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Lorenzo Maria Pacini
August 24, 2026
© Photo: Public domain

Terzo tempo della nostra analisi critica alla difesa europea. Il doppio choc del 2022-2025 — conflitto in Ucraina e ritorno di Trump — ha riportato la difesa al centro della politica europea con un’urgenza che non si vedeva dal 1954.

La coalizione dei volenterosi

Terzo tempo della nostra analisi critica alla difesa europea.

Il doppio choc del 2022-2025 — conflitto in Ucraina e ritorno di Trump — ha riportato la difesa al centro della politica europea con un’urgenza che non si vedeva dal 1954.

Le risposte messe in campo dall’Unione nella prima metà del 2025 sono tre, e vale la pena esaminarle perché ciascuna, alla prova dei fatti, ricade dentro la tenaglia. La prima è il piano ReArmEU, che sospende le regole fiscali per consentire maggiore spesa militare e istituisce un fondo, SAFE, di centocinquanta miliardi raccolti dalla Commissione sui mercati e trasferiti agli Stati sotto forma di prestiti. Il difetto è sin da subito strutturale: SAFE offre prestiti, non trasferimenti, che gli Stati devono restituire con gli interessi, ed espone così le asimmetrie tra paesi solidi e paesi già indebitati. Incoraggiando la spesa nazionale decentrata, il piano rischia di frammentare ulteriormente il mercato europeo della difesa anziché unificarlo.

La seconda risposta è la coalizione dei volenterosi lanciata da Francia e Regno Unito per garantire l’Ucraina in assenza del sostegno americano. Si è rivelata in larga misura velleitaria: gli Stati europei non hanno mobilitato risorse sufficienti a creare una forza credibile, e le dinamiche egemoniche interne alla cooperazione intergovernativa ne hanno bloccato i progressi. È la riprova che il metodo intergovernativo, applicato alla forza, non produce potenza ma stallo: quando ogni Stato negozia da sovrano, il risultato è il minimo comun denominatore, che in materia militare significa impotenza. La terza risposta è il rafforzamento dei legami bilaterali — i trattati di Nancy, Kensington, Aquisgrana — che consolida cooperazioni parziali ma per definizione non produce un soggetto strategico unitario.

Le tre risposte condividono una radice, ovvero che nessuna di esse tocca le due ganasce. Un fatto curioso, che sembra significare una precisa volontà di “non guardare”, ancora una volta, il problema.

ReArmEU lavora sulla spesa senza toccare la sovranità decisionale, e dunque lascia intatta la frammentazione; la coalizione dei volenterosi opera fuori dalle istituzioni, e dunque riproduce l’inter-governamentalismo puro con le sue paralisi; i trattati bilaterali moltiplicano i legami senza costruire un centro. E tutte e tre operano nell’ombra lunga del disimpegno americano, cioè reagiscono al venir meno della ganascia esterna senza saper costruire l’alternativa interna. È in questo vuoto che riemerge il fantasma del passato.

La proposta di ratificare oggi il trattato CED del 1952, avanzata sul piano accademico da Federico Fabbrini e tradotta in iniziativa parlamentare dal deputato Del Barba nell’aprile 2025, ha una logica interna che va riconosciuta prima di criticarla. L’argomento strategico è che la CED offrirebbe, rispetto alle alternative attuali, vantaggi reali: un bilancio comune capace di superare le asimmetrie di ReArmEU, una competenza esclusiva sull’industria della difesa capace di risolvere le duplicazioni, un esercito integrato sotto comando unico capace di fornire la deterrenza che la coalizione dei volenterosi non ha, e istituzioni sovranazionali dotate della legittimità per decidere vincolando.

L’argomento giuridico è ancora più ingegnoso. Poiché il trattato fu ratificato da quattro dei sei firmatari e mai denunciato, esso resta valido per quegli Stati ai sensi della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati; potrebbe dunque entrare in vigore con la ratifica dei soli due paesi che non lo ratificarono, Italia e Francia. Una soglia straordinariamente bassa rispetto alle ventisette ratifiche unanimi richieste per emendare i trattati. E precedenti storici mostrano che un trattato può entrare in vigore decenni dopo la firma: la Convenzione europea sul rimpatrio dei minori, adottata nel 1970, entrò in vigore nel 2015; il ventisettesimo emendamento della Costituzione statunitense fu ratificato nel 1992, duecentotré anni dopo la sua proposta.

La forza di questa proposta è di aggirare la ganascia interna dal lato procedurale. Se bastano due ratifiche invece di ventisette, il veto degli Stati refrattari — l’Ungheria di Orbán, i neutrali — cessa di bloccare l’avanzamento. Un’avanguardia di Stati volenterosi potrebbe muoversi senza attendere l’unanimità paralizzante. È l’aspetto genuinamente interessante della riesumazione: riconosce che la difesa europea non può nascere dentro l’architettura costituzionale dell’Unione, e cerca una via d’uscita in un trattato inter se esterno ad essa. In questo la proposta è più lucida della retorica dell’autonomia strategica, perché prende sul serio l’ostacolo istituzionale invece di ignorarlo.

Resurrezione sì, ma in un cimitero europeo

E tuttavia, proprio quando si esamina la proposta con l’attenzione che merita, si vede che essa non scioglie la tenaglia: la riproduce. Consideriamo le due ganasce a una a una. Sul versante interno, aggirare l’unanimità dei ventisette non elimina il problema della volontà politica: lo sposta. La CED richiede pur sempre la ratifica di Italia e Francia, e in Francia — come lo stesso proponente ammette — la questione è politicamente complessa. L’eredità del fallimento del 1954 continua a modellare le posizioni della destra gollista e della sinistra, entrambe di forte tradizione antiamericana, per le quali la CED è sgradita proprio perché lega l’esercito europeo all’Alleanza atlantica, subordinando le forze europee al SACEUR.

Si noti il paradosso, che è lo stesso del 1952: la caratteristica che rende la CED attraente per la maggioranza dei paesi — il suo essere pilastro europeo della NATO — è ciò che la rende impraticabile in Francia. La ganascia interna, cacciata dalla porta dell’unanimità, rientra dalla finestra della ratifica nazionale.

Sul versante esterno, il nodo è più profondo e la proposta lo riconosce chiamandolo per nome: la force de frappe nucleare francese. Quando la CED fu firmata, nessuno dei sei possedeva armi nucleari; oggi la Francia è l’unica potenza nucleare dell’Unione, e la sua dottrina attribuisce al Presidente eletto l’autorità ultima sull’uso dell’arma in difesa degli interessi vitali della nazione. La dimensione europea della dissuasione francese, evocata da Macron, non la rende una dissuasione europea. E qui la subordinazione esterna riappare nella sua forma contemporanea. L’unica via per una difesa europea genuinamente autonoma passerebbe per il trasferimento della sovranità nucleare dal livello nazionale a quello europeo — un passo che la Francia non ha alcuna intenzione di compiere, e che nessun trattato del 1952, muto sull’atomica, può imporre.

Finché l’ombrello nucleare resta o americano o francese, e mai europeo, l’autonomia strategica resta una mera formula.

Ma la difficoltà decisiva è un’altra, e la proposta la lascia in ombra. Anche nella sua versione riesumata, la CED resta ancorata alla NATO e dunque al SACEUR statunitense. Il suo pregio dichiarato è di mitigare i timori di una rottura con Washington; ma questo pregio è, dal punto di vista dell’autonomia, il difetto originario del 1952 riprodotto identico. L’esercito europeo che si vuole far rinascere è, per costruzione, un esercito il cui comando ultimo in caso di aggressione risale a una potenza esterna. Si torna così al punto di partenza. Il progetto continua a offrire un’autonomia condizionata alla subordinazione: gli europei potrebbero avere il loro esercito comune, purché resti pilastro dell’Alleanza guidata da chi, nel frattempo, ha dichiarato di considerare l’Europa un avversario. La resurrezione del morto non rompe la tenaglia; ne è l’ultima, involontaria conferma. Nasce dentro le stesse due condizioni che uccisero l’originale, e con l’aggravante che oggi la ganascia esterna non è più un tutore affidabile ma un egemone ostile, il che rende la subordinazione atlantica non più anche protezione, ma solo subordinazione.

Va detto con la calibrazione che il metodo impone, per non cadere nel determinismo che si è appena rimproverato alla tesi della volontà politica. Che la CED non entri in vigore nei prossimi anni è probabile (confidenza moderata): lo suggeriscono l’instabilità politica francese, il silenzio del governo Meloni sull’iniziativa italiana, e la mancanza di un accordo sul nodo nucleare. Ma la storia insegna che le circostanze politiche possono mutare rapidamente, e che l’erraticità della presidenza Trump potrebbe generare uno choc capace di spostare gli equilibri. Il punto della tesi non è predire il fallimento della singola proposta. È mostrare che, quand’anche la CED entrasse in vigore, essa non fornirebbe all’Europa l’autonomia strategica che promette, perché lascerebbe intatte le due condizioni strutturali della sua impotenza. Avremmo un esercito europeo formalmente integrato e sostanzialmente subordinato — che è esattamente ciò che il continente ha oggi, in forma frammentata, sotto la NATO.

Nessuno ha mai risolto il vero problema

Settant’anni di storia della difesa europea disegnano una figura coerente. Dalla CED alla PESCO, da Petersberg a ReArmEU, ogni tentativo di dotare l’Europa di una capacità militare autonoma ha custodito un nucleo di reale interesse — l’idea che il continente possa decidere della propria sicurezza — e ogni tentativo è rimasto inattuato. La spiegazione consolatoria, che imputa il fallimento alla mancanza di volontà politica, capovolge il rapporto tra causa ed effetto. La volontà non è mancata per debolezza morale degli europei; è mancata perché due condizioni strutturali, agendo come le ganasce di una tenaglia, hanno reso razionale la non-integrazione e superflua l’autonomia.

La ganascia interna è l’architettura costituzionale dell’Unione: una comunità di popoli che conserva, in materia di forza, ventisette sovranità distinte, ciascuna dotata di veto, nessuna disposta a sciogliersi in una volontà comune. La ganascia esterna è la subordinazione a una potenza egemone: prima nella forma della tutela benevola che rendeva l’unificazione non necessaria, poi in quella dell’ostilità dichiarata che la rende urgente ma non per questo possibile. Le due ganasce si rinforzano a vicenda. La frammentazione interna ha reso indispensabile la protezione esterna; la protezione esterna ha reso indesiderabile — per il garante — e superflua — per i garantiti — l’unificazione interna. Chi affronta una sola ganascia, come fa la proposta di riesumare la CED aggirando l’unanimità, si trova stretto dall’altra: la ratifica nazionale, il nodo nucleare, l’ancoraggio al SACEUR.

Uscire dalla tenaglia richiederebbe di agire su entrambe le ganasce insieme, ed è qui che il discorso eccede i confini di questo articolo per toccare una questione di ordine più generale. Sul versante interno, servirebbe trasformare l’Unione da comunità di sovranità in soggetto dotato di volontà strategica propria — un passo che investe la natura costituzionale dell’Europa e che nessuna clausola tecnica può surrogare. Sul versante esterno, servirebbe che l’Europa cessasse di concepire la propria difesa come pilastro di un’alleanza altrui e la pensasse come funzione di una sovranità propria — il che significa, in concreto, affrontare la questione che tutti i progetti dal 1952 hanno eluso: chi comanda, e in nome di quale interesse. Finché il comando ultimo risale a una capitale extraeuropea, l’esercito europeo, comunque lo si nomini, resterà uno strumento di una potenza che non è l’Europa.

Il ritorno del trattato del 1952, in questa luce, è meno una soluzione che un sintomo prezioso. Ci dice che l’Europa avverte finalmente l’urgenza della propria difesa, ma che continua a cercarne la forma dentro le coordinate che l’hanno resa impotente per settant’anni. Il fantasma della CED ritorna perché il problema che avrebbe dovuto risolvere non è mai stato risolto — e non sarà risolto riesumando la soluzione che, già nel 1954, nasceva subordinata.

Non solo: stando così le cose, l’UE è pronta a rimanere incastrata in un vicolo cieco, in quella guerra-senza-fine che continua a promuovere, sia a livello interno che con la propria politica estera. Ma come è possibile sostenere un tale impegno bellico? E come è possibile sostenerlo con un sistema di difesa europea che non funziona? o forse i leader politici di Bruxelles sono pronti a sacrificare il progetto della CED pur di fare una guerra che mai verrà vinta? Allora non è forse tutto un grande inganno?

Un’Europa che voglia davvero difendersi dovrà prima decidere di essere un soggetto politico capace di volere, e poi di volere per sé. Sono due decisioni che nessun trattato può prendere al posto dei popoli europei.

E fino a quando non saranno prese, l’esercito europeo continuerà a essere ciò che è stato dal principio: un’idea di reale interesse, resa irrealizzabile dalla struttura stessa che pretende di ospitarla.

Storia critica del progetto di Difesa Comune Europea: da ReArm Europe alla Guerra-senza-fine

Terzo tempo della nostra analisi critica alla difesa europea. Il doppio choc del 2022-2025 — conflitto in Ucraina e ritorno di Trump — ha riportato la difesa al centro della politica europea con un’urgenza che non si vedeva dal 1954.

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La coalizione dei volenterosi

Terzo tempo della nostra analisi critica alla difesa europea.

Il doppio choc del 2022-2025 — conflitto in Ucraina e ritorno di Trump — ha riportato la difesa al centro della politica europea con un’urgenza che non si vedeva dal 1954.

Le risposte messe in campo dall’Unione nella prima metà del 2025 sono tre, e vale la pena esaminarle perché ciascuna, alla prova dei fatti, ricade dentro la tenaglia. La prima è il piano ReArmEU, che sospende le regole fiscali per consentire maggiore spesa militare e istituisce un fondo, SAFE, di centocinquanta miliardi raccolti dalla Commissione sui mercati e trasferiti agli Stati sotto forma di prestiti. Il difetto è sin da subito strutturale: SAFE offre prestiti, non trasferimenti, che gli Stati devono restituire con gli interessi, ed espone così le asimmetrie tra paesi solidi e paesi già indebitati. Incoraggiando la spesa nazionale decentrata, il piano rischia di frammentare ulteriormente il mercato europeo della difesa anziché unificarlo.

La seconda risposta è la coalizione dei volenterosi lanciata da Francia e Regno Unito per garantire l’Ucraina in assenza del sostegno americano. Si è rivelata in larga misura velleitaria: gli Stati europei non hanno mobilitato risorse sufficienti a creare una forza credibile, e le dinamiche egemoniche interne alla cooperazione intergovernativa ne hanno bloccato i progressi. È la riprova che il metodo intergovernativo, applicato alla forza, non produce potenza ma stallo: quando ogni Stato negozia da sovrano, il risultato è il minimo comun denominatore, che in materia militare significa impotenza. La terza risposta è il rafforzamento dei legami bilaterali — i trattati di Nancy, Kensington, Aquisgrana — che consolida cooperazioni parziali ma per definizione non produce un soggetto strategico unitario.

Le tre risposte condividono una radice, ovvero che nessuna di esse tocca le due ganasce. Un fatto curioso, che sembra significare una precisa volontà di “non guardare”, ancora una volta, il problema.

ReArmEU lavora sulla spesa senza toccare la sovranità decisionale, e dunque lascia intatta la frammentazione; la coalizione dei volenterosi opera fuori dalle istituzioni, e dunque riproduce l’inter-governamentalismo puro con le sue paralisi; i trattati bilaterali moltiplicano i legami senza costruire un centro. E tutte e tre operano nell’ombra lunga del disimpegno americano, cioè reagiscono al venir meno della ganascia esterna senza saper costruire l’alternativa interna. È in questo vuoto che riemerge il fantasma del passato.

La proposta di ratificare oggi il trattato CED del 1952, avanzata sul piano accademico da Federico Fabbrini e tradotta in iniziativa parlamentare dal deputato Del Barba nell’aprile 2025, ha una logica interna che va riconosciuta prima di criticarla. L’argomento strategico è che la CED offrirebbe, rispetto alle alternative attuali, vantaggi reali: un bilancio comune capace di superare le asimmetrie di ReArmEU, una competenza esclusiva sull’industria della difesa capace di risolvere le duplicazioni, un esercito integrato sotto comando unico capace di fornire la deterrenza che la coalizione dei volenterosi non ha, e istituzioni sovranazionali dotate della legittimità per decidere vincolando.

L’argomento giuridico è ancora più ingegnoso. Poiché il trattato fu ratificato da quattro dei sei firmatari e mai denunciato, esso resta valido per quegli Stati ai sensi della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati; potrebbe dunque entrare in vigore con la ratifica dei soli due paesi che non lo ratificarono, Italia e Francia. Una soglia straordinariamente bassa rispetto alle ventisette ratifiche unanimi richieste per emendare i trattati. E precedenti storici mostrano che un trattato può entrare in vigore decenni dopo la firma: la Convenzione europea sul rimpatrio dei minori, adottata nel 1970, entrò in vigore nel 2015; il ventisettesimo emendamento della Costituzione statunitense fu ratificato nel 1992, duecentotré anni dopo la sua proposta.

La forza di questa proposta è di aggirare la ganascia interna dal lato procedurale. Se bastano due ratifiche invece di ventisette, il veto degli Stati refrattari — l’Ungheria di Orbán, i neutrali — cessa di bloccare l’avanzamento. Un’avanguardia di Stati volenterosi potrebbe muoversi senza attendere l’unanimità paralizzante. È l’aspetto genuinamente interessante della riesumazione: riconosce che la difesa europea non può nascere dentro l’architettura costituzionale dell’Unione, e cerca una via d’uscita in un trattato inter se esterno ad essa. In questo la proposta è più lucida della retorica dell’autonomia strategica, perché prende sul serio l’ostacolo istituzionale invece di ignorarlo.

Resurrezione sì, ma in un cimitero europeo

E tuttavia, proprio quando si esamina la proposta con l’attenzione che merita, si vede che essa non scioglie la tenaglia: la riproduce. Consideriamo le due ganasce a una a una. Sul versante interno, aggirare l’unanimità dei ventisette non elimina il problema della volontà politica: lo sposta. La CED richiede pur sempre la ratifica di Italia e Francia, e in Francia — come lo stesso proponente ammette — la questione è politicamente complessa. L’eredità del fallimento del 1954 continua a modellare le posizioni della destra gollista e della sinistra, entrambe di forte tradizione antiamericana, per le quali la CED è sgradita proprio perché lega l’esercito europeo all’Alleanza atlantica, subordinando le forze europee al SACEUR.

Si noti il paradosso, che è lo stesso del 1952: la caratteristica che rende la CED attraente per la maggioranza dei paesi — il suo essere pilastro europeo della NATO — è ciò che la rende impraticabile in Francia. La ganascia interna, cacciata dalla porta dell’unanimità, rientra dalla finestra della ratifica nazionale.

Sul versante esterno, il nodo è più profondo e la proposta lo riconosce chiamandolo per nome: la force de frappe nucleare francese. Quando la CED fu firmata, nessuno dei sei possedeva armi nucleari; oggi la Francia è l’unica potenza nucleare dell’Unione, e la sua dottrina attribuisce al Presidente eletto l’autorità ultima sull’uso dell’arma in difesa degli interessi vitali della nazione. La dimensione europea della dissuasione francese, evocata da Macron, non la rende una dissuasione europea. E qui la subordinazione esterna riappare nella sua forma contemporanea. L’unica via per una difesa europea genuinamente autonoma passerebbe per il trasferimento della sovranità nucleare dal livello nazionale a quello europeo — un passo che la Francia non ha alcuna intenzione di compiere, e che nessun trattato del 1952, muto sull’atomica, può imporre.

Finché l’ombrello nucleare resta o americano o francese, e mai europeo, l’autonomia strategica resta una mera formula.

Ma la difficoltà decisiva è un’altra, e la proposta la lascia in ombra. Anche nella sua versione riesumata, la CED resta ancorata alla NATO e dunque al SACEUR statunitense. Il suo pregio dichiarato è di mitigare i timori di una rottura con Washington; ma questo pregio è, dal punto di vista dell’autonomia, il difetto originario del 1952 riprodotto identico. L’esercito europeo che si vuole far rinascere è, per costruzione, un esercito il cui comando ultimo in caso di aggressione risale a una potenza esterna. Si torna così al punto di partenza. Il progetto continua a offrire un’autonomia condizionata alla subordinazione: gli europei potrebbero avere il loro esercito comune, purché resti pilastro dell’Alleanza guidata da chi, nel frattempo, ha dichiarato di considerare l’Europa un avversario. La resurrezione del morto non rompe la tenaglia; ne è l’ultima, involontaria conferma. Nasce dentro le stesse due condizioni che uccisero l’originale, e con l’aggravante che oggi la ganascia esterna non è più un tutore affidabile ma un egemone ostile, il che rende la subordinazione atlantica non più anche protezione, ma solo subordinazione.

Va detto con la calibrazione che il metodo impone, per non cadere nel determinismo che si è appena rimproverato alla tesi della volontà politica. Che la CED non entri in vigore nei prossimi anni è probabile (confidenza moderata): lo suggeriscono l’instabilità politica francese, il silenzio del governo Meloni sull’iniziativa italiana, e la mancanza di un accordo sul nodo nucleare. Ma la storia insegna che le circostanze politiche possono mutare rapidamente, e che l’erraticità della presidenza Trump potrebbe generare uno choc capace di spostare gli equilibri. Il punto della tesi non è predire il fallimento della singola proposta. È mostrare che, quand’anche la CED entrasse in vigore, essa non fornirebbe all’Europa l’autonomia strategica che promette, perché lascerebbe intatte le due condizioni strutturali della sua impotenza. Avremmo un esercito europeo formalmente integrato e sostanzialmente subordinato — che è esattamente ciò che il continente ha oggi, in forma frammentata, sotto la NATO.

Nessuno ha mai risolto il vero problema

Settant’anni di storia della difesa europea disegnano una figura coerente. Dalla CED alla PESCO, da Petersberg a ReArmEU, ogni tentativo di dotare l’Europa di una capacità militare autonoma ha custodito un nucleo di reale interesse — l’idea che il continente possa decidere della propria sicurezza — e ogni tentativo è rimasto inattuato. La spiegazione consolatoria, che imputa il fallimento alla mancanza di volontà politica, capovolge il rapporto tra causa ed effetto. La volontà non è mancata per debolezza morale degli europei; è mancata perché due condizioni strutturali, agendo come le ganasce di una tenaglia, hanno reso razionale la non-integrazione e superflua l’autonomia.

La ganascia interna è l’architettura costituzionale dell’Unione: una comunità di popoli che conserva, in materia di forza, ventisette sovranità distinte, ciascuna dotata di veto, nessuna disposta a sciogliersi in una volontà comune. La ganascia esterna è la subordinazione a una potenza egemone: prima nella forma della tutela benevola che rendeva l’unificazione non necessaria, poi in quella dell’ostilità dichiarata che la rende urgente ma non per questo possibile. Le due ganasce si rinforzano a vicenda. La frammentazione interna ha reso indispensabile la protezione esterna; la protezione esterna ha reso indesiderabile — per il garante — e superflua — per i garantiti — l’unificazione interna. Chi affronta una sola ganascia, come fa la proposta di riesumare la CED aggirando l’unanimità, si trova stretto dall’altra: la ratifica nazionale, il nodo nucleare, l’ancoraggio al SACEUR.

Uscire dalla tenaglia richiederebbe di agire su entrambe le ganasce insieme, ed è qui che il discorso eccede i confini di questo articolo per toccare una questione di ordine più generale. Sul versante interno, servirebbe trasformare l’Unione da comunità di sovranità in soggetto dotato di volontà strategica propria — un passo che investe la natura costituzionale dell’Europa e che nessuna clausola tecnica può surrogare. Sul versante esterno, servirebbe che l’Europa cessasse di concepire la propria difesa come pilastro di un’alleanza altrui e la pensasse come funzione di una sovranità propria — il che significa, in concreto, affrontare la questione che tutti i progetti dal 1952 hanno eluso: chi comanda, e in nome di quale interesse. Finché il comando ultimo risale a una capitale extraeuropea, l’esercito europeo, comunque lo si nomini, resterà uno strumento di una potenza che non è l’Europa.

Il ritorno del trattato del 1952, in questa luce, è meno una soluzione che un sintomo prezioso. Ci dice che l’Europa avverte finalmente l’urgenza della propria difesa, ma che continua a cercarne la forma dentro le coordinate che l’hanno resa impotente per settant’anni. Il fantasma della CED ritorna perché il problema che avrebbe dovuto risolvere non è mai stato risolto — e non sarà risolto riesumando la soluzione che, già nel 1954, nasceva subordinata.

Non solo: stando così le cose, l’UE è pronta a rimanere incastrata in un vicolo cieco, in quella guerra-senza-fine che continua a promuovere, sia a livello interno che con la propria politica estera. Ma come è possibile sostenere un tale impegno bellico? E come è possibile sostenerlo con un sistema di difesa europea che non funziona? o forse i leader politici di Bruxelles sono pronti a sacrificare il progetto della CED pur di fare una guerra che mai verrà vinta? Allora non è forse tutto un grande inganno?

Un’Europa che voglia davvero difendersi dovrà prima decidere di essere un soggetto politico capace di volere, e poi di volere per sé. Sono due decisioni che nessun trattato può prendere al posto dei popoli europei.

E fino a quando non saranno prese, l’esercito europeo continuerà a essere ciò che è stato dal principio: un’idea di reale interesse, resa irrealizzabile dalla struttura stessa che pretende di ospitarla.

Terzo tempo della nostra analisi critica alla difesa europea. Il doppio choc del 2022-2025 — conflitto in Ucraina e ritorno di Trump — ha riportato la difesa al centro della politica europea con un’urgenza che non si vedeva dal 1954.

La coalizione dei volenterosi

Terzo tempo della nostra analisi critica alla difesa europea.

Il doppio choc del 2022-2025 — conflitto in Ucraina e ritorno di Trump — ha riportato la difesa al centro della politica europea con un’urgenza che non si vedeva dal 1954.

Le risposte messe in campo dall’Unione nella prima metà del 2025 sono tre, e vale la pena esaminarle perché ciascuna, alla prova dei fatti, ricade dentro la tenaglia. La prima è il piano ReArmEU, che sospende le regole fiscali per consentire maggiore spesa militare e istituisce un fondo, SAFE, di centocinquanta miliardi raccolti dalla Commissione sui mercati e trasferiti agli Stati sotto forma di prestiti. Il difetto è sin da subito strutturale: SAFE offre prestiti, non trasferimenti, che gli Stati devono restituire con gli interessi, ed espone così le asimmetrie tra paesi solidi e paesi già indebitati. Incoraggiando la spesa nazionale decentrata, il piano rischia di frammentare ulteriormente il mercato europeo della difesa anziché unificarlo.

La seconda risposta è la coalizione dei volenterosi lanciata da Francia e Regno Unito per garantire l’Ucraina in assenza del sostegno americano. Si è rivelata in larga misura velleitaria: gli Stati europei non hanno mobilitato risorse sufficienti a creare una forza credibile, e le dinamiche egemoniche interne alla cooperazione intergovernativa ne hanno bloccato i progressi. È la riprova che il metodo intergovernativo, applicato alla forza, non produce potenza ma stallo: quando ogni Stato negozia da sovrano, il risultato è il minimo comun denominatore, che in materia militare significa impotenza. La terza risposta è il rafforzamento dei legami bilaterali — i trattati di Nancy, Kensington, Aquisgrana — che consolida cooperazioni parziali ma per definizione non produce un soggetto strategico unitario.

Le tre risposte condividono una radice, ovvero che nessuna di esse tocca le due ganasce. Un fatto curioso, che sembra significare una precisa volontà di “non guardare”, ancora una volta, il problema.

ReArmEU lavora sulla spesa senza toccare la sovranità decisionale, e dunque lascia intatta la frammentazione; la coalizione dei volenterosi opera fuori dalle istituzioni, e dunque riproduce l’inter-governamentalismo puro con le sue paralisi; i trattati bilaterali moltiplicano i legami senza costruire un centro. E tutte e tre operano nell’ombra lunga del disimpegno americano, cioè reagiscono al venir meno della ganascia esterna senza saper costruire l’alternativa interna. È in questo vuoto che riemerge il fantasma del passato.

La proposta di ratificare oggi il trattato CED del 1952, avanzata sul piano accademico da Federico Fabbrini e tradotta in iniziativa parlamentare dal deputato Del Barba nell’aprile 2025, ha una logica interna che va riconosciuta prima di criticarla. L’argomento strategico è che la CED offrirebbe, rispetto alle alternative attuali, vantaggi reali: un bilancio comune capace di superare le asimmetrie di ReArmEU, una competenza esclusiva sull’industria della difesa capace di risolvere le duplicazioni, un esercito integrato sotto comando unico capace di fornire la deterrenza che la coalizione dei volenterosi non ha, e istituzioni sovranazionali dotate della legittimità per decidere vincolando.

L’argomento giuridico è ancora più ingegnoso. Poiché il trattato fu ratificato da quattro dei sei firmatari e mai denunciato, esso resta valido per quegli Stati ai sensi della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati; potrebbe dunque entrare in vigore con la ratifica dei soli due paesi che non lo ratificarono, Italia e Francia. Una soglia straordinariamente bassa rispetto alle ventisette ratifiche unanimi richieste per emendare i trattati. E precedenti storici mostrano che un trattato può entrare in vigore decenni dopo la firma: la Convenzione europea sul rimpatrio dei minori, adottata nel 1970, entrò in vigore nel 2015; il ventisettesimo emendamento della Costituzione statunitense fu ratificato nel 1992, duecentotré anni dopo la sua proposta.

La forza di questa proposta è di aggirare la ganascia interna dal lato procedurale. Se bastano due ratifiche invece di ventisette, il veto degli Stati refrattari — l’Ungheria di Orbán, i neutrali — cessa di bloccare l’avanzamento. Un’avanguardia di Stati volenterosi potrebbe muoversi senza attendere l’unanimità paralizzante. È l’aspetto genuinamente interessante della riesumazione: riconosce che la difesa europea non può nascere dentro l’architettura costituzionale dell’Unione, e cerca una via d’uscita in un trattato inter se esterno ad essa. In questo la proposta è più lucida della retorica dell’autonomia strategica, perché prende sul serio l’ostacolo istituzionale invece di ignorarlo.

Resurrezione sì, ma in un cimitero europeo

E tuttavia, proprio quando si esamina la proposta con l’attenzione che merita, si vede che essa non scioglie la tenaglia: la riproduce. Consideriamo le due ganasce a una a una. Sul versante interno, aggirare l’unanimità dei ventisette non elimina il problema della volontà politica: lo sposta. La CED richiede pur sempre la ratifica di Italia e Francia, e in Francia — come lo stesso proponente ammette — la questione è politicamente complessa. L’eredità del fallimento del 1954 continua a modellare le posizioni della destra gollista e della sinistra, entrambe di forte tradizione antiamericana, per le quali la CED è sgradita proprio perché lega l’esercito europeo all’Alleanza atlantica, subordinando le forze europee al SACEUR.

Si noti il paradosso, che è lo stesso del 1952: la caratteristica che rende la CED attraente per la maggioranza dei paesi — il suo essere pilastro europeo della NATO — è ciò che la rende impraticabile in Francia. La ganascia interna, cacciata dalla porta dell’unanimità, rientra dalla finestra della ratifica nazionale.

Sul versante esterno, il nodo è più profondo e la proposta lo riconosce chiamandolo per nome: la force de frappe nucleare francese. Quando la CED fu firmata, nessuno dei sei possedeva armi nucleari; oggi la Francia è l’unica potenza nucleare dell’Unione, e la sua dottrina attribuisce al Presidente eletto l’autorità ultima sull’uso dell’arma in difesa degli interessi vitali della nazione. La dimensione europea della dissuasione francese, evocata da Macron, non la rende una dissuasione europea. E qui la subordinazione esterna riappare nella sua forma contemporanea. L’unica via per una difesa europea genuinamente autonoma passerebbe per il trasferimento della sovranità nucleare dal livello nazionale a quello europeo — un passo che la Francia non ha alcuna intenzione di compiere, e che nessun trattato del 1952, muto sull’atomica, può imporre.

Finché l’ombrello nucleare resta o americano o francese, e mai europeo, l’autonomia strategica resta una mera formula.

Ma la difficoltà decisiva è un’altra, e la proposta la lascia in ombra. Anche nella sua versione riesumata, la CED resta ancorata alla NATO e dunque al SACEUR statunitense. Il suo pregio dichiarato è di mitigare i timori di una rottura con Washington; ma questo pregio è, dal punto di vista dell’autonomia, il difetto originario del 1952 riprodotto identico. L’esercito europeo che si vuole far rinascere è, per costruzione, un esercito il cui comando ultimo in caso di aggressione risale a una potenza esterna. Si torna così al punto di partenza. Il progetto continua a offrire un’autonomia condizionata alla subordinazione: gli europei potrebbero avere il loro esercito comune, purché resti pilastro dell’Alleanza guidata da chi, nel frattempo, ha dichiarato di considerare l’Europa un avversario. La resurrezione del morto non rompe la tenaglia; ne è l’ultima, involontaria conferma. Nasce dentro le stesse due condizioni che uccisero l’originale, e con l’aggravante che oggi la ganascia esterna non è più un tutore affidabile ma un egemone ostile, il che rende la subordinazione atlantica non più anche protezione, ma solo subordinazione.

Va detto con la calibrazione che il metodo impone, per non cadere nel determinismo che si è appena rimproverato alla tesi della volontà politica. Che la CED non entri in vigore nei prossimi anni è probabile (confidenza moderata): lo suggeriscono l’instabilità politica francese, il silenzio del governo Meloni sull’iniziativa italiana, e la mancanza di un accordo sul nodo nucleare. Ma la storia insegna che le circostanze politiche possono mutare rapidamente, e che l’erraticità della presidenza Trump potrebbe generare uno choc capace di spostare gli equilibri. Il punto della tesi non è predire il fallimento della singola proposta. È mostrare che, quand’anche la CED entrasse in vigore, essa non fornirebbe all’Europa l’autonomia strategica che promette, perché lascerebbe intatte le due condizioni strutturali della sua impotenza. Avremmo un esercito europeo formalmente integrato e sostanzialmente subordinato — che è esattamente ciò che il continente ha oggi, in forma frammentata, sotto la NATO.

Nessuno ha mai risolto il vero problema

Settant’anni di storia della difesa europea disegnano una figura coerente. Dalla CED alla PESCO, da Petersberg a ReArmEU, ogni tentativo di dotare l’Europa di una capacità militare autonoma ha custodito un nucleo di reale interesse — l’idea che il continente possa decidere della propria sicurezza — e ogni tentativo è rimasto inattuato. La spiegazione consolatoria, che imputa il fallimento alla mancanza di volontà politica, capovolge il rapporto tra causa ed effetto. La volontà non è mancata per debolezza morale degli europei; è mancata perché due condizioni strutturali, agendo come le ganasce di una tenaglia, hanno reso razionale la non-integrazione e superflua l’autonomia.

La ganascia interna è l’architettura costituzionale dell’Unione: una comunità di popoli che conserva, in materia di forza, ventisette sovranità distinte, ciascuna dotata di veto, nessuna disposta a sciogliersi in una volontà comune. La ganascia esterna è la subordinazione a una potenza egemone: prima nella forma della tutela benevola che rendeva l’unificazione non necessaria, poi in quella dell’ostilità dichiarata che la rende urgente ma non per questo possibile. Le due ganasce si rinforzano a vicenda. La frammentazione interna ha reso indispensabile la protezione esterna; la protezione esterna ha reso indesiderabile — per il garante — e superflua — per i garantiti — l’unificazione interna. Chi affronta una sola ganascia, come fa la proposta di riesumare la CED aggirando l’unanimità, si trova stretto dall’altra: la ratifica nazionale, il nodo nucleare, l’ancoraggio al SACEUR.

Uscire dalla tenaglia richiederebbe di agire su entrambe le ganasce insieme, ed è qui che il discorso eccede i confini di questo articolo per toccare una questione di ordine più generale. Sul versante interno, servirebbe trasformare l’Unione da comunità di sovranità in soggetto dotato di volontà strategica propria — un passo che investe la natura costituzionale dell’Europa e che nessuna clausola tecnica può surrogare. Sul versante esterno, servirebbe che l’Europa cessasse di concepire la propria difesa come pilastro di un’alleanza altrui e la pensasse come funzione di una sovranità propria — il che significa, in concreto, affrontare la questione che tutti i progetti dal 1952 hanno eluso: chi comanda, e in nome di quale interesse. Finché il comando ultimo risale a una capitale extraeuropea, l’esercito europeo, comunque lo si nomini, resterà uno strumento di una potenza che non è l’Europa.

Il ritorno del trattato del 1952, in questa luce, è meno una soluzione che un sintomo prezioso. Ci dice che l’Europa avverte finalmente l’urgenza della propria difesa, ma che continua a cercarne la forma dentro le coordinate che l’hanno resa impotente per settant’anni. Il fantasma della CED ritorna perché il problema che avrebbe dovuto risolvere non è mai stato risolto — e non sarà risolto riesumando la soluzione che, già nel 1954, nasceva subordinata.

Non solo: stando così le cose, l’UE è pronta a rimanere incastrata in un vicolo cieco, in quella guerra-senza-fine che continua a promuovere, sia a livello interno che con la propria politica estera. Ma come è possibile sostenere un tale impegno bellico? E come è possibile sostenerlo con un sistema di difesa europea che non funziona? o forse i leader politici di Bruxelles sono pronti a sacrificare il progetto della CED pur di fare una guerra che mai verrà vinta? Allora non è forse tutto un grande inganno?

Un’Europa che voglia davvero difendersi dovrà prima decidere di essere un soggetto politico capace di volere, e poi di volere per sé. Sono due decisioni che nessun trattato può prendere al posto dei popoli europei.

E fino a quando non saranno prese, l’esercito europeo continuerà a essere ciò che è stato dal principio: un’idea di reale interesse, resa irrealizzabile dalla struttura stessa che pretende di ospitarla.

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