Italiano
Lorenzo Maria Pacini
August 16, 2026
© Photo: Public domain

Se il risultato finale del grande riarmo sarà un’Italia con più carri armati, più caccia e più missili, ma ancora dipendente da tecnologie, infrastrutture, software e sistemi strategici prodotti altrove, avremo ottenuto qualcosa di curioso.

La sovranità non si misura in miliardi stanziati, ma nella capacità di decidere come, con quali strumenti e per quali interessi difendersi. E oggi l’Italia rischia di spendere moltissimo per restare dipendente da altri.

C’è chi sostiene che il riarmo sia il prezzo inevitabile da pagare per riconquistare la sovranità. Un argomento che, preso in astratto, è difficile da liquidare: pensare che nel XXI secolo la sicurezza nazionale possa prescindere dalle capacità militari sarebbe un esercizio di ingenuità.

Il problema, però, è un altro: che cosa stiamo comprando quando diciamo di volerci difendere?

Perché una politica seria della difesa dovrebbe cominciare da una domanda elementare: di quali capacità abbiamo bisogno? Solo dopo viene il conto. Non il contrario.

Invece, osservando la corsa europea al riarmo, sembra talvolta che il procedimento sia stato rovesciato: prima si decide quanti miliardi spendere, poi si cerca qualcosa da comprare. È un metodo eccellente per alimentare l’industria degli armamenti; un po’ meno per costruire una strategia nazionale.

I numeri, del resto, sono impressionanti. L’Italia dovrebbe aumentare progressivamente la propria spesa militare, mentre i programmi già autorizzati in questa legislatura arrivano a oltre 85 miliardi di euro di oneri complessivi. Tra questi figurano carri armati Panther, Eurofighter e sistemi missilistici. Ma la domanda continua a essere lì, ostinata: questi investimenti stanno costruendo autonomia oppure stanno semplicemente acquistando equipaggiamenti?

La guerra del futuro non si combatte soltanto con i carri armati

Qui sta il punto che il dibattito pubblico tende comodamente a rimuovere. I conflitti contemporanei hanno mostrato quanto siano decisive le capacità di intelligence, le comunicazioni, la guerra elettronica, la cybersicurezza, l’intelligenza artificiale, i satelliti, i sistemi autonomi e soprattutto la capacità di aggiornare rapidamente tecnologie e software.

Lo ha riconosciuto persino una voce tutt’altro che pacifista: il generale Vincenzo Camporini ha osservato che il rischio è prepararsi alla prossima guerra con gli strumenti che hanno funzionato nell’ultima. L’esperienza ucraina, secondo la sua analisi, dimostra invece la necessità di cicli di innovazione molto più rapidi, con droni e sistemi senza pilota destinati a cambiare profondamente il modo di combattere. Ed è qui che il grande piano del riarmo comincia a mostrare una curiosa contraddizione.

Possiamo comprare armi. Ma possiamo davvero decidere autonomamente come usarle? Una potenza che dipende da tecnologie straniere per comunicare, osservare, navigare, elaborare dati e aggiornare i propri sistemi d’arma possiede certamente delle capacità militari. Non necessariamente possiede, però, una piena capacità strategica. Il problema non è quindi soltanto quanto spendiamo. È dove finisce quella spesa e quale dipendenza produce.

L’esperienza europea dovrebbe indurre alla prudenza. Tra il 2018 e il 2023, il 78% degli appalti per la difesa nell’Unione europea è stato assegnato a operatori extraeuropei e, di questi, il 63% direttamente agli Stati Uniti. Insomma: l’Europa vuole diventare più autonoma e, per farlo, compra massicciamente fuori dall’Europa. È una strategia che meriterebbe almeno una domanda supplementare.

Il paradosso dell’autonomia europea

Il progetto europeo ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il problema non è soltanto trovare il denaro: è capire se quei soldi costruiranno una vera base industriale e tecnologica europea o alimenteranno, ancora una volta, la filiera americana.  Il paradosso è quasi comico, se non fosse costoso.

L’Europa vuole la sovranità strategica, ma parte da una posizione di forte dipendenza tecnologica. E l’Italia, dentro questa architettura, rischia di essere uno dei compratori più generosi. Non è necessariamente un male cooperare con gli alleati. La cooperazione internazionale è una cosa; la dipendenza strategica è un’altra. Un Paese sovrano deve poter collaborare con altri Paesi senza perdere la capacità di decidere. Altrimenti non si tratta di sovranità: si tratta di outsourcing della sovranità.

Se dunque vogliamo parlare seriamente di difesa nazionale, dovremmo partire da ciò che raramente appare nelle fotografie delle parate. Una rete satellitare nazionale e interoperabile. Sistemi di comunicazione sicuri. Capacità autonoma di cybersecurity. Software strategici sotto controllo nazionale. Industria elettronica. Intelligenza artificiale. Sistemi autonomi. Capacità di produzione e manutenzione domestica. Filiere industriali dual use. E, soprattutto, controllo delle infrastrutture attraverso cui passa la sovranità digitale. Perché è difficile immaginare una guerra moderna nella quale un Paese possa dirsi realmente autonomo se le sue infrastrutture critiche, le sue comunicazioni o le sue tecnologie strategiche dipendono da soggetti esterni. Anche sul piano europeo il problema è evidente: il rapporto citato nei documenti di riferimento segnala ritardi strutturali dell’Europa proprio nei settori che determineranno la potenza del XXI secolo: intelligenza artificiale, digitalizzazione, spazio, materie prime critiche e difesa. E allora forse il vero investimento militare non è necessariamente quello che fa più ru . È quello che riduce una dipendenza.

Droni, satelliti e la guerra che non abbiamo ancora imparato a combattere

Persino dentro l’attuale struttura militare italiana qualcosa sembra muoversi nella direzione giusta. Il Ministero della Difesa starebbe orientando maggiormente l’attenzione verso droni, intelligenza artificiale e satelliti.

Il programma GCAP rappresenta, sotto questo profilo, un esempio interessante: non semplicemente un nuovo caccia, ma una piattaforma connessa con sistemi spaziali, cyber e sciami di droni. E qui emerge una verità che dovrebbe essere banale, ma evidentemente non lo è: un sistema d’arma moderno vale quanto la rete che lo sostiene.

Un caccia senza adeguata intelligence satellitare è meno efficace. Un drone senza comunicazioni sicure è vulnerabile. Un esercito senza capacità informatica è cieco. Un Paese senza infrastrutture tecnologiche proprie rischia di essere potente soltanto finché qualcun altro decide di tenergli accesi gli interruttori.

La stessa discussione sui satelliti lo dimostra. L’Italia possiede capacità spaziali di rilievo, ma una costellazione limitata non basta da sola a sostenere una piena autonomia strategica. E la futura capacità europea di comunicazione satellitare, Iris², procede con tempi che sembrano appartenere più alla burocrazia che alla guerra tecnologica.

E il conto chi lo paga?

Resta infine la questione economica.

Il riarmo non è soltanto una voce di bilancio. È una scelta di allocazione delle risorse. Ogni miliardo destinato a un settore è, inevitabilmente, un miliardo che non viene destinato altrove. Il problema diventa ancora più delicato quando la spesa militare viene finanziata attraverso strumenti finanziari europei e attraverso una crescente mobilitazione del risparmio privato. Il modello prospettato dall’Unione europea rischia di spostare progressivamente il peso del finanziamento degli investimenti strategici verso il capitale privato. E qui il dilemma torna ad essere quello antico: burro o cannoni? Ma oggi la domanda è più sofisticata.

Non si tratta semplicemente di scegliere tra welfare e difesa. Si tratta di capire se possiamo permetterci di spendere enormi quantità di denaro per una difesa che, paradossalmente, lascia intatte le nostre principali dipendenze industriali e tecnologiche. Perché spendere di più non significa automaticamente essere più sicuri.

La sovranità non è una fattura

Se vogliamo davvero prendere sul serio l’articolo 52 della Costituzione e il dovere di difendere la Patria, allora dobbiamo smettere di confondere la difesa con il semplice acquisto di armamenti. La difesa nazionale è anche capacità industriale, autonomia tecnologica, sicurezza energetica, controllo delle infrastrutture, sovranità digitale, spazio, intelligence e capacità produttiva. E soprattutto capacità politica di dire: questa tecnologia la controlliamo noi; questa infrastruttura è nostra; questo sistema possiamo mantenerlo e aggiornarlo senza chiedere il permesso a nessuno. Il resto è una questione di alleanze e di politica estera, sulla quale si può discutere quanto si vuole.

Ma una cosa dovrebbe essere chiara: la sovranità non consiste nel possedere più armi. Consiste nel poter decidere cosa farne. Per questo l’Italia dovrebbe certamente investire nella propria sicurezza. Ma prima di chiedere altri miliardi agli italiani sarebbe opportuno stabilire quale sicurezza vogliamo costruire.

Perché se il risultato finale del grande riarmo sarà un’Italia con più carri armati, più caccia e più missili, ma ancora dipendente da tecnologie, infrastrutture, software e sistemi strategici prodotti altrove, avremo ottenuto qualcosa di curioso.

Avremo speso una fortuna per comprare la nostra stessa dipendenza. E chiamarla sovranità non la renderà tale.

Riarmare l’Italia o comprare la prossima guerra?

Se il risultato finale del grande riarmo sarà un’Italia con più carri armati, più caccia e più missili, ma ancora dipendente da tecnologie, infrastrutture, software e sistemi strategici prodotti altrove, avremo ottenuto qualcosa di curioso.

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La sovranità non si misura in miliardi stanziati, ma nella capacità di decidere come, con quali strumenti e per quali interessi difendersi. E oggi l’Italia rischia di spendere moltissimo per restare dipendente da altri.

C’è chi sostiene che il riarmo sia il prezzo inevitabile da pagare per riconquistare la sovranità. Un argomento che, preso in astratto, è difficile da liquidare: pensare che nel XXI secolo la sicurezza nazionale possa prescindere dalle capacità militari sarebbe un esercizio di ingenuità.

Il problema, però, è un altro: che cosa stiamo comprando quando diciamo di volerci difendere?

Perché una politica seria della difesa dovrebbe cominciare da una domanda elementare: di quali capacità abbiamo bisogno? Solo dopo viene il conto. Non il contrario.

Invece, osservando la corsa europea al riarmo, sembra talvolta che il procedimento sia stato rovesciato: prima si decide quanti miliardi spendere, poi si cerca qualcosa da comprare. È un metodo eccellente per alimentare l’industria degli armamenti; un po’ meno per costruire una strategia nazionale.

I numeri, del resto, sono impressionanti. L’Italia dovrebbe aumentare progressivamente la propria spesa militare, mentre i programmi già autorizzati in questa legislatura arrivano a oltre 85 miliardi di euro di oneri complessivi. Tra questi figurano carri armati Panther, Eurofighter e sistemi missilistici. Ma la domanda continua a essere lì, ostinata: questi investimenti stanno costruendo autonomia oppure stanno semplicemente acquistando equipaggiamenti?

La guerra del futuro non si combatte soltanto con i carri armati

Qui sta il punto che il dibattito pubblico tende comodamente a rimuovere. I conflitti contemporanei hanno mostrato quanto siano decisive le capacità di intelligence, le comunicazioni, la guerra elettronica, la cybersicurezza, l’intelligenza artificiale, i satelliti, i sistemi autonomi e soprattutto la capacità di aggiornare rapidamente tecnologie e software.

Lo ha riconosciuto persino una voce tutt’altro che pacifista: il generale Vincenzo Camporini ha osservato che il rischio è prepararsi alla prossima guerra con gli strumenti che hanno funzionato nell’ultima. L’esperienza ucraina, secondo la sua analisi, dimostra invece la necessità di cicli di innovazione molto più rapidi, con droni e sistemi senza pilota destinati a cambiare profondamente il modo di combattere. Ed è qui che il grande piano del riarmo comincia a mostrare una curiosa contraddizione.

Possiamo comprare armi. Ma possiamo davvero decidere autonomamente come usarle? Una potenza che dipende da tecnologie straniere per comunicare, osservare, navigare, elaborare dati e aggiornare i propri sistemi d’arma possiede certamente delle capacità militari. Non necessariamente possiede, però, una piena capacità strategica. Il problema non è quindi soltanto quanto spendiamo. È dove finisce quella spesa e quale dipendenza produce.

L’esperienza europea dovrebbe indurre alla prudenza. Tra il 2018 e il 2023, il 78% degli appalti per la difesa nell’Unione europea è stato assegnato a operatori extraeuropei e, di questi, il 63% direttamente agli Stati Uniti. Insomma: l’Europa vuole diventare più autonoma e, per farlo, compra massicciamente fuori dall’Europa. È una strategia che meriterebbe almeno una domanda supplementare.

Il paradosso dell’autonomia europea

Il progetto europeo ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il problema non è soltanto trovare il denaro: è capire se quei soldi costruiranno una vera base industriale e tecnologica europea o alimenteranno, ancora una volta, la filiera americana.  Il paradosso è quasi comico, se non fosse costoso.

L’Europa vuole la sovranità strategica, ma parte da una posizione di forte dipendenza tecnologica. E l’Italia, dentro questa architettura, rischia di essere uno dei compratori più generosi. Non è necessariamente un male cooperare con gli alleati. La cooperazione internazionale è una cosa; la dipendenza strategica è un’altra. Un Paese sovrano deve poter collaborare con altri Paesi senza perdere la capacità di decidere. Altrimenti non si tratta di sovranità: si tratta di outsourcing della sovranità.

Se dunque vogliamo parlare seriamente di difesa nazionale, dovremmo partire da ciò che raramente appare nelle fotografie delle parate. Una rete satellitare nazionale e interoperabile. Sistemi di comunicazione sicuri. Capacità autonoma di cybersecurity. Software strategici sotto controllo nazionale. Industria elettronica. Intelligenza artificiale. Sistemi autonomi. Capacità di produzione e manutenzione domestica. Filiere industriali dual use. E, soprattutto, controllo delle infrastrutture attraverso cui passa la sovranità digitale. Perché è difficile immaginare una guerra moderna nella quale un Paese possa dirsi realmente autonomo se le sue infrastrutture critiche, le sue comunicazioni o le sue tecnologie strategiche dipendono da soggetti esterni. Anche sul piano europeo il problema è evidente: il rapporto citato nei documenti di riferimento segnala ritardi strutturali dell’Europa proprio nei settori che determineranno la potenza del XXI secolo: intelligenza artificiale, digitalizzazione, spazio, materie prime critiche e difesa. E allora forse il vero investimento militare non è necessariamente quello che fa più ru . È quello che riduce una dipendenza.

Droni, satelliti e la guerra che non abbiamo ancora imparato a combattere

Persino dentro l’attuale struttura militare italiana qualcosa sembra muoversi nella direzione giusta. Il Ministero della Difesa starebbe orientando maggiormente l’attenzione verso droni, intelligenza artificiale e satelliti.

Il programma GCAP rappresenta, sotto questo profilo, un esempio interessante: non semplicemente un nuovo caccia, ma una piattaforma connessa con sistemi spaziali, cyber e sciami di droni. E qui emerge una verità che dovrebbe essere banale, ma evidentemente non lo è: un sistema d’arma moderno vale quanto la rete che lo sostiene.

Un caccia senza adeguata intelligence satellitare è meno efficace. Un drone senza comunicazioni sicure è vulnerabile. Un esercito senza capacità informatica è cieco. Un Paese senza infrastrutture tecnologiche proprie rischia di essere potente soltanto finché qualcun altro decide di tenergli accesi gli interruttori.

La stessa discussione sui satelliti lo dimostra. L’Italia possiede capacità spaziali di rilievo, ma una costellazione limitata non basta da sola a sostenere una piena autonomia strategica. E la futura capacità europea di comunicazione satellitare, Iris², procede con tempi che sembrano appartenere più alla burocrazia che alla guerra tecnologica.

E il conto chi lo paga?

Resta infine la questione economica.

Il riarmo non è soltanto una voce di bilancio. È una scelta di allocazione delle risorse. Ogni miliardo destinato a un settore è, inevitabilmente, un miliardo che non viene destinato altrove. Il problema diventa ancora più delicato quando la spesa militare viene finanziata attraverso strumenti finanziari europei e attraverso una crescente mobilitazione del risparmio privato. Il modello prospettato dall’Unione europea rischia di spostare progressivamente il peso del finanziamento degli investimenti strategici verso il capitale privato. E qui il dilemma torna ad essere quello antico: burro o cannoni? Ma oggi la domanda è più sofisticata.

Non si tratta semplicemente di scegliere tra welfare e difesa. Si tratta di capire se possiamo permetterci di spendere enormi quantità di denaro per una difesa che, paradossalmente, lascia intatte le nostre principali dipendenze industriali e tecnologiche. Perché spendere di più non significa automaticamente essere più sicuri.

La sovranità non è una fattura

Se vogliamo davvero prendere sul serio l’articolo 52 della Costituzione e il dovere di difendere la Patria, allora dobbiamo smettere di confondere la difesa con il semplice acquisto di armamenti. La difesa nazionale è anche capacità industriale, autonomia tecnologica, sicurezza energetica, controllo delle infrastrutture, sovranità digitale, spazio, intelligence e capacità produttiva. E soprattutto capacità politica di dire: questa tecnologia la controlliamo noi; questa infrastruttura è nostra; questo sistema possiamo mantenerlo e aggiornarlo senza chiedere il permesso a nessuno. Il resto è una questione di alleanze e di politica estera, sulla quale si può discutere quanto si vuole.

Ma una cosa dovrebbe essere chiara: la sovranità non consiste nel possedere più armi. Consiste nel poter decidere cosa farne. Per questo l’Italia dovrebbe certamente investire nella propria sicurezza. Ma prima di chiedere altri miliardi agli italiani sarebbe opportuno stabilire quale sicurezza vogliamo costruire.

Perché se il risultato finale del grande riarmo sarà un’Italia con più carri armati, più caccia e più missili, ma ancora dipendente da tecnologie, infrastrutture, software e sistemi strategici prodotti altrove, avremo ottenuto qualcosa di curioso.

Avremo speso una fortuna per comprare la nostra stessa dipendenza. E chiamarla sovranità non la renderà tale.

Se il risultato finale del grande riarmo sarà un’Italia con più carri armati, più caccia e più missili, ma ancora dipendente da tecnologie, infrastrutture, software e sistemi strategici prodotti altrove, avremo ottenuto qualcosa di curioso.

La sovranità non si misura in miliardi stanziati, ma nella capacità di decidere come, con quali strumenti e per quali interessi difendersi. E oggi l’Italia rischia di spendere moltissimo per restare dipendente da altri.

C’è chi sostiene che il riarmo sia il prezzo inevitabile da pagare per riconquistare la sovranità. Un argomento che, preso in astratto, è difficile da liquidare: pensare che nel XXI secolo la sicurezza nazionale possa prescindere dalle capacità militari sarebbe un esercizio di ingenuità.

Il problema, però, è un altro: che cosa stiamo comprando quando diciamo di volerci difendere?

Perché una politica seria della difesa dovrebbe cominciare da una domanda elementare: di quali capacità abbiamo bisogno? Solo dopo viene il conto. Non il contrario.

Invece, osservando la corsa europea al riarmo, sembra talvolta che il procedimento sia stato rovesciato: prima si decide quanti miliardi spendere, poi si cerca qualcosa da comprare. È un metodo eccellente per alimentare l’industria degli armamenti; un po’ meno per costruire una strategia nazionale.

I numeri, del resto, sono impressionanti. L’Italia dovrebbe aumentare progressivamente la propria spesa militare, mentre i programmi già autorizzati in questa legislatura arrivano a oltre 85 miliardi di euro di oneri complessivi. Tra questi figurano carri armati Panther, Eurofighter e sistemi missilistici. Ma la domanda continua a essere lì, ostinata: questi investimenti stanno costruendo autonomia oppure stanno semplicemente acquistando equipaggiamenti?

La guerra del futuro non si combatte soltanto con i carri armati

Qui sta il punto che il dibattito pubblico tende comodamente a rimuovere. I conflitti contemporanei hanno mostrato quanto siano decisive le capacità di intelligence, le comunicazioni, la guerra elettronica, la cybersicurezza, l’intelligenza artificiale, i satelliti, i sistemi autonomi e soprattutto la capacità di aggiornare rapidamente tecnologie e software.

Lo ha riconosciuto persino una voce tutt’altro che pacifista: il generale Vincenzo Camporini ha osservato che il rischio è prepararsi alla prossima guerra con gli strumenti che hanno funzionato nell’ultima. L’esperienza ucraina, secondo la sua analisi, dimostra invece la necessità di cicli di innovazione molto più rapidi, con droni e sistemi senza pilota destinati a cambiare profondamente il modo di combattere. Ed è qui che il grande piano del riarmo comincia a mostrare una curiosa contraddizione.

Possiamo comprare armi. Ma possiamo davvero decidere autonomamente come usarle? Una potenza che dipende da tecnologie straniere per comunicare, osservare, navigare, elaborare dati e aggiornare i propri sistemi d’arma possiede certamente delle capacità militari. Non necessariamente possiede, però, una piena capacità strategica. Il problema non è quindi soltanto quanto spendiamo. È dove finisce quella spesa e quale dipendenza produce.

L’esperienza europea dovrebbe indurre alla prudenza. Tra il 2018 e il 2023, il 78% degli appalti per la difesa nell’Unione europea è stato assegnato a operatori extraeuropei e, di questi, il 63% direttamente agli Stati Uniti. Insomma: l’Europa vuole diventare più autonoma e, per farlo, compra massicciamente fuori dall’Europa. È una strategia che meriterebbe almeno una domanda supplementare.

Il paradosso dell’autonomia europea

Il progetto europeo ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il problema non è soltanto trovare il denaro: è capire se quei soldi costruiranno una vera base industriale e tecnologica europea o alimenteranno, ancora una volta, la filiera americana.  Il paradosso è quasi comico, se non fosse costoso.

L’Europa vuole la sovranità strategica, ma parte da una posizione di forte dipendenza tecnologica. E l’Italia, dentro questa architettura, rischia di essere uno dei compratori più generosi. Non è necessariamente un male cooperare con gli alleati. La cooperazione internazionale è una cosa; la dipendenza strategica è un’altra. Un Paese sovrano deve poter collaborare con altri Paesi senza perdere la capacità di decidere. Altrimenti non si tratta di sovranità: si tratta di outsourcing della sovranità.

Se dunque vogliamo parlare seriamente di difesa nazionale, dovremmo partire da ciò che raramente appare nelle fotografie delle parate. Una rete satellitare nazionale e interoperabile. Sistemi di comunicazione sicuri. Capacità autonoma di cybersecurity. Software strategici sotto controllo nazionale. Industria elettronica. Intelligenza artificiale. Sistemi autonomi. Capacità di produzione e manutenzione domestica. Filiere industriali dual use. E, soprattutto, controllo delle infrastrutture attraverso cui passa la sovranità digitale. Perché è difficile immaginare una guerra moderna nella quale un Paese possa dirsi realmente autonomo se le sue infrastrutture critiche, le sue comunicazioni o le sue tecnologie strategiche dipendono da soggetti esterni. Anche sul piano europeo il problema è evidente: il rapporto citato nei documenti di riferimento segnala ritardi strutturali dell’Europa proprio nei settori che determineranno la potenza del XXI secolo: intelligenza artificiale, digitalizzazione, spazio, materie prime critiche e difesa. E allora forse il vero investimento militare non è necessariamente quello che fa più ru . È quello che riduce una dipendenza.

Droni, satelliti e la guerra che non abbiamo ancora imparato a combattere

Persino dentro l’attuale struttura militare italiana qualcosa sembra muoversi nella direzione giusta. Il Ministero della Difesa starebbe orientando maggiormente l’attenzione verso droni, intelligenza artificiale e satelliti.

Il programma GCAP rappresenta, sotto questo profilo, un esempio interessante: non semplicemente un nuovo caccia, ma una piattaforma connessa con sistemi spaziali, cyber e sciami di droni. E qui emerge una verità che dovrebbe essere banale, ma evidentemente non lo è: un sistema d’arma moderno vale quanto la rete che lo sostiene.

Un caccia senza adeguata intelligence satellitare è meno efficace. Un drone senza comunicazioni sicure è vulnerabile. Un esercito senza capacità informatica è cieco. Un Paese senza infrastrutture tecnologiche proprie rischia di essere potente soltanto finché qualcun altro decide di tenergli accesi gli interruttori.

La stessa discussione sui satelliti lo dimostra. L’Italia possiede capacità spaziali di rilievo, ma una costellazione limitata non basta da sola a sostenere una piena autonomia strategica. E la futura capacità europea di comunicazione satellitare, Iris², procede con tempi che sembrano appartenere più alla burocrazia che alla guerra tecnologica.

E il conto chi lo paga?

Resta infine la questione economica.

Il riarmo non è soltanto una voce di bilancio. È una scelta di allocazione delle risorse. Ogni miliardo destinato a un settore è, inevitabilmente, un miliardo che non viene destinato altrove. Il problema diventa ancora più delicato quando la spesa militare viene finanziata attraverso strumenti finanziari europei e attraverso una crescente mobilitazione del risparmio privato. Il modello prospettato dall’Unione europea rischia di spostare progressivamente il peso del finanziamento degli investimenti strategici verso il capitale privato. E qui il dilemma torna ad essere quello antico: burro o cannoni? Ma oggi la domanda è più sofisticata.

Non si tratta semplicemente di scegliere tra welfare e difesa. Si tratta di capire se possiamo permetterci di spendere enormi quantità di denaro per una difesa che, paradossalmente, lascia intatte le nostre principali dipendenze industriali e tecnologiche. Perché spendere di più non significa automaticamente essere più sicuri.

La sovranità non è una fattura

Se vogliamo davvero prendere sul serio l’articolo 52 della Costituzione e il dovere di difendere la Patria, allora dobbiamo smettere di confondere la difesa con il semplice acquisto di armamenti. La difesa nazionale è anche capacità industriale, autonomia tecnologica, sicurezza energetica, controllo delle infrastrutture, sovranità digitale, spazio, intelligence e capacità produttiva. E soprattutto capacità politica di dire: questa tecnologia la controlliamo noi; questa infrastruttura è nostra; questo sistema possiamo mantenerlo e aggiornarlo senza chiedere il permesso a nessuno. Il resto è una questione di alleanze e di politica estera, sulla quale si può discutere quanto si vuole.

Ma una cosa dovrebbe essere chiara: la sovranità non consiste nel possedere più armi. Consiste nel poter decidere cosa farne. Per questo l’Italia dovrebbe certamente investire nella propria sicurezza. Ma prima di chiedere altri miliardi agli italiani sarebbe opportuno stabilire quale sicurezza vogliamo costruire.

Perché se il risultato finale del grande riarmo sarà un’Italia con più carri armati, più caccia e più missili, ma ancora dipendente da tecnologie, infrastrutture, software e sistemi strategici prodotti altrove, avremo ottenuto qualcosa di curioso.

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