Italiano
Lorenzo Maria Pacini
August 25, 2026
© Photo: Public domain

Quale posizione strategica sta costruendo l’Italia nel sistema internazionale attraverso il sostegno a Kiev? La guerra contemporanea non ha bisogno di una dichiarazione di guerra per produrre una logica di guerra.

La guerra che non si vede

Una guerra combattuta senza dichiararla ha un vantaggio: nessuno deve mai spiegare quando è cominciata.

La guerra russo-ucraina, sul campo, ha date, mappe, linee del fronte, ma intorno a quel fronte visibile si è addensata una seconda guerra fatta di reti, dati, cavi, brevetti, garanzie all’export, memorandum industriali e squadre di risposta agli incidenti informatici. Questa seconda guerra non produce bollettini, bensì architetture complesse, continuamente variabili e molto, molto onerose.

L’Italia è dentro questa seconda dimensione con un peso crescente e, per lungo tempo, poco raccontato. Il modo in cui Roma sostiene Kiev è passato da una serie di decisioni emergenziali — invii di sistemi d’arma decisi decreto dopo decreto — a qualcosa di più stabile: una trama di rapporti che tiene insieme diplomazia, industria della difesa, cybersicurezza, energia e ricostruzione. Il punto di questo articolo non è stabilire se l’Italia “aiuti” l’Ucraina. È stabilire quale posizione strategica l’Italia stia costruendo per sé mentre lo fa.

Il punto non è se Roma abbia dichiarato una guerra cyber a Mosca. È quale architettura di sicurezza stia costruendo mentre questa distinzione diventa difficile da tracciare.

Il salto di qualità della politica italiana ha una data-simbolo: il 10 e 11 luglio 2025, quando Roma ha ospitato alla Nuvola dell’Eur la Ukraine Recovery Conference, quarta edizione dopo Lugano, Londra e Berlino. Non è stata una conferenza qualsiasi. L’Italia l’ha co-organizzata con la leadership ucraina, e da lì sono usciti circa duecento accordi, quaranta dei quali italiani, per un valore complessivo intorno ai dieci miliardi di euro.

Ospitare una conferenza è, in apparenza, un atto diplomatico, ma più nel profondo, in realtà, è un atto di posizionamento. Chi ospita fissa l’agenda, sceglie i tavoli, decide quali imprese siedono accanto a quali controparti ucraine. La ricostruzione dell’Ucraina non è ancora cominciata sul serio — la guerra è in corso — eppure la geografia degli interessi si sta già disegnando adesso. E l’Italia si è messa al centro di quel disegno prima che il primo mattone venga posato.

Questo è il primo elemento dell’architettura: la conversione di un sostegno reattivo in una posizione di regia. Roma non si limita a mandare. Roma organizza chi manda.

Cyber e intelligence

Ovviamente, considerati i nuovi domini ibridi in cui si combattono le guerre di oggi, l’Italia si è inserita nel gioco proprio su questi domini. È documentato un sostegno sistematico, finanziario, tecnologico, diplomatico e istituzionale alla capacità ucraina di resistere alle operazioni cyber russe.

Il punto di svolta è rappresentato dall’adesione italiana, nel 2024, al Tallinn Mechanism, la principale piattaforma internazionale per il coordinamento dell’assistenza civile alla cybersicurezza ucraina. Il Ministero degli Esteri italiano definisce esplicitamente il meccanismo come uno strumento destinato a fronteggiare gli effetti dell’aggressione russa e sottolinea che la resilienza cibernetica dell’Ucraina concorre alla sicurezza collettiva europea. Non si tratta, dunque, di una generica cooperazione tecnologica. La finalità dichiarata è proteggere le infrastrutture digitali ucraine dalle attività ostili russe e consentire allo Stato ucraino di mantenere operativi servizi pubblici, amministrazioni e infrastrutture critiche anche sotto pressione bellica.

La concretezza di questa politica emerge soprattutto dagli stanziamenti italiani. Nel gennaio 2026 Roma ha destinato circa 1 milione di euro al rafforzamento della sicurezza informatica della regione di Ternopil: quasi 900.000 euro sono stati indirizzati a due progetti destinati all’ammodernamento dell’infrastruttura di rete e dei server dell’amministrazione regionale e alla realizzazione di una rete sicura dotata di strumenti automatizzati di sicurezza, fra cui sistemi di Endpoint Detection and Response. Altri 100.000 euro sono stati destinati all’ufficio operativo del Tallinn Mechanism a Kyiv. Un decreto del MAECI del dicembre 2025 documenta inoltre un contributo di 480.000 euro per la costruzione di una rete sicura presso l’amministrazione regionale di Ternopil, con tecnologie quali Next-Generation Firewall, EDR, sicurezza della posta elettronica e sistemi di Data Leakage Prevention.

La portata strategica di tali interventi risiede proprio nella loro natura infrastrutturale. La guerra cibernetica contemporanea non consiste soltanto nell’appropriazione di informazioni riservate, ma nella capacità di compromettere la continuità funzionale dello Stato, dove reti amministrative, sistemi energetici, comunicazioni, banche dati, servizi pubblici e infrastrutture digitali costituiscono altrettanti bersagli attraverso i quali un attore statale può produrre effetti politici e sociali senza necessariamente ricorrere alla forza cinetica. Il Tallinn Mechanism considera infatti la guerra cibernetica parte integrante del conflitto russo-ucraino e, nel marzo 2026, ha registrato 302,6 milioni di euro di impegni complessivi dei Paesi partecipanti dal dicembre 2023.

L’Italia ha inoltre trasformato il proprio coinvolgimento da semplice Paese donatore a soggetto di coordinamento. E qui sta il passaggio più significativo. Dal luglio al dicembre 2026 Roma detiene la presidenza di turno del Tallinn Mechanism, con l’obiettivo dichiarato di rendere più efficace la gestione dei progetti richiesti dalle autorità ucraine, coordinare le amministrazioni dei Paesi partecipanti e favorire il coinvolgimento del settore privato. Particolare attenzione è stata riservata proprio alle amministrazioni regionali e locali ucraine, considerate maggiormente esposte alle attività cyber malevole. In altri termini, l’Italia non si limita più a finanziare la difesa digitale ucraina, ma contribuisce alla governance internazionale attraverso la quale tale difesa viene organizzata.

Questa evoluzione deve essere letta insieme alla cooperazione bilaterale. Nell’accordo di sicurezza italo-ucraino sottoscritto nel febbraio 2024 è previsto il rafforzamento della cooperazione nel settore della cybersicurezza; successivamente, nel luglio 2025, Italia e Ucraina hanno sottoscritto una dichiarazione d’intenti per sviluppare iniziative di lungo periodo di Cyber Capacity Building e rafforzare l’infrastruttura digitale ucraina. La cyber cooperation diviene così una componente strutturale della relazione strategica tra Roma e Kyiv, accanto alla cooperazione diplomatica, economica, militare e alla ricostruzione.

L’Italia sta contribuendo alla costruzione di una forma di deterrenza cibernetica europea nella quale la resilienza dell’Ucraina viene considerata parte integrante della sicurezza del continente.

La stessa diplomazia italiana colloca il Tallinn Mechanism all’interno di una più ampia strategia di diplomazia cibernetica, affiancandolo alla cooperazione internazionale sulla deterrenza cyber, alla Counter Ransomware Initiative e al Processo di Pall Mall contro la proliferazione irresponsabile degli strumenti commerciali di intrusione informatica. Nel maggio 2025 Roma ha inoltre ospitato la riunione annuale del gruppo di Paesi impegnati sulla deterrenza cibernetica, con la partecipazione di Stati europei e di partner come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone, Australia e Corea del Sud.

La dimensione cyber si integra, d’altronde, con la trasformazione della concezione italiana della sicurezza nazionale. La progressiva centralità attribuita alle minacce ibride — cyberattacchi, sabotaggio, interferenze, vulnerabilità delle infrastrutture critiche e manipolazione dell’informazione — indica il superamento della tradizionale separazione fra sicurezza interna ed esterna. La Russia non viene contrastata soltanto attraverso strumenti militari o diplomatici, ma attraverso la costruzione di una maggiore resilienza delle società europee e delle infrastrutture degli Stati alleati. L’Italia sta quindi partecipando a una guerra che non combatte, almeno per quanto risulta dalle informazioni pubbliche, attraverso attacchi offensivi contro reti russe, bensì attraverso la costruzione dell’ecosistema difensivo che consente all’Ucraina di sostenere l’offensiva cyber avversaria.

Il risultato è una forma di partecipazione indiretta ma strategicamente significativa al conflitto. Roma finanzia infrastrutture, trasferisce capacità, sostiene formazione e resilienza, coordina partner internazionali e contribuisce alla protezione delle istituzioni ucraine. In una guerra nella quale il controllo dello spazio digitale è divenuto una componente della sovranità nazionale, tali attività non possono essere considerate semplicemente assistenza tecnica. Esse costituiscono uno degli strumenti attraverso cui l’Italia contribuisce al confronto strategico con la Russia: non necessariamente colpendo direttamente il sistema cyber russo, ma aumentando il costo, la difficoltà e l’incertezza delle operazioni russe contro l’Ucraina e, più in generale, rafforzando la resilienza digitale dell’architettura di sicurezza europea.

La cybersicurezza diventa così una delle frontiere meno visibili, ma potenzialmente più decisive, della competizione geopolitica tra la Russia e il blocco euro-atlantico.

Tallin e la dimensione europea

Il Tallinn Mechanism è nato nel dicembre 2023 su iniziativa dell’Estonia, è oggi la principale piattaforma internazionale per coordinare il sostegno cyber all’Ucraina.

I Paesi aderenti sono: Regno Unito, Danimarca, Estonia, Italia, Canada, Paesi Bassi, Germania, Norvegia, Polonia, Stati Uniti, Francia, Svezia e Finlandia, con Unione Europea, NATO e Banca Mondiale come osservatori. E la funzione dichiarata è difensiva: “civilian cyber capacity building”, protezione delle infrastrutture civili critiche, risposta agli incidenti, formazione. Non coordinamento di attacchi.

C’è un dettaglio che il testo di partenza non coglie ma che è più interessante delle sue esagerazioni. Il Tallinn Mechanism Project Office di Kyiv — la struttura operativa che smista i progetti — è finanziato da Regno Unito e Italia. Non è la “presidenza informale” immaginata per il 2027, di cui non esiste traccia documentale. È qualcosa di più concreto e già in atto: l’Italia è, insieme a Londra, uno dei due finanziatori dell’ufficio che fa funzionare il meccanismo. Roma non presiede semplicemente, ma paga la sala macchine. In termini di influenza reale, questo conta molto più di una semplice firma su un contratto di guerra.

Ora, il fatto curioso è che questo meccanismo opera, ufficialmente, in ambito civile e, per esplicita indicazione dei suoi documenti, accanto — ma separato — dalla IT Coalition che segue il dominio militare. L’ottavo incontro, ospitato da Francia e Svezia a Parigi il 30–31 ottobre 2025, ha annunciato progetti per aiutare l’Ucraina a individuare e contrastare attività cyber ostili, non per aggredire terzi. Un gioco di parole davvero sofisticato. Per capirci ancora, in termini di numeri, il MIMIT italiano ha firmato un memorandum con il ministero dell’Economia ucraino; Mer Mec ha siglato un accordo con le ferrovie ucraine; varie regioni italiane hanno stretto intese dirette con oblast ucraini. L’elenco, di per sé, dice poco. Il meccanismo che conta è un altro: ogni memorandum industriale è un filo di interdipendenza che si tende nel lungo periodo. Chi ricostruisce un sistema di navigazione aerea non consegna una scatola e se ne va. Resta per la manutenzione, gli aggiornamenti, i ricambi, la formazione del personale. Un contratto di difesa o di infrastruttura critica lega due Paesi per un decennio. È interdipendenza strategica costruita in tempo di guerra e destinata a durare in tempo di pace.

Qui sta il paradosso più netto, e vale la pena enunciarlo senza giri di parole: più l’Italia investe nella ricostruzione dell’Ucraina, più la stabilità dell’Ucraina diventa un interesse nazionale italiano.

Resta la domanda che vale la pena porsi davvero. Se Roma consolidasse il proprio ruolo dentro il Tallinn Mechanism — non con una presidenza inventata, ma proseguendo come co-finanziatore dell’ufficio ucraino— cosa cambierebbe? Cambierebbe che l’Italia diventerebbe un nodo stabile della resilienza digitale ucraina, con accesso privilegiato a informazioni tecniche, relazioni istituzionali e visibilità sui progetti, molto più di quanto lo sia già. È una posizione di intelligence di fatto, anche quando l’etichetta resta “difensiva”. Perché il dato di fatto, al di là delle diatribe epistemologiche, è che la cooperazione difensiva, protratta e strutturata, genera una prossimità che ha valore strategico.

La Russia è il nemico

Sarebbe pigro descrivere la Russia soltanto come “il nemico”. La Russia è una superpotenza mondiale. Non c’ da aggiungere altro. Contenerla non è un gesto singolo, è un’operazione che tocca più domini insieme e che l’Italia non è certo capace di compiere.

Una politica italiana strutturalmente orientata al contenimento della Russia non produce solo effetti militari, ma conseguenze energetiche, commerciali, diplomatiche, e ridisegna gli equilibri nel Mediterraneo dove Mosca è presente attraverso la Libia e la Siria. I singoli strumenti italiani convergono su un unico oggetto: ridurre la capacità russa di proiezione. Non perché ognuno sia stato pensato in chiave anti-russa, ma perché sommati producono quell’effetto.

La catena Roma → Kiev → Bruxelles → Washington → NATO si può leggere in due modi opposti. Nel primo, l’Italia esegue una strategia decisa altrove e la mette a terra con diligenza. Nel secondo, l’Italia si ritaglia dentro quella strategia una funzione propria che è quella del Paese che ospita, coordina, finanzia gli uffici, mette le imprese sul mercato.

La verità sta nel movimento tra i due. L’Italia non elabora la grande strategia occidentale verso l’Ucraina, ma dentro quella strategia ha smesso di essere un semplice esecutore e ha cominciato a occupare snodi, come la conferenza sulla ricostruzione, il co-finanziamento dell’ufficio di Kyiv del Tallinn Mechanism, la regia industriale. Sono funzioni, non decisioni, ma le funzioni, se stabili, diventano potere.

Ma tutto questo aumenta l’autonomia strategica italiana o la sua dipendenza?

Le due cose crescono insieme, ed è questo il nodo. Più capacità militari, più industria della difesa attiva, più presenza internazionale sembrano autonomia, ma quella stessa presenza passa per l’interoperabilità NATO, per catene di approvvigionamento che l’Italia non controlla, per una dipendenza tecnologica — nel cyber, nell’elettronica di difesa, nell’intelligence tecnica — dai partner maggiori. L’Italia diventa più capace e, contemporaneamente, più integrata in un sistema le cui priorità decide in minima parte. Chi confonde attività con sovranità…sta misurando la cosa sbagliata.

Il Mediterraneo contro il fronte orientale?

C’è un costo che raramente entra nel dibattito. L’Italia è una potenza mediterranea inserita in un sistema di sicurezza che si sta concentrando sul fronte orientale europeo. Ogni unità di attenzione, di risorse, di capacità politica spesa su Kiev è, in parte, sottratta al Sud.

Libia, Tunisia, Algeria, Sahel, Mar Rosso sono i teatri dove si decidono i flussi migratori, l’approvvigionamento energetico, la sicurezza delle rotte italiane; sono anche i teatri dove la Russia si è mossa con abilità mentre l’Occidente guardava a Est. La tensione è reale: l’interesse nazionale italiano guarda a Sud, la priorità euro-atlantica guarda a Est. Finché la seconda assorbe la prima, l’Italia rischia di vincere una partita che non è del tutto sua e di perdere terreno in quella che lo è di più.

Perché, al netto delle considerazioni soggettive, resta un fatto che nessuna verifica scalfisce: l’Italia sta trasformando il sostegno all’Ucraina da politica emergenziale in posizione strutturale. Kiev sta diventando, per Roma, insieme partner, piattaforma e interesse permanente. O almeno fino a quando l’Italia non si farà trascinare in guerra diretta con la Russia.

La domanda giusta, allora, non è quella dei filo-russi — “l’Italia fa la guerra alla Russia?” — né quella ufficiale — “l’Italia aiuta l’Ucraina a difendersi?”. È questa: quale posizione strategica sta costruendo l’Italia nel sistema internazionale attraverso il sostegno a Kiev? La guerra contemporanea non ha bisogno di una dichiarazione di guerra per produrre una logica di guerra. La risposta, che la si applauda o la si tema, è che l’Italia sta scegliendo il proprio campo. Non con una dichiarazione aperta, ma con un’architettura, della quale si deve assumere la piena responsabilità e il rischio di aver fatto la scelta sbagliata, per la quale pagherà il conto alla Storia.

L’architettura italiana della pressione anti-russa

Quale posizione strategica sta costruendo l’Italia nel sistema internazionale attraverso il sostegno a Kiev? La guerra contemporanea non ha bisogno di una dichiarazione di guerra per produrre una logica di guerra.

Segue nostro Telegram.

La guerra che non si vede

Una guerra combattuta senza dichiararla ha un vantaggio: nessuno deve mai spiegare quando è cominciata.

La guerra russo-ucraina, sul campo, ha date, mappe, linee del fronte, ma intorno a quel fronte visibile si è addensata una seconda guerra fatta di reti, dati, cavi, brevetti, garanzie all’export, memorandum industriali e squadre di risposta agli incidenti informatici. Questa seconda guerra non produce bollettini, bensì architetture complesse, continuamente variabili e molto, molto onerose.

L’Italia è dentro questa seconda dimensione con un peso crescente e, per lungo tempo, poco raccontato. Il modo in cui Roma sostiene Kiev è passato da una serie di decisioni emergenziali — invii di sistemi d’arma decisi decreto dopo decreto — a qualcosa di più stabile: una trama di rapporti che tiene insieme diplomazia, industria della difesa, cybersicurezza, energia e ricostruzione. Il punto di questo articolo non è stabilire se l’Italia “aiuti” l’Ucraina. È stabilire quale posizione strategica l’Italia stia costruendo per sé mentre lo fa.

Il punto non è se Roma abbia dichiarato una guerra cyber a Mosca. È quale architettura di sicurezza stia costruendo mentre questa distinzione diventa difficile da tracciare.

Il salto di qualità della politica italiana ha una data-simbolo: il 10 e 11 luglio 2025, quando Roma ha ospitato alla Nuvola dell’Eur la Ukraine Recovery Conference, quarta edizione dopo Lugano, Londra e Berlino. Non è stata una conferenza qualsiasi. L’Italia l’ha co-organizzata con la leadership ucraina, e da lì sono usciti circa duecento accordi, quaranta dei quali italiani, per un valore complessivo intorno ai dieci miliardi di euro.

Ospitare una conferenza è, in apparenza, un atto diplomatico, ma più nel profondo, in realtà, è un atto di posizionamento. Chi ospita fissa l’agenda, sceglie i tavoli, decide quali imprese siedono accanto a quali controparti ucraine. La ricostruzione dell’Ucraina non è ancora cominciata sul serio — la guerra è in corso — eppure la geografia degli interessi si sta già disegnando adesso. E l’Italia si è messa al centro di quel disegno prima che il primo mattone venga posato.

Questo è il primo elemento dell’architettura: la conversione di un sostegno reattivo in una posizione di regia. Roma non si limita a mandare. Roma organizza chi manda.

Cyber e intelligence

Ovviamente, considerati i nuovi domini ibridi in cui si combattono le guerre di oggi, l’Italia si è inserita nel gioco proprio su questi domini. È documentato un sostegno sistematico, finanziario, tecnologico, diplomatico e istituzionale alla capacità ucraina di resistere alle operazioni cyber russe.

Il punto di svolta è rappresentato dall’adesione italiana, nel 2024, al Tallinn Mechanism, la principale piattaforma internazionale per il coordinamento dell’assistenza civile alla cybersicurezza ucraina. Il Ministero degli Esteri italiano definisce esplicitamente il meccanismo come uno strumento destinato a fronteggiare gli effetti dell’aggressione russa e sottolinea che la resilienza cibernetica dell’Ucraina concorre alla sicurezza collettiva europea. Non si tratta, dunque, di una generica cooperazione tecnologica. La finalità dichiarata è proteggere le infrastrutture digitali ucraine dalle attività ostili russe e consentire allo Stato ucraino di mantenere operativi servizi pubblici, amministrazioni e infrastrutture critiche anche sotto pressione bellica.

La concretezza di questa politica emerge soprattutto dagli stanziamenti italiani. Nel gennaio 2026 Roma ha destinato circa 1 milione di euro al rafforzamento della sicurezza informatica della regione di Ternopil: quasi 900.000 euro sono stati indirizzati a due progetti destinati all’ammodernamento dell’infrastruttura di rete e dei server dell’amministrazione regionale e alla realizzazione di una rete sicura dotata di strumenti automatizzati di sicurezza, fra cui sistemi di Endpoint Detection and Response. Altri 100.000 euro sono stati destinati all’ufficio operativo del Tallinn Mechanism a Kyiv. Un decreto del MAECI del dicembre 2025 documenta inoltre un contributo di 480.000 euro per la costruzione di una rete sicura presso l’amministrazione regionale di Ternopil, con tecnologie quali Next-Generation Firewall, EDR, sicurezza della posta elettronica e sistemi di Data Leakage Prevention.

La portata strategica di tali interventi risiede proprio nella loro natura infrastrutturale. La guerra cibernetica contemporanea non consiste soltanto nell’appropriazione di informazioni riservate, ma nella capacità di compromettere la continuità funzionale dello Stato, dove reti amministrative, sistemi energetici, comunicazioni, banche dati, servizi pubblici e infrastrutture digitali costituiscono altrettanti bersagli attraverso i quali un attore statale può produrre effetti politici e sociali senza necessariamente ricorrere alla forza cinetica. Il Tallinn Mechanism considera infatti la guerra cibernetica parte integrante del conflitto russo-ucraino e, nel marzo 2026, ha registrato 302,6 milioni di euro di impegni complessivi dei Paesi partecipanti dal dicembre 2023.

L’Italia ha inoltre trasformato il proprio coinvolgimento da semplice Paese donatore a soggetto di coordinamento. E qui sta il passaggio più significativo. Dal luglio al dicembre 2026 Roma detiene la presidenza di turno del Tallinn Mechanism, con l’obiettivo dichiarato di rendere più efficace la gestione dei progetti richiesti dalle autorità ucraine, coordinare le amministrazioni dei Paesi partecipanti e favorire il coinvolgimento del settore privato. Particolare attenzione è stata riservata proprio alle amministrazioni regionali e locali ucraine, considerate maggiormente esposte alle attività cyber malevole. In altri termini, l’Italia non si limita più a finanziare la difesa digitale ucraina, ma contribuisce alla governance internazionale attraverso la quale tale difesa viene organizzata.

Questa evoluzione deve essere letta insieme alla cooperazione bilaterale. Nell’accordo di sicurezza italo-ucraino sottoscritto nel febbraio 2024 è previsto il rafforzamento della cooperazione nel settore della cybersicurezza; successivamente, nel luglio 2025, Italia e Ucraina hanno sottoscritto una dichiarazione d’intenti per sviluppare iniziative di lungo periodo di Cyber Capacity Building e rafforzare l’infrastruttura digitale ucraina. La cyber cooperation diviene così una componente strutturale della relazione strategica tra Roma e Kyiv, accanto alla cooperazione diplomatica, economica, militare e alla ricostruzione.

L’Italia sta contribuendo alla costruzione di una forma di deterrenza cibernetica europea nella quale la resilienza dell’Ucraina viene considerata parte integrante della sicurezza del continente.

La stessa diplomazia italiana colloca il Tallinn Mechanism all’interno di una più ampia strategia di diplomazia cibernetica, affiancandolo alla cooperazione internazionale sulla deterrenza cyber, alla Counter Ransomware Initiative e al Processo di Pall Mall contro la proliferazione irresponsabile degli strumenti commerciali di intrusione informatica. Nel maggio 2025 Roma ha inoltre ospitato la riunione annuale del gruppo di Paesi impegnati sulla deterrenza cibernetica, con la partecipazione di Stati europei e di partner come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone, Australia e Corea del Sud.

La dimensione cyber si integra, d’altronde, con la trasformazione della concezione italiana della sicurezza nazionale. La progressiva centralità attribuita alle minacce ibride — cyberattacchi, sabotaggio, interferenze, vulnerabilità delle infrastrutture critiche e manipolazione dell’informazione — indica il superamento della tradizionale separazione fra sicurezza interna ed esterna. La Russia non viene contrastata soltanto attraverso strumenti militari o diplomatici, ma attraverso la costruzione di una maggiore resilienza delle società europee e delle infrastrutture degli Stati alleati. L’Italia sta quindi partecipando a una guerra che non combatte, almeno per quanto risulta dalle informazioni pubbliche, attraverso attacchi offensivi contro reti russe, bensì attraverso la costruzione dell’ecosistema difensivo che consente all’Ucraina di sostenere l’offensiva cyber avversaria.

Il risultato è una forma di partecipazione indiretta ma strategicamente significativa al conflitto. Roma finanzia infrastrutture, trasferisce capacità, sostiene formazione e resilienza, coordina partner internazionali e contribuisce alla protezione delle istituzioni ucraine. In una guerra nella quale il controllo dello spazio digitale è divenuto una componente della sovranità nazionale, tali attività non possono essere considerate semplicemente assistenza tecnica. Esse costituiscono uno degli strumenti attraverso cui l’Italia contribuisce al confronto strategico con la Russia: non necessariamente colpendo direttamente il sistema cyber russo, ma aumentando il costo, la difficoltà e l’incertezza delle operazioni russe contro l’Ucraina e, più in generale, rafforzando la resilienza digitale dell’architettura di sicurezza europea.

La cybersicurezza diventa così una delle frontiere meno visibili, ma potenzialmente più decisive, della competizione geopolitica tra la Russia e il blocco euro-atlantico.

Tallin e la dimensione europea

Il Tallinn Mechanism è nato nel dicembre 2023 su iniziativa dell’Estonia, è oggi la principale piattaforma internazionale per coordinare il sostegno cyber all’Ucraina.

I Paesi aderenti sono: Regno Unito, Danimarca, Estonia, Italia, Canada, Paesi Bassi, Germania, Norvegia, Polonia, Stati Uniti, Francia, Svezia e Finlandia, con Unione Europea, NATO e Banca Mondiale come osservatori. E la funzione dichiarata è difensiva: “civilian cyber capacity building”, protezione delle infrastrutture civili critiche, risposta agli incidenti, formazione. Non coordinamento di attacchi.

C’è un dettaglio che il testo di partenza non coglie ma che è più interessante delle sue esagerazioni. Il Tallinn Mechanism Project Office di Kyiv — la struttura operativa che smista i progetti — è finanziato da Regno Unito e Italia. Non è la “presidenza informale” immaginata per il 2027, di cui non esiste traccia documentale. È qualcosa di più concreto e già in atto: l’Italia è, insieme a Londra, uno dei due finanziatori dell’ufficio che fa funzionare il meccanismo. Roma non presiede semplicemente, ma paga la sala macchine. In termini di influenza reale, questo conta molto più di una semplice firma su un contratto di guerra.

Ora, il fatto curioso è che questo meccanismo opera, ufficialmente, in ambito civile e, per esplicita indicazione dei suoi documenti, accanto — ma separato — dalla IT Coalition che segue il dominio militare. L’ottavo incontro, ospitato da Francia e Svezia a Parigi il 30–31 ottobre 2025, ha annunciato progetti per aiutare l’Ucraina a individuare e contrastare attività cyber ostili, non per aggredire terzi. Un gioco di parole davvero sofisticato. Per capirci ancora, in termini di numeri, il MIMIT italiano ha firmato un memorandum con il ministero dell’Economia ucraino; Mer Mec ha siglato un accordo con le ferrovie ucraine; varie regioni italiane hanno stretto intese dirette con oblast ucraini. L’elenco, di per sé, dice poco. Il meccanismo che conta è un altro: ogni memorandum industriale è un filo di interdipendenza che si tende nel lungo periodo. Chi ricostruisce un sistema di navigazione aerea non consegna una scatola e se ne va. Resta per la manutenzione, gli aggiornamenti, i ricambi, la formazione del personale. Un contratto di difesa o di infrastruttura critica lega due Paesi per un decennio. È interdipendenza strategica costruita in tempo di guerra e destinata a durare in tempo di pace.

Qui sta il paradosso più netto, e vale la pena enunciarlo senza giri di parole: più l’Italia investe nella ricostruzione dell’Ucraina, più la stabilità dell’Ucraina diventa un interesse nazionale italiano.

Resta la domanda che vale la pena porsi davvero. Se Roma consolidasse il proprio ruolo dentro il Tallinn Mechanism — non con una presidenza inventata, ma proseguendo come co-finanziatore dell’ufficio ucraino— cosa cambierebbe? Cambierebbe che l’Italia diventerebbe un nodo stabile della resilienza digitale ucraina, con accesso privilegiato a informazioni tecniche, relazioni istituzionali e visibilità sui progetti, molto più di quanto lo sia già. È una posizione di intelligence di fatto, anche quando l’etichetta resta “difensiva”. Perché il dato di fatto, al di là delle diatribe epistemologiche, è che la cooperazione difensiva, protratta e strutturata, genera una prossimità che ha valore strategico.

La Russia è il nemico

Sarebbe pigro descrivere la Russia soltanto come “il nemico”. La Russia è una superpotenza mondiale. Non c’ da aggiungere altro. Contenerla non è un gesto singolo, è un’operazione che tocca più domini insieme e che l’Italia non è certo capace di compiere.

Una politica italiana strutturalmente orientata al contenimento della Russia non produce solo effetti militari, ma conseguenze energetiche, commerciali, diplomatiche, e ridisegna gli equilibri nel Mediterraneo dove Mosca è presente attraverso la Libia e la Siria. I singoli strumenti italiani convergono su un unico oggetto: ridurre la capacità russa di proiezione. Non perché ognuno sia stato pensato in chiave anti-russa, ma perché sommati producono quell’effetto.

La catena Roma → Kiev → Bruxelles → Washington → NATO si può leggere in due modi opposti. Nel primo, l’Italia esegue una strategia decisa altrove e la mette a terra con diligenza. Nel secondo, l’Italia si ritaglia dentro quella strategia una funzione propria che è quella del Paese che ospita, coordina, finanzia gli uffici, mette le imprese sul mercato.

La verità sta nel movimento tra i due. L’Italia non elabora la grande strategia occidentale verso l’Ucraina, ma dentro quella strategia ha smesso di essere un semplice esecutore e ha cominciato a occupare snodi, come la conferenza sulla ricostruzione, il co-finanziamento dell’ufficio di Kyiv del Tallinn Mechanism, la regia industriale. Sono funzioni, non decisioni, ma le funzioni, se stabili, diventano potere.

Ma tutto questo aumenta l’autonomia strategica italiana o la sua dipendenza?

Le due cose crescono insieme, ed è questo il nodo. Più capacità militari, più industria della difesa attiva, più presenza internazionale sembrano autonomia, ma quella stessa presenza passa per l’interoperabilità NATO, per catene di approvvigionamento che l’Italia non controlla, per una dipendenza tecnologica — nel cyber, nell’elettronica di difesa, nell’intelligence tecnica — dai partner maggiori. L’Italia diventa più capace e, contemporaneamente, più integrata in un sistema le cui priorità decide in minima parte. Chi confonde attività con sovranità…sta misurando la cosa sbagliata.

Il Mediterraneo contro il fronte orientale?

C’è un costo che raramente entra nel dibattito. L’Italia è una potenza mediterranea inserita in un sistema di sicurezza che si sta concentrando sul fronte orientale europeo. Ogni unità di attenzione, di risorse, di capacità politica spesa su Kiev è, in parte, sottratta al Sud.

Libia, Tunisia, Algeria, Sahel, Mar Rosso sono i teatri dove si decidono i flussi migratori, l’approvvigionamento energetico, la sicurezza delle rotte italiane; sono anche i teatri dove la Russia si è mossa con abilità mentre l’Occidente guardava a Est. La tensione è reale: l’interesse nazionale italiano guarda a Sud, la priorità euro-atlantica guarda a Est. Finché la seconda assorbe la prima, l’Italia rischia di vincere una partita che non è del tutto sua e di perdere terreno in quella che lo è di più.

Perché, al netto delle considerazioni soggettive, resta un fatto che nessuna verifica scalfisce: l’Italia sta trasformando il sostegno all’Ucraina da politica emergenziale in posizione strutturale. Kiev sta diventando, per Roma, insieme partner, piattaforma e interesse permanente. O almeno fino a quando l’Italia non si farà trascinare in guerra diretta con la Russia.

La domanda giusta, allora, non è quella dei filo-russi — “l’Italia fa la guerra alla Russia?” — né quella ufficiale — “l’Italia aiuta l’Ucraina a difendersi?”. È questa: quale posizione strategica sta costruendo l’Italia nel sistema internazionale attraverso il sostegno a Kiev? La guerra contemporanea non ha bisogno di una dichiarazione di guerra per produrre una logica di guerra. La risposta, che la si applauda o la si tema, è che l’Italia sta scegliendo il proprio campo. Non con una dichiarazione aperta, ma con un’architettura, della quale si deve assumere la piena responsabilità e il rischio di aver fatto la scelta sbagliata, per la quale pagherà il conto alla Storia.

Quale posizione strategica sta costruendo l’Italia nel sistema internazionale attraverso il sostegno a Kiev? La guerra contemporanea non ha bisogno di una dichiarazione di guerra per produrre una logica di guerra.

La guerra che non si vede

Una guerra combattuta senza dichiararla ha un vantaggio: nessuno deve mai spiegare quando è cominciata.

La guerra russo-ucraina, sul campo, ha date, mappe, linee del fronte, ma intorno a quel fronte visibile si è addensata una seconda guerra fatta di reti, dati, cavi, brevetti, garanzie all’export, memorandum industriali e squadre di risposta agli incidenti informatici. Questa seconda guerra non produce bollettini, bensì architetture complesse, continuamente variabili e molto, molto onerose.

L’Italia è dentro questa seconda dimensione con un peso crescente e, per lungo tempo, poco raccontato. Il modo in cui Roma sostiene Kiev è passato da una serie di decisioni emergenziali — invii di sistemi d’arma decisi decreto dopo decreto — a qualcosa di più stabile: una trama di rapporti che tiene insieme diplomazia, industria della difesa, cybersicurezza, energia e ricostruzione. Il punto di questo articolo non è stabilire se l’Italia “aiuti” l’Ucraina. È stabilire quale posizione strategica l’Italia stia costruendo per sé mentre lo fa.

Il punto non è se Roma abbia dichiarato una guerra cyber a Mosca. È quale architettura di sicurezza stia costruendo mentre questa distinzione diventa difficile da tracciare.

Il salto di qualità della politica italiana ha una data-simbolo: il 10 e 11 luglio 2025, quando Roma ha ospitato alla Nuvola dell’Eur la Ukraine Recovery Conference, quarta edizione dopo Lugano, Londra e Berlino. Non è stata una conferenza qualsiasi. L’Italia l’ha co-organizzata con la leadership ucraina, e da lì sono usciti circa duecento accordi, quaranta dei quali italiani, per un valore complessivo intorno ai dieci miliardi di euro.

Ospitare una conferenza è, in apparenza, un atto diplomatico, ma più nel profondo, in realtà, è un atto di posizionamento. Chi ospita fissa l’agenda, sceglie i tavoli, decide quali imprese siedono accanto a quali controparti ucraine. La ricostruzione dell’Ucraina non è ancora cominciata sul serio — la guerra è in corso — eppure la geografia degli interessi si sta già disegnando adesso. E l’Italia si è messa al centro di quel disegno prima che il primo mattone venga posato.

Questo è il primo elemento dell’architettura: la conversione di un sostegno reattivo in una posizione di regia. Roma non si limita a mandare. Roma organizza chi manda.

Cyber e intelligence

Ovviamente, considerati i nuovi domini ibridi in cui si combattono le guerre di oggi, l’Italia si è inserita nel gioco proprio su questi domini. È documentato un sostegno sistematico, finanziario, tecnologico, diplomatico e istituzionale alla capacità ucraina di resistere alle operazioni cyber russe.

Il punto di svolta è rappresentato dall’adesione italiana, nel 2024, al Tallinn Mechanism, la principale piattaforma internazionale per il coordinamento dell’assistenza civile alla cybersicurezza ucraina. Il Ministero degli Esteri italiano definisce esplicitamente il meccanismo come uno strumento destinato a fronteggiare gli effetti dell’aggressione russa e sottolinea che la resilienza cibernetica dell’Ucraina concorre alla sicurezza collettiva europea. Non si tratta, dunque, di una generica cooperazione tecnologica. La finalità dichiarata è proteggere le infrastrutture digitali ucraine dalle attività ostili russe e consentire allo Stato ucraino di mantenere operativi servizi pubblici, amministrazioni e infrastrutture critiche anche sotto pressione bellica.

La concretezza di questa politica emerge soprattutto dagli stanziamenti italiani. Nel gennaio 2026 Roma ha destinato circa 1 milione di euro al rafforzamento della sicurezza informatica della regione di Ternopil: quasi 900.000 euro sono stati indirizzati a due progetti destinati all’ammodernamento dell’infrastruttura di rete e dei server dell’amministrazione regionale e alla realizzazione di una rete sicura dotata di strumenti automatizzati di sicurezza, fra cui sistemi di Endpoint Detection and Response. Altri 100.000 euro sono stati destinati all’ufficio operativo del Tallinn Mechanism a Kyiv. Un decreto del MAECI del dicembre 2025 documenta inoltre un contributo di 480.000 euro per la costruzione di una rete sicura presso l’amministrazione regionale di Ternopil, con tecnologie quali Next-Generation Firewall, EDR, sicurezza della posta elettronica e sistemi di Data Leakage Prevention.

La portata strategica di tali interventi risiede proprio nella loro natura infrastrutturale. La guerra cibernetica contemporanea non consiste soltanto nell’appropriazione di informazioni riservate, ma nella capacità di compromettere la continuità funzionale dello Stato, dove reti amministrative, sistemi energetici, comunicazioni, banche dati, servizi pubblici e infrastrutture digitali costituiscono altrettanti bersagli attraverso i quali un attore statale può produrre effetti politici e sociali senza necessariamente ricorrere alla forza cinetica. Il Tallinn Mechanism considera infatti la guerra cibernetica parte integrante del conflitto russo-ucraino e, nel marzo 2026, ha registrato 302,6 milioni di euro di impegni complessivi dei Paesi partecipanti dal dicembre 2023.

L’Italia ha inoltre trasformato il proprio coinvolgimento da semplice Paese donatore a soggetto di coordinamento. E qui sta il passaggio più significativo. Dal luglio al dicembre 2026 Roma detiene la presidenza di turno del Tallinn Mechanism, con l’obiettivo dichiarato di rendere più efficace la gestione dei progetti richiesti dalle autorità ucraine, coordinare le amministrazioni dei Paesi partecipanti e favorire il coinvolgimento del settore privato. Particolare attenzione è stata riservata proprio alle amministrazioni regionali e locali ucraine, considerate maggiormente esposte alle attività cyber malevole. In altri termini, l’Italia non si limita più a finanziare la difesa digitale ucraina, ma contribuisce alla governance internazionale attraverso la quale tale difesa viene organizzata.

Questa evoluzione deve essere letta insieme alla cooperazione bilaterale. Nell’accordo di sicurezza italo-ucraino sottoscritto nel febbraio 2024 è previsto il rafforzamento della cooperazione nel settore della cybersicurezza; successivamente, nel luglio 2025, Italia e Ucraina hanno sottoscritto una dichiarazione d’intenti per sviluppare iniziative di lungo periodo di Cyber Capacity Building e rafforzare l’infrastruttura digitale ucraina. La cyber cooperation diviene così una componente strutturale della relazione strategica tra Roma e Kyiv, accanto alla cooperazione diplomatica, economica, militare e alla ricostruzione.

L’Italia sta contribuendo alla costruzione di una forma di deterrenza cibernetica europea nella quale la resilienza dell’Ucraina viene considerata parte integrante della sicurezza del continente.

La stessa diplomazia italiana colloca il Tallinn Mechanism all’interno di una più ampia strategia di diplomazia cibernetica, affiancandolo alla cooperazione internazionale sulla deterrenza cyber, alla Counter Ransomware Initiative e al Processo di Pall Mall contro la proliferazione irresponsabile degli strumenti commerciali di intrusione informatica. Nel maggio 2025 Roma ha inoltre ospitato la riunione annuale del gruppo di Paesi impegnati sulla deterrenza cibernetica, con la partecipazione di Stati europei e di partner come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone, Australia e Corea del Sud.

La dimensione cyber si integra, d’altronde, con la trasformazione della concezione italiana della sicurezza nazionale. La progressiva centralità attribuita alle minacce ibride — cyberattacchi, sabotaggio, interferenze, vulnerabilità delle infrastrutture critiche e manipolazione dell’informazione — indica il superamento della tradizionale separazione fra sicurezza interna ed esterna. La Russia non viene contrastata soltanto attraverso strumenti militari o diplomatici, ma attraverso la costruzione di una maggiore resilienza delle società europee e delle infrastrutture degli Stati alleati. L’Italia sta quindi partecipando a una guerra che non combatte, almeno per quanto risulta dalle informazioni pubbliche, attraverso attacchi offensivi contro reti russe, bensì attraverso la costruzione dell’ecosistema difensivo che consente all’Ucraina di sostenere l’offensiva cyber avversaria.

Il risultato è una forma di partecipazione indiretta ma strategicamente significativa al conflitto. Roma finanzia infrastrutture, trasferisce capacità, sostiene formazione e resilienza, coordina partner internazionali e contribuisce alla protezione delle istituzioni ucraine. In una guerra nella quale il controllo dello spazio digitale è divenuto una componente della sovranità nazionale, tali attività non possono essere considerate semplicemente assistenza tecnica. Esse costituiscono uno degli strumenti attraverso cui l’Italia contribuisce al confronto strategico con la Russia: non necessariamente colpendo direttamente il sistema cyber russo, ma aumentando il costo, la difficoltà e l’incertezza delle operazioni russe contro l’Ucraina e, più in generale, rafforzando la resilienza digitale dell’architettura di sicurezza europea.

La cybersicurezza diventa così una delle frontiere meno visibili, ma potenzialmente più decisive, della competizione geopolitica tra la Russia e il blocco euro-atlantico.

Tallin e la dimensione europea

Il Tallinn Mechanism è nato nel dicembre 2023 su iniziativa dell’Estonia, è oggi la principale piattaforma internazionale per coordinare il sostegno cyber all’Ucraina.

I Paesi aderenti sono: Regno Unito, Danimarca, Estonia, Italia, Canada, Paesi Bassi, Germania, Norvegia, Polonia, Stati Uniti, Francia, Svezia e Finlandia, con Unione Europea, NATO e Banca Mondiale come osservatori. E la funzione dichiarata è difensiva: “civilian cyber capacity building”, protezione delle infrastrutture civili critiche, risposta agli incidenti, formazione. Non coordinamento di attacchi.

C’è un dettaglio che il testo di partenza non coglie ma che è più interessante delle sue esagerazioni. Il Tallinn Mechanism Project Office di Kyiv — la struttura operativa che smista i progetti — è finanziato da Regno Unito e Italia. Non è la “presidenza informale” immaginata per il 2027, di cui non esiste traccia documentale. È qualcosa di più concreto e già in atto: l’Italia è, insieme a Londra, uno dei due finanziatori dell’ufficio che fa funzionare il meccanismo. Roma non presiede semplicemente, ma paga la sala macchine. In termini di influenza reale, questo conta molto più di una semplice firma su un contratto di guerra.

Ora, il fatto curioso è che questo meccanismo opera, ufficialmente, in ambito civile e, per esplicita indicazione dei suoi documenti, accanto — ma separato — dalla IT Coalition che segue il dominio militare. L’ottavo incontro, ospitato da Francia e Svezia a Parigi il 30–31 ottobre 2025, ha annunciato progetti per aiutare l’Ucraina a individuare e contrastare attività cyber ostili, non per aggredire terzi. Un gioco di parole davvero sofisticato. Per capirci ancora, in termini di numeri, il MIMIT italiano ha firmato un memorandum con il ministero dell’Economia ucraino; Mer Mec ha siglato un accordo con le ferrovie ucraine; varie regioni italiane hanno stretto intese dirette con oblast ucraini. L’elenco, di per sé, dice poco. Il meccanismo che conta è un altro: ogni memorandum industriale è un filo di interdipendenza che si tende nel lungo periodo. Chi ricostruisce un sistema di navigazione aerea non consegna una scatola e se ne va. Resta per la manutenzione, gli aggiornamenti, i ricambi, la formazione del personale. Un contratto di difesa o di infrastruttura critica lega due Paesi per un decennio. È interdipendenza strategica costruita in tempo di guerra e destinata a durare in tempo di pace.

Qui sta il paradosso più netto, e vale la pena enunciarlo senza giri di parole: più l’Italia investe nella ricostruzione dell’Ucraina, più la stabilità dell’Ucraina diventa un interesse nazionale italiano.

Resta la domanda che vale la pena porsi davvero. Se Roma consolidasse il proprio ruolo dentro il Tallinn Mechanism — non con una presidenza inventata, ma proseguendo come co-finanziatore dell’ufficio ucraino— cosa cambierebbe? Cambierebbe che l’Italia diventerebbe un nodo stabile della resilienza digitale ucraina, con accesso privilegiato a informazioni tecniche, relazioni istituzionali e visibilità sui progetti, molto più di quanto lo sia già. È una posizione di intelligence di fatto, anche quando l’etichetta resta “difensiva”. Perché il dato di fatto, al di là delle diatribe epistemologiche, è che la cooperazione difensiva, protratta e strutturata, genera una prossimità che ha valore strategico.

La Russia è il nemico

Sarebbe pigro descrivere la Russia soltanto come “il nemico”. La Russia è una superpotenza mondiale. Non c’ da aggiungere altro. Contenerla non è un gesto singolo, è un’operazione che tocca più domini insieme e che l’Italia non è certo capace di compiere.

Una politica italiana strutturalmente orientata al contenimento della Russia non produce solo effetti militari, ma conseguenze energetiche, commerciali, diplomatiche, e ridisegna gli equilibri nel Mediterraneo dove Mosca è presente attraverso la Libia e la Siria. I singoli strumenti italiani convergono su un unico oggetto: ridurre la capacità russa di proiezione. Non perché ognuno sia stato pensato in chiave anti-russa, ma perché sommati producono quell’effetto.

La catena Roma → Kiev → Bruxelles → Washington → NATO si può leggere in due modi opposti. Nel primo, l’Italia esegue una strategia decisa altrove e la mette a terra con diligenza. Nel secondo, l’Italia si ritaglia dentro quella strategia una funzione propria che è quella del Paese che ospita, coordina, finanzia gli uffici, mette le imprese sul mercato.

La verità sta nel movimento tra i due. L’Italia non elabora la grande strategia occidentale verso l’Ucraina, ma dentro quella strategia ha smesso di essere un semplice esecutore e ha cominciato a occupare snodi, come la conferenza sulla ricostruzione, il co-finanziamento dell’ufficio di Kyiv del Tallinn Mechanism, la regia industriale. Sono funzioni, non decisioni, ma le funzioni, se stabili, diventano potere.

Ma tutto questo aumenta l’autonomia strategica italiana o la sua dipendenza?

Le due cose crescono insieme, ed è questo il nodo. Più capacità militari, più industria della difesa attiva, più presenza internazionale sembrano autonomia, ma quella stessa presenza passa per l’interoperabilità NATO, per catene di approvvigionamento che l’Italia non controlla, per una dipendenza tecnologica — nel cyber, nell’elettronica di difesa, nell’intelligence tecnica — dai partner maggiori. L’Italia diventa più capace e, contemporaneamente, più integrata in un sistema le cui priorità decide in minima parte. Chi confonde attività con sovranità…sta misurando la cosa sbagliata.

Il Mediterraneo contro il fronte orientale?

C’è un costo che raramente entra nel dibattito. L’Italia è una potenza mediterranea inserita in un sistema di sicurezza che si sta concentrando sul fronte orientale europeo. Ogni unità di attenzione, di risorse, di capacità politica spesa su Kiev è, in parte, sottratta al Sud.

Libia, Tunisia, Algeria, Sahel, Mar Rosso sono i teatri dove si decidono i flussi migratori, l’approvvigionamento energetico, la sicurezza delle rotte italiane; sono anche i teatri dove la Russia si è mossa con abilità mentre l’Occidente guardava a Est. La tensione è reale: l’interesse nazionale italiano guarda a Sud, la priorità euro-atlantica guarda a Est. Finché la seconda assorbe la prima, l’Italia rischia di vincere una partita che non è del tutto sua e di perdere terreno in quella che lo è di più.

Perché, al netto delle considerazioni soggettive, resta un fatto che nessuna verifica scalfisce: l’Italia sta trasformando il sostegno all’Ucraina da politica emergenziale in posizione strutturale. Kiev sta diventando, per Roma, insieme partner, piattaforma e interesse permanente. O almeno fino a quando l’Italia non si farà trascinare in guerra diretta con la Russia.

La domanda giusta, allora, non è quella dei filo-russi — “l’Italia fa la guerra alla Russia?” — né quella ufficiale — “l’Italia aiuta l’Ucraina a difendersi?”. È questa: quale posizione strategica sta costruendo l’Italia nel sistema internazionale attraverso il sostegno a Kiev? La guerra contemporanea non ha bisogno di una dichiarazione di guerra per produrre una logica di guerra. La risposta, che la si applauda o la si tema, è che l’Italia sta scegliendo il proprio campo. Non con una dichiarazione aperta, ma con un’architettura, della quale si deve assumere la piena responsabilità e il rischio di aver fatto la scelta sbagliata, per la quale pagherà il conto alla Storia.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.

See also

See also

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.