Quando si pensa a una nazione, la si immagina anche dentro lo spazio geografico del suo territorio, al contrario un territorio esiste e prescindere dalla nazione che poi lo può incorporare, contenere e definire.
L’Italia è stata identificata con la penisola anche quando non era uno stato unitario, lungo tutti i secoli del medioevo e della modernità. Nell’Enciclopedia Britannica l’Italia ha quattro pagine dedicate, la Francia solo tre, tuttavia la prima pagina dell’Italia ha come argomento la sua geografia, mentre la geografia della Francia è riassunta in quattro sbrigative righe.
La proiezione nell’immaginario personale e collettivo dell’Italia tra le donne e gli uomini della terra è molto geografica, eno – gastronomica, legata al calcio, per quanto da qualche tempo il mondo del pallone stia vivendo un poderoso e deprimente declino, alla moda, poco o per nulla alla politica.
Gli Stati Uniti, ad esempio, al contrario sono percepiti prima ancora che per la loro geografia o le loro caratteristiche interne socio – culturali, per la proiezione internazionale che dal XX secolo hanno dato di loro stessi al resto del pianeta, suscitando ammirazione o disapprovazione, a secondo dei differenti orientamenti culturali e politici del resto dell’umanità, una percezione giustamente e ovviamente condizionata a seconda che i popoli abbiano beneficiato dell’alleanza con il gigante a stelle e strisce, o ne abbiano subito il duro contrasto, o l’ancor più feroce depredazione e spoliazione delle ricchezze.
L’Italia è ricordata piuttosto per il secolo del Rinascimento, forgiatore dello stereotipo, più o meno corretto, di una terra di cultura, a cui il passato romano e medievale ha aggiunto e aggiunge l’idea di una terra ricca di storia e di storie.
La romanità rappresenta quella statualità forte e riconoscibile mai più eguagliata da alcuna formazione statuale italica successiva. La percezione degli italiani di loro stessi, prima ancora della percezione degli stranieri di ogni latitudine degli abitanti della penisola, è di una Italia delle città, siano esse le città – stato medievali di Dante, Petrarca e Boccaccio, o le signorie rinascimentali di Lorenzo de’ Medici, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.
Proprio il policentrismo rinascimentale con la sua effervescenza culturale e le sue eccellenze universalmente riconosciute è stato mortificato dall’unità nazionale risorgimentale, al netto di tutta la retorica che ha costruito il mito unitario, con un tridente aureolato degno dei sussidiari più datati e ingialliti: Cavour – Mazzini – Garibaldi, ma non sostanziato dai fatti, essendosi tra loro i tre gagliardi padri della patria sempre mal tollerati e mal sopportati, se non proprio reciprocamente detestati.
Per carità, dalle Cinque Giornate di Milano alla Repubblica Romana, due tra i momento di più vasta partecipazione popolare di quella stagione, la storia del Risorgimento è densa di pagine eroiche e di personaggi memorabili, anche femminili, come Cristina Belgioioso, tuttavia l’Italia sabauda e ancor peggio quella fascista hanno agito da vettori omologanti, soffocando molte energie prima rivolte alla valorizzazione della specificità dei territori.
A discolpa di entrambi si può invocare l’imperativo di Massimo D’Azeglio, ovvero bisognava fare gli italiani, ma il servizio militare pluriennale e obbligatorio e la modesta istruzione impartita più o meno per almeno le due prime classi delle elementari, ovvero il sistema immaginato dallo stato liberal – sabaudo per provare a costruire una qualche omogeneità, se non proprio uniformità nazionale, poco hanno scalfito la secolare distanza e differenza di stili, costumi, linguaggi e abitudini degli italiani e non molto di più hanno sortito gli innumerevoli momenti comunitari dispiegati dal fascismo e dalle sue organizzazioni giovanili, femminili e dopolavoristiche. Neppure la radio, strumentalmente e pervicacemente utilizzata dal regime mussoliniano, sarà in grado di forgiare l’uomo nuovo italiano.
L’unità nazionale e la conseguente identità unitaria del popolo italiano sarà piuttosto appannaggio della Repubblica Italiana durante i tempi del “Boom economico”, non per particolari meriti della Democrazia Cristiana allora al potere, ma per il connubio imprevedibile e al contempo prepotentemente efficace tra la nascita e la diffusione della televisione, che più della scuola ha insegnato la lingua italiana alle donne e agli uomini della penisola, e lo sviluppo dei consumi che, prima di decadere nell’iperindividualismo della società consumistica e mercificatoria di ogni relazione di oggi, sotto il martellante bombardamento di modelli anglo – sassoni e in particolare statunitensi, forgerà tra gli anni ‘50 e gli anni ‘60 dello scorso secolo, con tutti i limiti e i difetti del caso, i quali porteranno alle dette successive degenerazioni, un appiattimento identitario e culturale e una generale omologazione dei costumi sociali che ha funto anche da collante unitario.
La nazionale di calcio, per un paese che proprio in quegli anni avrà nel domenicale “Tutto il calcio minuto per minuto” la più ascoltata trasmissione radiofonica di ogni tempo e con un successo durevole almeno un trentennio, rappresenterà il simbolo di questa tardiva unità nazionale, le maglie degli azzurri, le loro vittorie, saranno il solo motivo capace di portare per le strade milioni di persone in tutto e per tutto tra loro diverse e lontane per cultura e inclinazioni, ma accomunate appunto dal sentirsi – solo e soltanto in quel frangente – fraternamente italiani.
Tuttavia questa costruzione dell’identità nazionale non ha scalfito, ma si è sommata, aggiunta, giustapposta agli antichi e potentissimi momenti comunitari tramandati dai tempi medievali e rinascimentali, l’essenza di una nazione, quella italiana, e di un’identità, quella degli italiani, che è molto più riconoscibile come sommatoria di mille inconciliabili localismi, in cui la la prepotente e indistruttibile forza delle tradizioni locali è amata e vissuta molto più delle festività nazionali e delle parate lungo i romani fori imperiali nella sbiadita ricorrenza del 2 giugno, sebbene sia l’anniversario della nascita della Repubblica, dell’elezione dell’Assemblea Costituente che ha eletto i parlamentari, autori della legge fondamentale della Repubblica fondata sul lavoro e nata dalla Resistenza, ovvero la Costituzione, nonché giorno, in quel lontano 1946, del primo accesso al diritto di voto delle donne.
Gli italiani infatti si riconoscono e si specchiano molto di più nelle sagre paesane, nei riti della Settimana Santa, nelle processioni votive, nei pellegrinaggi, nei culti dei santi patroni, occorrerà ricordare che la metà dei ventimila santi e beati della chiesa cattolica sono tutti italiani, o provenienti da altri luoghi della cristianità ma sepolti in Italia, san Marco a Venezia e san Nicola a Bari sono senza dubbio due dei più noti, autorevoli, celebrati e conosciuti esempi di non autoctoni felicemente adottati dagli abitanti della penisola, ancora, nei carnevali secolarmente trasmessi, nei palii e nelle gare di tutti i tipi, si pensi ad esempio agli spingitori di botti di vino che animano ogni anno alla fine di agosto il ridente borgo di Montepulciano nel cuore senese della Toscana, nei festival di danze e musiche locali, nei gruppi di teatro vernacolo, spesso recitanti in dialetto e con attori del luogo non professionisti, d’altronde è l’Italia l’indiscussa e indiscutibile patria della commedia dell’arte.
Ritualità antiche declinate in un’identità moderna non univoca, ma comprensibile solo come sommatoria di infinite e non riducibili identità locali, chiamate a comporre l’odierna italianità.
La costruzione delle autonomie regionali, che si affianca a quella delle Provincie prefettizie sabaude volte al controllo politico e di ordine pubblico del territorio nazionale, sono sovrastrutture scarsamente recepite come identitarie. Il fagocitamento di competenze statali da parte delle Regioni non ha migliorato i servizi offerti ai cittadini, ma ha semplicemente moltiplicato i costi.
Tra l’altro la cultura dei borghi e quella civico – cittadina non sono state soltanto il patrimonio dei gruppi dirigenti e padronali, con i secoli a decorrere dal Rinascimento sempre meno acculturati e sempre più arroganti, ma anche delle masse proletarie, degli umili, i quali sono stati latori di saperi incontrovertibilmente caratteristici e identificativi dell’italianità.
Il sapere e il saper fare, dal settore eno – gastronomico a quello della lavorazione dei capi vestiari et similia, sono stati prerogativa del contadino – pastore, al pari dell’artigiano e del sarto, dell’ebanista e del mastro vetrario veneziano. L’identità italiana non è dunque contraddistinta da valorosi condottieri, il mito garibaldino s’infila tra gli altrui Napoleone, Nelson e Bismark, con tutt’altro senso e significato, non a caso è stato un mito popolare, finanche del proletariato organizzato, si pensi al volto del condottiero nizzardo davanti alla stella del Fronte Democratico Popolare nell’alleanza elettorale tra socialisti e comunisti nel 1948, quanto piuttosto da ignoti facitori capaci di coniugare il bello e il buono con le loro mani.
Proprio nel decennio successivo al secondo conflitto mondiale l’umile proletariato è diventato il protagonista della stagione più fortunata e più universalmente apprezzata del cinema italiano, quella del neorealismo, contraddistinto non dalla narrazione di grandi personaggi storico – politici, non con protagonisti vistosamente affermatisi per la loro bellezza o per la loro aitanza, ma appunto per i soggetti più umili: mondine nelle risaie, ladri di biciclette, scugnizzi napoletani impegnati nella Resistenza, parroci romani delle periferie, sottoproletariato urbano delle grandi città.
D’altronde un secolo prima il romanzo che ha contribuito maggiormente all’identità nazionale durante il Risorgimento e dopo l’unità, favorendo un’unitarietà della lingua almeno tra le classi abbienti della nobiltà e della borghesia, ovvero “I promessi sposi” del cattolico milanese Alessandro Manzoni, ha come protagonisti due modesti popolani, Lorenzo Tramaglino detto Renzo e Lucia Mondella, a segno di come l’Italia si riconosca da tempo più nella quotidiana fatica delle masse piuttosto che nelle intrepide ed eroiche gesta di qualche condottiero.

