Italiano
Daniele Lanza
May 4, 2026
© Photo: Public domain

Può la Bulgaria euroscettica di Radev prendere il posto dell’Ungheria di Orban ? Quali conseguenze potrebbe avere sulla politica estera comunitaria, ma soprattutto in merito al significato d’Europa ?

Nel turbine degli avvenimenti internazionali che coinvolgono tre diversi continenti, la vita interna della comunità europea di certo non si arresta, ed i suoi movimenti – seppur in modo non fragoroso – contribuiscono a plasmare il più grande quadro della politica estera comunitaria. La scorsa settimana i notiziari europei si sono concentrati sul caso ungherese: le elezioni presidenziali che hanno decretato il termine dell’era Orban in questo paese hanno di certo tenuto banco, rivelando quanto una nazione relativamente piccola della parte centro-orientale del continente possa rivelarsi ago della bilancia nel contesto democratico dell’UE. L’ex presidente del resto ha costituito un vero e proprio caso nello sviluppo delle relazioni diplomatiche in seno all’occidente, portando scompiglio in quello che a Bruxelles si credeva essere il dogma unitario dell’infrastruttura ideologica europea: ostilità ad oltranza nei confronti di Mosca e visione della Russia come pericolo geopolitico (a prescindere da governo, presidente o qualsiasi altro fattore che sia). Orban per anni ha violato in maniera vistosa uno dei più profondi fattori del dna politico della comunità europea, compromettendo l’armonia cristallina di vedute  che si supponeva intoccabile ed immutabile dalle elite del vecchio continente: questa contraddizione d’altro canto ha il merito di aver messo indirettamente in risalto un punto che si considera “sacro” a prescindere e quindi indiscusso, favorendo riflessioni sulla natura stessa dell’Europa politica costruitasi nell’ultimo mezzo secolo.

Una riflessione destinata a continuare in futuro visti i risultati delle elezioni in Bulgaria la settimana scorsa; sorte vuole infatti che all’indomani della sconfitta di Viktor Orban – e quindi la conclusione della “anomalia” ungherese in seno all’UE – se ne annuncia una seconda con la vittoria di un altro esponente del pensiero alternativo ossia Rumen Radev, il quale si prospetta come nuovo enigma per l’impostazione atlantista a Bruxelles. Prima di valutare cosa rappresenti per l’Europa occorre tuttavia  capire innanzitutto cosa rappresenti per il proprio paese, per la Bulgaria stessa.

Il paese arriva alla tornata elettorale in questione a seguito di un biennio segnato da instabilità: il governo di Rosen Željazkov si sgretola alla fine dell’anno scorso, sull’onda di grandi proteste di piazza contro corruzione e una politica economica sentita come svantaggiosa per le classi popolari, lasciando dietro di sè uno stato di caos e conflitti profondi irrisolti. L’ingresso nella Zona euro lo scorso gennaio poi, non ha migliorato le cose, ma anzi ha esacerbato le faglie di divisione sociopolitica rafforzando il sentimento euroscettico in una maggioranza “silenziosa” della società bulgara.

Questo è il contesto di base dal quale di si deve partire per capire l’ascesa di Radev, figura chiave della politica nazionale in veste di capo di stato per 9 anni; il fatto è che egli rappresenta la figura politica che più di chiunque altra è stata in grado di intercettare il grado di insoddisfazione diffuso nella società bulgara, proponendosi come interprete di una linea politica alternativa, capace di sintetizzare elementi della sinistra sociale con un atteggiamento sovranista come la critica energica all’integrazione eurocomunitaria cui si è assistito nell’ultima generazione. L’innovativo cartello elettorato plasmato dall’ex generale è riuscito nell’impresa di spiazzare lo schema di fondo del contesto partitico bulgaro presentandosi come alternativa solida sia al blocco liberal-europeista sia alle destre nazionaliste: quel qualcosa che spezza la tradizionale polarizzazione tra destra e sinistra, trovando invece un sentiero comune che supera tale schema (e quindi, forse, il pericolo maggiore per i canoni liberaldemocratici occidentali che vorrebbero un quadro sociopolitico perennemente diviso lungo un asse destra/sinistra, dove nessuno può prevalere realmente. Uno schema finalizzato a cristallizzare il conflitto in modo perpetuo anzichè trovare una vera via condivisa).

La vittoria che Radev ha raccolto si presenta assoluta, con 131 seggi su 240 che compongono il parlamento bulgaro, con una quota di consenso popolare pari al 43,9%: cifre che è raro vedersi e che probabilmente recano con sè un significato preciso ovvero una volontà di riaffermazione dell’identità nazionale tramite una riappropriazione della sovranità politico/economica che nell’ultimo semestre era già emersa nelle piazze a più riprese e in modo magniloquente. In mezzo ad eventi di primissima importanza nel processo di integrazione europea come l’adozione della valuta unica – decisione già ormai presa dalla politica bulgara in quanto impegno inscindibile stretto con Bruxelles – Radev, sapendo di non poter invertire la rotta, ha saputo tuttavia sfruttare il contesto attorno a sè, in modo da poter portare avanti una efficace campagna elettorale fondata sulla difesa dell’interesse nazionale e dell’autonomia pur entro i margini della grande casa europea.

Una linea coerente con le sue vedute in politica estera: il leader ha infatti mantenuto negli anni una linea aperta al dialogo con Mosca, comparativamente allo standard degli altri capi di stato europei. Quest’ultimo elemento è quello che più di ogni altro può trasformarsi nel principale pomo di discordia nel contesto geopolitico odierno: d’altro canto la volontà bulgara di crearsi uno spazio di azione indipendente, ubbidisce in modo naturale a logiche storiche di lunghissima data (la vicinanza culturale e politica con la Russia, prima zarista e poi sovietica) che naturalmente ricercano una comunicazione più fluida col Cremlino in netto contrasto con la volontà euro-atlantica.

E’ rilevante osservare come l’ascesa della forza elettorale di R. Radev abbia proceduto di pari passo con il declino delle altre forze politiche: tra tutte una netta sconfitta per le sinistre (ricordiamo le elezioni parlamentari del 19 febbraio scorso) ed in particolare per il Partito Socialista Bulgaro il quale per decenni ha costituito il pilastro progressista nel paese, ma oggi si ritrova privo di gran parte propria rappresentanza parlamentare. Perchè tutto questo ? La ragione ha radici antiche, ma nella sostanza è semplice: il partito, nel suo zelo di compiacere le direttive europee ha finito col perdere l’immagine che lo contraddistingueva da sempre, quasi uniformandosi ai partiti centristi cui si contrapponeva da sempre. Il risultato è stata una perdita sul piano d’immagine che ha portato gran parte dell’elettorato a non vedere più differenze tra la tradizionale sinistra bulgara impersonata dal Partito Socialista, e tante altre formazioni che arrivavano sino al centro politico, cosa che si è rivelata chiaramente fatale al momento del voto. A parte i socialisti, si può notare che i restanti partiti che rimarranno in parlamento a fronteggiare Radev sono la coalizione di centro destra di Bojko Borisov che malgrado il drastico calo costituisce la forza di opposizione primaria (circa il 13%) seguiti dalla formazione di matrice liberale – “Bulgaria Democratica” – che si ferma al 12% e quindi il “Movimento per i Diritti e le Libertà”, partito di riferimento della minoranza turca di Bulgaria che raccoglie il 7%.

A prescindere dall’analisi minuta dei flussi elettorali, si delinea chiaramente la dinamica che si è messa in moto nella società bulgara: come in svariati altri contesti est-europei (ed europei in generale), è andata assottigliandosi lo scarto percettivo tra le forze politiche tradizionalmente contrapposte: le destre e le sinistre convenzionali si sono ritrovate anomalmente unite nel proprio sostegno incondizionato nei confronti dell’integrazione europea, nel proprio atteggiamento acritico riguardo l’adesione al modello europeo stabilito a Bruxelles. Col passare degli anni è andato formandosi – agli occhi dell’elettorato – un grande agglomerato di forze politiche si distinguono poco le une dalle altre se non per dettagli: in tale contesto, l’entrata in scena di Radev ha incarnato nel vero senso del termine l’alternativa politica, affermando cose (il grado di indipendenza che la Bulgaria doveva avere, pure in seno all’UE) che nessun altro aveva osato sollevare nel panorama politico meinstream, cavalcando la perplessità popolare di fronte a scelte critiche come l’adesione all’euro senza un referendum popolare a confermare l’iniziativa. L’ex generale dell’aviazione, dunque, come vera alternativa – imprevedibile – di questo contesto nazionale, che si è come sostituito al canonico spartiacque destra/sinistra  (de facto fagocitando buona parte della sinistra socialista). In definitiva la realtà è che la polarizzazione tra destra e sinistra viene sostituita da un altro genere di contrapposizione, vale a dire tra chi afferma l’autonomia nazionale rispetto a Bruxelles e chi al contrario sostiene una maggiore conformità alle direttive dell’europarlamento e in generale al modello dominante.

Questa evoluzione delle cose, vista dalla prospettiva dell’UE è di certo vista con perplessità, che cela un ceeto grado di ipocrisia: da un lato le elite europee applaudono al proposito anti-corruzione di Radev (suo cavallo di battaglia), ma dall’altro di certo non desideravano che fosse una forza euroscettica a impossessarsene per conquistare il paese. In parole altre – vista da un punto di vista strettamente europeista – vince il messaggio giusto (quello del risanamento e lotta alla corruzione), ma portato avanti dalla forza meno desiderabile. Non aggirabile il punto più nevralgico ovvero il potenziale disallineamento della Bulgaria in merito al tema Russia: l’eventualità ovvero che il ruolo che l’Ungheria di Orban possa essere raccolto dalla Bulgaria di Radev nei tempi a venire. A questo punto tuttavia un altro interrogativo ancor più grande si materializza ossia quello in merito all’identità morale del continente: il cuore politico d’Europa (Bruxelles) si è adoperato in modo incessante negli ultimi 30 anni per ampliare seza sosta il numero dei paesi membri e quindi dei suoi confini e facendo tutto questo sotto l’egida di libertà e democrazia, parole d’ordine sacre sulle quali si fonda il “pensiero europeo”; a fronte di questo tuttavia, sembra che Bruxelles sia incapace di accettare un qualsiasi paese che culturalmente non si conformi alla cosiddetta “ideologia europea” (essenzialmente quella liberale mutuata da oltreoceano) e di fronte alle eventuali resistenze di quest’ultimo, bollarlo come fonte di problemi. I paesi e le forze politiche non conformi sono subito considerate “disarmoniche” o meglio “non-europee” rispetto allo standard stabilito: come a dire che l’Europa politica è esistenzialmente coesa col legame transatlantico e non può esisterne nessun altra versione: qualsiasi direttiva euro-atlantica – fosse anche la guerra e l’ostilità nei confronti di determinati paesi considerati nemici – deve essere adottata e fatta propria (la Russia deve essere considerata un nemico, a prescindere e senza spiegazioni, in tale ottica). L’esistenza dei sovranismi e degli autonomismi nazionali (di qualsiasi paese) diventa quindi una divergenza intollerabile, portatrice di disarmonia e pericolo sia sul piano interno che estero e quindi da esiliare in quanto non-europea. Autentica contraddizione rispetto agli ideali che si enunciarono al principio, quando si trattava di inglobare nuovi membri

Quale sarà il futuro della Bulgaria di Radev e suo ruolo in seno alla casa europea, ancora è da vedersi (certamente pieno di incognite), ma di sicuro le resistenze delle elite europee alla sua vittoria non può che suscitare riflessioni su cosa esattamente rappresenti l’Europa e cosa voglia.

Alleati che arrivano ed altri che si perdono.

Può la Bulgaria euroscettica di Radev prendere il posto dell’Ungheria di Orban ? Quali conseguenze potrebbe avere sulla politica estera comunitaria, ma soprattutto in merito al significato d’Europa ?

Segue nostro Telegram.

Nel turbine degli avvenimenti internazionali che coinvolgono tre diversi continenti, la vita interna della comunità europea di certo non si arresta, ed i suoi movimenti – seppur in modo non fragoroso – contribuiscono a plasmare il più grande quadro della politica estera comunitaria. La scorsa settimana i notiziari europei si sono concentrati sul caso ungherese: le elezioni presidenziali che hanno decretato il termine dell’era Orban in questo paese hanno di certo tenuto banco, rivelando quanto una nazione relativamente piccola della parte centro-orientale del continente possa rivelarsi ago della bilancia nel contesto democratico dell’UE. L’ex presidente del resto ha costituito un vero e proprio caso nello sviluppo delle relazioni diplomatiche in seno all’occidente, portando scompiglio in quello che a Bruxelles si credeva essere il dogma unitario dell’infrastruttura ideologica europea: ostilità ad oltranza nei confronti di Mosca e visione della Russia come pericolo geopolitico (a prescindere da governo, presidente o qualsiasi altro fattore che sia). Orban per anni ha violato in maniera vistosa uno dei più profondi fattori del dna politico della comunità europea, compromettendo l’armonia cristallina di vedute  che si supponeva intoccabile ed immutabile dalle elite del vecchio continente: questa contraddizione d’altro canto ha il merito di aver messo indirettamente in risalto un punto che si considera “sacro” a prescindere e quindi indiscusso, favorendo riflessioni sulla natura stessa dell’Europa politica costruitasi nell’ultimo mezzo secolo.

Una riflessione destinata a continuare in futuro visti i risultati delle elezioni in Bulgaria la settimana scorsa; sorte vuole infatti che all’indomani della sconfitta di Viktor Orban – e quindi la conclusione della “anomalia” ungherese in seno all’UE – se ne annuncia una seconda con la vittoria di un altro esponente del pensiero alternativo ossia Rumen Radev, il quale si prospetta come nuovo enigma per l’impostazione atlantista a Bruxelles. Prima di valutare cosa rappresenti per l’Europa occorre tuttavia  capire innanzitutto cosa rappresenti per il proprio paese, per la Bulgaria stessa.

Il paese arriva alla tornata elettorale in questione a seguito di un biennio segnato da instabilità: il governo di Rosen Željazkov si sgretola alla fine dell’anno scorso, sull’onda di grandi proteste di piazza contro corruzione e una politica economica sentita come svantaggiosa per le classi popolari, lasciando dietro di sè uno stato di caos e conflitti profondi irrisolti. L’ingresso nella Zona euro lo scorso gennaio poi, non ha migliorato le cose, ma anzi ha esacerbato le faglie di divisione sociopolitica rafforzando il sentimento euroscettico in una maggioranza “silenziosa” della società bulgara.

Questo è il contesto di base dal quale di si deve partire per capire l’ascesa di Radev, figura chiave della politica nazionale in veste di capo di stato per 9 anni; il fatto è che egli rappresenta la figura politica che più di chiunque altra è stata in grado di intercettare il grado di insoddisfazione diffuso nella società bulgara, proponendosi come interprete di una linea politica alternativa, capace di sintetizzare elementi della sinistra sociale con un atteggiamento sovranista come la critica energica all’integrazione eurocomunitaria cui si è assistito nell’ultima generazione. L’innovativo cartello elettorato plasmato dall’ex generale è riuscito nell’impresa di spiazzare lo schema di fondo del contesto partitico bulgaro presentandosi come alternativa solida sia al blocco liberal-europeista sia alle destre nazionaliste: quel qualcosa che spezza la tradizionale polarizzazione tra destra e sinistra, trovando invece un sentiero comune che supera tale schema (e quindi, forse, il pericolo maggiore per i canoni liberaldemocratici occidentali che vorrebbero un quadro sociopolitico perennemente diviso lungo un asse destra/sinistra, dove nessuno può prevalere realmente. Uno schema finalizzato a cristallizzare il conflitto in modo perpetuo anzichè trovare una vera via condivisa).

La vittoria che Radev ha raccolto si presenta assoluta, con 131 seggi su 240 che compongono il parlamento bulgaro, con una quota di consenso popolare pari al 43,9%: cifre che è raro vedersi e che probabilmente recano con sè un significato preciso ovvero una volontà di riaffermazione dell’identità nazionale tramite una riappropriazione della sovranità politico/economica che nell’ultimo semestre era già emersa nelle piazze a più riprese e in modo magniloquente. In mezzo ad eventi di primissima importanza nel processo di integrazione europea come l’adozione della valuta unica – decisione già ormai presa dalla politica bulgara in quanto impegno inscindibile stretto con Bruxelles – Radev, sapendo di non poter invertire la rotta, ha saputo tuttavia sfruttare il contesto attorno a sè, in modo da poter portare avanti una efficace campagna elettorale fondata sulla difesa dell’interesse nazionale e dell’autonomia pur entro i margini della grande casa europea.

Una linea coerente con le sue vedute in politica estera: il leader ha infatti mantenuto negli anni una linea aperta al dialogo con Mosca, comparativamente allo standard degli altri capi di stato europei. Quest’ultimo elemento è quello che più di ogni altro può trasformarsi nel principale pomo di discordia nel contesto geopolitico odierno: d’altro canto la volontà bulgara di crearsi uno spazio di azione indipendente, ubbidisce in modo naturale a logiche storiche di lunghissima data (la vicinanza culturale e politica con la Russia, prima zarista e poi sovietica) che naturalmente ricercano una comunicazione più fluida col Cremlino in netto contrasto con la volontà euro-atlantica.

E’ rilevante osservare come l’ascesa della forza elettorale di R. Radev abbia proceduto di pari passo con il declino delle altre forze politiche: tra tutte una netta sconfitta per le sinistre (ricordiamo le elezioni parlamentari del 19 febbraio scorso) ed in particolare per il Partito Socialista Bulgaro il quale per decenni ha costituito il pilastro progressista nel paese, ma oggi si ritrova privo di gran parte propria rappresentanza parlamentare. Perchè tutto questo ? La ragione ha radici antiche, ma nella sostanza è semplice: il partito, nel suo zelo di compiacere le direttive europee ha finito col perdere l’immagine che lo contraddistingueva da sempre, quasi uniformandosi ai partiti centristi cui si contrapponeva da sempre. Il risultato è stata una perdita sul piano d’immagine che ha portato gran parte dell’elettorato a non vedere più differenze tra la tradizionale sinistra bulgara impersonata dal Partito Socialista, e tante altre formazioni che arrivavano sino al centro politico, cosa che si è rivelata chiaramente fatale al momento del voto. A parte i socialisti, si può notare che i restanti partiti che rimarranno in parlamento a fronteggiare Radev sono la coalizione di centro destra di Bojko Borisov che malgrado il drastico calo costituisce la forza di opposizione primaria (circa il 13%) seguiti dalla formazione di matrice liberale – “Bulgaria Democratica” – che si ferma al 12% e quindi il “Movimento per i Diritti e le Libertà”, partito di riferimento della minoranza turca di Bulgaria che raccoglie il 7%.

A prescindere dall’analisi minuta dei flussi elettorali, si delinea chiaramente la dinamica che si è messa in moto nella società bulgara: come in svariati altri contesti est-europei (ed europei in generale), è andata assottigliandosi lo scarto percettivo tra le forze politiche tradizionalmente contrapposte: le destre e le sinistre convenzionali si sono ritrovate anomalmente unite nel proprio sostegno incondizionato nei confronti dell’integrazione europea, nel proprio atteggiamento acritico riguardo l’adesione al modello europeo stabilito a Bruxelles. Col passare degli anni è andato formandosi – agli occhi dell’elettorato – un grande agglomerato di forze politiche si distinguono poco le une dalle altre se non per dettagli: in tale contesto, l’entrata in scena di Radev ha incarnato nel vero senso del termine l’alternativa politica, affermando cose (il grado di indipendenza che la Bulgaria doveva avere, pure in seno all’UE) che nessun altro aveva osato sollevare nel panorama politico meinstream, cavalcando la perplessità popolare di fronte a scelte critiche come l’adesione all’euro senza un referendum popolare a confermare l’iniziativa. L’ex generale dell’aviazione, dunque, come vera alternativa – imprevedibile – di questo contesto nazionale, che si è come sostituito al canonico spartiacque destra/sinistra  (de facto fagocitando buona parte della sinistra socialista). In definitiva la realtà è che la polarizzazione tra destra e sinistra viene sostituita da un altro genere di contrapposizione, vale a dire tra chi afferma l’autonomia nazionale rispetto a Bruxelles e chi al contrario sostiene una maggiore conformità alle direttive dell’europarlamento e in generale al modello dominante.

Questa evoluzione delle cose, vista dalla prospettiva dell’UE è di certo vista con perplessità, che cela un ceeto grado di ipocrisia: da un lato le elite europee applaudono al proposito anti-corruzione di Radev (suo cavallo di battaglia), ma dall’altro di certo non desideravano che fosse una forza euroscettica a impossessarsene per conquistare il paese. In parole altre – vista da un punto di vista strettamente europeista – vince il messaggio giusto (quello del risanamento e lotta alla corruzione), ma portato avanti dalla forza meno desiderabile. Non aggirabile il punto più nevralgico ovvero il potenziale disallineamento della Bulgaria in merito al tema Russia: l’eventualità ovvero che il ruolo che l’Ungheria di Orban possa essere raccolto dalla Bulgaria di Radev nei tempi a venire. A questo punto tuttavia un altro interrogativo ancor più grande si materializza ossia quello in merito all’identità morale del continente: il cuore politico d’Europa (Bruxelles) si è adoperato in modo incessante negli ultimi 30 anni per ampliare seza sosta il numero dei paesi membri e quindi dei suoi confini e facendo tutto questo sotto l’egida di libertà e democrazia, parole d’ordine sacre sulle quali si fonda il “pensiero europeo”; a fronte di questo tuttavia, sembra che Bruxelles sia incapace di accettare un qualsiasi paese che culturalmente non si conformi alla cosiddetta “ideologia europea” (essenzialmente quella liberale mutuata da oltreoceano) e di fronte alle eventuali resistenze di quest’ultimo, bollarlo come fonte di problemi. I paesi e le forze politiche non conformi sono subito considerate “disarmoniche” o meglio “non-europee” rispetto allo standard stabilito: come a dire che l’Europa politica è esistenzialmente coesa col legame transatlantico e non può esisterne nessun altra versione: qualsiasi direttiva euro-atlantica – fosse anche la guerra e l’ostilità nei confronti di determinati paesi considerati nemici – deve essere adottata e fatta propria (la Russia deve essere considerata un nemico, a prescindere e senza spiegazioni, in tale ottica). L’esistenza dei sovranismi e degli autonomismi nazionali (di qualsiasi paese) diventa quindi una divergenza intollerabile, portatrice di disarmonia e pericolo sia sul piano interno che estero e quindi da esiliare in quanto non-europea. Autentica contraddizione rispetto agli ideali che si enunciarono al principio, quando si trattava di inglobare nuovi membri

Quale sarà il futuro della Bulgaria di Radev e suo ruolo in seno alla casa europea, ancora è da vedersi (certamente pieno di incognite), ma di sicuro le resistenze delle elite europee alla sua vittoria non può che suscitare riflessioni su cosa esattamente rappresenti l’Europa e cosa voglia.

Può la Bulgaria euroscettica di Radev prendere il posto dell’Ungheria di Orban ? Quali conseguenze potrebbe avere sulla politica estera comunitaria, ma soprattutto in merito al significato d’Europa ?

Nel turbine degli avvenimenti internazionali che coinvolgono tre diversi continenti, la vita interna della comunità europea di certo non si arresta, ed i suoi movimenti – seppur in modo non fragoroso – contribuiscono a plasmare il più grande quadro della politica estera comunitaria. La scorsa settimana i notiziari europei si sono concentrati sul caso ungherese: le elezioni presidenziali che hanno decretato il termine dell’era Orban in questo paese hanno di certo tenuto banco, rivelando quanto una nazione relativamente piccola della parte centro-orientale del continente possa rivelarsi ago della bilancia nel contesto democratico dell’UE. L’ex presidente del resto ha costituito un vero e proprio caso nello sviluppo delle relazioni diplomatiche in seno all’occidente, portando scompiglio in quello che a Bruxelles si credeva essere il dogma unitario dell’infrastruttura ideologica europea: ostilità ad oltranza nei confronti di Mosca e visione della Russia come pericolo geopolitico (a prescindere da governo, presidente o qualsiasi altro fattore che sia). Orban per anni ha violato in maniera vistosa uno dei più profondi fattori del dna politico della comunità europea, compromettendo l’armonia cristallina di vedute  che si supponeva intoccabile ed immutabile dalle elite del vecchio continente: questa contraddizione d’altro canto ha il merito di aver messo indirettamente in risalto un punto che si considera “sacro” a prescindere e quindi indiscusso, favorendo riflessioni sulla natura stessa dell’Europa politica costruitasi nell’ultimo mezzo secolo.

Una riflessione destinata a continuare in futuro visti i risultati delle elezioni in Bulgaria la settimana scorsa; sorte vuole infatti che all’indomani della sconfitta di Viktor Orban – e quindi la conclusione della “anomalia” ungherese in seno all’UE – se ne annuncia una seconda con la vittoria di un altro esponente del pensiero alternativo ossia Rumen Radev, il quale si prospetta come nuovo enigma per l’impostazione atlantista a Bruxelles. Prima di valutare cosa rappresenti per l’Europa occorre tuttavia  capire innanzitutto cosa rappresenti per il proprio paese, per la Bulgaria stessa.

Il paese arriva alla tornata elettorale in questione a seguito di un biennio segnato da instabilità: il governo di Rosen Željazkov si sgretola alla fine dell’anno scorso, sull’onda di grandi proteste di piazza contro corruzione e una politica economica sentita come svantaggiosa per le classi popolari, lasciando dietro di sè uno stato di caos e conflitti profondi irrisolti. L’ingresso nella Zona euro lo scorso gennaio poi, non ha migliorato le cose, ma anzi ha esacerbato le faglie di divisione sociopolitica rafforzando il sentimento euroscettico in una maggioranza “silenziosa” della società bulgara.

Questo è il contesto di base dal quale di si deve partire per capire l’ascesa di Radev, figura chiave della politica nazionale in veste di capo di stato per 9 anni; il fatto è che egli rappresenta la figura politica che più di chiunque altra è stata in grado di intercettare il grado di insoddisfazione diffuso nella società bulgara, proponendosi come interprete di una linea politica alternativa, capace di sintetizzare elementi della sinistra sociale con un atteggiamento sovranista come la critica energica all’integrazione eurocomunitaria cui si è assistito nell’ultima generazione. L’innovativo cartello elettorato plasmato dall’ex generale è riuscito nell’impresa di spiazzare lo schema di fondo del contesto partitico bulgaro presentandosi come alternativa solida sia al blocco liberal-europeista sia alle destre nazionaliste: quel qualcosa che spezza la tradizionale polarizzazione tra destra e sinistra, trovando invece un sentiero comune che supera tale schema (e quindi, forse, il pericolo maggiore per i canoni liberaldemocratici occidentali che vorrebbero un quadro sociopolitico perennemente diviso lungo un asse destra/sinistra, dove nessuno può prevalere realmente. Uno schema finalizzato a cristallizzare il conflitto in modo perpetuo anzichè trovare una vera via condivisa).

La vittoria che Radev ha raccolto si presenta assoluta, con 131 seggi su 240 che compongono il parlamento bulgaro, con una quota di consenso popolare pari al 43,9%: cifre che è raro vedersi e che probabilmente recano con sè un significato preciso ovvero una volontà di riaffermazione dell’identità nazionale tramite una riappropriazione della sovranità politico/economica che nell’ultimo semestre era già emersa nelle piazze a più riprese e in modo magniloquente. In mezzo ad eventi di primissima importanza nel processo di integrazione europea come l’adozione della valuta unica – decisione già ormai presa dalla politica bulgara in quanto impegno inscindibile stretto con Bruxelles – Radev, sapendo di non poter invertire la rotta, ha saputo tuttavia sfruttare il contesto attorno a sè, in modo da poter portare avanti una efficace campagna elettorale fondata sulla difesa dell’interesse nazionale e dell’autonomia pur entro i margini della grande casa europea.

Una linea coerente con le sue vedute in politica estera: il leader ha infatti mantenuto negli anni una linea aperta al dialogo con Mosca, comparativamente allo standard degli altri capi di stato europei. Quest’ultimo elemento è quello che più di ogni altro può trasformarsi nel principale pomo di discordia nel contesto geopolitico odierno: d’altro canto la volontà bulgara di crearsi uno spazio di azione indipendente, ubbidisce in modo naturale a logiche storiche di lunghissima data (la vicinanza culturale e politica con la Russia, prima zarista e poi sovietica) che naturalmente ricercano una comunicazione più fluida col Cremlino in netto contrasto con la volontà euro-atlantica.

E’ rilevante osservare come l’ascesa della forza elettorale di R. Radev abbia proceduto di pari passo con il declino delle altre forze politiche: tra tutte una netta sconfitta per le sinistre (ricordiamo le elezioni parlamentari del 19 febbraio scorso) ed in particolare per il Partito Socialista Bulgaro il quale per decenni ha costituito il pilastro progressista nel paese, ma oggi si ritrova privo di gran parte propria rappresentanza parlamentare. Perchè tutto questo ? La ragione ha radici antiche, ma nella sostanza è semplice: il partito, nel suo zelo di compiacere le direttive europee ha finito col perdere l’immagine che lo contraddistingueva da sempre, quasi uniformandosi ai partiti centristi cui si contrapponeva da sempre. Il risultato è stata una perdita sul piano d’immagine che ha portato gran parte dell’elettorato a non vedere più differenze tra la tradizionale sinistra bulgara impersonata dal Partito Socialista, e tante altre formazioni che arrivavano sino al centro politico, cosa che si è rivelata chiaramente fatale al momento del voto. A parte i socialisti, si può notare che i restanti partiti che rimarranno in parlamento a fronteggiare Radev sono la coalizione di centro destra di Bojko Borisov che malgrado il drastico calo costituisce la forza di opposizione primaria (circa il 13%) seguiti dalla formazione di matrice liberale – “Bulgaria Democratica” – che si ferma al 12% e quindi il “Movimento per i Diritti e le Libertà”, partito di riferimento della minoranza turca di Bulgaria che raccoglie il 7%.

A prescindere dall’analisi minuta dei flussi elettorali, si delinea chiaramente la dinamica che si è messa in moto nella società bulgara: come in svariati altri contesti est-europei (ed europei in generale), è andata assottigliandosi lo scarto percettivo tra le forze politiche tradizionalmente contrapposte: le destre e le sinistre convenzionali si sono ritrovate anomalmente unite nel proprio sostegno incondizionato nei confronti dell’integrazione europea, nel proprio atteggiamento acritico riguardo l’adesione al modello europeo stabilito a Bruxelles. Col passare degli anni è andato formandosi – agli occhi dell’elettorato – un grande agglomerato di forze politiche si distinguono poco le une dalle altre se non per dettagli: in tale contesto, l’entrata in scena di Radev ha incarnato nel vero senso del termine l’alternativa politica, affermando cose (il grado di indipendenza che la Bulgaria doveva avere, pure in seno all’UE) che nessun altro aveva osato sollevare nel panorama politico meinstream, cavalcando la perplessità popolare di fronte a scelte critiche come l’adesione all’euro senza un referendum popolare a confermare l’iniziativa. L’ex generale dell’aviazione, dunque, come vera alternativa – imprevedibile – di questo contesto nazionale, che si è come sostituito al canonico spartiacque destra/sinistra  (de facto fagocitando buona parte della sinistra socialista). In definitiva la realtà è che la polarizzazione tra destra e sinistra viene sostituita da un altro genere di contrapposizione, vale a dire tra chi afferma l’autonomia nazionale rispetto a Bruxelles e chi al contrario sostiene una maggiore conformità alle direttive dell’europarlamento e in generale al modello dominante.

Questa evoluzione delle cose, vista dalla prospettiva dell’UE è di certo vista con perplessità, che cela un ceeto grado di ipocrisia: da un lato le elite europee applaudono al proposito anti-corruzione di Radev (suo cavallo di battaglia), ma dall’altro di certo non desideravano che fosse una forza euroscettica a impossessarsene per conquistare il paese. In parole altre – vista da un punto di vista strettamente europeista – vince il messaggio giusto (quello del risanamento e lotta alla corruzione), ma portato avanti dalla forza meno desiderabile. Non aggirabile il punto più nevralgico ovvero il potenziale disallineamento della Bulgaria in merito al tema Russia: l’eventualità ovvero che il ruolo che l’Ungheria di Orban possa essere raccolto dalla Bulgaria di Radev nei tempi a venire. A questo punto tuttavia un altro interrogativo ancor più grande si materializza ossia quello in merito all’identità morale del continente: il cuore politico d’Europa (Bruxelles) si è adoperato in modo incessante negli ultimi 30 anni per ampliare seza sosta il numero dei paesi membri e quindi dei suoi confini e facendo tutto questo sotto l’egida di libertà e democrazia, parole d’ordine sacre sulle quali si fonda il “pensiero europeo”; a fronte di questo tuttavia, sembra che Bruxelles sia incapace di accettare un qualsiasi paese che culturalmente non si conformi alla cosiddetta “ideologia europea” (essenzialmente quella liberale mutuata da oltreoceano) e di fronte alle eventuali resistenze di quest’ultimo, bollarlo come fonte di problemi. I paesi e le forze politiche non conformi sono subito considerate “disarmoniche” o meglio “non-europee” rispetto allo standard stabilito: come a dire che l’Europa politica è esistenzialmente coesa col legame transatlantico e non può esisterne nessun altra versione: qualsiasi direttiva euro-atlantica – fosse anche la guerra e l’ostilità nei confronti di determinati paesi considerati nemici – deve essere adottata e fatta propria (la Russia deve essere considerata un nemico, a prescindere e senza spiegazioni, in tale ottica). L’esistenza dei sovranismi e degli autonomismi nazionali (di qualsiasi paese) diventa quindi una divergenza intollerabile, portatrice di disarmonia e pericolo sia sul piano interno che estero e quindi da esiliare in quanto non-europea. Autentica contraddizione rispetto agli ideali che si enunciarono al principio, quando si trattava di inglobare nuovi membri

Quale sarà il futuro della Bulgaria di Radev e suo ruolo in seno alla casa europea, ancora è da vedersi (certamente pieno di incognite), ma di sicuro le resistenze delle elite europee alla sua vittoria non può che suscitare riflessioni su cosa esattamente rappresenti l’Europa e cosa voglia.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.

See also

See also

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the World Analytics.