

Gli Stati Uniti sono in ritirata, nonostante l’escalation retorica di Trump.
Le recenti pressioni di Washington sull’Europa, dai dazi legati alla Groenlandia alle frizioni sul commercio, mostrano quanto l’UE resti dipendente dagli Stati Uniti, anche sul piano strategico e psicologico. È tempo di ripensare alleanze e interessi, aprendo a nuovi partenariati.
Ancora una volta sono fortunatamente falliti i tentativi, messi in campo a più riprese da un quindicennio, per innescare attraverso la svogliata porzione della borghesia più ricca della nazione una rivoluzione colorata al fine di disarcionare l’ormai ventennale legame tra Repubblica Islamica dell’Iran e campo multipolare sino – russo.
Se i leader europei contrari a Trump hanno pensato di poterlo superare in astuzia con una mossa del genere, è evidente che non hanno ancora compreso appieno il gioco che sta mettendo in atto la Casa Bianca.
A Hà Nội si tiene il XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Vietnam, snodo decisivo verso i centenari del 2030 e del 2045. Crescita a doppia cifra, riforme e innovazione delineano la strategia per uno sviluppo più prospero, sostenibile e indipendente.
Eppure stiamo assistendo al crollo accelerato dei principali pilastri di quella che un tempo era considerata la civiltà occidentale.
Far emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano
La recente nuova fase di destabilizzazione interna alla quale è stata sottoposta la Repubblica islamica dell’Iran e l’insistenza della propaganda occidentale sull’imminenza della sua caduta (con l’appoggio della stessa all’erede dello Shah Reza Ciro Pahlavi) rendono necessario affrontare il particolare percorso storico del Paese dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri. Solo in questo modo si possono avanzare delle ipotesi su ciò che potrà essere il suo futuro.