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Lorenzo Maria Pacini
November 1, 2026
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Christine Lagarde lascia la Banca centrale europea il 7 febbraio 2027, con quasi nove mesi di anticipo sulla scadenza naturale del suo mandato. La motivazione ufficiale è rassicurante: lasciare una BCE «pronta per il futuro». Una formula impeccabile, da manuale della comunicazione istituzionale, che evita accuratamente la domanda più interessante: pronta per il futuro di chi?

Perché il calendario, in politica, è spesso più sincero dei comunicati stampa. E quello di Lagarde presenta una coincidenza fin troppo conveniente: le presidenziali francesi dell’aprile 2027. Andarsene prima significa consentire a Emmanuel Macron di partecipare alla partita della successione quando siede ancora all’Eliseo, evitando che la scelta dei nuovi vertici della BCE debba confrontarsi con gli eventuali sconvolgimenti prodotti dalle urne francesi.

Il sospetto politico è evidente, anche senza trasformarlo in una certezza: blindare gli equilibri istituzionali prima che gli elettori possano modificarli. Se la Francia dovesse imboccare una strada sgradita a Bruxelles, con un possibile ballottaggio tra Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, la successione alla guida della banca centrale sarebbe già entrata nella fase decisiva. La democrazia potrà pure sorprendere, purché non arrivi troppo presto a disturbare le nomine.

È questa la singolare concezione europea della stabilità: quando votano i cittadini, si parla di sovranità popolare; quando il voto rischia di produrre risultati scomodi, improvvisamente diventano centrali la continuità, la responsabilità e la necessità di proteggere le istituzioni. Parole rispettabili, spesso sacrosante, che però sembrano trasformarsi in un elegante paravento quando servono a garantire che il potere resti nelle mani di chi già lo esercita.

La parte più rivelatrice della vicenda riguarda proprio Lagarde. Una volta lasciata Francoforte, la presidente uscente rivendica la propria «libertà di parola» e dichiara di non poter rimanere neutrale. Vuole difendere la verità dalle rappresentazioni distorte, forte dell’esperienza maturata ai vertici del Fondo monetario internazionale e della BCE.

Curioso destino, quello della verità: durante il mandato deve essere maneggiata con la prudenza di uno strumento finanziario; appena si lascia la poltrona, può tornare a circolare liberamente, magari proprio nel pieno di una campagna elettorale.

Lagarde potrebbe sostenere un candidato moderato, mobilitare le forze europeiste o assumere un ruolo politico più diretto. Si parla anche di un possibile approdo alla presidenza del Forum economico mondiale di Davos, ipotesi da distinguere da una nomina ufficiale. Non è necessario che si candidi personalmente all’Eliseo per influenzare il dibattito francese: chi ha diretto alcune delle più importanti istituzioni economiche internazionali possiede un capitale di relazioni, visibilità e autorevolezza che non scompare con la consegna del tesserino.

E qui sta il punto. Lagarde non sembra prepararsi a uscire dal potere: sembra prepararsi a esercitarlo in un’altra forma.

Durante il mandato, la neutralità istituzionale impone dei limiti. Dopo il mandato, quegli stessi limiti si allentano e l’esperienza accumulata può essere convertita in influenza politica. È tutto legittimo, naturalmente. Ma sarebbe interessante sapere se questa libertà di parola verrà esercitata con la stessa severità critica nei confronti dell’establishment europeo che nei confronti dei suoi avversari.

Quando Mélenchon propone di cancellare il debito francese detenuto dalla BCE, i mercati si innervosiscono e lo spread diventa un protagonista della campagna politica. Quando Le Pen promette una prova di forza con Bruxelles, scattano gli allarmi sulla stabilità europea. Le preoccupazioni economiche possono essere fondate: il debito non scompare per decreto e i mercati non sono un’invenzione propagandistica. Ma la questione politica rimane: chi stabilisce il confine tra una proposta irresponsabile e una proposta semplicemente sgradita all’ordine costituito?

Il richiamo alla verità non può diventare un privilegio riservato a chi frequenta i vertici internazionali. In democrazia, nessuno dovrebbe possedere il monopolio della razionalità, tanto meno chi ha trascorso decenni nei luoghi in cui le decisioni vengono prese lontano dal voto popolare.

Nel frattempo, a Bruxelles si prepara la successione. Tra i nomi più accreditati figurano l’olandese Klaas Knot, considerato un falco monetario, e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, generalmente associato a posizioni relativamente più accomodanti. Ma la partita non riguarda soltanto l’inflazione, i tassi o la crescita: riguarda soprattutto gli equilibri tra le capitali europee.

La Germania punta a conservare un peso decisivo nelle istituzioni economiche; la Francia cerca di non perdere influenza; gli altri Paesi tentano di ottenere incarichi e contropartite. La presidenza della BCE, il posto di capo economista e gli altri ruoli disponibili diventano tessere di un mosaico diplomatico nel quale la competenza conta, ma raramente viaggia da sola.

Il sistema funziona così: si negoziano le poltrone, si bilanciano le nazionalità, si distribuiscono le responsabilità e infine si presenta il risultato come la scelta dei migliori. Può anche darsi che i candidati siano eccellenti. Il problema è che l’eccellenza, da sola, non spiega perché determinate persone arrivino sempre ai vertici, né perché le alternative politiche restino tanto spesso fuori dalla stanza.

Non serve immaginare una congiura. È sufficiente osservare una struttura che tende a riprodurre se stessa, trasformando la continuità delle persone in sinonimo di continuità dell’ordine.

Ed eccoci al punto più pungente della vicenda. Christine Lagarde potrebbe lasciare la BCE per approdare al Forum economico mondiale, dopo essere passata dal governo francese al Fondo monetario internazionale e infine alla banca centrale europea. Una carriera che attraversa i centri nevralgici della governance economica globale senza che il potere debba mai diventare davvero un capitolo chiuso.

È il miracolo delle élite contemporanee: non vanno in pensione, vengono ricollocate.

Se lasciano un ministero, trovano un’organizzazione internazionale. Se abbandonano un organismo multilaterale, possono approdare a una banca centrale. Se escono dalla banca centrale, possono tornare sulla scena attraverso un forum globale, una fondazione o un incarico di prestigio. Le porte girevoli non sono soltanto un problema di conflitti d’interesse: sono il simbolo di un sistema nel quale il capitale relazionale e istituzionale garantisce una straordinaria continuità del potere.

Il cittadino comune, invece, conosce un’altra versione della stabilità: il posto di lavoro che manca, il mutuo che costa, il debito pubblico che impone sacrifici e i governi che cambiano senza riuscire a modificare davvero i margini delle decisioni economiche. Per lui, la pensione è un traguardo da conquistare. Per i protagonisti della governance internazionale, sembra piuttosto una possibilità teorica, continuamente rinviata da un nuovo incarico.

Lagarde ha certamente il diritto di scegliere il proprio futuro professionale. Il problema non è la sua carriera personale, ma il modello che essa rende visibile: una classe dirigente che attraversa istituzioni differenti conservando relazioni, prestigio e influenza, mentre ai cittadini viene ricordato che non esistono alternative facili e che le decisioni fondamentali devono essere lasciate agli esperti.

La BCE, intanto, si prepara a un nuovo presidente. La Francia si avvicina alle urne. Macron potrebbe contribuire alla successione prima di lasciare l’Eliseo. Lagarde potrebbe recuperare la propria voce politica o trasferirsi a Davos. Tutto si muove, apparentemente, eppure nulla sembra davvero cambiare.

La domanda, allora, non è se Lagarde abbia il diritto di lasciare anticipatamente il proprio incarico. È perché la continuità delle élite venga sistematicamente presentata come una garanzia di stabilità, mentre la possibilità che gli elettori cambino gli equilibri viene trattata come un rischio da amministrare preventivamente.

La democrazia può cambiare i governi; l’élite, invece, cambia semplicemente indirizzo.

E così Christine Lagarde se ne va dalla BCE, ma non necessariamente dal potere. Forse la sua prossima destinazione sarà Davos, forse un ruolo politico in Francia, forse un’altra prestigiosa poltrona internazionale. Qualunque sia la scelta, il messaggio resta lo stesso: ai cittadini si chiede di scegliere il futuro, alle élite viene riconosciuto il privilegio di organizzarlo in anticipo.

È questa la vera indipendenza del sistema: non quella delle istituzioni dalla politica, ma quella dei suoi protagonisti dalle conseguenze del voto.

Perché, in fondo, il privilegio più grande non è restare al comando per sempre. È poter lasciare un incarico sapendo che, qualunque cosa accada, da qualche parte ci sarà sempre un’altra stanza in cui il proprio potere potrà continuare a chiamarsi esperienza, competenza o responsabilità.

E, naturalmente, mai pensione.

Lagarde lascia la BCE, ma l’élite non va mai in pensione

Christine Lagarde lascia la Banca centrale europea il 7 febbraio 2027, con quasi nove mesi di anticipo sulla scadenza naturale del suo mandato. La motivazione ufficiale è rassicurante: lasciare una BCE «pronta per il futuro». Una formula impeccabile, da manuale della comunicazione istituzionale, che evita accuratamente la domanda più interessante: pronta per il futuro di chi?

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Perché il calendario, in politica, è spesso più sincero dei comunicati stampa. E quello di Lagarde presenta una coincidenza fin troppo conveniente: le presidenziali francesi dell’aprile 2027. Andarsene prima significa consentire a Emmanuel Macron di partecipare alla partita della successione quando siede ancora all’Eliseo, evitando che la scelta dei nuovi vertici della BCE debba confrontarsi con gli eventuali sconvolgimenti prodotti dalle urne francesi.

Il sospetto politico è evidente, anche senza trasformarlo in una certezza: blindare gli equilibri istituzionali prima che gli elettori possano modificarli. Se la Francia dovesse imboccare una strada sgradita a Bruxelles, con un possibile ballottaggio tra Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, la successione alla guida della banca centrale sarebbe già entrata nella fase decisiva. La democrazia potrà pure sorprendere, purché non arrivi troppo presto a disturbare le nomine.

È questa la singolare concezione europea della stabilità: quando votano i cittadini, si parla di sovranità popolare; quando il voto rischia di produrre risultati scomodi, improvvisamente diventano centrali la continuità, la responsabilità e la necessità di proteggere le istituzioni. Parole rispettabili, spesso sacrosante, che però sembrano trasformarsi in un elegante paravento quando servono a garantire che il potere resti nelle mani di chi già lo esercita.

La parte più rivelatrice della vicenda riguarda proprio Lagarde. Una volta lasciata Francoforte, la presidente uscente rivendica la propria «libertà di parola» e dichiara di non poter rimanere neutrale. Vuole difendere la verità dalle rappresentazioni distorte, forte dell’esperienza maturata ai vertici del Fondo monetario internazionale e della BCE.

Curioso destino, quello della verità: durante il mandato deve essere maneggiata con la prudenza di uno strumento finanziario; appena si lascia la poltrona, può tornare a circolare liberamente, magari proprio nel pieno di una campagna elettorale.

Lagarde potrebbe sostenere un candidato moderato, mobilitare le forze europeiste o assumere un ruolo politico più diretto. Si parla anche di un possibile approdo alla presidenza del Forum economico mondiale di Davos, ipotesi da distinguere da una nomina ufficiale. Non è necessario che si candidi personalmente all’Eliseo per influenzare il dibattito francese: chi ha diretto alcune delle più importanti istituzioni economiche internazionali possiede un capitale di relazioni, visibilità e autorevolezza che non scompare con la consegna del tesserino.

E qui sta il punto. Lagarde non sembra prepararsi a uscire dal potere: sembra prepararsi a esercitarlo in un’altra forma.

Durante il mandato, la neutralità istituzionale impone dei limiti. Dopo il mandato, quegli stessi limiti si allentano e l’esperienza accumulata può essere convertita in influenza politica. È tutto legittimo, naturalmente. Ma sarebbe interessante sapere se questa libertà di parola verrà esercitata con la stessa severità critica nei confronti dell’establishment europeo che nei confronti dei suoi avversari.

Quando Mélenchon propone di cancellare il debito francese detenuto dalla BCE, i mercati si innervosiscono e lo spread diventa un protagonista della campagna politica. Quando Le Pen promette una prova di forza con Bruxelles, scattano gli allarmi sulla stabilità europea. Le preoccupazioni economiche possono essere fondate: il debito non scompare per decreto e i mercati non sono un’invenzione propagandistica. Ma la questione politica rimane: chi stabilisce il confine tra una proposta irresponsabile e una proposta semplicemente sgradita all’ordine costituito?

Il richiamo alla verità non può diventare un privilegio riservato a chi frequenta i vertici internazionali. In democrazia, nessuno dovrebbe possedere il monopolio della razionalità, tanto meno chi ha trascorso decenni nei luoghi in cui le decisioni vengono prese lontano dal voto popolare.

Nel frattempo, a Bruxelles si prepara la successione. Tra i nomi più accreditati figurano l’olandese Klaas Knot, considerato un falco monetario, e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, generalmente associato a posizioni relativamente più accomodanti. Ma la partita non riguarda soltanto l’inflazione, i tassi o la crescita: riguarda soprattutto gli equilibri tra le capitali europee.

La Germania punta a conservare un peso decisivo nelle istituzioni economiche; la Francia cerca di non perdere influenza; gli altri Paesi tentano di ottenere incarichi e contropartite. La presidenza della BCE, il posto di capo economista e gli altri ruoli disponibili diventano tessere di un mosaico diplomatico nel quale la competenza conta, ma raramente viaggia da sola.

Il sistema funziona così: si negoziano le poltrone, si bilanciano le nazionalità, si distribuiscono le responsabilità e infine si presenta il risultato come la scelta dei migliori. Può anche darsi che i candidati siano eccellenti. Il problema è che l’eccellenza, da sola, non spiega perché determinate persone arrivino sempre ai vertici, né perché le alternative politiche restino tanto spesso fuori dalla stanza.

Non serve immaginare una congiura. È sufficiente osservare una struttura che tende a riprodurre se stessa, trasformando la continuità delle persone in sinonimo di continuità dell’ordine.

Ed eccoci al punto più pungente della vicenda. Christine Lagarde potrebbe lasciare la BCE per approdare al Forum economico mondiale, dopo essere passata dal governo francese al Fondo monetario internazionale e infine alla banca centrale europea. Una carriera che attraversa i centri nevralgici della governance economica globale senza che il potere debba mai diventare davvero un capitolo chiuso.

È il miracolo delle élite contemporanee: non vanno in pensione, vengono ricollocate.

Se lasciano un ministero, trovano un’organizzazione internazionale. Se abbandonano un organismo multilaterale, possono approdare a una banca centrale. Se escono dalla banca centrale, possono tornare sulla scena attraverso un forum globale, una fondazione o un incarico di prestigio. Le porte girevoli non sono soltanto un problema di conflitti d’interesse: sono il simbolo di un sistema nel quale il capitale relazionale e istituzionale garantisce una straordinaria continuità del potere.

Il cittadino comune, invece, conosce un’altra versione della stabilità: il posto di lavoro che manca, il mutuo che costa, il debito pubblico che impone sacrifici e i governi che cambiano senza riuscire a modificare davvero i margini delle decisioni economiche. Per lui, la pensione è un traguardo da conquistare. Per i protagonisti della governance internazionale, sembra piuttosto una possibilità teorica, continuamente rinviata da un nuovo incarico.

Lagarde ha certamente il diritto di scegliere il proprio futuro professionale. Il problema non è la sua carriera personale, ma il modello che essa rende visibile: una classe dirigente che attraversa istituzioni differenti conservando relazioni, prestigio e influenza, mentre ai cittadini viene ricordato che non esistono alternative facili e che le decisioni fondamentali devono essere lasciate agli esperti.

La BCE, intanto, si prepara a un nuovo presidente. La Francia si avvicina alle urne. Macron potrebbe contribuire alla successione prima di lasciare l’Eliseo. Lagarde potrebbe recuperare la propria voce politica o trasferirsi a Davos. Tutto si muove, apparentemente, eppure nulla sembra davvero cambiare.

La domanda, allora, non è se Lagarde abbia il diritto di lasciare anticipatamente il proprio incarico. È perché la continuità delle élite venga sistematicamente presentata come una garanzia di stabilità, mentre la possibilità che gli elettori cambino gli equilibri viene trattata come un rischio da amministrare preventivamente.

La democrazia può cambiare i governi; l’élite, invece, cambia semplicemente indirizzo.

E così Christine Lagarde se ne va dalla BCE, ma non necessariamente dal potere. Forse la sua prossima destinazione sarà Davos, forse un ruolo politico in Francia, forse un’altra prestigiosa poltrona internazionale. Qualunque sia la scelta, il messaggio resta lo stesso: ai cittadini si chiede di scegliere il futuro, alle élite viene riconosciuto il privilegio di organizzarlo in anticipo.

È questa la vera indipendenza del sistema: non quella delle istituzioni dalla politica, ma quella dei suoi protagonisti dalle conseguenze del voto.

Perché, in fondo, il privilegio più grande non è restare al comando per sempre. È poter lasciare un incarico sapendo che, qualunque cosa accada, da qualche parte ci sarà sempre un’altra stanza in cui il proprio potere potrà continuare a chiamarsi esperienza, competenza o responsabilità.

E, naturalmente, mai pensione.

Christine Lagarde lascia la Banca centrale europea il 7 febbraio 2027, con quasi nove mesi di anticipo sulla scadenza naturale del suo mandato. La motivazione ufficiale è rassicurante: lasciare una BCE «pronta per il futuro». Una formula impeccabile, da manuale della comunicazione istituzionale, che evita accuratamente la domanda più interessante: pronta per il futuro di chi?

Perché il calendario, in politica, è spesso più sincero dei comunicati stampa. E quello di Lagarde presenta una coincidenza fin troppo conveniente: le presidenziali francesi dell’aprile 2027. Andarsene prima significa consentire a Emmanuel Macron di partecipare alla partita della successione quando siede ancora all’Eliseo, evitando che la scelta dei nuovi vertici della BCE debba confrontarsi con gli eventuali sconvolgimenti prodotti dalle urne francesi.

Il sospetto politico è evidente, anche senza trasformarlo in una certezza: blindare gli equilibri istituzionali prima che gli elettori possano modificarli. Se la Francia dovesse imboccare una strada sgradita a Bruxelles, con un possibile ballottaggio tra Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, la successione alla guida della banca centrale sarebbe già entrata nella fase decisiva. La democrazia potrà pure sorprendere, purché non arrivi troppo presto a disturbare le nomine.

È questa la singolare concezione europea della stabilità: quando votano i cittadini, si parla di sovranità popolare; quando il voto rischia di produrre risultati scomodi, improvvisamente diventano centrali la continuità, la responsabilità e la necessità di proteggere le istituzioni. Parole rispettabili, spesso sacrosante, che però sembrano trasformarsi in un elegante paravento quando servono a garantire che il potere resti nelle mani di chi già lo esercita.

La parte più rivelatrice della vicenda riguarda proprio Lagarde. Una volta lasciata Francoforte, la presidente uscente rivendica la propria «libertà di parola» e dichiara di non poter rimanere neutrale. Vuole difendere la verità dalle rappresentazioni distorte, forte dell’esperienza maturata ai vertici del Fondo monetario internazionale e della BCE.

Curioso destino, quello della verità: durante il mandato deve essere maneggiata con la prudenza di uno strumento finanziario; appena si lascia la poltrona, può tornare a circolare liberamente, magari proprio nel pieno di una campagna elettorale.

Lagarde potrebbe sostenere un candidato moderato, mobilitare le forze europeiste o assumere un ruolo politico più diretto. Si parla anche di un possibile approdo alla presidenza del Forum economico mondiale di Davos, ipotesi da distinguere da una nomina ufficiale. Non è necessario che si candidi personalmente all’Eliseo per influenzare il dibattito francese: chi ha diretto alcune delle più importanti istituzioni economiche internazionali possiede un capitale di relazioni, visibilità e autorevolezza che non scompare con la consegna del tesserino.

E qui sta il punto. Lagarde non sembra prepararsi a uscire dal potere: sembra prepararsi a esercitarlo in un’altra forma.

Durante il mandato, la neutralità istituzionale impone dei limiti. Dopo il mandato, quegli stessi limiti si allentano e l’esperienza accumulata può essere convertita in influenza politica. È tutto legittimo, naturalmente. Ma sarebbe interessante sapere se questa libertà di parola verrà esercitata con la stessa severità critica nei confronti dell’establishment europeo che nei confronti dei suoi avversari.

Quando Mélenchon propone di cancellare il debito francese detenuto dalla BCE, i mercati si innervosiscono e lo spread diventa un protagonista della campagna politica. Quando Le Pen promette una prova di forza con Bruxelles, scattano gli allarmi sulla stabilità europea. Le preoccupazioni economiche possono essere fondate: il debito non scompare per decreto e i mercati non sono un’invenzione propagandistica. Ma la questione politica rimane: chi stabilisce il confine tra una proposta irresponsabile e una proposta semplicemente sgradita all’ordine costituito?

Il richiamo alla verità non può diventare un privilegio riservato a chi frequenta i vertici internazionali. In democrazia, nessuno dovrebbe possedere il monopolio della razionalità, tanto meno chi ha trascorso decenni nei luoghi in cui le decisioni vengono prese lontano dal voto popolare.

Nel frattempo, a Bruxelles si prepara la successione. Tra i nomi più accreditati figurano l’olandese Klaas Knot, considerato un falco monetario, e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, generalmente associato a posizioni relativamente più accomodanti. Ma la partita non riguarda soltanto l’inflazione, i tassi o la crescita: riguarda soprattutto gli equilibri tra le capitali europee.

La Germania punta a conservare un peso decisivo nelle istituzioni economiche; la Francia cerca di non perdere influenza; gli altri Paesi tentano di ottenere incarichi e contropartite. La presidenza della BCE, il posto di capo economista e gli altri ruoli disponibili diventano tessere di un mosaico diplomatico nel quale la competenza conta, ma raramente viaggia da sola.

Il sistema funziona così: si negoziano le poltrone, si bilanciano le nazionalità, si distribuiscono le responsabilità e infine si presenta il risultato come la scelta dei migliori. Può anche darsi che i candidati siano eccellenti. Il problema è che l’eccellenza, da sola, non spiega perché determinate persone arrivino sempre ai vertici, né perché le alternative politiche restino tanto spesso fuori dalla stanza.

Non serve immaginare una congiura. È sufficiente osservare una struttura che tende a riprodurre se stessa, trasformando la continuità delle persone in sinonimo di continuità dell’ordine.

Ed eccoci al punto più pungente della vicenda. Christine Lagarde potrebbe lasciare la BCE per approdare al Forum economico mondiale, dopo essere passata dal governo francese al Fondo monetario internazionale e infine alla banca centrale europea. Una carriera che attraversa i centri nevralgici della governance economica globale senza che il potere debba mai diventare davvero un capitolo chiuso.

È il miracolo delle élite contemporanee: non vanno in pensione, vengono ricollocate.

Se lasciano un ministero, trovano un’organizzazione internazionale. Se abbandonano un organismo multilaterale, possono approdare a una banca centrale. Se escono dalla banca centrale, possono tornare sulla scena attraverso un forum globale, una fondazione o un incarico di prestigio. Le porte girevoli non sono soltanto un problema di conflitti d’interesse: sono il simbolo di un sistema nel quale il capitale relazionale e istituzionale garantisce una straordinaria continuità del potere.

Il cittadino comune, invece, conosce un’altra versione della stabilità: il posto di lavoro che manca, il mutuo che costa, il debito pubblico che impone sacrifici e i governi che cambiano senza riuscire a modificare davvero i margini delle decisioni economiche. Per lui, la pensione è un traguardo da conquistare. Per i protagonisti della governance internazionale, sembra piuttosto una possibilità teorica, continuamente rinviata da un nuovo incarico.

Lagarde ha certamente il diritto di scegliere il proprio futuro professionale. Il problema non è la sua carriera personale, ma il modello che essa rende visibile: una classe dirigente che attraversa istituzioni differenti conservando relazioni, prestigio e influenza, mentre ai cittadini viene ricordato che non esistono alternative facili e che le decisioni fondamentali devono essere lasciate agli esperti.

La BCE, intanto, si prepara a un nuovo presidente. La Francia si avvicina alle urne. Macron potrebbe contribuire alla successione prima di lasciare l’Eliseo. Lagarde potrebbe recuperare la propria voce politica o trasferirsi a Davos. Tutto si muove, apparentemente, eppure nulla sembra davvero cambiare.

La domanda, allora, non è se Lagarde abbia il diritto di lasciare anticipatamente il proprio incarico. È perché la continuità delle élite venga sistematicamente presentata come una garanzia di stabilità, mentre la possibilità che gli elettori cambino gli equilibri viene trattata come un rischio da amministrare preventivamente.

La democrazia può cambiare i governi; l’élite, invece, cambia semplicemente indirizzo.

E così Christine Lagarde se ne va dalla BCE, ma non necessariamente dal potere. Forse la sua prossima destinazione sarà Davos, forse un ruolo politico in Francia, forse un’altra prestigiosa poltrona internazionale. Qualunque sia la scelta, il messaggio resta lo stesso: ai cittadini si chiede di scegliere il futuro, alle élite viene riconosciuto il privilegio di organizzarlo in anticipo.

È questa la vera indipendenza del sistema: non quella delle istituzioni dalla politica, ma quella dei suoi protagonisti dalle conseguenze del voto.

Perché, in fondo, il privilegio più grande non è restare al comando per sempre. È poter lasciare un incarico sapendo che, qualunque cosa accada, da qualche parte ci sarà sempre un’altra stanza in cui il proprio potere potrà continuare a chiamarsi esperienza, competenza o responsabilità.

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