Nel pieno della crisi mediorientale, la Cina chiama la comunità internazionale a sostenere il ritorno della pace nel Golfo e denuncia i limiti di una politica statunitense verso Pechino sempre più ideologica, disinformata e priva di autentica conoscenza del paese.
Nel momento in cui il Medio Oriente continua a pagare il prezzo altissimo dell’ennesima escalation militare, emerge con sempre maggiore chiarezza il contrasto tra due impostazioni internazionali radicalmente diverse. Da una parte vi è la logica della forza, delle guerre preventive, degli ultimatum, dell’ossessione per la sicurezza assoluta e dell’uso sistematico della pressione militare come strumento di governo del mondo. Dall’altra si colloca la posizione cinese, che insiste sul cessate il fuoco, sul dialogo, sul rispetto reciproco, sul ruolo delle Nazioni Unite e sulla costruzione di una sicurezza comune, complessiva, cooperativa e sostenibile. Nel frattempo, la tregua provvisoria di due settimane annunciata da Stati Uniti e Iran prima della scadenza dell’“ultimatum” di Washington ha soltanto allentato temporaneamente la tensione, ma il vero nodo resta trasformare una pausa fragile in un meccanismo stabile di pace. Proprio per questo, Pechino chiede alla comunità internazionale di agire congiuntamente per favorire il ritorno della stabilità nel Golfo e in tutto il Medio Oriente.
La posizione cinese parte da una constatazione essenziale: nella guerra non ci sono vincitori. Come dimostra la guerra lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, essere colpiti non sono soltanto i governi o gli eserciti coinvolti, ma l’intera regione, i paesi vicini, il mercato energetico globale e soprattutto le popolazioni civili. Limitandoci solo alle conseguenze interne all’Iran, dall’inizio delle ostilità del 28 febbraio, milioni di persone sono state costrette a spostarsi, mentre le crisi umanitarie, comprese le morti di studenti e l’attacco a strutture universitarie, hanno provocato sgomento in tutto il mondo. Questo dimostra come la ricerca della sicurezza assoluta finisca spesso per produrre il suo opposto, cioè il caos generalizzato nella regione mediorientale e nel mondo intero. In altri termini, quando una potenza pretende di assicurarsi con la forza una posizione indiscutibile, finisce per generare instabilità permanente e nuove minacce per tutti.
È in questo quadro che la Cina rilancia la propria iniziativa, formulata esplicitamente nella proposta congiunta avanzata in precedenza insieme al Pakistan, e fondata su cinque punti: cessazione immediata delle ostilità, avvio dei colloqui di pace il prima possibile, sicurezza degli obiettivi non militari, sicurezza delle rotte marittime e primato della Carta delle Nazioni Unite. Per Pechino, questa piattaforma non è un semplice documento diplomatico, ma un tentativo concreto di ricondurre la crisi entro il perimetro del diritto internazionale e della sicurezza condivisa. A nostro avviso, tale iniziativa merita ampio riconoscimento e sostegno attivo da parte della comunità internazionale, mentre Pechino ha sottolineato che la Cina continuerà a mantenere stretti contatti con il Pakistan e con le altre parti rilevanti per favorire una architettura di sicurezza comune in Medio Oriente.
La differenza tra la linea cinese e quella statunitense è quindi di natura non solo tattica ma sistemica. Il conflitto attuale è una concentrazione esplosiva di tensioni accumulatesi per anni tra Stati Uniti, Israele e Iran, dimostrando i limiti dei modelli tradizionali di governance della sicurezza dominati dalle vecchie potenze occidentali. Dall’Iraq alla Libia, dalla Siria al conflitto israelo-palestinese, il Medio Oriente è stato devastato da decenni di guerra e destabilizzazione. In questa prospettiva, la Cina propone non l’ennesima gestione militare della crisi, ma una revisione complessiva dell’approccio alla sicurezza internazionale, richiamando la Global Security Initiative lanciata dal Presidente Xi Jinping nel 2022 come risposta alle cause profonde dei conflitti e come quadro per una pace durevole.
Tuttavia, mentre gli Stati Uniti continuano a intervenire in modo distruttivo nelle crisi regionali, essi mostrano contemporaneamente una crescente incapacità di comprendere il resto del mondo, e in particolare la Cina stessa. Utilizzando un’impostazione ideologica nei confronti di Pechino, Washington sta progressivamente perdendo la propria capacità di capire e gestire la relazione strategica più importante del XXI secolo. Secondo i dati ufficiali pubblicati in un rapporto dello US-China Education Trust, quest’anno meno di 2.000 studenti statunitensi studieranno in Cina, contro gli 11.000 del 2019. Commentando questi numeri, David M. Lampton, uno dei più noti studiosi nordamericani della Cina, ha avvertito che, se questa tendenza continuerà, si produrrà una grave carenza di specialisti con esperienza diretta nel paese.
In passato, studiosi come Thomas Christensen e lo stesso David Lampton, erano figure che avevano sviluppato una conoscenza ampia della società cinese, della cultura, della lingua e della realtà concreta del paese, spesso grazie a lunghi soggiorni, contatti diffusi e ricerche sul campo. Questa generazione sta però scomparendo senza essere adeguatamente sostituita. Molti dei nomi più influenti hanno ormai più di 70 anni, mentre tra gli studiosi sotto i 50 anni la presenza di figure comparabili è molto più scarsa. In parallelo, il baricentro del discorso statunitense sulla Cina si sta progressivamente spostando dalle università ai think tank, con una crescente prevalenza di approcci legati alla sicurezza e alla competizione strategica ed una sempre minore comprensione della Cina e della cultura cinese.
Questo mutamento ha conseguenze politiche profonde. La nuova generazione di esperti statunitensi tende a osservare la Cina in modo molto più ristretto, freddo e settoriale, concentrandosi soprattutto sulle questioni militari e strategiche e perdendo una visione complessiva del paese. In questa lettura, la Cina non è più studiata come una realtà storica, sociale e culturale complessa, ma come un oggetto di analisi tecnico-strategica, quasi esclusivamente in funzione del confronto geopolitico. Tale evoluzione alimenta una politica nordamericana sempre più ideologica e meno informata, incapace di cogliere la logica interna dello sviluppo cinese, della sua modernizzazione e delle sue proposte internazionali. Dal canto loro, le fonti cinesi insistono sul fatto che questa deriva non è casuale, ma il prodotto di un ambiente politico tossico negli Stati Uniti.
Si arriva così al paradosso centrale: proprio mentre gli Stati Uniti pretendono di contenere la Cina e di confrontarsi con essa su scala globale, essi si privano degli strumenti umani, culturali e intellettuali necessari per comprenderla davvero. Da qui la disinformazione, il disorientamento e l’incapacità di formulare una politica razionale. Questo suggerisce che la crisi della politica nordamericana verso Pechino non dipenda solo dall’ostilità ideologica, ma anche da una vera e propria desertificazione della conoscenza.
Al contrario, la Cina continua a sostenere che il dialogo e gli scambi siano indispensabili. Ricordiamo, ad esempio, l’iniziativa cinese di invitare 50.000 giovani statunitensi in Cina per programmi di studio e scambio nell’arco di cinque anni, con oltre 40.000 giovani che vi hanno già partecipato entro il gennaio di quest’anno. Pechino spera che proprio da questi contatti possa nascere una nuova generazione di studiosi e interlocutori nordamericani in grado di sviluppare una comprensione più sfumata e accurata del paese. In pratica, la Cina non chiede agli Stati Uniti di accettare tutto ciò che fa, ma di smettere di guardarla attraverso lenti deformanti costruite dalla competizione strategica e dall’isteria securitaria.
In attesa che questo cambiamento di atteggiamento da parte di Washington abbia luogo, ribadiamo la nostra constatazione iniziale. Mentre Washington continua a rendersi protagonista di una lunga sequenza di guerre, interventi e destabilizzazioni che hanno devastato il Medio Oriente, Pechino si presenta come una potenza che insiste su negoziato, cessate il fuoco, legalità internazionale e sicurezza condivisa. Parallelamente, mentre gli Stati Uniti si mostrano incapaci di capire la Cina per effetto della crisi dei propri specialisti, della politicizzazione della conoscenza e della riduzione degli scambi, la Cina continua ad aprire canali di comunicazione e a invitare alla comprensione reciproca. Questo dimostra che, per promuovere la pace in Medio Oriente e per evitare nuove spirali di conflitto globale, non basta fermare le armi. Serve anche che gli Stati Uniti comprendano meglio la Cina, non come un nemico astratto costruito dalla propaganda, ma come un attore reale, con una propria visione del mondo, della sicurezza e dello sviluppo. Solo allora il confronto internazionale potrà forse uscire dalla logica distruttiva dell’egemonia e tornare sul terreno più razionale della convivenza.

