C’è qualcosa di profondamente grottesco nella forma che sta assumendo la censura contemporanea: non ha più bisogno di un censore, di un ministro dell’Informazione, di una commissione ideologica, di un funzionario incaricato di apporre la fatidica matita rossa sul testo sgradito e neppure, fortunatamente, di un poliziotto che si presenti alla porta di casa.
C’è qualcosa di profondamente grottesco nella forma che sta assumendo la censura contemporanea: non ha più bisogno di un censore, di un ministro dell’Informazione, di una commissione ideologica, di un funzionario incaricato di apporre la fatidica matita rossa sul testo sgradito e neppure, fortunatamente, di un poliziotto che si presenti alla porta di casa.
È sufficiente un algoritmo, un regolamento interno scritto nel rassicurante linguaggio asettico delle grandi corporation tecnologiche, una squadra di moderatori e, soprattutto, un pulsante. Il caso di Emir Kusturica, il celebre regista serbo il cui canale YouTube è stato recentemente rimosso dalla piattaforma, è interessante proprio per questo motivo. Il canale, realizzato in collaborazione con Sputnik Serbia, contava circa 30.000 iscritti e aveva accumulato milioni di visualizzazioni; la sua cancellazione ha suscitato interrogativi soprattutto perché, almeno nelle prime ore successive alla rimozione, non risultava pubblicamente disponibile una motivazione sufficientemente chiara e circostanziata del provvedimento. Le fonti che hanno dato conto della vicenda hanno sottolineato il collegamento del canale con Sputnik e le note posizioni politiche di Kusturica, ma proprio qui occorre essere intellettualmente onesti: sostenere che il canale sia stato eliminato perché Kusturica è filorusso rappresenta un’ipotesi politica plausibile alla luce del contesto, non una causalità che possa essere considerata definitivamente provata senza conoscere la motivazione formale di YouTube. E tuttavia questa prudenza, che è necessaria sul piano fattuale, non indebolisce affatto il problema politico; al contrario, lo rende ancora più interessante, perché se una piattaforma decide di espellere un soggetto dalla propria infrastruttura comunicativa per una violazione delle proprie regole, allora deve essere in grado di spiegare con precisione quale regola sia stata violata, attraverso quale contenuto e secondo quale procedura, mentre se la decisione discende da un regime sanzionatorio, da una politica relativa ai media statali russi o da un’altra circostanza normativamente definita, anche questo dovrebbe essere dichiarato con altrettanta chiarezza.
La questione fondamentale, insomma, non è che YouTube abbia delle regole: sarebbe perfettamente assurdo pretendere che una piattaforma privata debba necessariamente ospitare qualunque contenuto prodotto da chiunque. Il punto è che, quando una piattaforma privata raggiunge una posizione tale da diventare una delle principali infrastrutture attraverso cui milioni o miliardi di persone partecipano alla vita culturale e politica, la sua capacità di espellere, oscurare, declassare o rendere invisibile un individuo assume inevitabilmente una rilevanza che supera di molto la dimensione del semplice rapporto contrattuale tra azienda e cliente.
È precisamente qui che il vecchio dibattito sulla censura deve essere aggiornato. Abbiamo trascorso decenni a spiegare, giustamente, che il potere pubblico poteva essere pericoloso perché disponeva della capacità di reprimere la libertà di espressione; abbiamo poi costruito, soprattutto a partire dalla rivoluzione digitale, un ecosistema nel quale una parte sempre maggiore della capacità effettiva di distribuzione delle informazioni è stata trasferita a soggetti privati e oggi scopriamo che il potere privato può produrre effetti socialmente e politicamente molto simili a quelli che un tempo associavamo esclusivamente alla censura statale, senza però assumere necessariamente il linguaggio, la responsabilità e i limiti dell’autorità pubblica. È questa la straordinaria ambiguità del nostro tempo: l’atto attraverso il quale un individuo viene espulso dallo spazio comunicativo è formalmente privato, ma le sue conseguenze possono essere eminentemente pubbliche. Il vecchio censore diceva: «Taci». Il nuovo censore, molto più elegante, dice: «Il tuo contenuto non è conforme ai nostri standard». La differenza linguistica è enorme; la differenza politica, in determinate circostanze, può essere assai più ridotta di quanto ci piaccia ammettere.
Naturalmente la piattaforma dispone del diritto di stabilire regole e di applicarle. YouTube prevede sistemi di avvertimento, strike, sospensioni e terminazioni dei canali e stabilisce anche la possibilità di procedere a una chiusura immediata nei casi considerati particolarmente gravi.
Il problema, dunque, non è costruire una caricatura nella quale una corporation tecnologica malvagia si sveglia una mattina e decide arbitrariamente chi può parlare e chi no; il problema è molto più serio e riguarda la natura stessa della governance digitale. Quando una piattaforma deve prendere milioni di decisioni di moderazione, inevitabilmente sviluppa apparati algoritmici, sistemi automatizzati, classificazioni, procedure standardizzate e modelli di valutazione del rischio che trasformano la gestione del discorso pubblico in una forma di amministrazione industriale. Secondo i dati pubblicati dalle stesse piattaforme e dalle istituzioni europee, parliamo ormai di miliardi di decisioni di moderazione dei contenuti. La Commissione europea ha rilevato che nel primo semestre del 2025 le piattaforme hanno comunicato oltre nove miliardi di decisioni di moderazione, nella stragrande maggioranza dei casi adottate proattivamente sulla base delle condizioni d’uso dei servizi. Nove miliardi: una cifra che dovrebbe essere sufficiente a farci comprendere come la parola «moderazione» rischi ormai di essere riduttiva. Non siamo più davanti al vecchio redattore che legge un articolo e decide se pubblicarlo; siamo davanti a una forma di amministrazione privata e automatizzata della sfera discorsiva, nella quale una quantità sterminata di contenuti viene classificata, filtrata, ordinata, demonetizzata, resa meno visibile oppure rimossa. E quando la scala diventa industriale, l’errore non è più una semplice anomalia occasionale: diventa una possibilità strutturale del sistema.
Il Digital Services Act europeo, da questo punto di vista, contiene un’intuizione assai più importante di quanto normalmente si riconosca. L’Unione europea non ha semplicemente cercato di stabilire che cosa le piattaforme possano o non possano pubblicare; ha introdotto, almeno in linea di principio, una serie di garanzie procedurali che riconoscono implicitamente la crescente rilevanza politica del loro potere. L’articolo 17 del DSA impone agli intermediari, in determinate circostanze, di fornire agli utenti una motivazione chiara e specifica quando un contenuto viene rimosso o quando l’accesso a un servizio viene limitato, e il sistema europeo prevede inoltre meccanismi di reclamo e possibilità di contestazione delle decisioni. È un passaggio decisivo, perché significa che persino l’ordinamento europeo, spesso accusato da opposte fazioni di voler trasformare Internet in uno spazio iper-regolamentato, ha riconosciuto qualcosa di elementare: se un soggetto privato dispone di un potere sufficientemente grande da incidere sulla partecipazione degli individui alla sfera pubblica, non può pretendere che la propria discrezionalità sia sottratta a qualunque forma di trasparenza e di controllo. Il principio è molto semplice: non si pretende necessariamente che la piattaforma debba sempre mantenere online un contenuto; si pretende che, quando esercita un potere significativo sulla libertà comunicativa di un individuo, sia in grado di spiegare perché lo esercita e consenta, entro determinati limiti, di contestare la decisione.
Ed è qui che il caso Kusturica assume una dimensione che supera di gran lunga la vicenda personale del regista serbo. Kusturica non è un personaggio politicamente neutro: le sue simpatie verso la Russia sono note, così come sono noti i suoi rapporti con ambienti culturali e mediatici russi; il fatto che il suo canale fosse realizzato in collaborazione con Sputnik Serbia rende inoltre evidente che la vicenda non può essere separata dal più ampio conflitto informativo che accompagna la guerra russo-ucraina. Ma proprio per questo sarebbe un errore ridurre tutto a una disputa tra «filorussi» e «antirussi». La questione davvero importante è un’altra: che cosa succede quando il conflitto geopolitico penetra nelle infrastrutture private della comunicazione e quando la distinzione tra contrasto alla propaganda, moderazione dei contenuti e controllo politico dell’informazione diventa sempre più difficile da tracciare? È una domanda scomoda perché obbliga a riconoscere che la libertà di espressione non può dipendere dal fatto che un’opinione ci piaccia o meno. Kusturica può avere torto sulla Russia, può avere ragione su alcuni aspetti e torto su altri, può esprimere opinioni discutibili, provocatorie o persino assurde; ma la libertà di espressione non è stata concepita per proteggere le opinioni corrette, perché per quelle non sarebbe necessaria alcuna libertà. È stata concepita precisamente per rendere possibile il conflitto tra opinioni, soprattutto quando una parte della società considera l’altra sbagliata, pericolosa o moralmente riprovevole.
È qui che emerge il volto più raffinato del nuovo Grande Fratello Digitale. Il Grande Fratello di Orwell non aveva bisogno di nascondersi: era un’autorità apertamente totalitaria, riconoscibile, visibile, immediatamente identificabile come potere. Il Grande Fratello contemporaneo è invece infinitamente più sofisticato proprio perché non si presenta necessariamente come potere. Può presentarsi come servizio, come sicurezza, come tutela dell’utente, come integrità della piattaforma, come lotta alla disinformazione, come protezione della comunità. Non ti dice necessariamente «questa idea è proibita»; può semplicemente renderne più difficile la circolazione. Non deve necessariamente ordinarti di tacere; può impedire che il tuo contenuto venga raccomandato, monetizzato, indicizzato o facilmente trovato. Non deve necessariamente cancellare il tuo profilo; può progressivamente ridurne la portata fino a trasformarlo in una voce che tecnicamente esiste ma socialmente non raggiunge più nessuno. È una forma di potere assai più moderna della censura tradizionale perché agisce non soltanto sul contenuto, ma sulla sua visibilità, sulla sua circolazione e sulla probabilità che qualcuno lo incontri. E questo rende il problema molto più complesso: la libertà di espressione non consiste soltanto nella possibilità formale di pronunciare una frase; consiste anche, almeno in parte, nella possibilità concreta che quella frase possa raggiungere un pubblico.
Il nuovo censore, inoltre, non ha necessariamente bisogno di essere ideologicamente motivato. Questa è forse la parte più inquietante. Può non esserci alcuna cabina di regia segreta, nessuna commissione che abbia deciso che Kusturica è un nemico politico, nessuna riunione nella quale qualcuno abbia pronunciato la fatidica frase «bisogna eliminarlo». Può esserci semplicemente un sistema di regole, algoritmi, categorie, procedure di compliance e valutazioni automatiche che producono un risultato politicamente significativo senza che nessuno abbia necessariamente progettato quel risultato nella sua forma finale. È il paradosso della burocrazia algoritmica: il potere può diventare enorme proprio mentre la responsabilità individuale sembra dissolversi. Nessuno decide, tutti decidono; nessuno censura, il sistema modera; nessuno impone una verità, l’algoritmo applica gli standard. Eppure alla fine qualcuno scompare dalla scena pubblica.
Il problema del politicamente corretto, quando viene trasformato da semplice prudenza linguistica in una tecnologia morale di classificazione, nasce precisamente qui. Il politicamente corretto non è di per sé un male: evitare gratuitamente insulti, discriminazioni e forme di aggressione verbale può essere una manifestazione elementare di civiltà. Diventa però qualcosa di radicalmente diverso quando la prudenza linguistica viene trasformata in un sistema attraverso il quale determinati contenuti vengono considerati non soltanto discutibili, ma intrinsecamente illegittimi, dannosi o indegni di circolazione, mentre l’autorità incaricata di stabilire queste categorie non è sottoposta a un autentico contraddittorio. Il problema, dunque, non è soltanto ciò che viene definito «disinformazione», «odio» o «contenuto dannoso». Il problema è sempre la domanda successiva: chi decide? secondo quali criteri? con quale trasparenza? con quale diritto di appello? con quale possibilità di verifica indipendente?
Perché una società libera non può semplicemente sostituire la censura della verità con la censura della verità certificata. La differenza può sembrare enorme, ma politicamente è assai più sottile. Il censore classico diceva: «Questa informazione è falsa perché lo stabilisco io». Il censore contemporaneo può dire: «Questa informazione è inaffidabile perché non soddisfa i nostri criteri». Ma se quei criteri sono opachi, se l’utente non può contestarli, se la decisione è definitiva e se l’infrastruttura dalla quale dipende la sua visibilità è monopolistica o quasi monopolistica, allora il risultato può essere sorprendentemente simile: qualcuno dispone del potere di stabilire quali idee abbiano diritto a circolare e quali debbano essere confinate ai margini.
Naturalmente, a questo punto, qualcuno risponderà che YouTube è un’impresa privata e che nessuno ha il diritto di pretendere che un’impresa privata ospiti ciò che non vuole ospitare. È un’obiezione corretta soltanto fino a un certo punto. Una piattaforma privata non è lo Stato, e non sarebbe desiderabile trasformare ogni social network in un ministero della Comunicazione; ma è altrettanto ingenuo pensare che il carattere privato dell’impresa elimini automaticamente il problema politico. Il mercato non elimina il potere: lo distribuisce secondo criteri differenti. E quando una determinata infrastruttura diventa indispensabile per comunicare, lavorare, vendere, costruire reputazione o partecipare alla vita culturale, il proprietario dell’infrastruttura acquisisce un potere che non può più essere descritto soltanto nei termini del diritto proprietario. Il proprietario di una piccola libreria può decidere quali libri vendere; il proprietario dell’unica infrastruttura attraverso la quale una parte enorme della popolazione può raggiungere il mercato librario dispone di un potere di natura completamente diversa. È precisamente per questo che la discussione contemporanea sul capitalismo delle piattaforme non può essere ridotta a una disputa tra «liberisti» e «statalisti»: la questione riguarda il modo in cui il potere economico, tecnologico e informativo tende a fondersi.
La tecnologia, infatti, non distribuisce automaticamente il potere in modo egualitario. Può fare esattamente il contrario. Ogni incremento della capacità tecnologica aumenta potenzialmente le capacità di chi dispone del capitale necessario per controllarla, organizzarla e scalarla. Internet ha abbassato enormemente i costi di produzione dei contenuti, ma non ha necessariamente eliminato la concentrazione nella distribuzione. Chiunque può produrre un video, ma pochi soggetti controllano le piattaforme attraverso le quali quel video viene distribuito; chiunque può scrivere un articolo, ma pochi motori di ricerca decidono in larga misura quanto facilmente quell’articolo possa essere trovato; chiunque può costruire una comunità, ma il proprietario dell’infrastruttura può decidere le condizioni alle quali quella comunità può continuare a esistere. La promessa originaria della rete era quella di una decentralizzazione radicale; la realtà del capitalismo digitale ha prodotto invece una combinazione molto più ambigua di democratizzazione della produzione e concentrazione della distribuzione.
Questa è una delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Abbiamo più possibilità che mai di parlare, ma dipendiamo più che mai da infrastrutture che decidono quanto lontano possa arrivare ciò che diciamo. Abbiamo più strumenti che mai per pubblicare, ma siamo contemporaneamente inseriti in sistemi nei quali la visibilità viene determinata da algoritmi che non controlliamo. Abbiamo apparentemente eliminato il guardiano all’ingresso della città, salvo scoprire che il guardiano si è trasferito dentro il cancello digitale e che ora decide non soltanto chi può entrare, ma anche quale strada prenderà una volta entrato.
Per questo motivo è ingenuo pensare che la risposta possa essere semplicemente quella della resistenza individuale. «Basta aprire un altro canale», «basta creare un sito», «basta utilizzare una piattaforma alternativa», «basta sottrarsi al sistema»: sono formule che hanno il fascino della ribellione adolescenziale, ma hanno ben poco a che vedere con la struttura reale della società contemporanea. Non viviamo più in un mondo nel quale l’individuo possa semplicemente ritirarsi nel bosco e continuare indisturbato la propria esistenza. Lavoriamo attraverso infrastrutture, comunichiamo attraverso infrastrutture, studiamo attraverso infrastrutture, produciamo attraverso infrastrutture e, sempre più spesso, costruiamo la nostra stessa identità sociale attraverso infrastrutture digitali. L’individuo che pretende di essere completamente autosufficiente davanti a un sistema tecnologico globale è spesso soltanto un consumatore che ha scambiato la possibilità di scegliere tra tre applicazioni per la sovranità.
È proprio per questo che la vicenda Kusturica dovrebbe indurci a difendere, non a demolire, la funzione delle istituzioni. Se un’impresa tecnologica possiede un potere enorme, la risposta non può essere che nessuno debba controllarla perché è «privata». Al contrario, il compito delle istituzioni democratiche dovrebbe essere precisamente quello di impedire che qualunque concentrazione di potere — pubblica o privata — diventi assoluta. Lo Stato democratico non dovrebbe decidere che cosa debba pensare Kusturica, né stabilire quale posizione geopolitica sia moralmente corretta; dovrebbe invece assicurare che, quando un soggetto privato esercita un potere significativo sulla partecipazione di un individuo allo spazio pubblico, esistano regole trasparenti, procedure verificabili, possibilità di ricorso e criteri proporzionati. Non deve stabilire la verità: deve impedire che qualcuno possa proclamarsi proprietario della verità senza dover rispondere a nessuno.
Questo principio vale anche quando la verità proclamata coincide con la nostra. Anzi, vale soprattutto allora. Perché è facilissimo difendere la libertà di parola quando parla qualcuno che ci piace; il vero test della libertà consiste nel difenderla quando parla qualcuno che ci irrita, che ci scandalizza o che riteniamo profondamente sbagliato. Se difendiamo la libertà di espressione soltanto quando viene utilizzata da persone con le quali siamo d’accordo, non stiamo difendendo la libertà: stiamo difendendo il nostro turno al potere.
Il caso Kusturica, dunque, non dovrebbe diventare l’ennesimo episodio di una guerra culturale tra filorussi e antirussi, tra progressisti e conservatori, tra atlantisti e anti-atlantisti. Dovrebbe essere letto come un caso di scuola sul problema della concentrazione del potere comunicativo nell’epoca digitale. Perché oggi è Kusturica, domani potrebbe essere un accademico euroscettico, dopodomani un giornalista considerato politicamente scorretto, un attivista ambientalista, un conservatore, un socialista, un libertario o semplicemente un individuo che abbia avuto la sfortuna di essere classificato dall’algoritmo nella categoria sbagliata. Il principio deve essere universale oppure non è un principio.
Ed è qui che ritorna la questione dello Stato. Che gli Stati occidentali contemporanei siano spesso inefficienti, burocratici, lontani dai cittadini e tutt’altro che perfetti è evidente; ma questo non dimostra affatto che possiamo farne a meno. Dimostra semmai che abbiamo bisogno di istituzioni migliori. La conclusione secondo cui lo Stato sarebbe inutile perché lo Stato esistente funziona male è una delle più curiose forme di nichilismo politico contemporaneo. Se un ponte crolla, non concludiamo che i ponti siano inutili: cerchiamo di costruirli meglio. Se un tribunale commette un errore, non concludiamo che il diritto sia un orpello: cerchiamo procedure migliori. E se un’istituzione democratica viene catturata da interessi particolari, la risposta razionale non è consegnare la società direttamente a chi possiede capitale, infrastrutture e algoritmi.
Il punto fondamentale è che ogni aumento della capacità tecnologica porta con sé un potenziale aumento della capacità di concentrazione del potere. Questa tendenza non può essere semplicemente arrestata, perché non possiamo realisticamente arrestare lo sviluppo tecnologico senza arrestare una parte della modernità stessa. Possiamo però costruire istituzioni capaci di compensarla. Possiamo creare pluralismo infrastrutturale, antitrust, interoperabilità, trasparenza algoritmica, diritto di ricorso, protezione dei dati, garanzie procedurali e forme di controllo democratico. Possiamo impedire che il proprietario dell’infrastruttura diventi contemporaneamente proprietario del mercato, arbitro delle regole, giudice delle controversie e custode della verità.
Perché questo è il vero pericolo del Grande Fratello Digitale: non che esista qualcuno che sappia tutto, ma che esista qualcuno che possa decidere sempre di più senza dover rendere conto a nessuno. Il Grande Fratello contemporaneo non ha bisogno di conoscere ogni nostro pensiero; gli basta controllare le infrastrutture attraverso le quali quei pensieri possono raggiungere gli altri. Non ha bisogno di proibire ogni opinione; gli basta stabilire quali opinioni avranno visibilità, quali saranno penalizzate, quali verranno demonetizzate e quali, alla fine, scompariranno.
Non è necessario immaginare complotti onnipotenti per riconoscere questo rischio. È sufficiente osservare la struttura economica e tecnologica del sistema. Il potere si concentra dove si concentrano le infrastrutture. E quando infrastruttura, capitale, informazione e capacità di moderazione si trovano nelle stesse mani, la questione non è più soltanto economica: diventa costituzionale.
Forse è proprio questa la lezione più importante del caso Kusturica. Non sappiamo ancora, con il grado di certezza che sarebbe necessario, quale sia stata la motivazione precisa della cancellazione del suo canale; ed è precisamente per questo che sarebbe tanto più importante che tale motivazione fosse resa pubblica e verificabile. Ma sappiamo qualcosa di molto più generale: un click compiuto da una corporation privata può oggi cancellare, in pochi secondi, una parte significativa della presenza pubblica di un individuo che ha impiegato anni a costruirla. Questo potere esiste indipendentemente dalle simpatie personali che possiamo nutrire per Kusturica, dalla nostra opinione sulla Russia o dalla nostra valutazione della guerra in Ucraina. Ed è questo potere che merita di essere discusso.
La vera domanda, dunque, non è soltanto «perché hanno censurato Kusturica?». La domanda è molto più inquietante: chi controlla il controllore? Perché se la risposta è «nessuno», allora abbiamo semplicemente sostituito il vecchio censore con uno infinitamente più sofisticato. Uno che non ha bisogno di proibire la parola, perché può limitarsi a togliere il microfono; che non ha bisogno di bruciare i libri, perché può semplicemente renderli introvabili; che non deve mandare nessuno in prigione, perché può rendere una persona irrilevante nello spazio comunicativo nel quale si forma una parte crescente dell’opinione pubblica.
E mentre qualcuno continuerà a raccontarci che lo Stato e le istituzioni sono vecchi orpelli, che la politica è superata, che il mercato si autoregola, che l’individuo può sempre «aprire un altro canale» e che basta una buona dose di libertarismo digitale per sottrarsi al sistema, sarebbe forse utile ricordargli una cosa molto semplice: in un mondo nel quale la nostra libertà concreta dipende da infrastrutture che non possediamo, l’assenza di tutela istituzionale non ci rende più liberi. Ci rende soltanto più dipendenti dal proprietario dell’infrastruttura.
In altre parole, in assenza di una tutela istituzionale, giuridica e pubblica, in un mondo nel quale le relazioni umane, economiche e politiche sono sempre più mediate dalla tecnologia, ciascuno di noi rischia di essere soltanto uno schiavo in temporanea libera uscita. E forse, prima di fantasticare ancora una volta di «passaggi al bosco», rivoluzioni prossime venture e miracolose fughe individuali dal sistema, sarebbe davvero il caso di spegnere Netflix.
Non per andare nel bosco, ma per tornare a occuparsi di politica.

