Dopo decenni di non allineamento, la politica estera indiana, soprattutto con la salita al potere di Narendra Modi, ha effettuato una svolta decisiva con la nuova affermazione di una diplomazia economica (il cosiddetto “Made in India”) e la strategia del “Look East, Act East”. Nuova Delhi, di fatto, cerca nuovi spazi di manovra, sia a livello regionale che globale, per imporsi come attore fondamentale verso la sua idea di evoluzione multipolare.
La politica indiana nell’era postcoloniale era dettata da un semplice imperativo: piena indipendenza e sovranità. In questo senso, il non allineamento nello schema dicotomico della Guerra Fredda risultava fondamentale per il raggiungimento di tale obiettivo. Tra l’altro, sarebbe opportuno ricordare che sebbene Nehru venisse percepito come troppo vicino all’Unione Sovietica, gli Stati Uniti non mancarono di corteggiare l’India pur stringendo alleanza con il rivale Pakistan. Inoltre, la politica estera di Nuova Delhi fu quasi immediatamente segnata dalla rivalità con la Cina comunista; altro Paese che non poté fare a meno di avvicinarsi al Pakistan, soprattutto dopo il conflitto sino-indiano del 1962 (forse l’evento più traumatico nella storia recente del Stato subcontinentale). Inutile dire che ciò determinò da subito un senso di accerchiamento nello spirito indiano che ha portato i più influenti pensatori della Nazione ad auto-considerare la stessa come una sorta di isola (più che penisola) all’interno del vasto continente eurasiatico. Il Subcontinente, infatti, risulta quasi separato dal resto dell’Eurasia dal vasto sistema montagnoso dell’Himalaya a nord; mentre, sui due lati ed a sud, è l’Oceano Indiano a determinare i suoi confini.
Con la fine della Guerra Fredda, la politica del non allineamento è stata superata da una forma di multilateralismo votato alla modifica del funzionamento del Consiglio di sicurezza dell’ONU ed alla promozione di una allocazione più giusta delle risorse e del potere a livello globale. Fattore che ha portato la stessa India a collaborare con il suo rivale storico (la Cina, prima ancora del Pakistan che di questa viene considerato come un’appendice) in diverse organizzazioni internazionali, dai cosiddetti BRICS alla SCO.
Il XXI secolo è stato infatti caratterizzato da un approccio più pragmatico alla politica internazionale. L’obiettivo fondamentale era (ed è) il pieno inserimento dell’India nell’economia globale e la ricerca di un ruolo più attivo nel campo della cooperazione internazionale. I pilastri delle relazioni estere indiane sono tre: a) l’economia ed il commercio; b) la sicurezza interna a fronte di diverse minacce (gihadismo, gruppi secessionisti maoisti e non); c) la stretta interconnessione tra politica domestica e quella estera.
Per ciò che concerne il primo punto, la diplomazia economica del “Made in India”, del “Start Up India” o “Digital India”, è rivolta soprattutto a fare del Paese un “hub” continentale nel campo della manifattura e della tecnologia (l’India ha un ruolo piuttosto consistente anche nell’esplorazione spaziale) grazie all’enfasi su accordi bilaterali e sulla cooperazione regionale. Il commercio è rivolto in primo luogo verso il l’Asia occidentale, l’Africa, l’UE e gli Stati Uniti. Più complessi, invece, rimangono i rapporti con il vicino immediato, sebbene anche in questo caso non manchino (e siano piuttosto sviluppati) i rapporti commerciali con Nepal, Bangladesh, Myanmar Bhutan, Sri Lanka e Maldive, dove la presenza cinese cresce comunque costantemente. A questo proposito, inoltre, bisogna considerare che la regione dell’Asia meridionale, pur essendo una di quelle che cresce economicamente in modo più rapido a livello globale, rimane piuttosto instabile sul piano politico. È quella con una delle popolazioni più giovani (si pensi ai circa 22 anni di età media in Pakistan) se comparata con il resto del globo; ed è una delle regioni più militarizzate al mondo.
In questo contesto, Paesi come Nepal e Bhutan dipendono strettamente dall’evoluzione dei rapporti tra India e Cina. Nel 2025, invece, si è assistito ad un rapido deterioramento delle relazioni tra India e Bangladesh. Nazione che, paradossalmente, deve la sua stessa indipendenza all’India, ma che rischia di far materializzare quello che è a tutti gli effetti l’incubo strategico di Nuova Delhi: un asse Pakistan-Cina-Bangladesh. Nel luglio 2025, infatti, vi è stata la fine del regime dell’Awami League, seguita da diverse condanne a morte, compresa quella del suo leader Sheikh Hasima. A ciò ha fatto ulteriore seguito una decisiva apertura del Paese bengalese verso la Cina. Il Bangladesh nono solo ha una posizione strategica cruciale nel Golfo del Bengala – posizione che Pechino mira a sfruttare per l’aggiramento dello Stretto di Malacca – il mantenimento di buoni rapporti con esso è anche fondamentale per Nuova Delhi sia sul piano del contenimento dell’immigrazione illegale e delle infiltrazioni gihadiste in territorio indiano, sia per il pieno controllo sul delicatissimo corridoio di Siliguri: una stretta fascia di territorio che collega l’India orientale al resto dell’Unione.
Ma è l’Oceano Indiano l’area di maggiore rilevanza strategica per l’India. Da qui transita 1/3 del commercio internazionale e 2/3 di quello petrolifero. Ed alle sue estremità si trovano almeno tre Choke Points (o “colli di bottiglia”) determinanti per l’economia marittima globale: lo Stretto di Malacca, il Canale del Mozambico e lo Stretto di Hormuz (protagonista nell’attuale fase di conflitto tra Repubblica Islamica dell’Iran ed il binomio USA-Israele).
Qui, in tempi recenti, l’India ha dovuto fare i conti con la riduzione della sua influenza e l’aumento di quella cinese nelle Maldive; un sistema di isole che oltre al valore turistico ne possiede anche uno strategico vista la sua particolare posizione a metà strada tra i suddetti Stretti di Hormuz e Malacca.
Prima di andare oltre, tuttavia, si rende necessario aprire una breve parentesi storica. Nel XIX secolo, il potere e la tecnologia non erano equamente distribuiti a livello globale. Questo permise a Paesi relativamente piccoli sul piano demografico e territoriale (Inghilterra, Belgio, solo per citarne alcuni) di arrivare a controllare la quasi totalità del globo. Il secolo XXI, invece, con un ritorno preponderante della demografia come fattore di azione e di potenza, ha radicalmente rovesciato gli schemi del passato. Paesi come Cina ed India (ma si potrebbero nominare pure Nigeria, Indonesia, Pakistan, Brasile e così via) sentono la necessità di ricoprire un ruolo maggiore sul piano internazionale e, soprattutto, di dimostrare che la modernizzazione non è sinonimo di occidentalizzazione e che pure il capitalismo può assumere forme diverse.
In questo contesto evolutivo, l’India ha cercato di agire sul piano della politica estera con un mix di idealismo e pragmatismo, ricercando sia autonomia strategica, sia un rinnovato impegno negli scenari internazionali. L’India, in altre parole, sta cercando di proporsi come “fornitore di sicurezza” nel contesto dell’Oceano Indiano e dell’Asia centrale, meridionale e sud-orientale. Ora, l’India unita ha una storia del tutto particolare e frutto delle lezioni del passato. Quella indiana, infatti, è una storia di successione di regni differenti, spesso in lotta tra loro, che in molti casi hanno finito col fare il gioco degli invasori; ad esempio i Mogul, dinastia imperiale musulmana, proveniente dall’Asia centrale, che per secoli è stata l’unica capace di mantenere unito il Subcontinente.
Con la fine dell’era coloniale, l’India ha dovuto ricostruirsi una propria immagine. Nel 1954 venne firmata con la Repubblica Popolare Cinese, impossessatasi del Tibet, una dichiarazione in cinque principi: a) rispetto della reciproca sovranità e integrità territoriale; b) non aggressione e/o interferenza negli affari altrui; c) uguaglianza reciproca; d) cooperazione fondata sul mutuo vantaggio; e) coesistenza pacifica. Ciò non impedì di arrivare comunque allo scontro aperto nel 1962, con Pechino che poté occupare una parte rilevante di territorio indiano.
A questo proposito, bisogna ricordare che per Nehru l’azione militare era l’ultima risorsa. Questa, a suo modo di vedere, era inefficace per risolvere i conflitti. Il leader indiano vedeva nel futuro dell’Asia una divisione in diverse federazioni costruite attorno a diversi “Stati civiltà”. L’India, ovviamente, era uno di questi. Tuttavia, doveva affrontare l’enorme rischio di sicurezza legato all’avere sui due lati popolazioni musulmane piuttosto numerose. La sua idea di non allineamento lo portò a rifiutare decisamente la partecipazione a qualsiasi tipo di alleanza militare. Nonostante ciò, proprio nel 1962, l’India cercò una sponda negli USA e nel Regno Unito contro la Cina. Nel 1971, invece, arrivò il Trattato di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica, preludio della relazione speciale che Nuova Delhi (tra alti e bassi) mantiene ancora oggi con la Russia; uno dei principali fornitori energetici e militari dello Stato subcontinentale.
Tale relazione è stata messa più volte in dubbio sia dai teorici dell’Hindutva legati all’attuale Partito al potere (il BJP di Narendra Modi) sia dal reiterato corteggiamento degli Stati Uniti, culminato con la dichiarazione di amicizia e partnership strategica del 2015, arrivata dopo alcuni decenni in cui Washington accusava Nuova Delhi di mancanza di una coerenza strategica, e dopo che gli stessi USA cercarono di ostacolare la salita al potere di Modi attraverso l’ampio utilizzo di ONG a loro legate o il tentativo di spaccare il fronte populista sostenendo il Aam Aadmi Party.
La dichiarazione è stata il prodotto di un nuovo focus strategico nordamericano; il cosiddetto “Pivot to Asia” rivolto a coinvolgere l’India nel contenimento della Cina. Secondo Washington, infatti, solo partecipando ad un’alleanza “occidentale” l’India potrebbe raggiungere reale grandezza; e solo sfruttando la sua natura “insulare” (di Stato separato dal resto del continente) proiettandosi sul mare come nuova potenza talassocratica. L’India, infatti, sembra possedere tutti i criteri che aiutano lo sviluppo di una potenza marittima secondo l’ammiraglio nordamericano Alfred T. Mahan (1840-1914): 1) posizione geografica particolare; 2) conformazione fisica del territorio; 3) estensione del territorio e disponibilità risorse militari; 4) vasta popolazione; 5) carattere e qualità della popolazione; 6) carattere/attitudine/qualità del governo.
Nuova Delhi, di conseguenza, dovrebbe applicare al Golfo del Bengala e su parte dell’Oceano Indiano una propria Dottrina Monroe, favorendo lo sviluppo e la crescita numerica della marina militare e favorendo, in puro stile indiano, una proiezione di potenza fondata in primo luogo sulla cooperazione in tempo di pace.
Alla luce di ciò, due dati vanno sottolineati: 1) l’India, di fatto, è divenuta potenza nucleare non tanto per spaventare il vicino Pakistan, ma per avere una forma di deterrenza proprio contro la Cina; 2) una tradizione talassocratica l’India l’ha già avuta in passato ed è quella legata all’Impero Tamil ed alla dinastia Chola (un vero e proprio impero marittimo che arrivò ad espandere la sua influenza su tutto l’Oceano Indiano e sul sud-est asiatico). Non a caso, i teorici nazionalisti indiani sognano una “Grande India” che si estende dal fiume Indo al fiume Mekong. Una visione che li accomuna in qualche modo al disegno biblico del sionismo: la “Grande Israele” estesa tra i fiumi Nilo ed Eufrate. I primi teorici dell’Hindutva (termine che sta per “induità”), infatti, non mancavano di esprimere la loro solidarietà al disegno sionista nel Vicino Oriente. Solidarietà data soprattutto dal comune disprezzo verso l’Islam. L’induità fondamentalmente si basa proprio sul rigetto dell’Islam e sulla accettazione delle sole religioni propriamente indiane: induismo, buddismo e sikhismo. Questo tipo di approccio ostile nei confronti dell’Islam portò questi stessi teorici ad abbracciare l’idea che l’Islam, come religione estranea al Subcontinente, fosse addirittura peggio del colonialismo britannico. Gli strascichi di questo modello ideale persistono ancora oggi. L’attuale primo ministro Narendra Modi, ad esempio, da governatore del Gujarat, fu protagonista di veri e propri pogrom contro la popolazione islamica della regione. Mentre i rapporti tra il Likud israeliano ed il Bharatiya Janata Party rimangono più che ottimi. Tanto che l’India, sempre in un ottica di contenimento cinese e della cosiddetta Nuova Via della Seta, sembra intenzionata ad avere un ruolo di primo piano nell’alternativa “Via del Cotone” o IMEC (India-Middle East Corridor) che dovrebbe consentire ad Israele di espandere la propria influenza sull’Oceano Indiano attraverso le Monarchie del Golfo.
Ben più interessanti sul piano del pensiero indiano moderno sono invece le considerazioni di Swami Vivekananda (1863-1902), precursore dell’idea di India come “Stato civiltà” e della riflessioni di alcuni esponenti del movimento nazionalista indiano anti-coloniale, da Sri Aurobindo allo stesso Mahatma Gandhi. Vivekananda viene anche considerato come un riformatore dell’induismo e di una applicazione dei valori religiosi alla politica. La piena indipendenza, a suo modo di vedere, può essere raggiunta solo seguendo la via del karmayoga (di un’azione che mai si discosta da un ben preciso sistema di principi). Il Vedanta, in particolare, può essere utile per comprendere la politica estera e soprattutto si pone come fondamento dell’idea multipolare indiana in quanto predica l’unità nella molteplicità. Un qualcosa che può essere facilmente ritrovato anche nella tradizione culturale e religiosa della Cina. A questo proposito, inoltre, non si può dimenticare quanto contenuto nell’Arthashastra (termine traducibile come “scienza di amministrazione politica” oppure “compendio degli affari mondiali”) di Chanakya (375-283 a. C.), considerato come una sorta di Machiavelli indiano, sebbene vissuto ben prima dello scienziato politico ante litteram italiano. Qui, infatti, si ritrova quello che è il principio guida della politica indiana (ovviamente ispirato dalle Upanishad): “la verità è una ma esistono diverse vie verso di essa”.
Su queste basi, il multipolarismo indiano contemporaneo viene interpretato come un insieme di potenze responsabili verso l’esterno e non sclerotizzate dal mero controllo interno. Vi è una sorta di rifiuto di quello che viene definito come “autismo nelle relazioni internazionali”. In questo contesto, l’India deve agire su più fronti.
Nehru considerava l’URSS come agente di stabilità a nord delle frontiere indiane. Dall’Asia centrale proviene infatti la maggior parte delle forniture energetiche indiane. La stabilità di questa regione è fondamentale e con essa i rapporti con Mosca. Ragione per cui il crollo dell’URSS venne considerato anche in India come una catastrofe geopolitica. E ragione che, nella più stretta attualità, ha spinto Nuova Delhi a rigettare il sistema sanzionatorio occidentale imposto alla Russia a seguito dell’intervento diretto di quest’ultima all’interno del conflitto civile ucraino. Lo stesso discorso vale per un altro fornitore di risorse per Nuova Delhi, l’Iran. Con Russia e Iran si sta infatti costruendo il cosiddetto North-South Transport Corridor che dovrebbe trasportare suddette risorse nei porti indiani proprio attraverso la Russia, l’Asia centrale e l’Iran. L’India ha bisogno di un’Asia centrale stabile per consentire un afflusso energetico altrettanto stabile che garantisca il sostentamento della sua crescita economica. Allo stesso tempo ha sempre sollecitato la soluzione diplomatica alla questione del nucleare iraniano ed ha sempre sostenuto (comunque con una certa dose di ambiguità) la tesi che un attacco militare all’Iran avrebbe avuto un effetto devastante (come in effetti avvenuto) sulla regione (oltre cinque milioni di indiani vivono nei Paesi del Golfo Persico) e sull’economia globale. L’India è il quarto consumatore globale di petrolio. Ha necessità di risorse notevoli a costi bassi e non può di certo seguire i deliri occidentali in questo campo, nonostante non manchino le pressioni anche interne. Ed è comunque “curioso” il fatto che i principali acquirenti di petrolio iraniano (Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Cina, Turchia e la stessa India) siano in parte anche quelli che vantano “crediti” nei confronti degli USA. Abbastanza evidente, dunque, il fatto che Washington cerchi di disarticolare questo genere di relazioni per fare in modo che suddetti Paesi acquistino maggiori quantità di idrocarburi provenienti dagli USA (un’operazione del tutto simile a quanto avvenuto in Europa proprio con la crisi ucraina).
Altrettanto curioso, indubbiamente, il fatto che tra i “falchi” dell’attuale Partito di governo ci sia chi considera la Russia un nemico dell’India o chi invochi l’utilizzo del confine con la Cina (sempre più militarizzato) come testa di ponte in caso di un attacco occidentale di terra contro la Repubblica popolare. Altri, ancora, spingono ad un incremento nella già forte e ben avviata relazione con il Giappone per una semplice azione di contenimento cinese su due lati. Il rapporto con la Russia è del tutto particolare, visto che non sono pochi quelli che considerano questa relazione come un mero prodotto delle amicizie personali di Nehru nei primi anni di vita dello Stato postcoloniale. Ad oggi, tali rapporti rimangono altalenanti (nonostante la firma di un accordo di partnership strategica nel 2000), soprattutto a causa dell’apertura del governo Modi verso gli USA e la sua ricerca della diversificazione in ambito delle forniture militari. La Russia, dal canto suo, ha notevolmente migliorato la relazione col Pakistan dopo i problemi degli anni ’80 del secolo scorso legati al conflitto afghano.
Proprio l’Afghanistan si è rapidamente trasformato in teatro della rivalità tra Pakistan ed India. La fuga degli Stati Uniti dal Paese era stata letta come una vittoria pakistana, con Islamabad capace di costruirsi una profondità strategica nello Stato vicino. In realtà, i mai del tutto sopiti problemi relativi ai confini ed ai rispettivi nazionalismi (pakistano e afghano) hanno portato ad uno scontro aperto legato anche legato al fatto che proprio Islamabad si pone come ostacolo alla costruzione di rapporti commerciali tra India e Afghanistan perseguiti dal governo talebano di Kabul.
La strategia del “look East”, a sua volta, rimane uno dei fondamenti della politica estera indiana. Questa si sarebbe addirittura sviluppata in quattro fasi per oltre un millennio. La prima fase è quella attuata dal già citato Impero Chola; la seconda fase è stata portata avanti dall’Impero Mogul; mentre la terza fase è stata avviata nel corso della Guerra Fredda, con lo sviluppo di una particolare relazione che, perdura ancora oggi (soprattutto in termini di contenimento cinese nel Mare Cinese Meridionale), tra India e Vietnam (l’India arrivò a sostenere il Vietnam nel corso del conflitto tra questo ed i Khmer Rossi cambogiani, sostenuti a loro volta da Cina e USA).
La quarta fase è iniziata a partire dagli anni ’90 ed è culminata con l’idea dell’act East dell’attuale governo Modi, volta al miglioramento delle interconnessioni stradali e commerciali per proiettare l’influenza indiana nel sud-est asiatico attraverso Myanmar e Thailandia. Tuttavia, permangono i timori che un’eccessiva apertura possa aumentare i rischi di infiltrazione all’interno dei confini indiani della criminalità organizzata transnazionale coinvolta nel traffico di droga, armi (con evidenti conseguenze in termini di lotta alle milizie secessioniste o islamiste) e di esseri umani.
Ad ogni modo, una più stretta cooperazione con il Myanmar consentirebbe il potenziale sfruttamento delle immense risorse di questo Paese (oltre tre miliardi di barili di petrolio, senza considerare il gas) troppo a lungo vittima di una instabilità politica anche eterodiretta. Progetti interessanti in questo senso sono il Mekong-India Economic Corridor, connesso ad una più stretta cooperazione tra India ed il gruppo ASEAN, ed il trilaterale India-Myanmar-Thailandia.
L’India, in conclusione, ambisce ad un vero e proprio ruolo di guida del sud globale attraverso la cooperazione e la diplomazia economica che lo stesso governo Modi ha posto come fondamento della propria linea strategica. A questo proposito è importante sottolineare anche la differenza tra i concetti di “vicinato”, che l’India applica alla sua prossimità geografica, e quello di “periferia”, a sua volta applicato dagli USA al Sud America o dalla Russia allo spazio ex sovietico e che comporta l’utilizzo di strumenti militari (come spesso avvenuto in entrambi i casi) per (ri)affermare la propria supremazia. India e Cina in questo sono abbastanza simili; nel senso che entrambi utilizzano la cooperazioni internazionale e la loro partecipazione all’interno di alcune organizzazioni (BRICS, SCO o la AIIB – Asian Infrastracture Investment Bank) per sviluppare e migliorare le proprie relazioni bilaterali con vicini immediati e non.
A prescindere da ciò, non mancano le ambiguità all’interno della visione multipolare indiana dell’era Modi. Questa, infatti, a differenza di quella cinese (che considera la sicurezza e l’economia asiatica come assolutamente dipendente dagli stessi asiatici senza alcun tipo di influenze extra-continentali), è ancora legata ad un’idea che sembra maggiormente ispirata all’huntigtoniano uni-multipolarismo, dove ad un potere economico globale più condiviso fa da contraltare la superiorità tecnologico-militare incontrastata di un’unica potenza: sempre gli Stati Uniti.

