Italiano
Lorenzo Maria Pacini
May 26, 2026
© Photo: Public domain

Il futuro non aspetta. E mentre i diplomatici occidentali discutono di procedure e principi, qualcuno – molto più a est – sta già gettando le basi per l’ordine di domani.

L’Ordine Mondiale in frantumi

Sta accadendo qualcosa di estremamente importante, di cui non siamo ancora capaci di comprendere le dimensioni. L’incontro a Pechino delle arti politiche di USA, Cina e Russia è un evento singolarissimo, che nasconde qualcosa di più grande di ciò che sembra.

Il sistema internazionale liberal-occidentale costruito dopo il 1991 ha messo in mostra le sue insanabili crepe strutturali fino al punto che nemmeno più lo stesso Occidente collettivo riesce a crederci più. I conflitti in Ucraina, a Gaza e in Iran, la competizione tecnologica tra Washington e Pechino, le tensioni nell’Indo-Pacifico, la crisi energetica europea post-2022: ciascuno di questi eventi è, da solo, un segnale di cambiamento che, insieme, disegnano la mappa di un ordine in transizione verso un assetto multipolare nel quale nessun singolo attore è in grado di imporre le proprie regole senza negoziare con gli altri. Come scrisse Brzezinski, “L’egemonia non si perde in un giorno. Ma i segnali della sua crisi si accumulano in silenzio, finché diventano impossibili da ignorare.” (L’Ultima Opportunità, 2007).

È in questo contesto che emerge un interrogativo strategico di fondo: Russia, Cina e Stati Uniti — nonostante le tensioni, le sanzioni, la retorica di una guerra fredda 2.0 — possono trovare un piano di convergenza pragmatica? E se sì, quale forma prenderebbe questo nuovo equilibrio?

Le risposte a queste domande non stanno emergendo nelle aule del Consiglio di Sicurezza dell’ONU né nei comunicati del G7 o del G20, strutture ormai obsolete persino per la stampa mainstream: si stanno costruendo — pragmaticamente e lontano dai riflettori miopi della propaganda occidentale — attraverso accordi multilaterali, partenariati, infrastrutture fisiche e rotte commerciali alternative che disegnano la geografia del futuro.

La geopolitica classica ha sempre distinto tra due modelli di dominio globale: le potenze di terra (tellurocrazie) e le potenze di mare (talassocrazie). Questa distinzione, elaborata da Halford Mackinder a inizio Novecento e ripresa da Carl Schmitt e successivamente da Alexandr Dugin, non è mai stata una mera classificazione accademica, giacché è una chiave interpretativa del comportamento strategico degli stati a partire dal loro modello di civiltà.

Le tellurocrazie — storicamente Russia, ma anche Cina e i grandi imperi continentali — esercitano il loro potere attraverso il controllo del territorio, delle risorse del sottosuolo, delle vie ferroviarie e dei corridoi energetici. Il loro codice strategico privilegia la profondità geografica, la capacità di sopravvivere a blocchi commerciali, la costruzione di reti terrestri difficilmente interdette. Le talassocrazie — dagli inglesi agli americani — proiettano il potere attraverso il controllo dei mari, degli stretti strategici, delle rotte commerciali marittime e delle flotte militari e civili. Controllare il mare significa controllare il commercio globale: circa l’80% delle merci mondiali viaggia via nave.

Oggi, Russia e Cina agiscono esattamente come ci si aspetterebbe da potenze tellurocratiche: investono in infrastrutture fisiche continentali, sviluppano corridoi energetici (Nord Stream, Power of Siberia, TurkStream), costruiscono reti ferroviarie ad alta velocità che collegano la Cina all’Europa passando per l’Asia centrale. La Belt and Road Initiative di Pechino non è altro che la più ambiziosa strategia di controllo territoriale eurasiatico della storia moderna.nGli Stati Uniti, al contrario, mantengono la loro centralità attraverso la presenza navale: le loro portaerei presidiano gli stretti di Hormuz, Malacca, Bab-el-Mandeb e i canali di Panama e Suez. Senza accesso al mare e senza la capacità di negarla agli avversari, l’egemonia americana sarebbe vuota.

La competizione più importante del XXI secolo non si combatte con le bombe, ma con i cantieri. Per intenderci, la Cina ha stanziato, dal 2013 a oggi, oltre 1.000 miliardi di dollari in infrastrutture globali attraverso la BRI, raggiungendo 150 paesi. La ferrovia Cina-Europa (composta da oltre 80 rotte operative) trasporta oggi merci da Shanghai a Madrid in 18 giorni, contro i 30-35 via mare.

La Russia, dal canto suo, sta accelerando lo sviluppo della Rotta Artica del Nord, che potrebbe ridurre i tempi di navigazione tra Europa e Asia di circa il 40% rispetto al Canale di Suez. Con lo scioglimento dei ghiacci artici — accelerato dal cambiamento climatico — questa rotta diventerà praticabile per molti più mesi all’anno entro il 2040.

Gli Stati Uniti rispondono con il Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), rilanciato nel G7 come alternativa alla BRI: 600 miliardi di dollari promessi ai paesi in via di sviluppo. Tuttavia, la capacità esecutiva americana su questo fronte rimane inferiore a quella cinese, limitata dalla frammentazione burocratica e dalla diffidenza del settore privato verso investimenti ad alto rischio geopolitico.

La convergenza strategica: Pechino è il tavolo di negoziazione del mondo intero

Immaginare una convergenza tra Russia, Cina e Stati Uniti sembra, a prima vista, contro-intuitivo. Washington ha imposto sanzioni draconiane a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. La rivalità tecnologica con Pechino si manifesta in restrizioni all’export di semiconduttori, guerre tariffarie e dispute sulla governance di internet. Come potrebbero queste tre potenze sedersi allo stesso tavolo?

La risposta sta nella distinzione, che i diplomatici professionisti conoscono bene, tra retorica pubblica e interesse strategico reale. Gli stati non agiscono in base a simpatie ideologiche: agiscono in base a calcoli di costo-beneficio, e il calcolo, oggi, suggerisce che una certa forma di convivenza pragmatica sia preferibile — per tutti e tre — a un’escalation incontrollata.

Per la Russia, il crollo dell’interscambio con l’Occidente post-2022 ha reso la Cina il partner commerciale imprescindibile: le esportazioni di petrolio russo verso Pechino hanno raggiunto livelli record, e il commercio bilaterale ha superato i 240 miliardi di dollari nel 2023. Ma Mosca non vuole dipendere esclusivamente dalla Cina, cerca interlocutori multipli e un riconoscimento internazionale della propria sfera di influenza.

Per la Cina, la stabilità delle rotte commerciali è vitale: oltre il 60% delle sue importazioni di energia transita attraverso lo Stretto di Malacca, controllato di fatto dalla Marina americana. Pechino ha tutto l’interesse a costruire alternative terrestri e a ridurre la propria vulnerabilità marittima, ma non vuole nemmeno un conflitto aperto con gli Stati Uniti che distruggerebbe il mercato di esportazione da cui dipende la sua crescita. Il blocco di Hormuz è un problema già sufficientemente rilevante da dover essere seriamente preso in considerazione.

Per gli Stati Uniti, paradossalmente, la prospettiva di un mondo multipolare con regole condivise può essere preferibile a un confronto bifrontale con Russia e Cina simultaneamente. La dottrina Nixon che nel 1972 aprì a Pechino per isolare Mosca potrebbe oggi evolversi verso un triangolismo più complesso in cui Washington accetta di essere un attore tra altri, pur mantenendo asimmetrie nelle tecnologie, nella finanza e nel controllo navale.

Il pragmatismo geopolitico non è debolezza: è la forma più elevata di realismo strategico.

È significativo che il candidato naturale a ospitare questo nuovo dialogo sia Pechino. La capitale cinese ha investito enormemente nella propria immagine di mediatore internazionale credibile: la proposta di pace per l’Ucraina del 2023, l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran facilitato da Pechino, la presidenza di Xi Jinping dell’APEC e dei forum BRICS — tutto concorre a costruire una narrativa alternativa in cui la Cina è il polo della stabilità, non della destabilizzazione.

Sul piano simbolico, l’immagine dei rappresentanti che si incontrano a Pechino, anche solo per colloqui tecnici su commercio e rotte energetiche, manifesta un cambiamento tettonico nella grammatica del potere globale. Non più il G7 o Washington come centri della normatività internazionale, ma una capitale asiatica che accoglie i negoziati del futuro.

Sul piano pratico, la Cina dispone già delle infrastrutture negoziali: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), i BRICS allargati (che dal 2024 includono Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Etiopia ed Egitto), e una fitta rete di accordi bilaterali di swap valutari che hanno scalfito il monopolio del dollaro nelle transazioni internazionali.

Lo crisi dell’Europa: uno spettatore nel proprio teatro

Nel mezzo di questo riassestamento globale, l’Europa si trova in una posizione di singolare fragilità, soffrendo di un deficit strategico cronico che la rende incapace di agire come attore autonomo nei grandi dossier internazionali.

L’Unione Europea è un’architettura straordinaria di fallimento della cooperazione economica e normativa, affetta da nanismo geopolitico. Le politiche estere degli stati membri sono costruite su tradizioni, interessi e visioni del mondo profondamente divergenti e obsolete. In ormai quattro anni di guerra-delle-parole, non è riuscita a combinare niente di rilevante a parte riempire chilometri di pagine di sanzioni suicide.  Il risultato è una politica estera europea che procede per compromessi al ribasso, incapace di rispondere in tempo reale alle crisi, sempre in attesa che il sovrano di turno offra la direzione da intraprendere. L’apoteosi della stupidità-

Il declino del peso geopolitico europeo è in parte strutturale. L’Europa invecchia demograficamente, cresce meno degli Stati Uniti e molto meno della Cina e dell’India. Le sue industrie della difesa — sottofinanziate per decenni grazie all’ombrello NATO — faticano a soddisfare i nuovi obiettivi di riarmo. La sua capacità tecnologica, pur eccellente in alcuni settori, è in ritardo rispetto agli ecosistemi americano e cinese nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori avanzati e nelle piattaforme digitali.

È facile capire come, in questo contesto, l’Europa va dritta verso il subire il nuovo ordine invece che a contribuire a definirlo. Se Russia, Cina e USA raggiungessero accordi sulle rotte commerciali e sull’architettura finanziaria globale senza un coinvolgimento europeo, Bruxelles si troverebbe di fronte a fatti compiuti, come nuove tariffe, nuovi standard tecnici, nuove geografie del commercio decise altrove. L’Europa rischia di ritrovarsi nella posizione del vecchio continente nel senso più letterale, cioè una realtà ricca di storia e cultura, ma incapace di proiettare potere nel mondo che si sta formando.

La risposta europea a tutto questo è un insieme di meccanismi scricchiolanti — Strategic Autonomy, European Defence Union, Carbon Border Adjustment Mechanism — che sono stati adottati con la convinzione di andare nella direzione giusta, in maniera autoreferenziale, ad una velocità istituzionale inadeguata, senza sapere esattamente cosa verrà dopo, ma con la certezza che i tecnocrati della Commissione Europea avranno le proprie soddisfazioni personali a discapito dei popoli.

Guardando oltre, verso qualcosa di nuovo

Se le tre superpotenze convergessero  su un nuovo schema di governance delle rotte commerciali, le conseguenze sarebbero profonde per tutto il mondo, e sarebbe, bisogna dirlo, un passo incredibilmente potente verso il multipolarismo (che ricordiamoci, non può che avvenire per passi, non tutto insieme).

Le rotte terrestri eurasiatiche diverrebbero alternative credibili alle rotte marittime tradizionali, riducendo la dipendenza dai chokepoint marittimi e con essa il potere di interdizione americano. Il commercio tra Asia ed Europa si diversificherebbe, con nuovi corridoi che passano per il Kazakistan, l’Iran, la Turchia. Parallelamente, l’internazionalizzazione dello yuan — già in corso attraverso accordi di swap valutari con decine di paesi e l’emergere di piattaforme di pagamento alternative a SWIFT come il sistema CIPS cinese — ridurrebbe progressivamente il privilegio esorbitante del dollaro come valuta di riserva globale. Non un collasso del dollaro, ma una diluizione del suo monopolio, tenendo presente che un mondo con valute di riserva multiple è radicalmente diverso da quello attuale.

Sul piano della sicurezza, un accordo tra le tre potenze sulle sfere di influenza — esplicito o tacito — ridisegnerebbe il sistema di alleanze. La NATO, già sotto pressione, potrebbe evolvere verso un’organizzazione più limitata, focalizzata sull’Europa occidentale e sul fianco est, o addirittura estinguersi. Le garanzie di sicurezza americane verso Giappone, Corea del Sud e Taiwan diventerebbero oggetto di negoziazione esplicita con Pechino.

Per i paesi del Sud Globale, questo scenario potrebbe essere paradossalmente vantaggioso: la competizione tra potenze per l’influenza genera risorse, infrastrutture, accordi commerciali favorevoli. Il modello di diplomazia cinese, senza condizionalità politiche, con prestiti e cantieri invece di sermoni sulla democrazia,  ha già conquistato ampi spazi in Africa, America Latina e Asia meridionale.

Il risultato non sarebbe un mondo più semplice né necessariamente più sicuro, ma certamente più distribuito. E questo, piaccia o no agli analisti, è un passo verso il multipolarismo reale. Un sistema genuinamente multipolare con tre o quattro grandi potenze che negoziano esplicitamente le regole del gioco — come nel Concerto d’Europa del XIX secolo — ha caratteristiche diverse dall’egemonia unipolare: è meno prevedibile nei dettagli, ma forse più stabile nelle sue dinamiche fondamentali, perché nessun attore ha incentivo a distruggere un sistema che gli garantisce status e risorse. Il resto verrà passo dopo passo.

C’è una tentazione, nella lettura di questi fenomeni, di attribuirli ad una regia occulta, ma almeno geopoliticamente parlando, la realtà è più prosaica: il nuovo ordine mondiale non viene scritto da una cabina di regia, ma si sedimenta attraverso migliaia di decisioni pragmatiche, accordi bilaterali, investimenti infrastrutturali, cambiamenti valutari, summit regionali che il mainstream mediatico occidentale fatica a seguire perché non sa nemmeno più dove guardare.

Quel che è certo è che il cambiamento è in corso. La quota occidentale del PIL mondiale — che nel 1990 superava il 60% — è oggi inferiore al 45% e continuerà a scendere. Le istituzioni multilaterali costruite nel dopoguerra — dall’ONU al WTO, dal FMI alla Banca Mondiale — sono sotto pressione da parte di chi non ne ha condiviso la fondazione e non ne riconosce la legittimità come universale. I nuovi partenariati hanno dimostrato che niente di ci che era stato costruito sul vecchio ordine basato sulle regole può continuare a funzionare.

Russia, Cina e Stati Uniti hanno tutto l’interesse a gestire la transizione evitando l’escalation catastrofica, hanno strumenti, risorse e capacità per farlo. La domanda è se sapranno costruire un sistema che riesca a far transitare una buona parte di questo mondo nella maniera meno dolorosa possibile.

Il futuro non aspetta. E mentre i diplomatici occidentali discutono di procedure e di principi, qualcuno — molto più a est — sta già posando le fondamenta dell’ordine di domani.

E se Russia, Cina e USA stessero scrivendo il nostro prossimo futuro?

Il futuro non aspetta. E mentre i diplomatici occidentali discutono di procedure e principi, qualcuno – molto più a est – sta già gettando le basi per l’ordine di domani.

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L’Ordine Mondiale in frantumi

Sta accadendo qualcosa di estremamente importante, di cui non siamo ancora capaci di comprendere le dimensioni. L’incontro a Pechino delle arti politiche di USA, Cina e Russia è un evento singolarissimo, che nasconde qualcosa di più grande di ciò che sembra.

Il sistema internazionale liberal-occidentale costruito dopo il 1991 ha messo in mostra le sue insanabili crepe strutturali fino al punto che nemmeno più lo stesso Occidente collettivo riesce a crederci più. I conflitti in Ucraina, a Gaza e in Iran, la competizione tecnologica tra Washington e Pechino, le tensioni nell’Indo-Pacifico, la crisi energetica europea post-2022: ciascuno di questi eventi è, da solo, un segnale di cambiamento che, insieme, disegnano la mappa di un ordine in transizione verso un assetto multipolare nel quale nessun singolo attore è in grado di imporre le proprie regole senza negoziare con gli altri. Come scrisse Brzezinski, “L’egemonia non si perde in un giorno. Ma i segnali della sua crisi si accumulano in silenzio, finché diventano impossibili da ignorare.” (L’Ultima Opportunità, 2007).

È in questo contesto che emerge un interrogativo strategico di fondo: Russia, Cina e Stati Uniti — nonostante le tensioni, le sanzioni, la retorica di una guerra fredda 2.0 — possono trovare un piano di convergenza pragmatica? E se sì, quale forma prenderebbe questo nuovo equilibrio?

Le risposte a queste domande non stanno emergendo nelle aule del Consiglio di Sicurezza dell’ONU né nei comunicati del G7 o del G20, strutture ormai obsolete persino per la stampa mainstream: si stanno costruendo — pragmaticamente e lontano dai riflettori miopi della propaganda occidentale — attraverso accordi multilaterali, partenariati, infrastrutture fisiche e rotte commerciali alternative che disegnano la geografia del futuro.

La geopolitica classica ha sempre distinto tra due modelli di dominio globale: le potenze di terra (tellurocrazie) e le potenze di mare (talassocrazie). Questa distinzione, elaborata da Halford Mackinder a inizio Novecento e ripresa da Carl Schmitt e successivamente da Alexandr Dugin, non è mai stata una mera classificazione accademica, giacché è una chiave interpretativa del comportamento strategico degli stati a partire dal loro modello di civiltà.

Le tellurocrazie — storicamente Russia, ma anche Cina e i grandi imperi continentali — esercitano il loro potere attraverso il controllo del territorio, delle risorse del sottosuolo, delle vie ferroviarie e dei corridoi energetici. Il loro codice strategico privilegia la profondità geografica, la capacità di sopravvivere a blocchi commerciali, la costruzione di reti terrestri difficilmente interdette. Le talassocrazie — dagli inglesi agli americani — proiettano il potere attraverso il controllo dei mari, degli stretti strategici, delle rotte commerciali marittime e delle flotte militari e civili. Controllare il mare significa controllare il commercio globale: circa l’80% delle merci mondiali viaggia via nave.

Oggi, Russia e Cina agiscono esattamente come ci si aspetterebbe da potenze tellurocratiche: investono in infrastrutture fisiche continentali, sviluppano corridoi energetici (Nord Stream, Power of Siberia, TurkStream), costruiscono reti ferroviarie ad alta velocità che collegano la Cina all’Europa passando per l’Asia centrale. La Belt and Road Initiative di Pechino non è altro che la più ambiziosa strategia di controllo territoriale eurasiatico della storia moderna.nGli Stati Uniti, al contrario, mantengono la loro centralità attraverso la presenza navale: le loro portaerei presidiano gli stretti di Hormuz, Malacca, Bab-el-Mandeb e i canali di Panama e Suez. Senza accesso al mare e senza la capacità di negarla agli avversari, l’egemonia americana sarebbe vuota.

La competizione più importante del XXI secolo non si combatte con le bombe, ma con i cantieri. Per intenderci, la Cina ha stanziato, dal 2013 a oggi, oltre 1.000 miliardi di dollari in infrastrutture globali attraverso la BRI, raggiungendo 150 paesi. La ferrovia Cina-Europa (composta da oltre 80 rotte operative) trasporta oggi merci da Shanghai a Madrid in 18 giorni, contro i 30-35 via mare.

La Russia, dal canto suo, sta accelerando lo sviluppo della Rotta Artica del Nord, che potrebbe ridurre i tempi di navigazione tra Europa e Asia di circa il 40% rispetto al Canale di Suez. Con lo scioglimento dei ghiacci artici — accelerato dal cambiamento climatico — questa rotta diventerà praticabile per molti più mesi all’anno entro il 2040.

Gli Stati Uniti rispondono con il Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), rilanciato nel G7 come alternativa alla BRI: 600 miliardi di dollari promessi ai paesi in via di sviluppo. Tuttavia, la capacità esecutiva americana su questo fronte rimane inferiore a quella cinese, limitata dalla frammentazione burocratica e dalla diffidenza del settore privato verso investimenti ad alto rischio geopolitico.

La convergenza strategica: Pechino è il tavolo di negoziazione del mondo intero

Immaginare una convergenza tra Russia, Cina e Stati Uniti sembra, a prima vista, contro-intuitivo. Washington ha imposto sanzioni draconiane a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. La rivalità tecnologica con Pechino si manifesta in restrizioni all’export di semiconduttori, guerre tariffarie e dispute sulla governance di internet. Come potrebbero queste tre potenze sedersi allo stesso tavolo?

La risposta sta nella distinzione, che i diplomatici professionisti conoscono bene, tra retorica pubblica e interesse strategico reale. Gli stati non agiscono in base a simpatie ideologiche: agiscono in base a calcoli di costo-beneficio, e il calcolo, oggi, suggerisce che una certa forma di convivenza pragmatica sia preferibile — per tutti e tre — a un’escalation incontrollata.

Per la Russia, il crollo dell’interscambio con l’Occidente post-2022 ha reso la Cina il partner commerciale imprescindibile: le esportazioni di petrolio russo verso Pechino hanno raggiunto livelli record, e il commercio bilaterale ha superato i 240 miliardi di dollari nel 2023. Ma Mosca non vuole dipendere esclusivamente dalla Cina, cerca interlocutori multipli e un riconoscimento internazionale della propria sfera di influenza.

Per la Cina, la stabilità delle rotte commerciali è vitale: oltre il 60% delle sue importazioni di energia transita attraverso lo Stretto di Malacca, controllato di fatto dalla Marina americana. Pechino ha tutto l’interesse a costruire alternative terrestri e a ridurre la propria vulnerabilità marittima, ma non vuole nemmeno un conflitto aperto con gli Stati Uniti che distruggerebbe il mercato di esportazione da cui dipende la sua crescita. Il blocco di Hormuz è un problema già sufficientemente rilevante da dover essere seriamente preso in considerazione.

Per gli Stati Uniti, paradossalmente, la prospettiva di un mondo multipolare con regole condivise può essere preferibile a un confronto bifrontale con Russia e Cina simultaneamente. La dottrina Nixon che nel 1972 aprì a Pechino per isolare Mosca potrebbe oggi evolversi verso un triangolismo più complesso in cui Washington accetta di essere un attore tra altri, pur mantenendo asimmetrie nelle tecnologie, nella finanza e nel controllo navale.

Il pragmatismo geopolitico non è debolezza: è la forma più elevata di realismo strategico.

È significativo che il candidato naturale a ospitare questo nuovo dialogo sia Pechino. La capitale cinese ha investito enormemente nella propria immagine di mediatore internazionale credibile: la proposta di pace per l’Ucraina del 2023, l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran facilitato da Pechino, la presidenza di Xi Jinping dell’APEC e dei forum BRICS — tutto concorre a costruire una narrativa alternativa in cui la Cina è il polo della stabilità, non della destabilizzazione.

Sul piano simbolico, l’immagine dei rappresentanti che si incontrano a Pechino, anche solo per colloqui tecnici su commercio e rotte energetiche, manifesta un cambiamento tettonico nella grammatica del potere globale. Non più il G7 o Washington come centri della normatività internazionale, ma una capitale asiatica che accoglie i negoziati del futuro.

Sul piano pratico, la Cina dispone già delle infrastrutture negoziali: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), i BRICS allargati (che dal 2024 includono Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Etiopia ed Egitto), e una fitta rete di accordi bilaterali di swap valutari che hanno scalfito il monopolio del dollaro nelle transazioni internazionali.

Lo crisi dell’Europa: uno spettatore nel proprio teatro

Nel mezzo di questo riassestamento globale, l’Europa si trova in una posizione di singolare fragilità, soffrendo di un deficit strategico cronico che la rende incapace di agire come attore autonomo nei grandi dossier internazionali.

L’Unione Europea è un’architettura straordinaria di fallimento della cooperazione economica e normativa, affetta da nanismo geopolitico. Le politiche estere degli stati membri sono costruite su tradizioni, interessi e visioni del mondo profondamente divergenti e obsolete. In ormai quattro anni di guerra-delle-parole, non è riuscita a combinare niente di rilevante a parte riempire chilometri di pagine di sanzioni suicide.  Il risultato è una politica estera europea che procede per compromessi al ribasso, incapace di rispondere in tempo reale alle crisi, sempre in attesa che il sovrano di turno offra la direzione da intraprendere. L’apoteosi della stupidità-

Il declino del peso geopolitico europeo è in parte strutturale. L’Europa invecchia demograficamente, cresce meno degli Stati Uniti e molto meno della Cina e dell’India. Le sue industrie della difesa — sottofinanziate per decenni grazie all’ombrello NATO — faticano a soddisfare i nuovi obiettivi di riarmo. La sua capacità tecnologica, pur eccellente in alcuni settori, è in ritardo rispetto agli ecosistemi americano e cinese nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori avanzati e nelle piattaforme digitali.

È facile capire come, in questo contesto, l’Europa va dritta verso il subire il nuovo ordine invece che a contribuire a definirlo. Se Russia, Cina e USA raggiungessero accordi sulle rotte commerciali e sull’architettura finanziaria globale senza un coinvolgimento europeo, Bruxelles si troverebbe di fronte a fatti compiuti, come nuove tariffe, nuovi standard tecnici, nuove geografie del commercio decise altrove. L’Europa rischia di ritrovarsi nella posizione del vecchio continente nel senso più letterale, cioè una realtà ricca di storia e cultura, ma incapace di proiettare potere nel mondo che si sta formando.

La risposta europea a tutto questo è un insieme di meccanismi scricchiolanti — Strategic Autonomy, European Defence Union, Carbon Border Adjustment Mechanism — che sono stati adottati con la convinzione di andare nella direzione giusta, in maniera autoreferenziale, ad una velocità istituzionale inadeguata, senza sapere esattamente cosa verrà dopo, ma con la certezza che i tecnocrati della Commissione Europea avranno le proprie soddisfazioni personali a discapito dei popoli.

Guardando oltre, verso qualcosa di nuovo

Se le tre superpotenze convergessero  su un nuovo schema di governance delle rotte commerciali, le conseguenze sarebbero profonde per tutto il mondo, e sarebbe, bisogna dirlo, un passo incredibilmente potente verso il multipolarismo (che ricordiamoci, non può che avvenire per passi, non tutto insieme).

Le rotte terrestri eurasiatiche diverrebbero alternative credibili alle rotte marittime tradizionali, riducendo la dipendenza dai chokepoint marittimi e con essa il potere di interdizione americano. Il commercio tra Asia ed Europa si diversificherebbe, con nuovi corridoi che passano per il Kazakistan, l’Iran, la Turchia. Parallelamente, l’internazionalizzazione dello yuan — già in corso attraverso accordi di swap valutari con decine di paesi e l’emergere di piattaforme di pagamento alternative a SWIFT come il sistema CIPS cinese — ridurrebbe progressivamente il privilegio esorbitante del dollaro come valuta di riserva globale. Non un collasso del dollaro, ma una diluizione del suo monopolio, tenendo presente che un mondo con valute di riserva multiple è radicalmente diverso da quello attuale.

Sul piano della sicurezza, un accordo tra le tre potenze sulle sfere di influenza — esplicito o tacito — ridisegnerebbe il sistema di alleanze. La NATO, già sotto pressione, potrebbe evolvere verso un’organizzazione più limitata, focalizzata sull’Europa occidentale e sul fianco est, o addirittura estinguersi. Le garanzie di sicurezza americane verso Giappone, Corea del Sud e Taiwan diventerebbero oggetto di negoziazione esplicita con Pechino.

Per i paesi del Sud Globale, questo scenario potrebbe essere paradossalmente vantaggioso: la competizione tra potenze per l’influenza genera risorse, infrastrutture, accordi commerciali favorevoli. Il modello di diplomazia cinese, senza condizionalità politiche, con prestiti e cantieri invece di sermoni sulla democrazia,  ha già conquistato ampi spazi in Africa, America Latina e Asia meridionale.

Il risultato non sarebbe un mondo più semplice né necessariamente più sicuro, ma certamente più distribuito. E questo, piaccia o no agli analisti, è un passo verso il multipolarismo reale. Un sistema genuinamente multipolare con tre o quattro grandi potenze che negoziano esplicitamente le regole del gioco — come nel Concerto d’Europa del XIX secolo — ha caratteristiche diverse dall’egemonia unipolare: è meno prevedibile nei dettagli, ma forse più stabile nelle sue dinamiche fondamentali, perché nessun attore ha incentivo a distruggere un sistema che gli garantisce status e risorse. Il resto verrà passo dopo passo.

C’è una tentazione, nella lettura di questi fenomeni, di attribuirli ad una regia occulta, ma almeno geopoliticamente parlando, la realtà è più prosaica: il nuovo ordine mondiale non viene scritto da una cabina di regia, ma si sedimenta attraverso migliaia di decisioni pragmatiche, accordi bilaterali, investimenti infrastrutturali, cambiamenti valutari, summit regionali che il mainstream mediatico occidentale fatica a seguire perché non sa nemmeno più dove guardare.

Quel che è certo è che il cambiamento è in corso. La quota occidentale del PIL mondiale — che nel 1990 superava il 60% — è oggi inferiore al 45% e continuerà a scendere. Le istituzioni multilaterali costruite nel dopoguerra — dall’ONU al WTO, dal FMI alla Banca Mondiale — sono sotto pressione da parte di chi non ne ha condiviso la fondazione e non ne riconosce la legittimità come universale. I nuovi partenariati hanno dimostrato che niente di ci che era stato costruito sul vecchio ordine basato sulle regole può continuare a funzionare.

Russia, Cina e Stati Uniti hanno tutto l’interesse a gestire la transizione evitando l’escalation catastrofica, hanno strumenti, risorse e capacità per farlo. La domanda è se sapranno costruire un sistema che riesca a far transitare una buona parte di questo mondo nella maniera meno dolorosa possibile.

Il futuro non aspetta. E mentre i diplomatici occidentali discutono di procedure e di principi, qualcuno — molto più a est — sta già posando le fondamenta dell’ordine di domani.

Il futuro non aspetta. E mentre i diplomatici occidentali discutono di procedure e principi, qualcuno – molto più a est – sta già gettando le basi per l’ordine di domani.

L’Ordine Mondiale in frantumi

Sta accadendo qualcosa di estremamente importante, di cui non siamo ancora capaci di comprendere le dimensioni. L’incontro a Pechino delle arti politiche di USA, Cina e Russia è un evento singolarissimo, che nasconde qualcosa di più grande di ciò che sembra.

Il sistema internazionale liberal-occidentale costruito dopo il 1991 ha messo in mostra le sue insanabili crepe strutturali fino al punto che nemmeno più lo stesso Occidente collettivo riesce a crederci più. I conflitti in Ucraina, a Gaza e in Iran, la competizione tecnologica tra Washington e Pechino, le tensioni nell’Indo-Pacifico, la crisi energetica europea post-2022: ciascuno di questi eventi è, da solo, un segnale di cambiamento che, insieme, disegnano la mappa di un ordine in transizione verso un assetto multipolare nel quale nessun singolo attore è in grado di imporre le proprie regole senza negoziare con gli altri. Come scrisse Brzezinski, “L’egemonia non si perde in un giorno. Ma i segnali della sua crisi si accumulano in silenzio, finché diventano impossibili da ignorare.” (L’Ultima Opportunità, 2007).

È in questo contesto che emerge un interrogativo strategico di fondo: Russia, Cina e Stati Uniti — nonostante le tensioni, le sanzioni, la retorica di una guerra fredda 2.0 — possono trovare un piano di convergenza pragmatica? E se sì, quale forma prenderebbe questo nuovo equilibrio?

Le risposte a queste domande non stanno emergendo nelle aule del Consiglio di Sicurezza dell’ONU né nei comunicati del G7 o del G20, strutture ormai obsolete persino per la stampa mainstream: si stanno costruendo — pragmaticamente e lontano dai riflettori miopi della propaganda occidentale — attraverso accordi multilaterali, partenariati, infrastrutture fisiche e rotte commerciali alternative che disegnano la geografia del futuro.

La geopolitica classica ha sempre distinto tra due modelli di dominio globale: le potenze di terra (tellurocrazie) e le potenze di mare (talassocrazie). Questa distinzione, elaborata da Halford Mackinder a inizio Novecento e ripresa da Carl Schmitt e successivamente da Alexandr Dugin, non è mai stata una mera classificazione accademica, giacché è una chiave interpretativa del comportamento strategico degli stati a partire dal loro modello di civiltà.

Le tellurocrazie — storicamente Russia, ma anche Cina e i grandi imperi continentali — esercitano il loro potere attraverso il controllo del territorio, delle risorse del sottosuolo, delle vie ferroviarie e dei corridoi energetici. Il loro codice strategico privilegia la profondità geografica, la capacità di sopravvivere a blocchi commerciali, la costruzione di reti terrestri difficilmente interdette. Le talassocrazie — dagli inglesi agli americani — proiettano il potere attraverso il controllo dei mari, degli stretti strategici, delle rotte commerciali marittime e delle flotte militari e civili. Controllare il mare significa controllare il commercio globale: circa l’80% delle merci mondiali viaggia via nave.

Oggi, Russia e Cina agiscono esattamente come ci si aspetterebbe da potenze tellurocratiche: investono in infrastrutture fisiche continentali, sviluppano corridoi energetici (Nord Stream, Power of Siberia, TurkStream), costruiscono reti ferroviarie ad alta velocità che collegano la Cina all’Europa passando per l’Asia centrale. La Belt and Road Initiative di Pechino non è altro che la più ambiziosa strategia di controllo territoriale eurasiatico della storia moderna.nGli Stati Uniti, al contrario, mantengono la loro centralità attraverso la presenza navale: le loro portaerei presidiano gli stretti di Hormuz, Malacca, Bab-el-Mandeb e i canali di Panama e Suez. Senza accesso al mare e senza la capacità di negarla agli avversari, l’egemonia americana sarebbe vuota.

La competizione più importante del XXI secolo non si combatte con le bombe, ma con i cantieri. Per intenderci, la Cina ha stanziato, dal 2013 a oggi, oltre 1.000 miliardi di dollari in infrastrutture globali attraverso la BRI, raggiungendo 150 paesi. La ferrovia Cina-Europa (composta da oltre 80 rotte operative) trasporta oggi merci da Shanghai a Madrid in 18 giorni, contro i 30-35 via mare.

La Russia, dal canto suo, sta accelerando lo sviluppo della Rotta Artica del Nord, che potrebbe ridurre i tempi di navigazione tra Europa e Asia di circa il 40% rispetto al Canale di Suez. Con lo scioglimento dei ghiacci artici — accelerato dal cambiamento climatico — questa rotta diventerà praticabile per molti più mesi all’anno entro il 2040.

Gli Stati Uniti rispondono con il Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), rilanciato nel G7 come alternativa alla BRI: 600 miliardi di dollari promessi ai paesi in via di sviluppo. Tuttavia, la capacità esecutiva americana su questo fronte rimane inferiore a quella cinese, limitata dalla frammentazione burocratica e dalla diffidenza del settore privato verso investimenti ad alto rischio geopolitico.

La convergenza strategica: Pechino è il tavolo di negoziazione del mondo intero

Immaginare una convergenza tra Russia, Cina e Stati Uniti sembra, a prima vista, contro-intuitivo. Washington ha imposto sanzioni draconiane a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. La rivalità tecnologica con Pechino si manifesta in restrizioni all’export di semiconduttori, guerre tariffarie e dispute sulla governance di internet. Come potrebbero queste tre potenze sedersi allo stesso tavolo?

La risposta sta nella distinzione, che i diplomatici professionisti conoscono bene, tra retorica pubblica e interesse strategico reale. Gli stati non agiscono in base a simpatie ideologiche: agiscono in base a calcoli di costo-beneficio, e il calcolo, oggi, suggerisce che una certa forma di convivenza pragmatica sia preferibile — per tutti e tre — a un’escalation incontrollata.

Per la Russia, il crollo dell’interscambio con l’Occidente post-2022 ha reso la Cina il partner commerciale imprescindibile: le esportazioni di petrolio russo verso Pechino hanno raggiunto livelli record, e il commercio bilaterale ha superato i 240 miliardi di dollari nel 2023. Ma Mosca non vuole dipendere esclusivamente dalla Cina, cerca interlocutori multipli e un riconoscimento internazionale della propria sfera di influenza.

Per la Cina, la stabilità delle rotte commerciali è vitale: oltre il 60% delle sue importazioni di energia transita attraverso lo Stretto di Malacca, controllato di fatto dalla Marina americana. Pechino ha tutto l’interesse a costruire alternative terrestri e a ridurre la propria vulnerabilità marittima, ma non vuole nemmeno un conflitto aperto con gli Stati Uniti che distruggerebbe il mercato di esportazione da cui dipende la sua crescita. Il blocco di Hormuz è un problema già sufficientemente rilevante da dover essere seriamente preso in considerazione.

Per gli Stati Uniti, paradossalmente, la prospettiva di un mondo multipolare con regole condivise può essere preferibile a un confronto bifrontale con Russia e Cina simultaneamente. La dottrina Nixon che nel 1972 aprì a Pechino per isolare Mosca potrebbe oggi evolversi verso un triangolismo più complesso in cui Washington accetta di essere un attore tra altri, pur mantenendo asimmetrie nelle tecnologie, nella finanza e nel controllo navale.

Il pragmatismo geopolitico non è debolezza: è la forma più elevata di realismo strategico.

È significativo che il candidato naturale a ospitare questo nuovo dialogo sia Pechino. La capitale cinese ha investito enormemente nella propria immagine di mediatore internazionale credibile: la proposta di pace per l’Ucraina del 2023, l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran facilitato da Pechino, la presidenza di Xi Jinping dell’APEC e dei forum BRICS — tutto concorre a costruire una narrativa alternativa in cui la Cina è il polo della stabilità, non della destabilizzazione.

Sul piano simbolico, l’immagine dei rappresentanti che si incontrano a Pechino, anche solo per colloqui tecnici su commercio e rotte energetiche, manifesta un cambiamento tettonico nella grammatica del potere globale. Non più il G7 o Washington come centri della normatività internazionale, ma una capitale asiatica che accoglie i negoziati del futuro.

Sul piano pratico, la Cina dispone già delle infrastrutture negoziali: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), i BRICS allargati (che dal 2024 includono Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Etiopia ed Egitto), e una fitta rete di accordi bilaterali di swap valutari che hanno scalfito il monopolio del dollaro nelle transazioni internazionali.

Lo crisi dell’Europa: uno spettatore nel proprio teatro

Nel mezzo di questo riassestamento globale, l’Europa si trova in una posizione di singolare fragilità, soffrendo di un deficit strategico cronico che la rende incapace di agire come attore autonomo nei grandi dossier internazionali.

L’Unione Europea è un’architettura straordinaria di fallimento della cooperazione economica e normativa, affetta da nanismo geopolitico. Le politiche estere degli stati membri sono costruite su tradizioni, interessi e visioni del mondo profondamente divergenti e obsolete. In ormai quattro anni di guerra-delle-parole, non è riuscita a combinare niente di rilevante a parte riempire chilometri di pagine di sanzioni suicide.  Il risultato è una politica estera europea che procede per compromessi al ribasso, incapace di rispondere in tempo reale alle crisi, sempre in attesa che il sovrano di turno offra la direzione da intraprendere. L’apoteosi della stupidità-

Il declino del peso geopolitico europeo è in parte strutturale. L’Europa invecchia demograficamente, cresce meno degli Stati Uniti e molto meno della Cina e dell’India. Le sue industrie della difesa — sottofinanziate per decenni grazie all’ombrello NATO — faticano a soddisfare i nuovi obiettivi di riarmo. La sua capacità tecnologica, pur eccellente in alcuni settori, è in ritardo rispetto agli ecosistemi americano e cinese nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori avanzati e nelle piattaforme digitali.

È facile capire come, in questo contesto, l’Europa va dritta verso il subire il nuovo ordine invece che a contribuire a definirlo. Se Russia, Cina e USA raggiungessero accordi sulle rotte commerciali e sull’architettura finanziaria globale senza un coinvolgimento europeo, Bruxelles si troverebbe di fronte a fatti compiuti, come nuove tariffe, nuovi standard tecnici, nuove geografie del commercio decise altrove. L’Europa rischia di ritrovarsi nella posizione del vecchio continente nel senso più letterale, cioè una realtà ricca di storia e cultura, ma incapace di proiettare potere nel mondo che si sta formando.

La risposta europea a tutto questo è un insieme di meccanismi scricchiolanti — Strategic Autonomy, European Defence Union, Carbon Border Adjustment Mechanism — che sono stati adottati con la convinzione di andare nella direzione giusta, in maniera autoreferenziale, ad una velocità istituzionale inadeguata, senza sapere esattamente cosa verrà dopo, ma con la certezza che i tecnocrati della Commissione Europea avranno le proprie soddisfazioni personali a discapito dei popoli.

Guardando oltre, verso qualcosa di nuovo

Se le tre superpotenze convergessero  su un nuovo schema di governance delle rotte commerciali, le conseguenze sarebbero profonde per tutto il mondo, e sarebbe, bisogna dirlo, un passo incredibilmente potente verso il multipolarismo (che ricordiamoci, non può che avvenire per passi, non tutto insieme).

Le rotte terrestri eurasiatiche diverrebbero alternative credibili alle rotte marittime tradizionali, riducendo la dipendenza dai chokepoint marittimi e con essa il potere di interdizione americano. Il commercio tra Asia ed Europa si diversificherebbe, con nuovi corridoi che passano per il Kazakistan, l’Iran, la Turchia. Parallelamente, l’internazionalizzazione dello yuan — già in corso attraverso accordi di swap valutari con decine di paesi e l’emergere di piattaforme di pagamento alternative a SWIFT come il sistema CIPS cinese — ridurrebbe progressivamente il privilegio esorbitante del dollaro come valuta di riserva globale. Non un collasso del dollaro, ma una diluizione del suo monopolio, tenendo presente che un mondo con valute di riserva multiple è radicalmente diverso da quello attuale.

Sul piano della sicurezza, un accordo tra le tre potenze sulle sfere di influenza — esplicito o tacito — ridisegnerebbe il sistema di alleanze. La NATO, già sotto pressione, potrebbe evolvere verso un’organizzazione più limitata, focalizzata sull’Europa occidentale e sul fianco est, o addirittura estinguersi. Le garanzie di sicurezza americane verso Giappone, Corea del Sud e Taiwan diventerebbero oggetto di negoziazione esplicita con Pechino.

Per i paesi del Sud Globale, questo scenario potrebbe essere paradossalmente vantaggioso: la competizione tra potenze per l’influenza genera risorse, infrastrutture, accordi commerciali favorevoli. Il modello di diplomazia cinese, senza condizionalità politiche, con prestiti e cantieri invece di sermoni sulla democrazia,  ha già conquistato ampi spazi in Africa, America Latina e Asia meridionale.

Il risultato non sarebbe un mondo più semplice né necessariamente più sicuro, ma certamente più distribuito. E questo, piaccia o no agli analisti, è un passo verso il multipolarismo reale. Un sistema genuinamente multipolare con tre o quattro grandi potenze che negoziano esplicitamente le regole del gioco — come nel Concerto d’Europa del XIX secolo — ha caratteristiche diverse dall’egemonia unipolare: è meno prevedibile nei dettagli, ma forse più stabile nelle sue dinamiche fondamentali, perché nessun attore ha incentivo a distruggere un sistema che gli garantisce status e risorse. Il resto verrà passo dopo passo.

C’è una tentazione, nella lettura di questi fenomeni, di attribuirli ad una regia occulta, ma almeno geopoliticamente parlando, la realtà è più prosaica: il nuovo ordine mondiale non viene scritto da una cabina di regia, ma si sedimenta attraverso migliaia di decisioni pragmatiche, accordi bilaterali, investimenti infrastrutturali, cambiamenti valutari, summit regionali che il mainstream mediatico occidentale fatica a seguire perché non sa nemmeno più dove guardare.

Quel che è certo è che il cambiamento è in corso. La quota occidentale del PIL mondiale — che nel 1990 superava il 60% — è oggi inferiore al 45% e continuerà a scendere. Le istituzioni multilaterali costruite nel dopoguerra — dall’ONU al WTO, dal FMI alla Banca Mondiale — sono sotto pressione da parte di chi non ne ha condiviso la fondazione e non ne riconosce la legittimità come universale. I nuovi partenariati hanno dimostrato che niente di ci che era stato costruito sul vecchio ordine basato sulle regole può continuare a funzionare.

Russia, Cina e Stati Uniti hanno tutto l’interesse a gestire la transizione evitando l’escalation catastrofica, hanno strumenti, risorse e capacità per farlo. La domanda è se sapranno costruire un sistema che riesca a far transitare una buona parte di questo mondo nella maniera meno dolorosa possibile.

Il futuro non aspetta. E mentre i diplomatici occidentali discutono di procedure e di principi, qualcuno — molto più a est — sta già posando le fondamenta dell’ordine di domani.

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