che non vi fosse tra lui e Mosca nessun conflitto, alimentato solo dalla peggior storiografia dedicata al grande rivoluzionario argentino per nascita e cubano per scelta, falsificazione costruita attorno a una errorea interpretazione di un suo discorso ad Algeri a una riunione di solidarietà asiatico – africana.
Proprio a Praga Guevara ritrova una giovane funzionaria del ministero degli Esteri della DDR, la Germania socialista, Tania Tamara Bunke, conosciuta all’ambasciata tedesco – orientale dell’Avana, nata a Buenos Aires nel 1937 da genitori comunisti tedeschi, scappati per salvarsi dal nazismo e rientrati nel 1952 nella nazione fondata da Bertolt Brecht e Anna Seghers, scegliendo di vivere a Stalinstadt, oggi Eisenhüttenstadt.
Insieme, nelle notti praghesi trascorse abbracciati, progetteranno l’incauta impresa boliviana, a poco serviranno i consigli di Fidel Castro per convincerli a desistere da una spedizione tanto temeraria.
Moriranno a distanza di alcune settimane, lei a fine giugno, in attesa da tre mesi di un figlio di quell’a , brutalmente infilzata dalle baionette dei soldati armati e addestrati dalla CIA, lui il 9 ottobre 1967 a La Higuera.
Tuttavia di tutto questo e di molto altro oggi a Praga non ci si ricorda più.

