Se il cittadino protesta perché la benzina costa troppo, tanto meglio: basta spiegargli che, in fondo, il problema non è il prezzo alla pompa, ma Vladimir Putin.
C’è qualcosa di teneramente infantile nella propaganda di guerra quando pretende di diventare adulta. Il copione è quasi sempre lo stesso: accade qualcosa che produce disagio, si individua un nemico esterno, si collega il nemico a qualunque problema interno e, infine, si invita il cittadino a sentirsi minacciato. Se poi il cittadino protesta perché la benzina costa troppo, tanto meglio: basta spiegargli che, in fondo, il problema non è il prezzo alla pompa, ma Vladimir Putin.
Questa settimana abbiamo assistito all’ennesima variazione sul tema. La Russia è tornata a essere evocata, direttamente o indirettamente, come una sorta di grande spettro geopolitico capace di spiegare tutto: l’energia, i prezzi, la sicurezza, la guerra, le difficoltà economiche europee e, naturalmente, la necessità di continuare a mobilitare risorse pubbliche e private in nome di un’emergenza permanente.
È la propaganda di guerra nella sua versione più elementare: creare la percezione di un assedio e poi utilizzare quell’assedio come chiave interpretativa universale. Il problema è che, quando si guarda alla realtà con un minimo di attenzione, il racconto comincia a perdere qualche pezzo.
Il punto di partenza è apparentemente banale: il governo italiano sta ragionando su come intervenire sul costo dei carburanti.
Giorgia Meloni, dal palco di Bari, ha affermato che non è più sostenibile una misura generalizzata che finisca per sostenere anche chi non ne avrebbe bisogno. E ha utilizzato un esempio politicamente efficace: quello di chi arriva dalla Francia per fare benzina in Italia.
La frase è perfetta per un comizio. C’è il lavoratore italiano, c’è il contribuente, c’è il confine, c’è lo straniero che approfitta dell’incentivo e, soprattutto, c’è la sensazione che qualcuno stia pagando il conto al posto di qualcun altro. È comunicazione politica allo stato puro, ma è proprio qui che comincia il problema.
Perché mentre si discute di ISEE, fringe benefit, partite IVA, autotrasportatori e transfrontalieri, il dibattito pubblico europeo continua contemporaneamente a essere bombardato da un’altra narrazione: l’Europa sarebbe sotto attacco e ogni difficoltà economica dovrebbe essere letta dentro una gigantesca guerra contro la Russia.
Il risultato è un curioso cortocircuito. Da una parte il governo deve spiegare perché la benzina costa troppo. Dall’altra il sistema politico-mediatico deve spiegare perché la situazione geopolitica è così grave. E allora il prezzo del carburante non è più soltanto un problema economico. Diventa un pezzo della guerra.
Il cittadino non deve più chiedersi soltanto quanto pagherà un litro di diesel. Deve chiedersi se quel litro rappresenti un sacrificio necessario nella lotta contro il Cremlino.
È una trasformazione semantica straordinariamente efficace: il costo economico viene convertito in costo patriottico. E improvvisamente pagare di più non è più una conseguenza di una politica energetica complessa. È quasi un atto di resistenza.
La propaganda sofisticata non dice necessariamente: “La Russia ci sta attaccando”. Quella elementare sì. Quella più sofisticata costruisce invece una catena di associazioni: Russia → guerra → energia → prezzi → sicurezza → sacrifici → necessità di ulteriori sacrifici.
Alla fine il cittadino non ricorda più quale sia il rapporto causale tra i diversi elementi. Ricorda soltanto che esiste un’emergenza. Ed è precisamente questo il punto.
La propaganda contemporanea non deve convincere tutti di una tesi. Deve impedire che le persone formulino troppe domande alternative. Se ogni problema viene ricondotto allo stesso grande nemico, il sistema comunicativo diventa estremamente comodo. L’inflazione? Russia. Il gas? Russia. Il petrolio? Russia. La crisi industriale? Russia. La sicurezza europea? Russia. Le difficoltà della Germania? Russia. Il rallentamento della manifattura italiana? Russia. La necessità di aumentare la spesa militare? Russia. La necessità di modificare le politiche energetiche? Russia.
A questo punto viene spontaneo domandarsi se, alla prossima riunione condominiale, l’amministratore non possa imputare anche l’aumento delle spese dell’ascensore a un complotto del Cremlino. Sarebbe almeno coerente con il metodo.
Che la Russia rappresenti una potenza militare e geopolitica rilevante è un fatto. Che la guerra in Ucraina abbia prodotto conseguenze enormi sui mercati energetici europei è un fatto. Che esistano rischi di sicurezza per l’Europa è un fatto. Ma da questi fatti non deriva automaticamente una conclusione molto più ampia: che ogni difficoltà europea debba essere interpretata come una forma di aggressione russa.
Questa è una confusione logica fondamentale. Una minaccia può esistere senza essere la spiegazione unica di un fenomeno. E soprattutto, una minaccia può essere reale senza che ogni politica adottata in suo nome sia necessariamente efficace. Il problema del dibattito europeo contemporaneo è precisamente questo: spesso non si discute più della qualità delle politiche, ma della loro appartenenza morale. Chi mette in discussione una determinata scelta energetica viene accusato di essere filorusso. Chi critica l’impatto economico delle sanzioni viene sospettato di propaganda. Chi domanda se l’Europa disponga di una strategia autonoma viene accusato di indebolire l’Occidente. Chi osserva che l’industria europea sta pagando costi elevati viene invitato a ricordare la gravità della situazione internazionale. Come se osservare il conto del supermercato fosse un tradimento geopolitico.
La vicenda dei carburanti è interessante proprio perché introduce una crepa nella narrazione. Meloni dice, in sostanza: basta con il sostegno generalizzato. Bisogna indirizzare le risorse verso chi ne ha veramente bisogno. È una posizione difficilmente contestabile sul piano del principio. Il problema nasce quando si prova a trasformare il principio in politica concreta.
Perché chi decide chi “ne ha davvero bisogno”? Ed ecco che la questione apparentemente semplice diventa immediatamente un labirinto burocratico. La Lega, infatti, teme che una misura costruita esclusivamente sull’ISEE finisca per penalizzare proprio quella parte del ceto medio che lavora, produce reddito e utilizza l’automobile quotidianamente. Il pendolare diventa così il nuovo animale politico da tutelare. Non è povero abbastanza per essere povero. Non è ricco abbastanza per essere ricco. È semplicemente abbastanza “medio” da pagare. E questa, nella storia fiscale italiana, è una categoria antropologica assai resistente.
Il ceto medio italiano ha una caratteristica straordinaria: è sempre abbastanza ricco da finanziare le politiche pubbliche e quasi mai abbastanza povero da beneficiarne. È il contribuente ideale. Non evade abbastanza da diventare interessante per i teorici dell’evasione. Non è povero abbastanza da entrare nelle categorie protette. Non è ricco abbastanza da poter assorbire tranquillamente aumenti di costo. È semplicemente lì. Paga. E guarda i prezzi lievitare all’infinito. E poi guarda la televisione, dove qualcuno gli spiega che dovrebbe essere felice perché l’Europa sta difendendo la libertà occidentale.
Naturalmente la libertà è fondamentale. Ma sarebbe interessante sapere se, tra una libertà e l’altra, qualcuno possa permettersi di fare il pieno.
La propaganda di guerra produce un altro effetto collaterale: normalizza l’eccezionalità. Quando una società viene sottoposta per anni a un linguaggio emergenziale, l’emergenza diventa la normalità. Si comincia con “dobbiamo affrontare una crisi”. Si passa a “dobbiamo prepararci alla guerra”. Poi a “dobbiamo aumentare la spesa militare”. Poi a “dobbiamo accettare costi economici”. Infine si arriva alla fase più interessante: chi contesta i costi viene presentato come qualcuno che non comprende la minaccia. Il meccanismo è perfetto.
La questione, dunque, non è stabilire se la Russia sia buona o cattiva. La domanda adulta è un’altra: in che modo la rappresentazione della Russia viene utilizzata all’interno della costruzione delle politiche europee?
Qui entriamo nella geopolitica vera. Uno Stato non combatte soltanto attraverso carri armati, missili, sanzioni o mercati energetici. Combatte anche attraverso le rappresentazioni. Il potere geopolitico contemporaneo è in larga parte potere di definizione.
E comincia a chiedersi una cosa terribilmente sovversiva: “Va bene difendere l’Europa. Ma qualcuno può spiegarmi esattamente quanto mi costa, perché mi costa così tanto e soprattutto se quello che sto pagando sta davvero producendo la sicurezza che mi è stata promessa?” È una domanda semplice. Forse persino troppo semplice. Ed è proprio per questo che la propaganda la teme. Perché quando il cittadino smette di reagire alla paura e comincia a chiedere il bilancio costi-benefici della paura, il giocattolo narrativo comincia a incepparsi. E allora può persino accadere l’impensabile. Che la Russia smetta, almeno per qualche minuto, di essere responsabile anche del prezzo della benzina. E che la politica sia costretta a tornare a parlare di politica.

