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Lorenzo Maria Pacini
August 18, 2026
© Photo: Public domain

Questo evento può rappresentare l’inizio di qualcosa di concretamente pericoloso, forse epocale, come una rivoluzione europea fra fazioni politiche più profonde, o se vogliamo usare una retorica cara agli americani, una lotta fra diversi tipi di Deep State.

Sta succedendo qualcosa

Attenzione: sta succedendo qualcosa. Gli eventi di Ceuta e Melilla di questo inizio agosto 2026 non sono casuali. Il bilancio provvisorio parla di almeno settantadue morti; il governo di Madrid ha ristabilito il controllo della frontiera in quarantotto ore e ha rimpatriato quasi tutti coloro che erano entrati irregolarmente. La reazione politica, però, è stata sproporzionata rispetto al dato materiale. Ventidue capi di governo hanno scritto a Ursula von der Leyen per accusare la Spagna di gestire male la frontiera esterna dell’Unione; Pedro Sánchez ha risposto con una lettera che definisce «asimmetrica» la reazione dei partner e lamenta una solidarietà europea erosa da pregiudizio, disinformazione e calcolo di consenso. Un commentatore cinese, sulle colonne del Global Times, ha letto l’episodio come l’apertura di una nuova faglia nell’Unione.

L’immagine della faglia è efficace, ma va maneggiata con cautela. Non descrive una crisi migratoria: descrive una crisi politica che usa la migrazione come materia prima. La distinzione conta, perché sposta l’oggetto dell’analisi dai flussi ai rapporti di forza interni all’Unione.

  1. Il dato contro la percezione

Conviene partire dai numeri, perché è proprio lì che la vicenda si rovescia. Frontex ha rilevato nel primo semestre 2026 un calo del 37% degli attraversamenti irregolari verso l’Unione. La rotta del Mediterraneo occidentale, quella che attraversa lo Stretto di Gibilterra, è l’unica in controtendenza: circa 7 860 rilevamenti, in aumento del 17% su base annua, trainati soprattutto dalle partenze dall’Algeria. Resta comunque una frazione minima del quadro complessivo. Le rotte del Mediterraneo orientale e centrale, con oltre trentamila rilevamenti sommati, continuano a concentrare la gran parte degli arrivi, pur in netto calo.

C’è poi un elemento giuridico che smonta l’allarme sulla libera circolazione. Ceuta è soggetta a un regime speciale all’interno dello spazio Schengen: chi vi entra deve comunque superare i controlli di frontiera prima di raggiungere la penisola. Le autorità spagnole hanno ribadito, e la Commissione ha confermato, che nessuno degli ingressi irregolari a Ceuta si è tradotto in un passaggio verso il resto dell’Unione. La preoccupazione per la «sicurezza Schengen» invocata dai ventidue governi, misurata su questi fatti, resta priva di fondamento pratico.

Qui si apre la prima tesi di questo scritto: la reazione dei partner europei non è proporzionata alla minaccia, ma alla convenienza. Un episodio marginale sul piano quantitativo è stato trattato come emergenza continentale perché la migrazione, in Europa, ha smesso di essere una questione di gestione amministrativa ed è diventata un terreno di scontro direttamente collegato al voto e al trasferimento del potere.

  1. Tre nodi strutturali

Sotto la contingenza di Ceuta agiscono tre tensioni di lungo periodo. La prima riguarda lo scarto fra teatro politico ed efficacia amministrativa. La politica migratoria europea è sempre più modellata dal calcolo elettorale e sempre meno dalla capacità di risolvere problemi. Il precedente italiano è istruttivo: Roma ha investito capitale finanziario e diplomatico ingente per esternalizzare in Albania l’identificazione e il trattenimento dei richiedenti asilo, raccogliendo accuse di violazione dei diritti umani a fronte di un numero irrisorio di persone effettivamente processate. La misura funzionava come segnale politico, non come dispositivo di governo.

La seconda tensione oppone frontiere interne aperte e frontiere esterne mal controllate. Schengen è una delle realizzazioni più tangibili dell’integrazione europea: mobilità del lavoro, scambio culturale, un’esperienza concreta di cittadinanza continentale. Ma nel momento in cui l’onere degli arrivi ricade in modo diseguale sugli Stati di frontiera, lo stesso spazio che simboleggia l’unione si trasforma nel suo punto di frizione. Il Patto sulla migrazione e l’asilo, entrato in applicazione proprio nel 2026 con una procedura unica di screening alle frontiere esterne, nasce per redistribuire questo onere; la crisi di Ceuta mostra quanto la sua tenuta politica sia ancora fragile.

La terza tensione è quella fra i valori proclamati e la loro sostenibilità politica. Dal dopoguerra l’Europa ha costruito parte della propria identità sulla tutela dei diritti e della dignità della persona. Il richiamo non è retorico: in Spagna ha avuto una traduzione giuridica precisa quando, nel giugno 2026, il Tribunal Supremo ha stabilito che i respingimenti sommari non possono applicarsi a chi tenta di raggiungere Ceuta e Melilla via mare, imponendo la procedura ordinaria. Ogni volta che il costo in termini di ordine pubblico e risorse cresce, la distanza fra imperativo morale e pressione reale si allarga, e diventa lo spazio in cui prosperano le forze che promettono di chiudere.

  1. La solidarietà a geometria variabile

Il dato politicamente più rivelatore non è l’ondata in sé, ma chi ha usato l’ondata e come. La lettera dei ventidue è stata coordinata da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, due leader agli antipodi ideologici che convergono su una linea restrittiva; entrambe hanno evocato conseguenze per la cooperazione di Madrid nello spazio Schengen. Contro di loro, il governo di sinistra di Sánchez, che rivendica i benefici dell’immigrazione legale per l’economia e il mercato del lavoro spagnoli, si trova isolato nel momento stesso in cui subisce la pressione maggiore. La solidarietà europea, in altre parole, si attiva o si sospende secondo la collocazione politica di chi la invoca.

È utile mettere alla prova la tesi opposta. Si potrebbe sostenere che i ventidue governi non abbiano agito per opportunismo, ma per una preoccupazione genuina: un’enclave permeabile sarebbe un precedente, e la fermezza preventiva un atto di responsabilità. L’argomento coglie qualcosa di reale. Cede però su due punti verificabili. Il regime speciale di Schengen a Ceuta rende il ti di un contagio verso la penisola giuridicamente infondato, e i numeri della rotta occidentale restano marginali rispetto alle altre. Quando la reazione politica è massima dove il rischio materiale è minimo, la spiegazione più economica non è la prudenza strategica: è il rendimento elettorale della fermezza esibita.

Vale la pena ricordare che la vicenda ha un precedente quasi speculare. Nel maggio 2021 circa novemila persone entrarono a Ceuta dopo che la polizia marocchina allentò deliberatamente i controlli, in un momento di tensione diplomatica fra Rabat e Madrid; il Parlamento europeo parlò allora di strumentalizzazione dei minori. La struttura si ripete: il Marocco usa la pressione migratoria come leva negoziale, l’Europa reagisce a valle sul terreno interno anziché a monte sul rapporto con il paese di transito. Von der Leyen lo ha ammesso a mezza voce, avvertendo che l’Unione non tollererà l’uso della migrazione come strumento di pressione e rinviando la questione a una discussione strategica in ottobre.

Scenari all’orizzonte

Su un orizzonte di dodici-diciotto mesi si delineano tre traiettorie. La prima, e più probabile, è l’assestamento senza soluzione: il Patto entra a regime, i numeri restano gestibili, ma ogni singolo episodio continua a produrre scontri fra Stati membri, perché la posta non è il flusso bensì il consenso interno. Un indicatore da osservare è se la discussione di ottobre partorirà un meccanismo di condivisione degli oneri o solo una dichiarazione di principio.

La seconda traiettoria, meno probabile ma non remota, è un irrigidimento coordinato: la linea restrittiva di Meloni e Frederiksen diventa mainstream, il centro moderato la assorbe per non perdere voti, e la tutela dei diritti si riduce a formula. La terza, oggi improbabile, è un riequilibrio verso la gestione condivisa, possibile solo se un accordo strutturale con i paesi di transito togliesse alla migrazione la sua funzione di leva diplomatica. Nessuno dei tre percorsi elimina la faglia: due la allargano, uno la tiene sotto controllo senza chiuderla.

L’implicazione strategica è che l’Unione ha risolto in larga misura il problema quantitativo che l’aveva travolta nel 2015, ma non quello politico che ne è derivato. Finché la fermezza rende più della cooperazione, la migrazione resterà per l’Europa non ciò che i suoi Stati devono gestire insieme, ma ciò su cui conviene loro dividersi.

Ma c’è di più, ed è di carattere ben più pericoloso: questo evento può rappresentare l’inizio di qualcosa di concretamente pericoloso, forse epocale, come una rivoluzione europea fra fazioni politiche più profonde, o se vogliamo usare una retorica cara agli americani, una lotta fra diversi tipi di Deep State.

Ciò che Ceuta e Melilla hanno iniziato, non finirà presto.

Ceuta, il varco variabile della UE riguardo l’immigrazione

Questo evento può rappresentare l’inizio di qualcosa di concretamente pericoloso, forse epocale, come una rivoluzione europea fra fazioni politiche più profonde, o se vogliamo usare una retorica cara agli americani, una lotta fra diversi tipi di Deep State.

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Sta succedendo qualcosa

Attenzione: sta succedendo qualcosa. Gli eventi di Ceuta e Melilla di questo inizio agosto 2026 non sono casuali. Il bilancio provvisorio parla di almeno settantadue morti; il governo di Madrid ha ristabilito il controllo della frontiera in quarantotto ore e ha rimpatriato quasi tutti coloro che erano entrati irregolarmente. La reazione politica, però, è stata sproporzionata rispetto al dato materiale. Ventidue capi di governo hanno scritto a Ursula von der Leyen per accusare la Spagna di gestire male la frontiera esterna dell’Unione; Pedro Sánchez ha risposto con una lettera che definisce «asimmetrica» la reazione dei partner e lamenta una solidarietà europea erosa da pregiudizio, disinformazione e calcolo di consenso. Un commentatore cinese, sulle colonne del Global Times, ha letto l’episodio come l’apertura di una nuova faglia nell’Unione.

L’immagine della faglia è efficace, ma va maneggiata con cautela. Non descrive una crisi migratoria: descrive una crisi politica che usa la migrazione come materia prima. La distinzione conta, perché sposta l’oggetto dell’analisi dai flussi ai rapporti di forza interni all’Unione.

  1. Il dato contro la percezione

Conviene partire dai numeri, perché è proprio lì che la vicenda si rovescia. Frontex ha rilevato nel primo semestre 2026 un calo del 37% degli attraversamenti irregolari verso l’Unione. La rotta del Mediterraneo occidentale, quella che attraversa lo Stretto di Gibilterra, è l’unica in controtendenza: circa 7 860 rilevamenti, in aumento del 17% su base annua, trainati soprattutto dalle partenze dall’Algeria. Resta comunque una frazione minima del quadro complessivo. Le rotte del Mediterraneo orientale e centrale, con oltre trentamila rilevamenti sommati, continuano a concentrare la gran parte degli arrivi, pur in netto calo.

C’è poi un elemento giuridico che smonta l’allarme sulla libera circolazione. Ceuta è soggetta a un regime speciale all’interno dello spazio Schengen: chi vi entra deve comunque superare i controlli di frontiera prima di raggiungere la penisola. Le autorità spagnole hanno ribadito, e la Commissione ha confermato, che nessuno degli ingressi irregolari a Ceuta si è tradotto in un passaggio verso il resto dell’Unione. La preoccupazione per la «sicurezza Schengen» invocata dai ventidue governi, misurata su questi fatti, resta priva di fondamento pratico.

Qui si apre la prima tesi di questo scritto: la reazione dei partner europei non è proporzionata alla minaccia, ma alla convenienza. Un episodio marginale sul piano quantitativo è stato trattato come emergenza continentale perché la migrazione, in Europa, ha smesso di essere una questione di gestione amministrativa ed è diventata un terreno di scontro direttamente collegato al voto e al trasferimento del potere.

  1. Tre nodi strutturali

Sotto la contingenza di Ceuta agiscono tre tensioni di lungo periodo. La prima riguarda lo scarto fra teatro politico ed efficacia amministrativa. La politica migratoria europea è sempre più modellata dal calcolo elettorale e sempre meno dalla capacità di risolvere problemi. Il precedente italiano è istruttivo: Roma ha investito capitale finanziario e diplomatico ingente per esternalizzare in Albania l’identificazione e il trattenimento dei richiedenti asilo, raccogliendo accuse di violazione dei diritti umani a fronte di un numero irrisorio di persone effettivamente processate. La misura funzionava come segnale politico, non come dispositivo di governo.

La seconda tensione oppone frontiere interne aperte e frontiere esterne mal controllate. Schengen è una delle realizzazioni più tangibili dell’integrazione europea: mobilità del lavoro, scambio culturale, un’esperienza concreta di cittadinanza continentale. Ma nel momento in cui l’onere degli arrivi ricade in modo diseguale sugli Stati di frontiera, lo stesso spazio che simboleggia l’unione si trasforma nel suo punto di frizione. Il Patto sulla migrazione e l’asilo, entrato in applicazione proprio nel 2026 con una procedura unica di screening alle frontiere esterne, nasce per redistribuire questo onere; la crisi di Ceuta mostra quanto la sua tenuta politica sia ancora fragile.

La terza tensione è quella fra i valori proclamati e la loro sostenibilità politica. Dal dopoguerra l’Europa ha costruito parte della propria identità sulla tutela dei diritti e della dignità della persona. Il richiamo non è retorico: in Spagna ha avuto una traduzione giuridica precisa quando, nel giugno 2026, il Tribunal Supremo ha stabilito che i respingimenti sommari non possono applicarsi a chi tenta di raggiungere Ceuta e Melilla via mare, imponendo la procedura ordinaria. Ogni volta che il costo in termini di ordine pubblico e risorse cresce, la distanza fra imperativo morale e pressione reale si allarga, e diventa lo spazio in cui prosperano le forze che promettono di chiudere.

  1. La solidarietà a geometria variabile

Il dato politicamente più rivelatore non è l’ondata in sé, ma chi ha usato l’ondata e come. La lettera dei ventidue è stata coordinata da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, due leader agli antipodi ideologici che convergono su una linea restrittiva; entrambe hanno evocato conseguenze per la cooperazione di Madrid nello spazio Schengen. Contro di loro, il governo di sinistra di Sánchez, che rivendica i benefici dell’immigrazione legale per l’economia e il mercato del lavoro spagnoli, si trova isolato nel momento stesso in cui subisce la pressione maggiore. La solidarietà europea, in altre parole, si attiva o si sospende secondo la collocazione politica di chi la invoca.

È utile mettere alla prova la tesi opposta. Si potrebbe sostenere che i ventidue governi non abbiano agito per opportunismo, ma per una preoccupazione genuina: un’enclave permeabile sarebbe un precedente, e la fermezza preventiva un atto di responsabilità. L’argomento coglie qualcosa di reale. Cede però su due punti verificabili. Il regime speciale di Schengen a Ceuta rende il ti di un contagio verso la penisola giuridicamente infondato, e i numeri della rotta occidentale restano marginali rispetto alle altre. Quando la reazione politica è massima dove il rischio materiale è minimo, la spiegazione più economica non è la prudenza strategica: è il rendimento elettorale della fermezza esibita.

Vale la pena ricordare che la vicenda ha un precedente quasi speculare. Nel maggio 2021 circa novemila persone entrarono a Ceuta dopo che la polizia marocchina allentò deliberatamente i controlli, in un momento di tensione diplomatica fra Rabat e Madrid; il Parlamento europeo parlò allora di strumentalizzazione dei minori. La struttura si ripete: il Marocco usa la pressione migratoria come leva negoziale, l’Europa reagisce a valle sul terreno interno anziché a monte sul rapporto con il paese di transito. Von der Leyen lo ha ammesso a mezza voce, avvertendo che l’Unione non tollererà l’uso della migrazione come strumento di pressione e rinviando la questione a una discussione strategica in ottobre.

Scenari all’orizzonte

Su un orizzonte di dodici-diciotto mesi si delineano tre traiettorie. La prima, e più probabile, è l’assestamento senza soluzione: il Patto entra a regime, i numeri restano gestibili, ma ogni singolo episodio continua a produrre scontri fra Stati membri, perché la posta non è il flusso bensì il consenso interno. Un indicatore da osservare è se la discussione di ottobre partorirà un meccanismo di condivisione degli oneri o solo una dichiarazione di principio.

La seconda traiettoria, meno probabile ma non remota, è un irrigidimento coordinato: la linea restrittiva di Meloni e Frederiksen diventa mainstream, il centro moderato la assorbe per non perdere voti, e la tutela dei diritti si riduce a formula. La terza, oggi improbabile, è un riequilibrio verso la gestione condivisa, possibile solo se un accordo strutturale con i paesi di transito togliesse alla migrazione la sua funzione di leva diplomatica. Nessuno dei tre percorsi elimina la faglia: due la allargano, uno la tiene sotto controllo senza chiuderla.

L’implicazione strategica è che l’Unione ha risolto in larga misura il problema quantitativo che l’aveva travolta nel 2015, ma non quello politico che ne è derivato. Finché la fermezza rende più della cooperazione, la migrazione resterà per l’Europa non ciò che i suoi Stati devono gestire insieme, ma ciò su cui conviene loro dividersi.

Ma c’è di più, ed è di carattere ben più pericoloso: questo evento può rappresentare l’inizio di qualcosa di concretamente pericoloso, forse epocale, come una rivoluzione europea fra fazioni politiche più profonde, o se vogliamo usare una retorica cara agli americani, una lotta fra diversi tipi di Deep State.

Ciò che Ceuta e Melilla hanno iniziato, non finirà presto.

Questo evento può rappresentare l’inizio di qualcosa di concretamente pericoloso, forse epocale, come una rivoluzione europea fra fazioni politiche più profonde, o se vogliamo usare una retorica cara agli americani, una lotta fra diversi tipi di Deep State.

Sta succedendo qualcosa

Attenzione: sta succedendo qualcosa. Gli eventi di Ceuta e Melilla di questo inizio agosto 2026 non sono casuali. Il bilancio provvisorio parla di almeno settantadue morti; il governo di Madrid ha ristabilito il controllo della frontiera in quarantotto ore e ha rimpatriato quasi tutti coloro che erano entrati irregolarmente. La reazione politica, però, è stata sproporzionata rispetto al dato materiale. Ventidue capi di governo hanno scritto a Ursula von der Leyen per accusare la Spagna di gestire male la frontiera esterna dell’Unione; Pedro Sánchez ha risposto con una lettera che definisce «asimmetrica» la reazione dei partner e lamenta una solidarietà europea erosa da pregiudizio, disinformazione e calcolo di consenso. Un commentatore cinese, sulle colonne del Global Times, ha letto l’episodio come l’apertura di una nuova faglia nell’Unione.

L’immagine della faglia è efficace, ma va maneggiata con cautela. Non descrive una crisi migratoria: descrive una crisi politica che usa la migrazione come materia prima. La distinzione conta, perché sposta l’oggetto dell’analisi dai flussi ai rapporti di forza interni all’Unione.

  1. Il dato contro la percezione

Conviene partire dai numeri, perché è proprio lì che la vicenda si rovescia. Frontex ha rilevato nel primo semestre 2026 un calo del 37% degli attraversamenti irregolari verso l’Unione. La rotta del Mediterraneo occidentale, quella che attraversa lo Stretto di Gibilterra, è l’unica in controtendenza: circa 7 860 rilevamenti, in aumento del 17% su base annua, trainati soprattutto dalle partenze dall’Algeria. Resta comunque una frazione minima del quadro complessivo. Le rotte del Mediterraneo orientale e centrale, con oltre trentamila rilevamenti sommati, continuano a concentrare la gran parte degli arrivi, pur in netto calo.

C’è poi un elemento giuridico che smonta l’allarme sulla libera circolazione. Ceuta è soggetta a un regime speciale all’interno dello spazio Schengen: chi vi entra deve comunque superare i controlli di frontiera prima di raggiungere la penisola. Le autorità spagnole hanno ribadito, e la Commissione ha confermato, che nessuno degli ingressi irregolari a Ceuta si è tradotto in un passaggio verso il resto dell’Unione. La preoccupazione per la «sicurezza Schengen» invocata dai ventidue governi, misurata su questi fatti, resta priva di fondamento pratico.

Qui si apre la prima tesi di questo scritto: la reazione dei partner europei non è proporzionata alla minaccia, ma alla convenienza. Un episodio marginale sul piano quantitativo è stato trattato come emergenza continentale perché la migrazione, in Europa, ha smesso di essere una questione di gestione amministrativa ed è diventata un terreno di scontro direttamente collegato al voto e al trasferimento del potere.

  1. Tre nodi strutturali

Sotto la contingenza di Ceuta agiscono tre tensioni di lungo periodo. La prima riguarda lo scarto fra teatro politico ed efficacia amministrativa. La politica migratoria europea è sempre più modellata dal calcolo elettorale e sempre meno dalla capacità di risolvere problemi. Il precedente italiano è istruttivo: Roma ha investito capitale finanziario e diplomatico ingente per esternalizzare in Albania l’identificazione e il trattenimento dei richiedenti asilo, raccogliendo accuse di violazione dei diritti umani a fronte di un numero irrisorio di persone effettivamente processate. La misura funzionava come segnale politico, non come dispositivo di governo.

La seconda tensione oppone frontiere interne aperte e frontiere esterne mal controllate. Schengen è una delle realizzazioni più tangibili dell’integrazione europea: mobilità del lavoro, scambio culturale, un’esperienza concreta di cittadinanza continentale. Ma nel momento in cui l’onere degli arrivi ricade in modo diseguale sugli Stati di frontiera, lo stesso spazio che simboleggia l’unione si trasforma nel suo punto di frizione. Il Patto sulla migrazione e l’asilo, entrato in applicazione proprio nel 2026 con una procedura unica di screening alle frontiere esterne, nasce per redistribuire questo onere; la crisi di Ceuta mostra quanto la sua tenuta politica sia ancora fragile.

La terza tensione è quella fra i valori proclamati e la loro sostenibilità politica. Dal dopoguerra l’Europa ha costruito parte della propria identità sulla tutela dei diritti e della dignità della persona. Il richiamo non è retorico: in Spagna ha avuto una traduzione giuridica precisa quando, nel giugno 2026, il Tribunal Supremo ha stabilito che i respingimenti sommari non possono applicarsi a chi tenta di raggiungere Ceuta e Melilla via mare, imponendo la procedura ordinaria. Ogni volta che il costo in termini di ordine pubblico e risorse cresce, la distanza fra imperativo morale e pressione reale si allarga, e diventa lo spazio in cui prosperano le forze che promettono di chiudere.

  1. La solidarietà a geometria variabile

Il dato politicamente più rivelatore non è l’ondata in sé, ma chi ha usato l’ondata e come. La lettera dei ventidue è stata coordinata da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, due leader agli antipodi ideologici che convergono su una linea restrittiva; entrambe hanno evocato conseguenze per la cooperazione di Madrid nello spazio Schengen. Contro di loro, il governo di sinistra di Sánchez, che rivendica i benefici dell’immigrazione legale per l’economia e il mercato del lavoro spagnoli, si trova isolato nel momento stesso in cui subisce la pressione maggiore. La solidarietà europea, in altre parole, si attiva o si sospende secondo la collocazione politica di chi la invoca.

È utile mettere alla prova la tesi opposta. Si potrebbe sostenere che i ventidue governi non abbiano agito per opportunismo, ma per una preoccupazione genuina: un’enclave permeabile sarebbe un precedente, e la fermezza preventiva un atto di responsabilità. L’argomento coglie qualcosa di reale. Cede però su due punti verificabili. Il regime speciale di Schengen a Ceuta rende il ti di un contagio verso la penisola giuridicamente infondato, e i numeri della rotta occidentale restano marginali rispetto alle altre. Quando la reazione politica è massima dove il rischio materiale è minimo, la spiegazione più economica non è la prudenza strategica: è il rendimento elettorale della fermezza esibita.

Vale la pena ricordare che la vicenda ha un precedente quasi speculare. Nel maggio 2021 circa novemila persone entrarono a Ceuta dopo che la polizia marocchina allentò deliberatamente i controlli, in un momento di tensione diplomatica fra Rabat e Madrid; il Parlamento europeo parlò allora di strumentalizzazione dei minori. La struttura si ripete: il Marocco usa la pressione migratoria come leva negoziale, l’Europa reagisce a valle sul terreno interno anziché a monte sul rapporto con il paese di transito. Von der Leyen lo ha ammesso a mezza voce, avvertendo che l’Unione non tollererà l’uso della migrazione come strumento di pressione e rinviando la questione a una discussione strategica in ottobre.

Scenari all’orizzonte

Su un orizzonte di dodici-diciotto mesi si delineano tre traiettorie. La prima, e più probabile, è l’assestamento senza soluzione: il Patto entra a regime, i numeri restano gestibili, ma ogni singolo episodio continua a produrre scontri fra Stati membri, perché la posta non è il flusso bensì il consenso interno. Un indicatore da osservare è se la discussione di ottobre partorirà un meccanismo di condivisione degli oneri o solo una dichiarazione di principio.

La seconda traiettoria, meno probabile ma non remota, è un irrigidimento coordinato: la linea restrittiva di Meloni e Frederiksen diventa mainstream, il centro moderato la assorbe per non perdere voti, e la tutela dei diritti si riduce a formula. La terza, oggi improbabile, è un riequilibrio verso la gestione condivisa, possibile solo se un accordo strutturale con i paesi di transito togliesse alla migrazione la sua funzione di leva diplomatica. Nessuno dei tre percorsi elimina la faglia: due la allargano, uno la tiene sotto controllo senza chiuderla.

L’implicazione strategica è che l’Unione ha risolto in larga misura il problema quantitativo che l’aveva travolta nel 2015, ma non quello politico che ne è derivato. Finché la fermezza rende più della cooperazione, la migrazione resterà per l’Europa non ciò che i suoi Stati devono gestire insieme, ma ciò su cui conviene loro dividersi.

Ma c’è di più, ed è di carattere ben più pericoloso: questo evento può rappresentare l’inizio di qualcosa di concretamente pericoloso, forse epocale, come una rivoluzione europea fra fazioni politiche più profonde, o se vogliamo usare una retorica cara agli americani, una lotta fra diversi tipi di Deep State.

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August 13, 2026

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