Italiano
Lorenzo Maria Pacini
October 28, 2026
© WA

Le proteste contro il diesel in Italia mettono in luce le contraddizioni di classe: una piccola borghesia produttiva schiacciata dai costi e un sottoproletariato metropolitano che esplode di rabbia.

Il gasolio come rivelatore della lotta di classe

Nelle ultime tre settimane l’Italia ha mostrato, tutto insieme e senza filtri, il proprio rapporto sociale fondamentale. Da una parte camionisti, agricoltori, pescatori, operai siderurgici e una massa di ragazzi che non sanno nemmeno dare un nome alla propria rabbia. Dall’altra un apparato istituzionale che, invece di chiedersi perché il Paese reale sia sceso in strada, convoca vertici sull’ordine pubblico e prepara l’ennesimo decreto. Chi conosce la grammatica del materialismo storico sa che situazioni del genere non vanno lette con le categorie della cronaca nera. Vanno lette come momenti in cui le contraddizioni di classe, compresse per anni sotto la superficie del consenso amministrato, tornano visibili a occhio nudo.

Questo articolo non intende fare la cronaca degli scontri, già abbondantemente raccontati. Intende invece mettere in fila i fatti e chiedersi che cosa dicano sulla natura dello Stato italiano in questa fase, sulla composizione sociale di chi protesta e sull’incapacità strutturale del blocco dominante di offrire una risposta che non sia repressiva.

Tutto comincia, come spesso accade, da una voce di bilancio. Il decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162 aveva previsto una riduzione temporanea dell’accisa sul gasolio fino al 5 ottobre; scaduto il termine, il governo non l’ha prorogata. Il prezzo medio è tornato a sfiorare i 2,50 euro al litro. Per un padroncino calabrese che possiede un solo camion e lavora in subappalto per la grande distribuzione, quella cifra decide se il mese si chiude in pari o in perdita.

Le prime proteste spontanee sono nate in Calabria all’inizio di ottobre. Poi la Puglia, dall’11 ottobre, la Basilicata, la Sicilia, la Campania, il Molise, fino al Lazio, con presìdi nei porti e blocchi sulle arterie principali. Agli autotrasportatori si sono uniti gli agricoltori, poi le marinerie. Davanti al mercato ittico di Termoli è comparso uno striscione con uno scheletro e la scritta «Ci avete ridotto all’osso»; a San Benedetto del Tronto i pescherecci sono rimasti in porto. Nei supermercati di Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Calabria gli scaffali si sono svuotati, e la gente è corsa a fare scorte come non accadeva dal Covid.

Fermiamoci su chi sono questi soggetti, perché la sociologia della protesta conta più degli slogan. Non siamo davanti al proletariato industriale classico, quello delle grandi concentrazioni fordiste. Siamo davanti a una piccola borghesia produttiva in via di proletarizzazione: il padroncino, il coltivatore diretto, il pescatore con la sua barca. Marx aveva descritto – nel Cap. 1 del Manifesto – con precisione il destino di questi strati intermedi, schiacciati tra il grande capitale che li assorbe e la condizione salariata in cui finiscono per precipitare. Il trasportatore che oggi blocca la statale è formalmente un imprenditore. Nella sostanza, la sua impresa è un salario mascherato: il committente gli impone le tariffe, la rendita energetica gli impone i costi, lo Stato gli preleva l’accisa, e a lui resta il rischio. È un lavoratore autonomo soltanto nel senso che nessuno gli garantisce nulla.

Il gasolio, in questo senso, è qualcosa di più di un carburante. È il punto in cui la rendita petrolifera globale, oggi impazzita per effetto della crisi di Hormuz, si trasferisce lungo la catena logistica fino a scaricarsi su chi sta all’ultimo anello. Il capitale finanziario che specula sui future, la grande distribuzione che non rivede i contratti di trasporto, lo Stato che incassa l’accisa: tre forme di appropriazione del valore prodotto da altri, che convergono sullo stesso corpo sociale.

La seconda piazza: il sottoproletariato metropolitano

Il 17 ottobre la protesta ha cambiato natura e geografia. Una sigla comparsa dal nulla sui social, «Italia in piazza», ha convocato manifestazioni contro il caro-vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. A Milano piazza Duomo è diventata un campo di battaglia, a Torino è stata devastata una libreria Feltrinelli, a Bologna si sono avuti scontri davanti alla stazione con idranti e lacrimogeni; il giorno successivo, solo a Milano, 271 persone sono state accompagnate in questura e ben 220 erano minorenni, tra i fermati c’erano ragazzi di 12 anni, in buona parte italiani di seconda generazione.

Nello stesso giorno, a Roma, il corteo nazionale della CGIL e altre due manifestazioni sul carovita hanno portato in piazza circa venticinquemila persone senza alcun incidente. Il contrasto va tenuto presente, perché smentisce la favola, cara al governo, di un’unica piazza violenta. Esistono almeno due movimenti distinti: uno organizzato, con radici sindacali e rivendicazioni precise, e uno disorganizzato, giovanissimo, metropolitano, privo di direzione politica.

Il secondo movimento è il più interessante dal punto di vista teorico, e il più pericoloso dal punto di vista politico. Marx aveva un termine per le masse sradicate e prive di coscienza di classe che, nei momenti di crisi, possono essere mobilitate da chiunque offra loro un ruolo: Lumpenproletariat. Usare oggi quella parola non significa insultare quei ragazzi. Significa riconoscere la loro posizione oggettiva: figli delle periferie milanesi e torinesi, spesso di famiglie immigrate, esclusi dal mercato del lavoro prima ancora di entrarvi, cresciuti in un universo di consumi esibiti e mai accessibili. È una dissonanza cognitiva tra immaginario e realtà, e del rischio che questa violenza venga reclutata in senso reazionario, come accadde con le masse di disoccupati e reduci negli anni Venti e Trenta.

La lezione del Diciotto brumaio vale anche in senso inverso. Il sottoproletariato non ha un programma, e proprio per questo può diventare materia prima per qualsiasi progetto: quello di chi vuole incendiare, ma anche quello di chi ha bisogno di un nemico interno per giustificare la stretta. Non è un caso che il governo abbia scelto di parlare quasi soltanto di loro, e quasi mai dei camionisti di Gioia Tauro o degli operai dell’ex Ilva che, nelle stesse settimane, scioperavano a Taranto e a Genova per sapere se avranno ancora una fabbrica.

Lo Stato come comitato d’affari

Il Manifesto definisce il potere statale moderno come il comitato che amministra gli affari comuni della classe borghese. La formula è stata spesso liquidata come schematica. Le ultime due settimane ne offrono una verifica quasi didattica.

Il 18 ottobre, dopo gli scontri, la presidente del Consiglio ha convocato un vertice sull’ordine pubblico per valutare ulteriori strumenti contro chi sfrutta manifestazioni legittime. Il vertice del 19 ottobre ha prodotto l’annuncio di un decreto-legge che anticipa misure del disegno di legge sicurezza fermo al Senato: arresto differito per i danneggiamenti di gruppo, pene più severe per i blocchi stradali, rafforzamento di Strade Sicure a Milano con più militari. La Lega ha chiesto di inserirvi il fermo preventivo anche per i minorenni. Si tratterebbe dell’ottavo pacchetto sicurezza in quattro anni.

Si osservi la sequenza. Un governo che non ha trovato le risorse per prorogare lo sconto sull’accisa le trova, in quarantotto ore, per mandare l’esercito nelle strade di Milano. Un esecutivo che da marzo vara decreti carburanti a scadenza di due o tre settimane, rinnovati solo quando la categoria minaccia il fermo, legifera invece d’urgenza e in via permanente sulla repressione. Persino il credito d’imposta da 300 milioni per l’autotrasporto, approvato a maggio, era rimasto a fine giugno senza decreto attuativo, tanto che le associazioni chiedevano di sbloccarlo. Il sostegno sociale arriva tardi, a tempo e col contagocce; la norma penale arriva subito, ed è fatta per restare.

Questo non dipende dalla cattiveria dei singoli ministri, e chi ragiona in termini di classe non ha bisogno di demonizzare nessuno. Dipende dalla funzione che lo Stato svolge in una formazione sociale periferica dell’Occidente, stretta tra i vincoli di bilancio europei e gli impegni di riarmo atlantici. Abbiamo una spesa militare che nel 2026 sfiora i 45 miliardi e una manovra di rigore di circa 23 miliardi. Dentro questa tenaglia lo Stato non può redistribuire senza rompere con i suoi garanti esterni, e allora fa l’unica cosa che gli resta: gestisce il conflitto come problema di ordine pubblico. Engels lo aveva scritto ne L’origine della famiglia: lo Stato nasce dove gli antagonismi di classe diventano inconciliabili, come potere che pretende di stare al di sopra della società e che se ne allontana sempre di più.

Il teatrino delle contraddizioni

Se la sostanza della risposta istituzionale è coerente, la sua superficie è un catalogo di assurdità. Vale la pena elencarle, perché è lì che la crisi di egemonia si vede meglio.

La prima riguarda la diagnosi. Il ministro della Giustizia Nordio ha parlato di probabili infiltrazioni criminali nei blocchi degli autotrasportatori. Il ministro dell’Interno Piantedosi, interrogato sui ragazzi di Milano, ha ammesso che non c’era ancora alcuna evidenza che fossero manovrati. Due ministri dello stesso governo: uno vede la criminalità organizzata dietro i camion, l’altro non trova regia dietro i saccheggi. Ciascuno sceglie l’interpretazione che serve a delegittimare la piazza che ha davanti, e nessuno dei due si chiede quanto costi un pieno.

La seconda riguarda il palleggio delle responsabilità. Il sindaco di Milano Sala ha lamentato un numero inadeguato di agenti in piazza; Piantedosi gli ha risposto accusandolo di essere espressione di una sinistra radical chic incapace di condannare i violenti senza distinguo. Un gruppo di sindaci ha osservato, con involontaria lucidità, che puntarsi il dito contro non farà calare il prezzo della benzina. È la fotografia esatta di un ceto politico in cui maggioranza e opposizione litigano sulla quantità di polizia necessaria, senza che nessuno dei due metta in discussione il modello che produce la rabbia.

La terza riguarda il linguaggio. Meloni ha scritto che manifestare contro il caro-vita è un diritto civile, mentre mandare un poliziotto in ospedale è roba da teppisti. Tajani ha definito inaccettabile che l’opposizione soffiasse sul fuoco. Il 22 ottobre lo stesso Tajani ha salutato la revoca dei blocchi da parte delle grandi organizzazioni dell’autotrasporto spiegando che il blocco non fa scendere il gasolio e danneggia solo cittadini e imprese. Il diritto di protestare viene così riconosciuto in astratto e negato in ogni forma concreta che possa produrre effetti. Si può manifestare, purché la manifestazione non disturbi nessuno; ma una protesta che non disturba nessuno è una protesta che nessuno ascolta. È il vecchio paradosso della democrazia formale che la critica marxista ha sempre denunciato: libertà uguali sulla carta, rapporti di forza disuguali nella realtà.

La quarta contraddizione è la più grave. Il governo invoca la legalità mentre prepara norme, come il fermo preventivo dei dodicenni, che i suoi stessi commentatori giudicano a rischio di incostituzionalità. Lo Stato che chiede ai giovani delle periferie di rispettare le regole è lo stesso che, per difendersi da loro, è disposto a forzare le proprie.

La crisi è organica

Gramsci, nei Quaderni, ha lasciato la definizione più citata della crisi: il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (chi vuole legga Quaderni, Q. 3, 34). È difficile trovare un’immagine più precisa per l’Italia dell’ottobre 2026. Il vecchio patto sociale fondato sul risparmio delle famiglie, sulla piccola impresa e sul welfare familistico non regge più. Un nuovo blocco storico non c’è. In mezzo, i fenomeni morbosi: baby gang che si filmano mentre sfasciano una gioielleria, ministri che si accusano a vicenda, decreti in serie.

Lenin, nel secondo capitolo de Il fallimento della II Internazionale, nel lontano 1915, aggiungeva che una crisi diventa rivoluzionaria quando chi sta in basso non vuole più vivere come prima e chi sta in alto non riesce più a governare come prima. La prima condizione, in Italia, comincia a manifestarsi. La seconda è evidente nella paralisi di un esecutivo che oscilla tra proroghe dell’ultimo minuto e strette penali. Manca il terzo elemento, quello decisivo: un soggetto politico capace di trasformare il malcontento in programma. I partiti di massa sono ridotti a cartelli d’opinione e partiti personali; la sinistra parlamentare chiede più agenti a Milano; i sindacati confederali hanno proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre, cinque settimane dopo gli scontri e tendono ad assecondare pronamente i diktat governativi pur di mantenere intatti i loro privilegi ormai stratisficati. Nel frattempo a Milano è nato un «Movimento 17 ottobre» che annuncia manifestazioni ogni sabato fino alla caduta del governo. Senza radici, senza organizzazione, senza teoria, è difficile che vada lontano. Ma la sua stessa nascita dice quanto sia largo lo spazio lasciato vuoto.

Qui sta il nodo. Ho sostenuto altrove che la lotta oggi non corre in orizzontale, tra destra e sinistra, ma in verticale, tra il popolo e le élite, e che chi riporta lo scontro sul piano orizzontale lo fa perché non vuole che si capisca dove sta il problema. Le giornate di ottobre lo confermano. Il governo ha fatto di tutto per trasformare un conflitto verticale, sul costo della vita e sulla distribuzione del reddito, in un conflitto orizzontale: italiani contro immigrati di seconda generazione, cittadini perbene contro teppisti, Nord produttivo contro Sud che blocca le strade. Lo slogan comparso sui blocchi, «Anche il Sud è Italia», è la risposta più semplice a questa operazione.

Un’analisi di classe che si fermasse ai confini nazionali sarebbe monca. Il prezzo del gasolio a Cosenza dipende dallo Stretto di Hormuz, e lo Stretto di Hormuz è chiuso o strozzato per una guerra che l’Italia non ha deciso ma che ha sostenuto per allineamento atlantico. Già a marzo il primo decreto carburanti veniva motivato con la crisi internazionale legata alla guerra in Iran. Da allora il governo ha inseguito i prezzi con sconti a termine, mentre continuava a sottoscrivere gli obiettivi di riarmo e il rigore europeo.

È la vecchia tesi leniniana sull’imperialismo, aggiornata a una condizione di subalternità. Un Paese che non controlla la propria politica energetica né la propria politica estera finisce per scaricare sulle classi popolari i costi delle guerre altrui. Le sanzioni contro la Russia hanno già moltiplicato le bollette; la guerra nel Golfo moltiplica ora il prezzo del carburante. Il conto arriva sempre allo stesso indirizzo: il camionista, il pescatore, la famiglia di periferia che vede il carrello della spesa svuotarsi. Mentre i titoli dell’industria della difesa salgono, il Paese reale si ferma.

Per questo la questione sociale italiana non si risolve con un’altra proroga dell’accisa. Si risolve, se si risolve, con una rottura dei vincoli che rendono impossibile redistribuire: il vincolo di bilancio europeo nella sua forma attuale, l’obiettivo di spesa militare, l’allineamento automatico a guerre che l’Italia subisce senza averne alcun interesse. Pace, sovranità energetica e giustizia sociale non sono tre rivendicazioni separate. Sono la stessa rivendicazione vista da tre lati.

Chi chiede pietà e a chi

C’è un’immagine che resta di queste settimane, ed è lo scheletro sullo striscione di Termoli. Non è un’immagine di rivolta. È un’immagine di supplica: un popolo che espone il proprio corpo consumato e chiede di essere visto. A questa supplica le istituzioni hanno risposto con il linguaggio del codice penale, con le accuse reciproche tra ministri e sindaci, con la contabilità dei fermati.

Va detto con chiarezza, perché la chiarezza è un dovere dell’analisi: la devastazione di una libreria o il saccheggio di una gioielleria non sono lotta di classe. Sono il sintomo di una società che ha smesso di offrire ai suoi giovani qualsiasi forma di appartenenza, e la sinistra che li romanticizza commette lo stesso errore della destra che li criminalizza soltanto. Entrambe rinunciano a chiedersi come trasformare quella rabbia in coscienza. Ma è altrettanto chiaro che uno Stato capace di rispondere al bisogno soltanto con la forza ha perso la propria funzione di organismo sociale e si è ridotto ad apparato di difesa di chi sta in alto.

La storia italiana conosce bene questi passaggi. Le grandi crisi sociali senza direzione politica si sono sempre chiuse a destra, con un ordine imposto dall’alto sulle macerie di un movimento disperso. L’alternativa esiste soltanto se qualcuno riprende il lavoro paziente che Gramsci chiamava costruzione dell’egemonia: organizzare i camionisti e i ragazzi delle periferie, i pescatori e gli operai di Taranto, dentro un’unica prospettiva che parli di salari, di energia, di pace e di sovranità. Non è un compito per i talk show né per i decreti.

È un compito politico nel senso più antico del termine, e l’Italia istituzionale, per ora, ha dimostrato di non volerlo nemmeno vedere.

La rivolta dei sommersi e la spavalderia dei garantiti: cosa dicono le manifestazioni in Italia

Le proteste contro il diesel in Italia mettono in luce le contraddizioni di classe: una piccola borghesia produttiva schiacciata dai costi e un sottoproletariato metropolitano che esplode di rabbia.

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Il gasolio come rivelatore della lotta di classe

Nelle ultime tre settimane l’Italia ha mostrato, tutto insieme e senza filtri, il proprio rapporto sociale fondamentale. Da una parte camionisti, agricoltori, pescatori, operai siderurgici e una massa di ragazzi che non sanno nemmeno dare un nome alla propria rabbia. Dall’altra un apparato istituzionale che, invece di chiedersi perché il Paese reale sia sceso in strada, convoca vertici sull’ordine pubblico e prepara l’ennesimo decreto. Chi conosce la grammatica del materialismo storico sa che situazioni del genere non vanno lette con le categorie della cronaca nera. Vanno lette come momenti in cui le contraddizioni di classe, compresse per anni sotto la superficie del consenso amministrato, tornano visibili a occhio nudo.

Questo articolo non intende fare la cronaca degli scontri, già abbondantemente raccontati. Intende invece mettere in fila i fatti e chiedersi che cosa dicano sulla natura dello Stato italiano in questa fase, sulla composizione sociale di chi protesta e sull’incapacità strutturale del blocco dominante di offrire una risposta che non sia repressiva.

Tutto comincia, come spesso accade, da una voce di bilancio. Il decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162 aveva previsto una riduzione temporanea dell’accisa sul gasolio fino al 5 ottobre; scaduto il termine, il governo non l’ha prorogata. Il prezzo medio è tornato a sfiorare i 2,50 euro al litro. Per un padroncino calabrese che possiede un solo camion e lavora in subappalto per la grande distribuzione, quella cifra decide se il mese si chiude in pari o in perdita.

Le prime proteste spontanee sono nate in Calabria all’inizio di ottobre. Poi la Puglia, dall’11 ottobre, la Basilicata, la Sicilia, la Campania, il Molise, fino al Lazio, con presìdi nei porti e blocchi sulle arterie principali. Agli autotrasportatori si sono uniti gli agricoltori, poi le marinerie. Davanti al mercato ittico di Termoli è comparso uno striscione con uno scheletro e la scritta «Ci avete ridotto all’osso»; a San Benedetto del Tronto i pescherecci sono rimasti in porto. Nei supermercati di Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Calabria gli scaffali si sono svuotati, e la gente è corsa a fare scorte come non accadeva dal Covid.

Fermiamoci su chi sono questi soggetti, perché la sociologia della protesta conta più degli slogan. Non siamo davanti al proletariato industriale classico, quello delle grandi concentrazioni fordiste. Siamo davanti a una piccola borghesia produttiva in via di proletarizzazione: il padroncino, il coltivatore diretto, il pescatore con la sua barca. Marx aveva descritto – nel Cap. 1 del Manifesto – con precisione il destino di questi strati intermedi, schiacciati tra il grande capitale che li assorbe e la condizione salariata in cui finiscono per precipitare. Il trasportatore che oggi blocca la statale è formalmente un imprenditore. Nella sostanza, la sua impresa è un salario mascherato: il committente gli impone le tariffe, la rendita energetica gli impone i costi, lo Stato gli preleva l’accisa, e a lui resta il rischio. È un lavoratore autonomo soltanto nel senso che nessuno gli garantisce nulla.

Il gasolio, in questo senso, è qualcosa di più di un carburante. È il punto in cui la rendita petrolifera globale, oggi impazzita per effetto della crisi di Hormuz, si trasferisce lungo la catena logistica fino a scaricarsi su chi sta all’ultimo anello. Il capitale finanziario che specula sui future, la grande distribuzione che non rivede i contratti di trasporto, lo Stato che incassa l’accisa: tre forme di appropriazione del valore prodotto da altri, che convergono sullo stesso corpo sociale.

La seconda piazza: il sottoproletariato metropolitano

Il 17 ottobre la protesta ha cambiato natura e geografia. Una sigla comparsa dal nulla sui social, «Italia in piazza», ha convocato manifestazioni contro il caro-vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. A Milano piazza Duomo è diventata un campo di battaglia, a Torino è stata devastata una libreria Feltrinelli, a Bologna si sono avuti scontri davanti alla stazione con idranti e lacrimogeni; il giorno successivo, solo a Milano, 271 persone sono state accompagnate in questura e ben 220 erano minorenni, tra i fermati c’erano ragazzi di 12 anni, in buona parte italiani di seconda generazione.

Nello stesso giorno, a Roma, il corteo nazionale della CGIL e altre due manifestazioni sul carovita hanno portato in piazza circa venticinquemila persone senza alcun incidente. Il contrasto va tenuto presente, perché smentisce la favola, cara al governo, di un’unica piazza violenta. Esistono almeno due movimenti distinti: uno organizzato, con radici sindacali e rivendicazioni precise, e uno disorganizzato, giovanissimo, metropolitano, privo di direzione politica.

Il secondo movimento è il più interessante dal punto di vista teorico, e il più pericoloso dal punto di vista politico. Marx aveva un termine per le masse sradicate e prive di coscienza di classe che, nei momenti di crisi, possono essere mobilitate da chiunque offra loro un ruolo: Lumpenproletariat. Usare oggi quella parola non significa insultare quei ragazzi. Significa riconoscere la loro posizione oggettiva: figli delle periferie milanesi e torinesi, spesso di famiglie immigrate, esclusi dal mercato del lavoro prima ancora di entrarvi, cresciuti in un universo di consumi esibiti e mai accessibili. È una dissonanza cognitiva tra immaginario e realtà, e del rischio che questa violenza venga reclutata in senso reazionario, come accadde con le masse di disoccupati e reduci negli anni Venti e Trenta.

La lezione del Diciotto brumaio vale anche in senso inverso. Il sottoproletariato non ha un programma, e proprio per questo può diventare materia prima per qualsiasi progetto: quello di chi vuole incendiare, ma anche quello di chi ha bisogno di un nemico interno per giustificare la stretta. Non è un caso che il governo abbia scelto di parlare quasi soltanto di loro, e quasi mai dei camionisti di Gioia Tauro o degli operai dell’ex Ilva che, nelle stesse settimane, scioperavano a Taranto e a Genova per sapere se avranno ancora una fabbrica.

Lo Stato come comitato d’affari

Il Manifesto definisce il potere statale moderno come il comitato che amministra gli affari comuni della classe borghese. La formula è stata spesso liquidata come schematica. Le ultime due settimane ne offrono una verifica quasi didattica.

Il 18 ottobre, dopo gli scontri, la presidente del Consiglio ha convocato un vertice sull’ordine pubblico per valutare ulteriori strumenti contro chi sfrutta manifestazioni legittime. Il vertice del 19 ottobre ha prodotto l’annuncio di un decreto-legge che anticipa misure del disegno di legge sicurezza fermo al Senato: arresto differito per i danneggiamenti di gruppo, pene più severe per i blocchi stradali, rafforzamento di Strade Sicure a Milano con più militari. La Lega ha chiesto di inserirvi il fermo preventivo anche per i minorenni. Si tratterebbe dell’ottavo pacchetto sicurezza in quattro anni.

Si osservi la sequenza. Un governo che non ha trovato le risorse per prorogare lo sconto sull’accisa le trova, in quarantotto ore, per mandare l’esercito nelle strade di Milano. Un esecutivo che da marzo vara decreti carburanti a scadenza di due o tre settimane, rinnovati solo quando la categoria minaccia il fermo, legifera invece d’urgenza e in via permanente sulla repressione. Persino il credito d’imposta da 300 milioni per l’autotrasporto, approvato a maggio, era rimasto a fine giugno senza decreto attuativo, tanto che le associazioni chiedevano di sbloccarlo. Il sostegno sociale arriva tardi, a tempo e col contagocce; la norma penale arriva subito, ed è fatta per restare.

Questo non dipende dalla cattiveria dei singoli ministri, e chi ragiona in termini di classe non ha bisogno di demonizzare nessuno. Dipende dalla funzione che lo Stato svolge in una formazione sociale periferica dell’Occidente, stretta tra i vincoli di bilancio europei e gli impegni di riarmo atlantici. Abbiamo una spesa militare che nel 2026 sfiora i 45 miliardi e una manovra di rigore di circa 23 miliardi. Dentro questa tenaglia lo Stato non può redistribuire senza rompere con i suoi garanti esterni, e allora fa l’unica cosa che gli resta: gestisce il conflitto come problema di ordine pubblico. Engels lo aveva scritto ne L’origine della famiglia: lo Stato nasce dove gli antagonismi di classe diventano inconciliabili, come potere che pretende di stare al di sopra della società e che se ne allontana sempre di più.

Il teatrino delle contraddizioni

Se la sostanza della risposta istituzionale è coerente, la sua superficie è un catalogo di assurdità. Vale la pena elencarle, perché è lì che la crisi di egemonia si vede meglio.

La prima riguarda la diagnosi. Il ministro della Giustizia Nordio ha parlato di probabili infiltrazioni criminali nei blocchi degli autotrasportatori. Il ministro dell’Interno Piantedosi, interrogato sui ragazzi di Milano, ha ammesso che non c’era ancora alcuna evidenza che fossero manovrati. Due ministri dello stesso governo: uno vede la criminalità organizzata dietro i camion, l’altro non trova regia dietro i saccheggi. Ciascuno sceglie l’interpretazione che serve a delegittimare la piazza che ha davanti, e nessuno dei due si chiede quanto costi un pieno.

La seconda riguarda il palleggio delle responsabilità. Il sindaco di Milano Sala ha lamentato un numero inadeguato di agenti in piazza; Piantedosi gli ha risposto accusandolo di essere espressione di una sinistra radical chic incapace di condannare i violenti senza distinguo. Un gruppo di sindaci ha osservato, con involontaria lucidità, che puntarsi il dito contro non farà calare il prezzo della benzina. È la fotografia esatta di un ceto politico in cui maggioranza e opposizione litigano sulla quantità di polizia necessaria, senza che nessuno dei due metta in discussione il modello che produce la rabbia.

La terza riguarda il linguaggio. Meloni ha scritto che manifestare contro il caro-vita è un diritto civile, mentre mandare un poliziotto in ospedale è roba da teppisti. Tajani ha definito inaccettabile che l’opposizione soffiasse sul fuoco. Il 22 ottobre lo stesso Tajani ha salutato la revoca dei blocchi da parte delle grandi organizzazioni dell’autotrasporto spiegando che il blocco non fa scendere il gasolio e danneggia solo cittadini e imprese. Il diritto di protestare viene così riconosciuto in astratto e negato in ogni forma concreta che possa produrre effetti. Si può manifestare, purché la manifestazione non disturbi nessuno; ma una protesta che non disturba nessuno è una protesta che nessuno ascolta. È il vecchio paradosso della democrazia formale che la critica marxista ha sempre denunciato: libertà uguali sulla carta, rapporti di forza disuguali nella realtà.

La quarta contraddizione è la più grave. Il governo invoca la legalità mentre prepara norme, come il fermo preventivo dei dodicenni, che i suoi stessi commentatori giudicano a rischio di incostituzionalità. Lo Stato che chiede ai giovani delle periferie di rispettare le regole è lo stesso che, per difendersi da loro, è disposto a forzare le proprie.

La crisi è organica

Gramsci, nei Quaderni, ha lasciato la definizione più citata della crisi: il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (chi vuole legga Quaderni, Q. 3, 34). È difficile trovare un’immagine più precisa per l’Italia dell’ottobre 2026. Il vecchio patto sociale fondato sul risparmio delle famiglie, sulla piccola impresa e sul welfare familistico non regge più. Un nuovo blocco storico non c’è. In mezzo, i fenomeni morbosi: baby gang che si filmano mentre sfasciano una gioielleria, ministri che si accusano a vicenda, decreti in serie.

Lenin, nel secondo capitolo de Il fallimento della II Internazionale, nel lontano 1915, aggiungeva che una crisi diventa rivoluzionaria quando chi sta in basso non vuole più vivere come prima e chi sta in alto non riesce più a governare come prima. La prima condizione, in Italia, comincia a manifestarsi. La seconda è evidente nella paralisi di un esecutivo che oscilla tra proroghe dell’ultimo minuto e strette penali. Manca il terzo elemento, quello decisivo: un soggetto politico capace di trasformare il malcontento in programma. I partiti di massa sono ridotti a cartelli d’opinione e partiti personali; la sinistra parlamentare chiede più agenti a Milano; i sindacati confederali hanno proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre, cinque settimane dopo gli scontri e tendono ad assecondare pronamente i diktat governativi pur di mantenere intatti i loro privilegi ormai stratisficati. Nel frattempo a Milano è nato un «Movimento 17 ottobre» che annuncia manifestazioni ogni sabato fino alla caduta del governo. Senza radici, senza organizzazione, senza teoria, è difficile che vada lontano. Ma la sua stessa nascita dice quanto sia largo lo spazio lasciato vuoto.

Qui sta il nodo. Ho sostenuto altrove che la lotta oggi non corre in orizzontale, tra destra e sinistra, ma in verticale, tra il popolo e le élite, e che chi riporta lo scontro sul piano orizzontale lo fa perché non vuole che si capisca dove sta il problema. Le giornate di ottobre lo confermano. Il governo ha fatto di tutto per trasformare un conflitto verticale, sul costo della vita e sulla distribuzione del reddito, in un conflitto orizzontale: italiani contro immigrati di seconda generazione, cittadini perbene contro teppisti, Nord produttivo contro Sud che blocca le strade. Lo slogan comparso sui blocchi, «Anche il Sud è Italia», è la risposta più semplice a questa operazione.

Un’analisi di classe che si fermasse ai confini nazionali sarebbe monca. Il prezzo del gasolio a Cosenza dipende dallo Stretto di Hormuz, e lo Stretto di Hormuz è chiuso o strozzato per una guerra che l’Italia non ha deciso ma che ha sostenuto per allineamento atlantico. Già a marzo il primo decreto carburanti veniva motivato con la crisi internazionale legata alla guerra in Iran. Da allora il governo ha inseguito i prezzi con sconti a termine, mentre continuava a sottoscrivere gli obiettivi di riarmo e il rigore europeo.

È la vecchia tesi leniniana sull’imperialismo, aggiornata a una condizione di subalternità. Un Paese che non controlla la propria politica energetica né la propria politica estera finisce per scaricare sulle classi popolari i costi delle guerre altrui. Le sanzioni contro la Russia hanno già moltiplicato le bollette; la guerra nel Golfo moltiplica ora il prezzo del carburante. Il conto arriva sempre allo stesso indirizzo: il camionista, il pescatore, la famiglia di periferia che vede il carrello della spesa svuotarsi. Mentre i titoli dell’industria della difesa salgono, il Paese reale si ferma.

Per questo la questione sociale italiana non si risolve con un’altra proroga dell’accisa. Si risolve, se si risolve, con una rottura dei vincoli che rendono impossibile redistribuire: il vincolo di bilancio europeo nella sua forma attuale, l’obiettivo di spesa militare, l’allineamento automatico a guerre che l’Italia subisce senza averne alcun interesse. Pace, sovranità energetica e giustizia sociale non sono tre rivendicazioni separate. Sono la stessa rivendicazione vista da tre lati.

Chi chiede pietà e a chi

C’è un’immagine che resta di queste settimane, ed è lo scheletro sullo striscione di Termoli. Non è un’immagine di rivolta. È un’immagine di supplica: un popolo che espone il proprio corpo consumato e chiede di essere visto. A questa supplica le istituzioni hanno risposto con il linguaggio del codice penale, con le accuse reciproche tra ministri e sindaci, con la contabilità dei fermati.

Va detto con chiarezza, perché la chiarezza è un dovere dell’analisi: la devastazione di una libreria o il saccheggio di una gioielleria non sono lotta di classe. Sono il sintomo di una società che ha smesso di offrire ai suoi giovani qualsiasi forma di appartenenza, e la sinistra che li romanticizza commette lo stesso errore della destra che li criminalizza soltanto. Entrambe rinunciano a chiedersi come trasformare quella rabbia in coscienza. Ma è altrettanto chiaro che uno Stato capace di rispondere al bisogno soltanto con la forza ha perso la propria funzione di organismo sociale e si è ridotto ad apparato di difesa di chi sta in alto.

La storia italiana conosce bene questi passaggi. Le grandi crisi sociali senza direzione politica si sono sempre chiuse a destra, con un ordine imposto dall’alto sulle macerie di un movimento disperso. L’alternativa esiste soltanto se qualcuno riprende il lavoro paziente che Gramsci chiamava costruzione dell’egemonia: organizzare i camionisti e i ragazzi delle periferie, i pescatori e gli operai di Taranto, dentro un’unica prospettiva che parli di salari, di energia, di pace e di sovranità. Non è un compito per i talk show né per i decreti.

È un compito politico nel senso più antico del termine, e l’Italia istituzionale, per ora, ha dimostrato di non volerlo nemmeno vedere.

Le proteste contro il diesel in Italia mettono in luce le contraddizioni di classe: una piccola borghesia produttiva schiacciata dai costi e un sottoproletariato metropolitano che esplode di rabbia.

Il gasolio come rivelatore della lotta di classe

Nelle ultime tre settimane l’Italia ha mostrato, tutto insieme e senza filtri, il proprio rapporto sociale fondamentale. Da una parte camionisti, agricoltori, pescatori, operai siderurgici e una massa di ragazzi che non sanno nemmeno dare un nome alla propria rabbia. Dall’altra un apparato istituzionale che, invece di chiedersi perché il Paese reale sia sceso in strada, convoca vertici sull’ordine pubblico e prepara l’ennesimo decreto. Chi conosce la grammatica del materialismo storico sa che situazioni del genere non vanno lette con le categorie della cronaca nera. Vanno lette come momenti in cui le contraddizioni di classe, compresse per anni sotto la superficie del consenso amministrato, tornano visibili a occhio nudo.

Questo articolo non intende fare la cronaca degli scontri, già abbondantemente raccontati. Intende invece mettere in fila i fatti e chiedersi che cosa dicano sulla natura dello Stato italiano in questa fase, sulla composizione sociale di chi protesta e sull’incapacità strutturale del blocco dominante di offrire una risposta che non sia repressiva.

Tutto comincia, come spesso accade, da una voce di bilancio. Il decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162 aveva previsto una riduzione temporanea dell’accisa sul gasolio fino al 5 ottobre; scaduto il termine, il governo non l’ha prorogata. Il prezzo medio è tornato a sfiorare i 2,50 euro al litro. Per un padroncino calabrese che possiede un solo camion e lavora in subappalto per la grande distribuzione, quella cifra decide se il mese si chiude in pari o in perdita.

Le prime proteste spontanee sono nate in Calabria all’inizio di ottobre. Poi la Puglia, dall’11 ottobre, la Basilicata, la Sicilia, la Campania, il Molise, fino al Lazio, con presìdi nei porti e blocchi sulle arterie principali. Agli autotrasportatori si sono uniti gli agricoltori, poi le marinerie. Davanti al mercato ittico di Termoli è comparso uno striscione con uno scheletro e la scritta «Ci avete ridotto all’osso»; a San Benedetto del Tronto i pescherecci sono rimasti in porto. Nei supermercati di Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Calabria gli scaffali si sono svuotati, e la gente è corsa a fare scorte come non accadeva dal Covid.

Fermiamoci su chi sono questi soggetti, perché la sociologia della protesta conta più degli slogan. Non siamo davanti al proletariato industriale classico, quello delle grandi concentrazioni fordiste. Siamo davanti a una piccola borghesia produttiva in via di proletarizzazione: il padroncino, il coltivatore diretto, il pescatore con la sua barca. Marx aveva descritto – nel Cap. 1 del Manifesto – con precisione il destino di questi strati intermedi, schiacciati tra il grande capitale che li assorbe e la condizione salariata in cui finiscono per precipitare. Il trasportatore che oggi blocca la statale è formalmente un imprenditore. Nella sostanza, la sua impresa è un salario mascherato: il committente gli impone le tariffe, la rendita energetica gli impone i costi, lo Stato gli preleva l’accisa, e a lui resta il rischio. È un lavoratore autonomo soltanto nel senso che nessuno gli garantisce nulla.

Il gasolio, in questo senso, è qualcosa di più di un carburante. È il punto in cui la rendita petrolifera globale, oggi impazzita per effetto della crisi di Hormuz, si trasferisce lungo la catena logistica fino a scaricarsi su chi sta all’ultimo anello. Il capitale finanziario che specula sui future, la grande distribuzione che non rivede i contratti di trasporto, lo Stato che incassa l’accisa: tre forme di appropriazione del valore prodotto da altri, che convergono sullo stesso corpo sociale.

La seconda piazza: il sottoproletariato metropolitano

Il 17 ottobre la protesta ha cambiato natura e geografia. Una sigla comparsa dal nulla sui social, «Italia in piazza», ha convocato manifestazioni contro il caro-vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. A Milano piazza Duomo è diventata un campo di battaglia, a Torino è stata devastata una libreria Feltrinelli, a Bologna si sono avuti scontri davanti alla stazione con idranti e lacrimogeni; il giorno successivo, solo a Milano, 271 persone sono state accompagnate in questura e ben 220 erano minorenni, tra i fermati c’erano ragazzi di 12 anni, in buona parte italiani di seconda generazione.

Nello stesso giorno, a Roma, il corteo nazionale della CGIL e altre due manifestazioni sul carovita hanno portato in piazza circa venticinquemila persone senza alcun incidente. Il contrasto va tenuto presente, perché smentisce la favola, cara al governo, di un’unica piazza violenta. Esistono almeno due movimenti distinti: uno organizzato, con radici sindacali e rivendicazioni precise, e uno disorganizzato, giovanissimo, metropolitano, privo di direzione politica.

Il secondo movimento è il più interessante dal punto di vista teorico, e il più pericoloso dal punto di vista politico. Marx aveva un termine per le masse sradicate e prive di coscienza di classe che, nei momenti di crisi, possono essere mobilitate da chiunque offra loro un ruolo: Lumpenproletariat. Usare oggi quella parola non significa insultare quei ragazzi. Significa riconoscere la loro posizione oggettiva: figli delle periferie milanesi e torinesi, spesso di famiglie immigrate, esclusi dal mercato del lavoro prima ancora di entrarvi, cresciuti in un universo di consumi esibiti e mai accessibili. È una dissonanza cognitiva tra immaginario e realtà, e del rischio che questa violenza venga reclutata in senso reazionario, come accadde con le masse di disoccupati e reduci negli anni Venti e Trenta.

La lezione del Diciotto brumaio vale anche in senso inverso. Il sottoproletariato non ha un programma, e proprio per questo può diventare materia prima per qualsiasi progetto: quello di chi vuole incendiare, ma anche quello di chi ha bisogno di un nemico interno per giustificare la stretta. Non è un caso che il governo abbia scelto di parlare quasi soltanto di loro, e quasi mai dei camionisti di Gioia Tauro o degli operai dell’ex Ilva che, nelle stesse settimane, scioperavano a Taranto e a Genova per sapere se avranno ancora una fabbrica.

Lo Stato come comitato d’affari

Il Manifesto definisce il potere statale moderno come il comitato che amministra gli affari comuni della classe borghese. La formula è stata spesso liquidata come schematica. Le ultime due settimane ne offrono una verifica quasi didattica.

Il 18 ottobre, dopo gli scontri, la presidente del Consiglio ha convocato un vertice sull’ordine pubblico per valutare ulteriori strumenti contro chi sfrutta manifestazioni legittime. Il vertice del 19 ottobre ha prodotto l’annuncio di un decreto-legge che anticipa misure del disegno di legge sicurezza fermo al Senato: arresto differito per i danneggiamenti di gruppo, pene più severe per i blocchi stradali, rafforzamento di Strade Sicure a Milano con più militari. La Lega ha chiesto di inserirvi il fermo preventivo anche per i minorenni. Si tratterebbe dell’ottavo pacchetto sicurezza in quattro anni.

Si osservi la sequenza. Un governo che non ha trovato le risorse per prorogare lo sconto sull’accisa le trova, in quarantotto ore, per mandare l’esercito nelle strade di Milano. Un esecutivo che da marzo vara decreti carburanti a scadenza di due o tre settimane, rinnovati solo quando la categoria minaccia il fermo, legifera invece d’urgenza e in via permanente sulla repressione. Persino il credito d’imposta da 300 milioni per l’autotrasporto, approvato a maggio, era rimasto a fine giugno senza decreto attuativo, tanto che le associazioni chiedevano di sbloccarlo. Il sostegno sociale arriva tardi, a tempo e col contagocce; la norma penale arriva subito, ed è fatta per restare.

Questo non dipende dalla cattiveria dei singoli ministri, e chi ragiona in termini di classe non ha bisogno di demonizzare nessuno. Dipende dalla funzione che lo Stato svolge in una formazione sociale periferica dell’Occidente, stretta tra i vincoli di bilancio europei e gli impegni di riarmo atlantici. Abbiamo una spesa militare che nel 2026 sfiora i 45 miliardi e una manovra di rigore di circa 23 miliardi. Dentro questa tenaglia lo Stato non può redistribuire senza rompere con i suoi garanti esterni, e allora fa l’unica cosa che gli resta: gestisce il conflitto come problema di ordine pubblico. Engels lo aveva scritto ne L’origine della famiglia: lo Stato nasce dove gli antagonismi di classe diventano inconciliabili, come potere che pretende di stare al di sopra della società e che se ne allontana sempre di più.

Il teatrino delle contraddizioni

Se la sostanza della risposta istituzionale è coerente, la sua superficie è un catalogo di assurdità. Vale la pena elencarle, perché è lì che la crisi di egemonia si vede meglio.

La prima riguarda la diagnosi. Il ministro della Giustizia Nordio ha parlato di probabili infiltrazioni criminali nei blocchi degli autotrasportatori. Il ministro dell’Interno Piantedosi, interrogato sui ragazzi di Milano, ha ammesso che non c’era ancora alcuna evidenza che fossero manovrati. Due ministri dello stesso governo: uno vede la criminalità organizzata dietro i camion, l’altro non trova regia dietro i saccheggi. Ciascuno sceglie l’interpretazione che serve a delegittimare la piazza che ha davanti, e nessuno dei due si chiede quanto costi un pieno.

La seconda riguarda il palleggio delle responsabilità. Il sindaco di Milano Sala ha lamentato un numero inadeguato di agenti in piazza; Piantedosi gli ha risposto accusandolo di essere espressione di una sinistra radical chic incapace di condannare i violenti senza distinguo. Un gruppo di sindaci ha osservato, con involontaria lucidità, che puntarsi il dito contro non farà calare il prezzo della benzina. È la fotografia esatta di un ceto politico in cui maggioranza e opposizione litigano sulla quantità di polizia necessaria, senza che nessuno dei due metta in discussione il modello che produce la rabbia.

La terza riguarda il linguaggio. Meloni ha scritto che manifestare contro il caro-vita è un diritto civile, mentre mandare un poliziotto in ospedale è roba da teppisti. Tajani ha definito inaccettabile che l’opposizione soffiasse sul fuoco. Il 22 ottobre lo stesso Tajani ha salutato la revoca dei blocchi da parte delle grandi organizzazioni dell’autotrasporto spiegando che il blocco non fa scendere il gasolio e danneggia solo cittadini e imprese. Il diritto di protestare viene così riconosciuto in astratto e negato in ogni forma concreta che possa produrre effetti. Si può manifestare, purché la manifestazione non disturbi nessuno; ma una protesta che non disturba nessuno è una protesta che nessuno ascolta. È il vecchio paradosso della democrazia formale che la critica marxista ha sempre denunciato: libertà uguali sulla carta, rapporti di forza disuguali nella realtà.

La quarta contraddizione è la più grave. Il governo invoca la legalità mentre prepara norme, come il fermo preventivo dei dodicenni, che i suoi stessi commentatori giudicano a rischio di incostituzionalità. Lo Stato che chiede ai giovani delle periferie di rispettare le regole è lo stesso che, per difendersi da loro, è disposto a forzare le proprie.

La crisi è organica

Gramsci, nei Quaderni, ha lasciato la definizione più citata della crisi: il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (chi vuole legga Quaderni, Q. 3, 34). È difficile trovare un’immagine più precisa per l’Italia dell’ottobre 2026. Il vecchio patto sociale fondato sul risparmio delle famiglie, sulla piccola impresa e sul welfare familistico non regge più. Un nuovo blocco storico non c’è. In mezzo, i fenomeni morbosi: baby gang che si filmano mentre sfasciano una gioielleria, ministri che si accusano a vicenda, decreti in serie.

Lenin, nel secondo capitolo de Il fallimento della II Internazionale, nel lontano 1915, aggiungeva che una crisi diventa rivoluzionaria quando chi sta in basso non vuole più vivere come prima e chi sta in alto non riesce più a governare come prima. La prima condizione, in Italia, comincia a manifestarsi. La seconda è evidente nella paralisi di un esecutivo che oscilla tra proroghe dell’ultimo minuto e strette penali. Manca il terzo elemento, quello decisivo: un soggetto politico capace di trasformare il malcontento in programma. I partiti di massa sono ridotti a cartelli d’opinione e partiti personali; la sinistra parlamentare chiede più agenti a Milano; i sindacati confederali hanno proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre, cinque settimane dopo gli scontri e tendono ad assecondare pronamente i diktat governativi pur di mantenere intatti i loro privilegi ormai stratisficati. Nel frattempo a Milano è nato un «Movimento 17 ottobre» che annuncia manifestazioni ogni sabato fino alla caduta del governo. Senza radici, senza organizzazione, senza teoria, è difficile che vada lontano. Ma la sua stessa nascita dice quanto sia largo lo spazio lasciato vuoto.

Qui sta il nodo. Ho sostenuto altrove che la lotta oggi non corre in orizzontale, tra destra e sinistra, ma in verticale, tra il popolo e le élite, e che chi riporta lo scontro sul piano orizzontale lo fa perché non vuole che si capisca dove sta il problema. Le giornate di ottobre lo confermano. Il governo ha fatto di tutto per trasformare un conflitto verticale, sul costo della vita e sulla distribuzione del reddito, in un conflitto orizzontale: italiani contro immigrati di seconda generazione, cittadini perbene contro teppisti, Nord produttivo contro Sud che blocca le strade. Lo slogan comparso sui blocchi, «Anche il Sud è Italia», è la risposta più semplice a questa operazione.

Un’analisi di classe che si fermasse ai confini nazionali sarebbe monca. Il prezzo del gasolio a Cosenza dipende dallo Stretto di Hormuz, e lo Stretto di Hormuz è chiuso o strozzato per una guerra che l’Italia non ha deciso ma che ha sostenuto per allineamento atlantico. Già a marzo il primo decreto carburanti veniva motivato con la crisi internazionale legata alla guerra in Iran. Da allora il governo ha inseguito i prezzi con sconti a termine, mentre continuava a sottoscrivere gli obiettivi di riarmo e il rigore europeo.

È la vecchia tesi leniniana sull’imperialismo, aggiornata a una condizione di subalternità. Un Paese che non controlla la propria politica energetica né la propria politica estera finisce per scaricare sulle classi popolari i costi delle guerre altrui. Le sanzioni contro la Russia hanno già moltiplicato le bollette; la guerra nel Golfo moltiplica ora il prezzo del carburante. Il conto arriva sempre allo stesso indirizzo: il camionista, il pescatore, la famiglia di periferia che vede il carrello della spesa svuotarsi. Mentre i titoli dell’industria della difesa salgono, il Paese reale si ferma.

Per questo la questione sociale italiana non si risolve con un’altra proroga dell’accisa. Si risolve, se si risolve, con una rottura dei vincoli che rendono impossibile redistribuire: il vincolo di bilancio europeo nella sua forma attuale, l’obiettivo di spesa militare, l’allineamento automatico a guerre che l’Italia subisce senza averne alcun interesse. Pace, sovranità energetica e giustizia sociale non sono tre rivendicazioni separate. Sono la stessa rivendicazione vista da tre lati.

Chi chiede pietà e a chi

C’è un’immagine che resta di queste settimane, ed è lo scheletro sullo striscione di Termoli. Non è un’immagine di rivolta. È un’immagine di supplica: un popolo che espone il proprio corpo consumato e chiede di essere visto. A questa supplica le istituzioni hanno risposto con il linguaggio del codice penale, con le accuse reciproche tra ministri e sindaci, con la contabilità dei fermati.

Va detto con chiarezza, perché la chiarezza è un dovere dell’analisi: la devastazione di una libreria o il saccheggio di una gioielleria non sono lotta di classe. Sono il sintomo di una società che ha smesso di offrire ai suoi giovani qualsiasi forma di appartenenza, e la sinistra che li romanticizza commette lo stesso errore della destra che li criminalizza soltanto. Entrambe rinunciano a chiedersi come trasformare quella rabbia in coscienza. Ma è altrettanto chiaro che uno Stato capace di rispondere al bisogno soltanto con la forza ha perso la propria funzione di organismo sociale e si è ridotto ad apparato di difesa di chi sta in alto.

La storia italiana conosce bene questi passaggi. Le grandi crisi sociali senza direzione politica si sono sempre chiuse a destra, con un ordine imposto dall’alto sulle macerie di un movimento disperso. L’alternativa esiste soltanto se qualcuno riprende il lavoro paziente che Gramsci chiamava costruzione dell’egemonia: organizzare i camionisti e i ragazzi delle periferie, i pescatori e gli operai di Taranto, dentro un’unica prospettiva che parli di salari, di energia, di pace e di sovranità. Non è un compito per i talk show né per i decreti.

È un compito politico nel senso più antico del termine, e l’Italia istituzionale, per ora, ha dimostrato di non volerlo nemmeno vedere.

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