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Giacomo Gabellini
November 6, 2026
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Come Israele è diventato un rifugio per criminali di origine ebraica provenienti da tutto il mondo

Lo scorso dicembre, una squadra dii giornalisti dell’«Ukrainska Pravda» ha scovato Timur Mindich, ex braccio destro del presidente Zelensky e co-proprietario della casa di produzione Kvartal-95 riparato in fretta e furia in Israele poche ore prima che l’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (Nabu) perquisisse le sue proprietà. Un volta entrati negli immobili riconducibili a Mindich, gli agenti ucraini avevano trovato pacchi di banconote, oggetti di lusso e perfino un water d’oro.

I reporter ucraini hanno fotografato Mindich mentre si aggirava per le vie di Tel Aviv, facendo affidamento, a dispetto del mandato d’arresto a suo carico spiccato dai magistrati ucraini, sulla ferma indisponibilità del governo israeliano a procedere all’estradizione.

Quella consistente nell’accogliere, ai sensi della Legge del Ritorno, e successivamente proteggere ebrei macchiatisi di reati più o meno pesanti nei rispettivi Paesi d’origine rappresenta una prassi molto consolidata in Israele.

Il caso più noto è indubbiamente quello di Meyer Lansky, leader indiscusso della cosiddetta “Kosher Nostra” che aveva raccolto milioni di dollari nei primi anni ’40 per favorire la nascita di Israele.

Nel 1970 Lansky riparò nello Stato ebraico dopo esser stato messo sotto indagine dagli inquirenti statunitensi impegnati a far luce sulle redditizie attività criminali che aveva messo in piedi negli Usa. Le autorità israeliane decisero di accogliere questo “filantropo” sulla base di considerazioni dettate dal mutuo interesse reciproco: «ogni anno, Lansky investiva assieme ai suoi soci ingenti somme in bond israeliani e nelle istituzioni filantropiche dello Stato ebraico […]. Il governo israeliano non intendeva assolutamente perdere i milioni di dollari di denaro sporco riciclato dalle organizzazioni mafiose ed incanalato negli affari e nell’industria israeliana».

Assieme a Lansky (che fu poi estradato negli Usa per ordine del premier Golda Meir dietro forti pressioni di Washington), si trasferirono in quegli anni in Israele esponenti della mafia ebraica come Harry Stromberg (alias Nig Rosen), Joseph Stacher, Morris Schmertzler (alias Max Courtney) e Frank Ritter (alias Red Reed).

La Legge del Ritorno si è rivelata una carta vincente anche per gli oligarchi russi che si erano arricchiti a dismisura sotto la presidenza El’cin con l’iniquo processo di privatizzazione dell’economia basato sull’Operazione Voucher e sul meccanismo “prestiti per azioni”. Grazie alla norma, questi magnati hanno avuto modo di ottenere la cittadinanza israeliana e di trasferirsi in pianta semi-stabile nello Stato ebraico, importandovi anche il patrimonio ed alcuni rami delle loro attività imprenditoriali. Una tendenza che si è considerevolmente radicalizzata sotto la presidenza di Vladimir Putin, il cui progetto di ricostruzione dell’autorità statale aveva ben presto portato all’apertura di una serie di inchieste giudiziarie culminate, in alcuni casi, con l’incarcerazione di alcuni tra i più potenti oligarchi.

Così, dopo l’insediamento di miliardari del calibro di Vladimir Gusinskij (condannato per frode e riciclaggio) e Leonid Nevzlin (condannato per aver commissionato svariati omicidi), magnati ebreo-russi e/o ebreo-ucraini come Vitalij Malkin, Moshe Kantor, Arkadij Gaydamak, Roman Abramovič, Valerij Kogan, Vladimir Dubov, Mikhail Brudno, Igor Kolomojskij, ecc. hanno ottenuto il passaporto israeliano e investito pesantemente nello Stato ebraico, attirati dal lassismo delle autorità di Tel Aviv in materia di controllo e regolamentazione dei flussi di capitali esteri – lo stesso Boris Berezovskij, definito da uno specialista come Pino Arlacchi «boss supremo della criminalità organizzata russa degli anni ‘90» (1), aveva allacciato strettissimi legami con l’establishment israeliano e si recava molto spesso in viaggio nello Stato ebraico. L’assenza di leggi atte a contrastare il riciclaggio di denaro sporco ha infatti contribuito in maniera determinante ad alimentare questo corposo flusso di liquidità all’interno dell’economia israeliana, così come le esenzioni fiscali di cui godono le banche religiose operanti all’interno dei confini nazionali, a cui gli oligarchi ebreo-russi erano soliti affidare buona parte della propria ricchezza. Secondo Jonathan Winer, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato e stretto collaboratore dell’allora senatore John Kerry, verso la fine del XX Secolo «non c’era alcuno dei personaggi chiave della criminalità organizzata russa che stavamo seguendo che non disponesse del passaporto israeliano».

Non stupisce quindi che l’«Economist» si sia spinto a definire Israele il «parco giochi degli oligarchi russi».

Nel giugno 2002, una squadra composta da agenti delle polizie europee e dell’Fbi ha richiamato per la prima volta l’attenzione internazionale su questo fenomeno tramite l’Operazione Spiderweb, nell’ambito della quale furono arrestati una ventina di malviventi russo-israeliani rei di aver ripulito capitali sporchi tramite la Bank of New York e la russa Menatep, la banca d’affari fondata dall’oligarca Mikheil Kodorkhovskij con il denaro fornito dal gruppo Rothschild – che gli era servito anche per rilevare a prezzi stracciati la colossale impresa Yukos, poi ri-nazionalizzata da Putin e confluita in Gazprom. Gli inquirenti euro-statunitensi hanno anche avuto modo di raccogliere prove attestanti il coinvolgimento della Nordex, una società finanziaria di proprietà dell’oligarca lettone-israeliano Grigorij Loutchansky, e della Benex, una società riconducibile a Marc Rich, lo spregiudicato imprenditore capace di guadagnare una fortuna facendo affari petroliferi con Paesi sottoposti all’embargo Usa (l’Iran in particolare) e commettendo altre gravi violazioni di vario genere, a partire da un’abnorme evasione fiscale negli Stati Uniti. Una volta inserito nella lista dei primi dieci latitanti ricercati dell’Fbi, Rich chiese aiuto alle autorità israeliane, che gli concessero il passaporto in cambio di forti investimenti nell’economia dello Stato ebraico.

Nel corso dei decenni, il fenomeno della collusione tra esponenti della leadership israeliana e malavita organizzata – che in alcuni casi ha visto ex generali israeliani convolti addirittura nel traffico di organi – è cresciuto esponenzialmente, al punto che già nel 2009 l’ambasciatore statunitense a Tel Aviv James Cunningham ritenne necessario inviare al Dipartimento di Stato, all’Fbi e ad altre agenzie federali un cablogramma intitolato eloquentemente Israele: Terra Promessa del crimine organizzato?, in cui si dichiarava che «il crimine organizzato in Israele ha raggiunto una portata globale, con un impatto diretto negli Stati Uniti […]. Non è chiaro quale sia il livello di penetrazione della criminalità organizzata all’interno dell’establishment israeliano e quanti pubblici funzionari siano stati corrotti. La polizia israeliana tende a minimizzare il fenomeno, nonostante la stampa nazionale riporti piuttosto di frequente notizie relative ad agenti di polizia corrotti. Da qualche tempo a questa parte, si è assistito a un salto di qualità del fenomeno. Proprio lo scorso mese, politici israeliani e personalità mafiose si sono incontrati al funerale dell’attivista pro-Likud Shlomi Oz, legato alla famiglia Alperon ed arrestato per estorsione nel 1990. Tra i presenti c’era anche Omri Sharon, figlio dell’ex primo ministro Ariel Sharon […]. Nel 2004, l’ex ministro Gonen Segev è stato arrestato per aver cercato di contrabbandare migliaia di pasticche di ecstasy in Israele, dopo che le forze di polizia avevano acclarato il suo coinvolgimento con la malavita organizzata. L’elezione di Inbal Gavrieli alla Knesset nel 2003 come membro del Likud ha sollevato forti preoccupazioni circa l’influenza della criminalità organizzata nell’orientare le scelte del comitato centrale del partito. La Gavrieli non ha esitato ad avvalersi dell’immunità parlamentare e delle altre prerogative spettanti alla sua carica per bloccare le indagini sugli affari di suo padre, un potente boss del crimine […]. Non si sa molto riguardo alla portata delle attività criminali dei russi in Israele, ma fonti della polizia stimano in circa 10 miliardi di dollari l’ammontare dei capitali investiti dalla mafia russa in partecipazioni azionarie israeliane».

NOTE

1) Arlacchi, Pino, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano 2009, p. 15.

Israele come rifugio dei criminali, da Meyer Lansky a Timur Mindich

Come Israele è diventato un rifugio per criminali di origine ebraica provenienti da tutto il mondo

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Lo scorso dicembre, una squadra dii giornalisti dell’«Ukrainska Pravda» ha scovato Timur Mindich, ex braccio destro del presidente Zelensky e co-proprietario della casa di produzione Kvartal-95 riparato in fretta e furia in Israele poche ore prima che l’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (Nabu) perquisisse le sue proprietà. Un volta entrati negli immobili riconducibili a Mindich, gli agenti ucraini avevano trovato pacchi di banconote, oggetti di lusso e perfino un water d’oro.

I reporter ucraini hanno fotografato Mindich mentre si aggirava per le vie di Tel Aviv, facendo affidamento, a dispetto del mandato d’arresto a suo carico spiccato dai magistrati ucraini, sulla ferma indisponibilità del governo israeliano a procedere all’estradizione.

Quella consistente nell’accogliere, ai sensi della Legge del Ritorno, e successivamente proteggere ebrei macchiatisi di reati più o meno pesanti nei rispettivi Paesi d’origine rappresenta una prassi molto consolidata in Israele.

Il caso più noto è indubbiamente quello di Meyer Lansky, leader indiscusso della cosiddetta “Kosher Nostra” che aveva raccolto milioni di dollari nei primi anni ’40 per favorire la nascita di Israele.

Nel 1970 Lansky riparò nello Stato ebraico dopo esser stato messo sotto indagine dagli inquirenti statunitensi impegnati a far luce sulle redditizie attività criminali che aveva messo in piedi negli Usa. Le autorità israeliane decisero di accogliere questo “filantropo” sulla base di considerazioni dettate dal mutuo interesse reciproco: «ogni anno, Lansky investiva assieme ai suoi soci ingenti somme in bond israeliani e nelle istituzioni filantropiche dello Stato ebraico […]. Il governo israeliano non intendeva assolutamente perdere i milioni di dollari di denaro sporco riciclato dalle organizzazioni mafiose ed incanalato negli affari e nell’industria israeliana».

Assieme a Lansky (che fu poi estradato negli Usa per ordine del premier Golda Meir dietro forti pressioni di Washington), si trasferirono in quegli anni in Israele esponenti della mafia ebraica come Harry Stromberg (alias Nig Rosen), Joseph Stacher, Morris Schmertzler (alias Max Courtney) e Frank Ritter (alias Red Reed).

La Legge del Ritorno si è rivelata una carta vincente anche per gli oligarchi russi che si erano arricchiti a dismisura sotto la presidenza El’cin con l’iniquo processo di privatizzazione dell’economia basato sull’Operazione Voucher e sul meccanismo “prestiti per azioni”. Grazie alla norma, questi magnati hanno avuto modo di ottenere la cittadinanza israeliana e di trasferirsi in pianta semi-stabile nello Stato ebraico, importandovi anche il patrimonio ed alcuni rami delle loro attività imprenditoriali. Una tendenza che si è considerevolmente radicalizzata sotto la presidenza di Vladimir Putin, il cui progetto di ricostruzione dell’autorità statale aveva ben presto portato all’apertura di una serie di inchieste giudiziarie culminate, in alcuni casi, con l’incarcerazione di alcuni tra i più potenti oligarchi.

Così, dopo l’insediamento di miliardari del calibro di Vladimir Gusinskij (condannato per frode e riciclaggio) e Leonid Nevzlin (condannato per aver commissionato svariati omicidi), magnati ebreo-russi e/o ebreo-ucraini come Vitalij Malkin, Moshe Kantor, Arkadij Gaydamak, Roman Abramovič, Valerij Kogan, Vladimir Dubov, Mikhail Brudno, Igor Kolomojskij, ecc. hanno ottenuto il passaporto israeliano e investito pesantemente nello Stato ebraico, attirati dal lassismo delle autorità di Tel Aviv in materia di controllo e regolamentazione dei flussi di capitali esteri – lo stesso Boris Berezovskij, definito da uno specialista come Pino Arlacchi «boss supremo della criminalità organizzata russa degli anni ‘90» (1), aveva allacciato strettissimi legami con l’establishment israeliano e si recava molto spesso in viaggio nello Stato ebraico. L’assenza di leggi atte a contrastare il riciclaggio di denaro sporco ha infatti contribuito in maniera determinante ad alimentare questo corposo flusso di liquidità all’interno dell’economia israeliana, così come le esenzioni fiscali di cui godono le banche religiose operanti all’interno dei confini nazionali, a cui gli oligarchi ebreo-russi erano soliti affidare buona parte della propria ricchezza. Secondo Jonathan Winer, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato e stretto collaboratore dell’allora senatore John Kerry, verso la fine del XX Secolo «non c’era alcuno dei personaggi chiave della criminalità organizzata russa che stavamo seguendo che non disponesse del passaporto israeliano».

Non stupisce quindi che l’«Economist» si sia spinto a definire Israele il «parco giochi degli oligarchi russi».

Nel giugno 2002, una squadra composta da agenti delle polizie europee e dell’Fbi ha richiamato per la prima volta l’attenzione internazionale su questo fenomeno tramite l’Operazione Spiderweb, nell’ambito della quale furono arrestati una ventina di malviventi russo-israeliani rei di aver ripulito capitali sporchi tramite la Bank of New York e la russa Menatep, la banca d’affari fondata dall’oligarca Mikheil Kodorkhovskij con il denaro fornito dal gruppo Rothschild – che gli era servito anche per rilevare a prezzi stracciati la colossale impresa Yukos, poi ri-nazionalizzata da Putin e confluita in Gazprom. Gli inquirenti euro-statunitensi hanno anche avuto modo di raccogliere prove attestanti il coinvolgimento della Nordex, una società finanziaria di proprietà dell’oligarca lettone-israeliano Grigorij Loutchansky, e della Benex, una società riconducibile a Marc Rich, lo spregiudicato imprenditore capace di guadagnare una fortuna facendo affari petroliferi con Paesi sottoposti all’embargo Usa (l’Iran in particolare) e commettendo altre gravi violazioni di vario genere, a partire da un’abnorme evasione fiscale negli Stati Uniti. Una volta inserito nella lista dei primi dieci latitanti ricercati dell’Fbi, Rich chiese aiuto alle autorità israeliane, che gli concessero il passaporto in cambio di forti investimenti nell’economia dello Stato ebraico.

Nel corso dei decenni, il fenomeno della collusione tra esponenti della leadership israeliana e malavita organizzata – che in alcuni casi ha visto ex generali israeliani convolti addirittura nel traffico di organi – è cresciuto esponenzialmente, al punto che già nel 2009 l’ambasciatore statunitense a Tel Aviv James Cunningham ritenne necessario inviare al Dipartimento di Stato, all’Fbi e ad altre agenzie federali un cablogramma intitolato eloquentemente Israele: Terra Promessa del crimine organizzato?, in cui si dichiarava che «il crimine organizzato in Israele ha raggiunto una portata globale, con un impatto diretto negli Stati Uniti […]. Non è chiaro quale sia il livello di penetrazione della criminalità organizzata all’interno dell’establishment israeliano e quanti pubblici funzionari siano stati corrotti. La polizia israeliana tende a minimizzare il fenomeno, nonostante la stampa nazionale riporti piuttosto di frequente notizie relative ad agenti di polizia corrotti. Da qualche tempo a questa parte, si è assistito a un salto di qualità del fenomeno. Proprio lo scorso mese, politici israeliani e personalità mafiose si sono incontrati al funerale dell’attivista pro-Likud Shlomi Oz, legato alla famiglia Alperon ed arrestato per estorsione nel 1990. Tra i presenti c’era anche Omri Sharon, figlio dell’ex primo ministro Ariel Sharon […]. Nel 2004, l’ex ministro Gonen Segev è stato arrestato per aver cercato di contrabbandare migliaia di pasticche di ecstasy in Israele, dopo che le forze di polizia avevano acclarato il suo coinvolgimento con la malavita organizzata. L’elezione di Inbal Gavrieli alla Knesset nel 2003 come membro del Likud ha sollevato forti preoccupazioni circa l’influenza della criminalità organizzata nell’orientare le scelte del comitato centrale del partito. La Gavrieli non ha esitato ad avvalersi dell’immunità parlamentare e delle altre prerogative spettanti alla sua carica per bloccare le indagini sugli affari di suo padre, un potente boss del crimine […]. Non si sa molto riguardo alla portata delle attività criminali dei russi in Israele, ma fonti della polizia stimano in circa 10 miliardi di dollari l’ammontare dei capitali investiti dalla mafia russa in partecipazioni azionarie israeliane».

NOTE

1) Arlacchi, Pino, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano 2009, p. 15.

Come Israele è diventato un rifugio per criminali di origine ebraica provenienti da tutto il mondo

Lo scorso dicembre, una squadra dii giornalisti dell’«Ukrainska Pravda» ha scovato Timur Mindich, ex braccio destro del presidente Zelensky e co-proprietario della casa di produzione Kvartal-95 riparato in fretta e furia in Israele poche ore prima che l’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (Nabu) perquisisse le sue proprietà. Un volta entrati negli immobili riconducibili a Mindich, gli agenti ucraini avevano trovato pacchi di banconote, oggetti di lusso e perfino un water d’oro.

I reporter ucraini hanno fotografato Mindich mentre si aggirava per le vie di Tel Aviv, facendo affidamento, a dispetto del mandato d’arresto a suo carico spiccato dai magistrati ucraini, sulla ferma indisponibilità del governo israeliano a procedere all’estradizione.

Quella consistente nell’accogliere, ai sensi della Legge del Ritorno, e successivamente proteggere ebrei macchiatisi di reati più o meno pesanti nei rispettivi Paesi d’origine rappresenta una prassi molto consolidata in Israele.

Il caso più noto è indubbiamente quello di Meyer Lansky, leader indiscusso della cosiddetta “Kosher Nostra” che aveva raccolto milioni di dollari nei primi anni ’40 per favorire la nascita di Israele.

Nel 1970 Lansky riparò nello Stato ebraico dopo esser stato messo sotto indagine dagli inquirenti statunitensi impegnati a far luce sulle redditizie attività criminali che aveva messo in piedi negli Usa. Le autorità israeliane decisero di accogliere questo “filantropo” sulla base di considerazioni dettate dal mutuo interesse reciproco: «ogni anno, Lansky investiva assieme ai suoi soci ingenti somme in bond israeliani e nelle istituzioni filantropiche dello Stato ebraico […]. Il governo israeliano non intendeva assolutamente perdere i milioni di dollari di denaro sporco riciclato dalle organizzazioni mafiose ed incanalato negli affari e nell’industria israeliana».

Assieme a Lansky (che fu poi estradato negli Usa per ordine del premier Golda Meir dietro forti pressioni di Washington), si trasferirono in quegli anni in Israele esponenti della mafia ebraica come Harry Stromberg (alias Nig Rosen), Joseph Stacher, Morris Schmertzler (alias Max Courtney) e Frank Ritter (alias Red Reed).

La Legge del Ritorno si è rivelata una carta vincente anche per gli oligarchi russi che si erano arricchiti a dismisura sotto la presidenza El’cin con l’iniquo processo di privatizzazione dell’economia basato sull’Operazione Voucher e sul meccanismo “prestiti per azioni”. Grazie alla norma, questi magnati hanno avuto modo di ottenere la cittadinanza israeliana e di trasferirsi in pianta semi-stabile nello Stato ebraico, importandovi anche il patrimonio ed alcuni rami delle loro attività imprenditoriali. Una tendenza che si è considerevolmente radicalizzata sotto la presidenza di Vladimir Putin, il cui progetto di ricostruzione dell’autorità statale aveva ben presto portato all’apertura di una serie di inchieste giudiziarie culminate, in alcuni casi, con l’incarcerazione di alcuni tra i più potenti oligarchi.

Così, dopo l’insediamento di miliardari del calibro di Vladimir Gusinskij (condannato per frode e riciclaggio) e Leonid Nevzlin (condannato per aver commissionato svariati omicidi), magnati ebreo-russi e/o ebreo-ucraini come Vitalij Malkin, Moshe Kantor, Arkadij Gaydamak, Roman Abramovič, Valerij Kogan, Vladimir Dubov, Mikhail Brudno, Igor Kolomojskij, ecc. hanno ottenuto il passaporto israeliano e investito pesantemente nello Stato ebraico, attirati dal lassismo delle autorità di Tel Aviv in materia di controllo e regolamentazione dei flussi di capitali esteri – lo stesso Boris Berezovskij, definito da uno specialista come Pino Arlacchi «boss supremo della criminalità organizzata russa degli anni ‘90» (1), aveva allacciato strettissimi legami con l’establishment israeliano e si recava molto spesso in viaggio nello Stato ebraico. L’assenza di leggi atte a contrastare il riciclaggio di denaro sporco ha infatti contribuito in maniera determinante ad alimentare questo corposo flusso di liquidità all’interno dell’economia israeliana, così come le esenzioni fiscali di cui godono le banche religiose operanti all’interno dei confini nazionali, a cui gli oligarchi ebreo-russi erano soliti affidare buona parte della propria ricchezza. Secondo Jonathan Winer, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato e stretto collaboratore dell’allora senatore John Kerry, verso la fine del XX Secolo «non c’era alcuno dei personaggi chiave della criminalità organizzata russa che stavamo seguendo che non disponesse del passaporto israeliano».

Non stupisce quindi che l’«Economist» si sia spinto a definire Israele il «parco giochi degli oligarchi russi».

Nel giugno 2002, una squadra composta da agenti delle polizie europee e dell’Fbi ha richiamato per la prima volta l’attenzione internazionale su questo fenomeno tramite l’Operazione Spiderweb, nell’ambito della quale furono arrestati una ventina di malviventi russo-israeliani rei di aver ripulito capitali sporchi tramite la Bank of New York e la russa Menatep, la banca d’affari fondata dall’oligarca Mikheil Kodorkhovskij con il denaro fornito dal gruppo Rothschild – che gli era servito anche per rilevare a prezzi stracciati la colossale impresa Yukos, poi ri-nazionalizzata da Putin e confluita in Gazprom. Gli inquirenti euro-statunitensi hanno anche avuto modo di raccogliere prove attestanti il coinvolgimento della Nordex, una società finanziaria di proprietà dell’oligarca lettone-israeliano Grigorij Loutchansky, e della Benex, una società riconducibile a Marc Rich, lo spregiudicato imprenditore capace di guadagnare una fortuna facendo affari petroliferi con Paesi sottoposti all’embargo Usa (l’Iran in particolare) e commettendo altre gravi violazioni di vario genere, a partire da un’abnorme evasione fiscale negli Stati Uniti. Una volta inserito nella lista dei primi dieci latitanti ricercati dell’Fbi, Rich chiese aiuto alle autorità israeliane, che gli concessero il passaporto in cambio di forti investimenti nell’economia dello Stato ebraico.

Nel corso dei decenni, il fenomeno della collusione tra esponenti della leadership israeliana e malavita organizzata – che in alcuni casi ha visto ex generali israeliani convolti addirittura nel traffico di organi – è cresciuto esponenzialmente, al punto che già nel 2009 l’ambasciatore statunitense a Tel Aviv James Cunningham ritenne necessario inviare al Dipartimento di Stato, all’Fbi e ad altre agenzie federali un cablogramma intitolato eloquentemente Israele: Terra Promessa del crimine organizzato?, in cui si dichiarava che «il crimine organizzato in Israele ha raggiunto una portata globale, con un impatto diretto negli Stati Uniti […]. Non è chiaro quale sia il livello di penetrazione della criminalità organizzata all’interno dell’establishment israeliano e quanti pubblici funzionari siano stati corrotti. La polizia israeliana tende a minimizzare il fenomeno, nonostante la stampa nazionale riporti piuttosto di frequente notizie relative ad agenti di polizia corrotti. Da qualche tempo a questa parte, si è assistito a un salto di qualità del fenomeno. Proprio lo scorso mese, politici israeliani e personalità mafiose si sono incontrati al funerale dell’attivista pro-Likud Shlomi Oz, legato alla famiglia Alperon ed arrestato per estorsione nel 1990. Tra i presenti c’era anche Omri Sharon, figlio dell’ex primo ministro Ariel Sharon […]. Nel 2004, l’ex ministro Gonen Segev è stato arrestato per aver cercato di contrabbandare migliaia di pasticche di ecstasy in Israele, dopo che le forze di polizia avevano acclarato il suo coinvolgimento con la malavita organizzata. L’elezione di Inbal Gavrieli alla Knesset nel 2003 come membro del Likud ha sollevato forti preoccupazioni circa l’influenza della criminalità organizzata nell’orientare le scelte del comitato centrale del partito. La Gavrieli non ha esitato ad avvalersi dell’immunità parlamentare e delle altre prerogative spettanti alla sua carica per bloccare le indagini sugli affari di suo padre, un potente boss del crimine […]. Non si sa molto riguardo alla portata delle attività criminali dei russi in Israele, ma fonti della polizia stimano in circa 10 miliardi di dollari l’ammontare dei capitali investiti dalla mafia russa in partecipazioni azionarie israeliane».

NOTE

1) Arlacchi, Pino, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano 2009, p. 15.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.

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