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Lorenzo Maria Pacini
September 30, 2026
© Photo: WA

Il Patto della Mecca è un segno di solidarietà, non di guerra. La Turchia lo sa bene: lo Yemen è la “tomba dei turchi”.

Il Patto della Mecca è messo alla prova

Il 19 settembre 2026, ai microfoni dell’emittente turca NTV, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha pronunciato una frase insieme misurata e densa di conseguenze. L’Arabia Saudita, sotto il fuoco degli Houthi, «potrebbe avere alcune necessità militari, soprattutto su questioni tecniche», e la Turchia «non avrebbe problemi a soddisfarle». Nessuna dichiarazione di guerra, nessun contingente annunciato. Eppure, per la prima volta, il Patto della Mecca — l’alleanza difensiva che lega Riyadh, Ankara e Islamabad — veniva evocato come strumento operativo e non come architettura sulla carta. La domanda che circola nei commenti più mordaci è se Ankara stia per ripetere l’errore che due volte le costò carissimo: mettere piede negli altopiani dello Yemen. La risposta seria è più interessante della provocazione, e va nella direzione opposta.

L’accordo firmato alla Mecca il 7 agosto 2026 da Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdoğan e Shehbaz Sharif è modellato sull’articolo 5 della NATO: un attacco armato contro uno dei tre è un attacco contro tutti. Il fronte che oggi lo sollecita è yemenita. Dal luglio 2026, dopo aver dichiarato il blocco dei porti sauditi e dello Stretto di Bab al-Mandab, gli Houthi hanno colpito ripetutamente il territorio del Regno, fino agli attacchi su Riyadh e sull’impianto Aramco di Yanbu. È il prolungamento, sul versante saudita, della guerra più ampia aperta dai raid statunitensi e israeliani sullo Yemen.

Il dato che conta, però, è la distanza fra il linguaggio del trattato e la postura reale dei suoi membri. Fidan offre sostegno «tecnico», non truppe. Islamabad precisa che nessuna reazione militare è in discussione e che agirà «quando sarà il momento». Washington, dal canto suo, ha respinto le richieste saudite di appoggio diretto. Tutti invocano la solidarietà; nessuno impegna forze sul terreno. Quella reticenza condivisa non è timidezza diplomatica: è il vero oggetto dell’analisi.

La lunga storia di vittorie yemenite contro la Turchia

Fra i tre firmatari, la Turchia è l’unico per cui lo Yemen non è un’astrazione strategica ma una ferita di archivio. Gli ottomani vi entrarono due volte, e due volte ne uscirono sconfitti. La prima occupazione data al 1538, dettata dalla necessità di proteggere le rotte del Mar Rosso dai portoghesi e di custodire l’accesso ai luoghi santi. Presero la Tihama e Sanaa, ma l’altopiano zaydita non fu mai domato per intero; dopo quasi un secolo di guerra intermittente, entro il 1635 gli imam qasimidi li avevano espulsi dal paese. Sul primo ciclo, ricordiamo la conquista del 1538, la rifondazione dell’imamato zaydita a opera di al-Mansur al-Qasim (1597) e la completa espulsione ottomana entro il 1635-1636 a opera degli imam qasimidi. La seconda occupazione si consuma tra l’occupazione della Tihama (1849), la presa di Sanaa (1872) e il ritiro definitivo dopo il 1918.

Il ritorno, a metà Ottocento, fu peggiore. L’occupazione della Tihama e la presa di Sanaa,  incentivate dall’apertura del Canale di Suez nel 1869 e dal controllo del Mar Rosso, inaugurarono decenni di rivolta permanente. Le sollevazioni dell’imam Yahya resero l’altopiano ingovernabile con la forza, finché il Trattato di Daan del 9 ottobre 1911 ne riconobbe l’autorità sugli zayditi: la registrazione formale di uno stallo che nessuna spedizione riusciva a rompere. Il ritiro definitivo arrivò dopo il 1918. Il bilancio, lungo la seconda occupazione e la campagna della Grande Guerra, si conta in decine di migliaia di caduti; a ucciderli fu più la malattia che la battaglia. Non a caso lo Yemen entrò nel lessico ottomano come «tomba dei turchi», e il cimitero militare di Sanaa ne custodisce ancora l’inventario. Le perdite ottomane in Yemen lungo la seconda occupazione e la campagna dell’Arabia meridionale nella Grande Guerra si contano nell’ordine delle decine di migliaia complessive, con la malattia — non il combattimento — quale causa prevalente, in linea con la mortalità dell’esercito ottomano nel suo insieme. Il cimitero militare turco di Sanaa, restaurato nel 2011, ne conserva la memoria.

Ridurre tutto alla nostalgia neo-ottomana sarebbe però un errore di prospettiva, perché il problema non è ottomano: è geografico e sociale. Lo stesso terreno ha disfatto altri. L’Egitto nasseriano vi si impantanò tra il 1962 e il 1967, in quello che molti chiamarono il suo Vietnam; la coalizione a guida saudita, dal 2015, ha riversato sull’altopiano anni di potenza aerea e denaro senza mai sottometterlo. L’intervento egiziano nella guerra civile nord-yemenita (1962-1967), costato a Nasser un logoramento spesso paragonato a un «Vietnam» arabo, e la coalizione a guida saudita attiva dal 2015 confermano lo stesso esito: potenza di fuoco e risorse ingenti, altopiano mai sottomesso.

La ragione è strutturale. La verticalità del territorio, i villaggi-fortezza, una struttura tribale che assorbe e sopravvive all’occupante, e una tradizione religioso-politica — la dottrina zaydita del dovere di insorgere contro il sovrano ingiusto — che rigenera la resistenza a ogni generazione: sono i fattori che premiano il difensore e dissanguano chi proietta forza dall’esterno. Gli Houthi sono l’ultima incarnazione di questa costante, non un’anomalia. Ed è precisamente per questo che gli attori esterni scelgono il registro navale — il Mar Rosso, Bab al-Mandab, la forza marittima a guida saudita di cui si parla: perché li tiene lontani dalla terra.

Una memoria incancellabile

La provocazione da cui siamo partiti — la Turchia «impaziente» di rivivere la sua disfatta — capovolge dunque la logica dei fatti. La memoria dello Yemen non tenta Ankara: la disciplina. La Turchia di Erdoğan si è proiettata in molti teatri, dalla Siria alla Libia, dal Nord dell’Iraq al Caucaso attraverso l’Azerbaigian, ma sempre dove poteva applicare forza decisiva e circoscritta o agire per procura, mai dentro un’insurrezione d’altopiano priva di via d’uscita. Il fraseggio prudente di Fidan — bisogni «tecnici», patto che «non sostituisce le alleanze esistenti» e semmai «potrà allargarsi» — è il linguaggio di una potenza che vuole il dividendo politico della solidarietà senza la sua ipoteca militare.

Letto in chiave multipolare, il Patto della Mecca è un riallineamento sunnita sotto regia saudita-turco-pakistana, una copertura che matura mentre le garanzie statunitensi si mostrano condizionate, ma un trattato di difesa collettiva calibrato sull’articolo 5 incontra il suo limite proprio qui: quel modello risponde all’aggressione di uno Stato attraverso un confine, non possiede una dottrina contro un attore non statale che non si può conquistare e non si lascia dissuadere. È lo scarto tra la grammatica dell’alleanza e la natura dell’avversario.

Sul piano previsionale, e con un orizzonte di dodici mesi: è probabile che il sostegno turco resti tecnico — difesa aerea, sorveglianza, munizioni, consiglieri — anziché tradursi in dispiegamento combattente; è altamente improbabile che Ankara impegni truppe di terra in Yemen.

Gli indicatori che smentirebbero questa lettura sono netti e osservabili: l’arrivo di reparti da combattimento turchi o pakistani, un’attivazione formale della clausola di mutua difesa, il passaggio dall’interdizione navale nel Mar Rosso a operazioni terrestri sull’altopiano. Fino ad allora, il valore del patto sarà di segnale e di deterrenza per associazione, non di strumento contro gli Houthi.

Il cimitero degli imperi, del resto, non ha bisogno di essere riaperto per continuare a funzionare: gli basta essere ricordato.

Yemen, l’altopiano che ha disfatto gli imperi

Il Patto della Mecca è un segno di solidarietà, non di guerra. La Turchia lo sa bene: lo Yemen è la “tomba dei turchi”.

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Il Patto della Mecca è messo alla prova

Il 19 settembre 2026, ai microfoni dell’emittente turca NTV, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha pronunciato una frase insieme misurata e densa di conseguenze. L’Arabia Saudita, sotto il fuoco degli Houthi, «potrebbe avere alcune necessità militari, soprattutto su questioni tecniche», e la Turchia «non avrebbe problemi a soddisfarle». Nessuna dichiarazione di guerra, nessun contingente annunciato. Eppure, per la prima volta, il Patto della Mecca — l’alleanza difensiva che lega Riyadh, Ankara e Islamabad — veniva evocato come strumento operativo e non come architettura sulla carta. La domanda che circola nei commenti più mordaci è se Ankara stia per ripetere l’errore che due volte le costò carissimo: mettere piede negli altopiani dello Yemen. La risposta seria è più interessante della provocazione, e va nella direzione opposta.

L’accordo firmato alla Mecca il 7 agosto 2026 da Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdoğan e Shehbaz Sharif è modellato sull’articolo 5 della NATO: un attacco armato contro uno dei tre è un attacco contro tutti. Il fronte che oggi lo sollecita è yemenita. Dal luglio 2026, dopo aver dichiarato il blocco dei porti sauditi e dello Stretto di Bab al-Mandab, gli Houthi hanno colpito ripetutamente il territorio del Regno, fino agli attacchi su Riyadh e sull’impianto Aramco di Yanbu. È il prolungamento, sul versante saudita, della guerra più ampia aperta dai raid statunitensi e israeliani sullo Yemen.

Il dato che conta, però, è la distanza fra il linguaggio del trattato e la postura reale dei suoi membri. Fidan offre sostegno «tecnico», non truppe. Islamabad precisa che nessuna reazione militare è in discussione e che agirà «quando sarà il momento». Washington, dal canto suo, ha respinto le richieste saudite di appoggio diretto. Tutti invocano la solidarietà; nessuno impegna forze sul terreno. Quella reticenza condivisa non è timidezza diplomatica: è il vero oggetto dell’analisi.

La lunga storia di vittorie yemenite contro la Turchia

Fra i tre firmatari, la Turchia è l’unico per cui lo Yemen non è un’astrazione strategica ma una ferita di archivio. Gli ottomani vi entrarono due volte, e due volte ne uscirono sconfitti. La prima occupazione data al 1538, dettata dalla necessità di proteggere le rotte del Mar Rosso dai portoghesi e di custodire l’accesso ai luoghi santi. Presero la Tihama e Sanaa, ma l’altopiano zaydita non fu mai domato per intero; dopo quasi un secolo di guerra intermittente, entro il 1635 gli imam qasimidi li avevano espulsi dal paese. Sul primo ciclo, ricordiamo la conquista del 1538, la rifondazione dell’imamato zaydita a opera di al-Mansur al-Qasim (1597) e la completa espulsione ottomana entro il 1635-1636 a opera degli imam qasimidi. La seconda occupazione si consuma tra l’occupazione della Tihama (1849), la presa di Sanaa (1872) e il ritiro definitivo dopo il 1918.

Il ritorno, a metà Ottocento, fu peggiore. L’occupazione della Tihama e la presa di Sanaa,  incentivate dall’apertura del Canale di Suez nel 1869 e dal controllo del Mar Rosso, inaugurarono decenni di rivolta permanente. Le sollevazioni dell’imam Yahya resero l’altopiano ingovernabile con la forza, finché il Trattato di Daan del 9 ottobre 1911 ne riconobbe l’autorità sugli zayditi: la registrazione formale di uno stallo che nessuna spedizione riusciva a rompere. Il ritiro definitivo arrivò dopo il 1918. Il bilancio, lungo la seconda occupazione e la campagna della Grande Guerra, si conta in decine di migliaia di caduti; a ucciderli fu più la malattia che la battaglia. Non a caso lo Yemen entrò nel lessico ottomano come «tomba dei turchi», e il cimitero militare di Sanaa ne custodisce ancora l’inventario. Le perdite ottomane in Yemen lungo la seconda occupazione e la campagna dell’Arabia meridionale nella Grande Guerra si contano nell’ordine delle decine di migliaia complessive, con la malattia — non il combattimento — quale causa prevalente, in linea con la mortalità dell’esercito ottomano nel suo insieme. Il cimitero militare turco di Sanaa, restaurato nel 2011, ne conserva la memoria.

Ridurre tutto alla nostalgia neo-ottomana sarebbe però un errore di prospettiva, perché il problema non è ottomano: è geografico e sociale. Lo stesso terreno ha disfatto altri. L’Egitto nasseriano vi si impantanò tra il 1962 e il 1967, in quello che molti chiamarono il suo Vietnam; la coalizione a guida saudita, dal 2015, ha riversato sull’altopiano anni di potenza aerea e denaro senza mai sottometterlo. L’intervento egiziano nella guerra civile nord-yemenita (1962-1967), costato a Nasser un logoramento spesso paragonato a un «Vietnam» arabo, e la coalizione a guida saudita attiva dal 2015 confermano lo stesso esito: potenza di fuoco e risorse ingenti, altopiano mai sottomesso.

La ragione è strutturale. La verticalità del territorio, i villaggi-fortezza, una struttura tribale che assorbe e sopravvive all’occupante, e una tradizione religioso-politica — la dottrina zaydita del dovere di insorgere contro il sovrano ingiusto — che rigenera la resistenza a ogni generazione: sono i fattori che premiano il difensore e dissanguano chi proietta forza dall’esterno. Gli Houthi sono l’ultima incarnazione di questa costante, non un’anomalia. Ed è precisamente per questo che gli attori esterni scelgono il registro navale — il Mar Rosso, Bab al-Mandab, la forza marittima a guida saudita di cui si parla: perché li tiene lontani dalla terra.

Una memoria incancellabile

La provocazione da cui siamo partiti — la Turchia «impaziente» di rivivere la sua disfatta — capovolge dunque la logica dei fatti. La memoria dello Yemen non tenta Ankara: la disciplina. La Turchia di Erdoğan si è proiettata in molti teatri, dalla Siria alla Libia, dal Nord dell’Iraq al Caucaso attraverso l’Azerbaigian, ma sempre dove poteva applicare forza decisiva e circoscritta o agire per procura, mai dentro un’insurrezione d’altopiano priva di via d’uscita. Il fraseggio prudente di Fidan — bisogni «tecnici», patto che «non sostituisce le alleanze esistenti» e semmai «potrà allargarsi» — è il linguaggio di una potenza che vuole il dividendo politico della solidarietà senza la sua ipoteca militare.

Letto in chiave multipolare, il Patto della Mecca è un riallineamento sunnita sotto regia saudita-turco-pakistana, una copertura che matura mentre le garanzie statunitensi si mostrano condizionate, ma un trattato di difesa collettiva calibrato sull’articolo 5 incontra il suo limite proprio qui: quel modello risponde all’aggressione di uno Stato attraverso un confine, non possiede una dottrina contro un attore non statale che non si può conquistare e non si lascia dissuadere. È lo scarto tra la grammatica dell’alleanza e la natura dell’avversario.

Sul piano previsionale, e con un orizzonte di dodici mesi: è probabile che il sostegno turco resti tecnico — difesa aerea, sorveglianza, munizioni, consiglieri — anziché tradursi in dispiegamento combattente; è altamente improbabile che Ankara impegni truppe di terra in Yemen.

Gli indicatori che smentirebbero questa lettura sono netti e osservabili: l’arrivo di reparti da combattimento turchi o pakistani, un’attivazione formale della clausola di mutua difesa, il passaggio dall’interdizione navale nel Mar Rosso a operazioni terrestri sull’altopiano. Fino ad allora, il valore del patto sarà di segnale e di deterrenza per associazione, non di strumento contro gli Houthi.

Il cimitero degli imperi, del resto, non ha bisogno di essere riaperto per continuare a funzionare: gli basta essere ricordato.

Il Patto della Mecca è un segno di solidarietà, non di guerra. La Turchia lo sa bene: lo Yemen è la “tomba dei turchi”.

Il Patto della Mecca è messo alla prova

Il 19 settembre 2026, ai microfoni dell’emittente turca NTV, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha pronunciato una frase insieme misurata e densa di conseguenze. L’Arabia Saudita, sotto il fuoco degli Houthi, «potrebbe avere alcune necessità militari, soprattutto su questioni tecniche», e la Turchia «non avrebbe problemi a soddisfarle». Nessuna dichiarazione di guerra, nessun contingente annunciato. Eppure, per la prima volta, il Patto della Mecca — l’alleanza difensiva che lega Riyadh, Ankara e Islamabad — veniva evocato come strumento operativo e non come architettura sulla carta. La domanda che circola nei commenti più mordaci è se Ankara stia per ripetere l’errore che due volte le costò carissimo: mettere piede negli altopiani dello Yemen. La risposta seria è più interessante della provocazione, e va nella direzione opposta.

L’accordo firmato alla Mecca il 7 agosto 2026 da Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdoğan e Shehbaz Sharif è modellato sull’articolo 5 della NATO: un attacco armato contro uno dei tre è un attacco contro tutti. Il fronte che oggi lo sollecita è yemenita. Dal luglio 2026, dopo aver dichiarato il blocco dei porti sauditi e dello Stretto di Bab al-Mandab, gli Houthi hanno colpito ripetutamente il territorio del Regno, fino agli attacchi su Riyadh e sull’impianto Aramco di Yanbu. È il prolungamento, sul versante saudita, della guerra più ampia aperta dai raid statunitensi e israeliani sullo Yemen.

Il dato che conta, però, è la distanza fra il linguaggio del trattato e la postura reale dei suoi membri. Fidan offre sostegno «tecnico», non truppe. Islamabad precisa che nessuna reazione militare è in discussione e che agirà «quando sarà il momento». Washington, dal canto suo, ha respinto le richieste saudite di appoggio diretto. Tutti invocano la solidarietà; nessuno impegna forze sul terreno. Quella reticenza condivisa non è timidezza diplomatica: è il vero oggetto dell’analisi.

La lunga storia di vittorie yemenite contro la Turchia

Fra i tre firmatari, la Turchia è l’unico per cui lo Yemen non è un’astrazione strategica ma una ferita di archivio. Gli ottomani vi entrarono due volte, e due volte ne uscirono sconfitti. La prima occupazione data al 1538, dettata dalla necessità di proteggere le rotte del Mar Rosso dai portoghesi e di custodire l’accesso ai luoghi santi. Presero la Tihama e Sanaa, ma l’altopiano zaydita non fu mai domato per intero; dopo quasi un secolo di guerra intermittente, entro il 1635 gli imam qasimidi li avevano espulsi dal paese. Sul primo ciclo, ricordiamo la conquista del 1538, la rifondazione dell’imamato zaydita a opera di al-Mansur al-Qasim (1597) e la completa espulsione ottomana entro il 1635-1636 a opera degli imam qasimidi. La seconda occupazione si consuma tra l’occupazione della Tihama (1849), la presa di Sanaa (1872) e il ritiro definitivo dopo il 1918.

Il ritorno, a metà Ottocento, fu peggiore. L’occupazione della Tihama e la presa di Sanaa,  incentivate dall’apertura del Canale di Suez nel 1869 e dal controllo del Mar Rosso, inaugurarono decenni di rivolta permanente. Le sollevazioni dell’imam Yahya resero l’altopiano ingovernabile con la forza, finché il Trattato di Daan del 9 ottobre 1911 ne riconobbe l’autorità sugli zayditi: la registrazione formale di uno stallo che nessuna spedizione riusciva a rompere. Il ritiro definitivo arrivò dopo il 1918. Il bilancio, lungo la seconda occupazione e la campagna della Grande Guerra, si conta in decine di migliaia di caduti; a ucciderli fu più la malattia che la battaglia. Non a caso lo Yemen entrò nel lessico ottomano come «tomba dei turchi», e il cimitero militare di Sanaa ne custodisce ancora l’inventario. Le perdite ottomane in Yemen lungo la seconda occupazione e la campagna dell’Arabia meridionale nella Grande Guerra si contano nell’ordine delle decine di migliaia complessive, con la malattia — non il combattimento — quale causa prevalente, in linea con la mortalità dell’esercito ottomano nel suo insieme. Il cimitero militare turco di Sanaa, restaurato nel 2011, ne conserva la memoria.

Ridurre tutto alla nostalgia neo-ottomana sarebbe però un errore di prospettiva, perché il problema non è ottomano: è geografico e sociale. Lo stesso terreno ha disfatto altri. L’Egitto nasseriano vi si impantanò tra il 1962 e il 1967, in quello che molti chiamarono il suo Vietnam; la coalizione a guida saudita, dal 2015, ha riversato sull’altopiano anni di potenza aerea e denaro senza mai sottometterlo. L’intervento egiziano nella guerra civile nord-yemenita (1962-1967), costato a Nasser un logoramento spesso paragonato a un «Vietnam» arabo, e la coalizione a guida saudita attiva dal 2015 confermano lo stesso esito: potenza di fuoco e risorse ingenti, altopiano mai sottomesso.

La ragione è strutturale. La verticalità del territorio, i villaggi-fortezza, una struttura tribale che assorbe e sopravvive all’occupante, e una tradizione religioso-politica — la dottrina zaydita del dovere di insorgere contro il sovrano ingiusto — che rigenera la resistenza a ogni generazione: sono i fattori che premiano il difensore e dissanguano chi proietta forza dall’esterno. Gli Houthi sono l’ultima incarnazione di questa costante, non un’anomalia. Ed è precisamente per questo che gli attori esterni scelgono il registro navale — il Mar Rosso, Bab al-Mandab, la forza marittima a guida saudita di cui si parla: perché li tiene lontani dalla terra.

Una memoria incancellabile

La provocazione da cui siamo partiti — la Turchia «impaziente» di rivivere la sua disfatta — capovolge dunque la logica dei fatti. La memoria dello Yemen non tenta Ankara: la disciplina. La Turchia di Erdoğan si è proiettata in molti teatri, dalla Siria alla Libia, dal Nord dell’Iraq al Caucaso attraverso l’Azerbaigian, ma sempre dove poteva applicare forza decisiva e circoscritta o agire per procura, mai dentro un’insurrezione d’altopiano priva di via d’uscita. Il fraseggio prudente di Fidan — bisogni «tecnici», patto che «non sostituisce le alleanze esistenti» e semmai «potrà allargarsi» — è il linguaggio di una potenza che vuole il dividendo politico della solidarietà senza la sua ipoteca militare.

Letto in chiave multipolare, il Patto della Mecca è un riallineamento sunnita sotto regia saudita-turco-pakistana, una copertura che matura mentre le garanzie statunitensi si mostrano condizionate, ma un trattato di difesa collettiva calibrato sull’articolo 5 incontra il suo limite proprio qui: quel modello risponde all’aggressione di uno Stato attraverso un confine, non possiede una dottrina contro un attore non statale che non si può conquistare e non si lascia dissuadere. È lo scarto tra la grammatica dell’alleanza e la natura dell’avversario.

Sul piano previsionale, e con un orizzonte di dodici mesi: è probabile che il sostegno turco resti tecnico — difesa aerea, sorveglianza, munizioni, consiglieri — anziché tradursi in dispiegamento combattente; è altamente improbabile che Ankara impegni truppe di terra in Yemen.

Gli indicatori che smentirebbero questa lettura sono netti e osservabili: l’arrivo di reparti da combattimento turchi o pakistani, un’attivazione formale della clausola di mutua difesa, il passaggio dall’interdizione navale nel Mar Rosso a operazioni terrestri sull’altopiano. Fino ad allora, il valore del patto sarà di segnale e di deterrenza per associazione, non di strumento contro gli Houthi.

Il cimitero degli imperi, del resto, non ha bisogno di essere riaperto per continuare a funzionare: gli basta essere ricordato.

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