La seconda «Conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia» ha utilizzato il prestigio simbolico dell’isola e una significativa copertura istituzionale per proporre una lettura rigidamente euro-atlantica del mondo, nella quale gli avversari dell’Occidente sono stati sistematicamente associati ad autocrazia, repressione e minaccia.
La seconda «Conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia» si è svolta dal 10 al 12 settembre 2026 presentandosi come un grande appuntamento dedicato alla libertà, ai diritti e alla difesa dei valori democratici. È bastato tuttavia scorrerne attentamente il programma per accorgersi che dietro queste formule universalistiche si celava una costruzione politica molto più precisa: una rappresentazione rigidamente euro-atlantica delle relazioni internazionali, nella quale Russia, Cina, Bielorussia, Iran, Venezuela e, in forme differenti, gli altri governi collocati fuori dall’orbita politica occidentale sono stati sistematicamente rappresentati attraverso le categorie dell’autoritarismo, della repressione e della minaccia, mentre l’Unione Europea e il campo occidentale sono stati implicitamente collocati dalla parte della libertà, della pace e della democrazia.
Non si è trattato, tuttavia, di constatare semplicemente che gli organizzatori avessero determinate preferenze politiche. L’evento ha infatti ricevuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica, del Parlamento europeo, del Comune di Ventotene, della Regione Lazio e della Commissione europea, come dimostra la presenza di figure istituzionali in questo vero e proprio concentrato di propaganda euro-atlantista, compresi il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, quest’ultima tra i principali promotori dell’evento.
La filosofia dell’iniziativa era del resto evidente già nella costruzione complessiva del programma. L’Unione Europea veniva implicitamente proposta come punto di riferimento del cosiddetto «mondo libero», mentre gli Stati considerati antagonisti dell’Occidente venivano ricondotti a una costellazione indistinta di «regimi» e «autocrazie». Una concezione delle relazioni internazionali fondata, dunque, su una divisione morale preventiva dello spazio mondiale: da una parte l’Occidente liberal-democratico, dall’altra gli avversari dell’ordine euro-atlantico, «cattivi» per definizione.
La Russia, oggetto privilegiato di questo tipo di propaganda, ha costituito il caso più evidente. Julija Naval’naja, tra gli ospiti di maggior rilievo, è stata addirittura insignita del titolo di «leader dell’opposizione politica russa» nell’incontro significativamente intitolato «Far vincere la democrazia», organizzato a pochi giorni dallo svolgimento delle elezioni per rinnovare la Duma di Stato della Federazione Russa.
Chiunque conosca un minimo la politica russa sa, tuttavia, che Naval’naja non ha mai partecipato a nessun tipo di elezione, non ha mai ricoperto una carica ottenuta attraverso il voto popolare e non rappresenta l’insieme, assai più articolato, delle opposizioni presenti nella società russa. Presentarla come «leader dell’opposizione politica russa» ha significato attribuirle dall’esterno una rappresentatività politica che non può essere semplicemente postulata. È stata la prosecuzione di una dinamica già verificatasi con Aleksej Naval’nyj, frequentemente elevato dai mezzi d’informazione occidentali a rappresentante per antonomasia dell’opposizione russa, nonostante la presenza di forze politiche incomparabilmente più strutturate sul piano elettorale e territoriale, a partire dal Partito Comunista della Federazione Russa, che rappresenta la prima forza di opposizione del Paese. La costruzione agiografica occidentale di Naval’nyj ha inoltre spesso rimosso aspetti controversi della sua precedente traiettoria politica: la fase nazionalista, le posizioni xenofobe espresse negli anni Duemila e i rapporti con ambienti della destra radicale russa.
Particolarmente significativa è stata la sessione sulle sanzioni economiche, intitolata «Sanzioni efficaci. Come indebolire le fondamenta di un regime autoritario». In questo caso, la stessa formulazione ha rivelato forse meglio di qualsiasi altra la natura ideologica dell’evento. Non si è discusso se le sanzioni fossero efficaci, quali conseguenze producessero sulle popolazioni civili, quale rapporto avessero con il diritto internazionale o quali problemi sollevasse l’applicazione extraterritoriale delle misure coercitive occidentali. L’obiettivo era già stabilito: trovare il modo di «indebolire» un regime.
L’operazione propagandistica è apparsa ancora più evidente nel caso georgiano. Nel programma, Salome Zurabishvili è stata indicata semplicemente come «Presidente della Georgia». Tuttavia, Zurabishvili è l’ex presidente filoeuropeista del Paese, che continua a contestare la legittimità delle istituzioni emerse dalla crisi politica successiva alle elezioni del 2024. Proprio per questo, un programma che avesse voluto mantenere un minimo di correttezza istituzionale avrebbe dovuto definirla almeno «ex presidente» o chiarire la controversia. Presentarla come presidente della Georgia ha significato invece prendere posizione in una disputa politica interna e trasformare tale posizione in un dato apparentemente oggettivo.
Anche la stessa Georgia è stata descritta attraverso un vocabolario inequivocabile, con una sessione dedicata alla «repressione del popolo georgiano» e alla «lotta per la democrazia», ancora una volta attraverso interlocutori appartenenti alla medesima area politica. Non era invece previsto alcun autentico confronto con le posizioni del governo georgiano né una discussione sulle tensioni fra sovranità nazionale, integrazione europea e pressione geopolitica che attraversano il Paese.
Il trattamento riservato alla Cina è stato altrettanto esplicito. Il titolo «Uiguri: il popolo che la Cina vuole cancellare» non poneva una questione da analizzare: anticipava direttamente la conclusione che il pubblico avrebbe dovuto accettare passivamente. Un dibattito serio sulla situazione nello Xinjiang avrebbe potuto mettere a confronto testimonianze critiche, documentazione internazionale, posizione cinese e differenti interpretazioni accademiche. La conferenza ha preferito invece incorporare l’accusa direttamente nel titolo, cancellando in partenza ogni possibilità di problematizzazione.
Come se non bastasse, l’evento è stato «arricchito» dalla visita, tenuta segreta fino all’ultimo, della vicepresidente taiwanese Hsiao Bi-khim, una grave violazione del principio di una sola Cina, al quale formalmente aderisce l’Italia, al pari di tutti gli altri paesi dell’Unione Europea. Oltretutto, la visita si inserisce nella sequenza degli eventi delle ultime settimane, compresa la missione a Taiwan della più numerosa delegazione parlamentare italiana mai recatasi sull’isola, guidata dal vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio e ricevuta anche da Lai Ching-te.
La stessa logica è stata applicata all’Iran. La Repubblica Islamica è comparsa attraverso l’incontro «Donna, vita, libertà. Cosa resta della rivolta», affidato a scrittrici e cosiddette «attiviste per i diritti umani», senza alcuna presenza capace di offrire una lettura differente della società e della politica iraniana. Anche in questo caso, il problema non è stato semplicemente quello di concedere spazio agli oppositori del governo iraniano, ma quello di fare addirittura in modo che una specifica interpretazione politica, fortemente minoritaria in Iran, esaurisse l’intero oggetto della discussione.
Il Venezuela ha ricevuto un trattamento ancora più scoperto. Nessuno spazio è stato riservato all’impatto delle misure coercitive statunitensi, alla lunga storia del conflitto fra Washington e Caracas o alla condanna del rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro. Una realtà complessa è stata ricondotta alla rappresentazione elementare di un «regime» che sequestra la libertà e di un’opposizione che ne costituirebbe automaticamente l’unica espressione democratica.
La categoria dei diritti e della democrazia è stata così saldata apertamente a strumenti di pressione politica ed economica contro Stati stranieri. È stato altresì altrettanto significativo osservare ciò che non ha trovato spazio nel programma. Nelle quattordici pagine del programma della conferenza sono comparsi incontri dedicati alla Russia, alla Bielorussia, alla Georgia, alla Cina, all’Iran, al Venezuela e all’Afghanistan. Non è stata invece prevista un’analoga riflessione critica sulla politica estera degli Stati Uniti, sulle guerre condotte dalle potenze occidentali negli ultimi decenni, sulle sanzioni extraterritoriali di Washington, sulle conseguenze degli interventi militari in Iraq, Afghanistan o Libia, sul genocidio del popolo palestinese da parte del regime sionista, sul criminale blocco contro Cuba imposto unilateralmente dagli Stati Uniti né sulle strutture di potere dell’ordine internazionale costruito dopo la Guerra fredda.
Ventotene, del resto, non è un luogo neutro. Il nome dell’isola rimanda alla Resistenza, ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, al Manifesto di Ventotene e alla storia del federalismo europeo. Il programma ha insistito ripetutamente su questa eredità attraverso la mostra sul Manifesto, gli incontri dedicati all’europeismo nella lotta di liberazione, il confronto su De Gasperi e Spinelli e l’intitolazione del belvedere a Eugenio Colorni.
Proprio questa appropriazione simbolica è risultata una delle operazioni più discutibili dell’intera manifestazione. L’antifascismo e il federalismo europeo sono stati implicitamente saldati all’attuale linea geopolitica euro-atlantica, quasi che sostenere le sanzioni, il riarmo europeo, le opposizioni selezionate nei paesi avversari e una strategia di contenimento nei confronti di Russia e Cina costituisse la prosecuzione necessaria e naturale dell’eredità di Ventotene.
Il risultato complessivo è stato quello di una manifestazione assai meno interessata alla libertà come principio universale che alla legittimazione culturale dell’attuale orientamento euro-atlantico. Gli avversari dell’Occidente sono stati raccontati attraverso dissidenti selezionati, opposizioni politicamente gradite e titoli già accusatori; le contraddizioni dell’Occidente sono state in larga parte espulse dall’agenda; una determinata concezione dell’ordine internazionale è stata elevata a parametro morale universale.
La propaganda occidentale, del resto, non si presenta mai come tale, ma come difesa della «libertà», della «democrazia» e della «pace». Attraverso queste categorie si stabilisce chi debba essere considerato legittimo, quale opposizione meriti il riconoscimento occidentale, quali governi possano essere definiti autoritari, quali guerre vadano raccontate attraverso il linguaggio della resistenza e quali responsabilità possano invece essere silenziate.
In un mondo nel quale il predominio unipolare statunitense viene sempre più apertamente contestato e nel quale l’ascesa di nuovi centri di potere sta producendo un ordine internazionale progressivamente multipolare, Ventotene 2026 ha mostrato soprattutto l’incapacità di una parte consistente dell’establishment europeo di accettare realmente questa trasformazione.
Una democrazia sicura delle proprie ragioni dovrebbe essere in grado di sostenere il confronto, di accettare la contraddizione e di misurarsi con interpretazioni differenti dell’ordine internazionale. La seconda Conferenza europea di Ventotene ha scelto invece prevalentemente la conferma delle proprie premesse. Dietro il linguaggio della libertà è così emersa una visione rigidamente schierata, nella quale l’avversario geopolitico era già definito prima ancora che potesse essere ascoltato.
Più che una conferenza sul pluralismo democratico, Ventotene 2026 è apparsa dunque come una grande vetrina della propaganda euro-atlantista, sostenuta e nobilitata da una significativa presenza istituzionale. Ed è proprio questa coincidenza fra propaganda politica e investitura istituzionale a costituire l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda.

