Risultati delle Olimpiadi per l’Italia
Gianni Brera, cantore della “pedata” italica, come lui spesso chiamava il calcio, ne ha sempre ricordato e affermato il senso e il significato di sport popolare, plebeo e proletario. Una passione praticata dentro il Novecento giocando in ogni parco, in ogni spiazzo, in ogni strada non con un tondeggiante pallone di cuoio, ma con un più modesto insieme di stracci rappezzati e stretti insieme dalla forma raramente sferica, fino almeno agli albori degli anni ‘70, quando sono arrivati sul mercato, per la gioia dei bambini e dei ragazzi, i palloni di spugna, sempre a rischio di inzupparsi terribilmente, e quelli di plastica, leggerissimi e capaci, se colpiti con forza, di prendere imprevedibili traiettorie chiamate “brasiliane”, perché i soli a calciare in quel modo erano i giocatori carioca che si vedevano ogni quattro anni in mondovisione ai mondiali.
Il calcio italiano vanta ancora un milione e mezzo di tesserati, con oltre un milione di calciatori professionisti e semiprofessionisti, mezzo milione tra allenatori e preparatori, dirigenti societari e arbitri, con un crescente sviluppo del calcio femminile che con il nuovo secolo raddoppia di decennio in decennio il numero di ragazze praticanti.
Tuttavia vi sono senza dubbio delle storture. Intanto nel massimo campionato, la serie A, abbondano gli stranieri, a volte relegando gli italiani a uno due posti in campo su undici, in più i procuratori impongono non solo contratti che stabiliscono anche quante partite debbano giocare i loro assistiti, ledendo la libertà dell’allenatore di mandare in campo la squadra che reputi migliore, ma vendendo un giocatore, ne piazzano anche un altro paio, in una logica perversa in cui sono loro e non le società a decidere la rosa di ciascuna squadra.
Altri problemi affliggono il calcio italiano, le remunerazioni possono e molte volte sono esagerate ed esorbitanti per i campioni più o meno affermati e in egual modo per molti comprimari che li accompagnano in campo, almeno in serie A, ma dalla seconda e terza serie, la serie B e la serie C, quest’ultimo livello definito semi – professionistico, in molti casi la maggioranza dei giocatori porta a casa stipendi decorosi, ma modesti, scendendo poi tra i dilettanti, dalla serie D fino alla Terza Categoria per ben altri sei livelli, la vita degli atleti è quella di precari con un reddito di poco superiore ai mille euro mensili. In ultima istanza il calcio italiano è oggi uno sport povero, da praticare quando ancora si studia o i genitori concedano bonariamente ai figli di calcare i campi restando in famiglia a carico dei genitori. Certamente, tutte le migliaia di ragazzi che frequentano i campetti infangati di provincia aspirano e sognano un futuro tra i campioni, ma è risaputo che questo sarà un destino che accompagnerà un’infima minoranza, per altro come detto oramai sotto perenne ricatto da parte di procuratori sempre più invadenti, prepotenti e arroganti, il resto sa bene che dopo i venticinque anni dovrà iniziare a immaginare come costruire il futuro personale fuori dal calcio.
Tutto questo accompagna il declino del calcio italiano, il quale infatti a marzo in un paio di incontri si giocherà la possibilità di non finire per la terza volta consecutiva eliminato dalla competizione finale dei mondiali.
Tuttavia come anche recentemente dimostrato, l’Italia oramai primeggia con più facilità nel tennis o negli sport invernali, un tempo detti alpini, obbligando a interrogarsi sul perché.
Le tre coppe Davis vinte dagli azzurri negli ultimi tre anni, dal 2023 al 2025, la decina di tennisti tra i primi al mondo, al pari delle tenniste italiane, le molte medaglie vinte nelle recenti olimpiadi della neve e del ghiaccio di Milano e di Cortina, ben trenta, divise tra dieci ori, sei argenti e quattordici bronzi, ci dicono che qualcosa nella relazione tra sport e italiani è cambiato, non solo gli abbienti praticano discipline in passato poco familiari tra la piccola borghesia e la classe operaia, ma oggi i genitori anche dei ceti subalterni, più o meno consapevoli della loro condizione sociale, incoraggiano i figlia a impugnare una racchetta o a infilare gli scarponi e gli sci, cercando fortuna molto lontano dal pallone.
Qualche sociologo aggiunge che il calcio non sia più praticato come un tempo dai ragazzi di tutte le età, poco importa se ricchi o poveri, preferendo i giovani stare in casa con il telefono in mano a guardare e realizzare video da postare sui social, al massimo lo sport è più un gioco da condurre attaccati a un computer, magari connessi con gli amici anch’essi a casa loro, non come in passato, quando ci si trovava tutti insieme per strada.
Le novità sono evidenti. Prendiamo ad esempio il curling, è uno sport nel quale si gioca sul ghiaccio con pesanti pietre di granito levigate, dette semplicemente sassi o pietre, fotografie sbiadite di fine Ottocento ci mostrano già da tempi remoti la sua popolarità in ambito anglo – sassone e ad esempio in “Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà”, la sfortunata pellicola del 1969 con il modestissimo attore australiano George Lazenby, in un avvincente località montana si vedono avvenenti ragazze in tenuta sciistica scopettare pietre, per quanto probabilmente i più si siano dimenticati l’episodio al pari del film. In Italia, sebbene sparuti e sconosciuti giocatori, forse neppure una decina, si industriassero a spostar pietre già alla metà del XX secolo, è diventato uno sport con un numero minimo di praticanti solo con il nuovo millennio, ad oggi gli italiani che lo praticano sono meno di cinquecento, ma pur sempre un numero ragguardevole.
Gli sportivi impegnati nel curling a livello professionistico, al pari di tante altre attività olimpiche, dal tiro con l’arco, con ventitremila tesserati alla canoa, sopravvivono non tanto per i finanziamenti sempre più esigui del CONI, ovvero il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ma perché le Forze Armate: esercito, Polizia di Stato, carabinieri, Guardia di Finanza, assumono gli atleti garantendo loro un salario che li possa mettere nella condizione di praticare la disciplina prescelta con la dovuta e necessaria tranquillità. Un tempo esistevano società sportive sostenute da benefattori e grandi aziende con circoli sportivi interni, si pensi che il velocista barlettano Pietro Mennea è stato per tutto il tempo della sua attività agonistica un funzionario della IVECO, la fabbrica di bus e veicoli agricoli e lavorativi della FIAT, oggi svenduta agli indiani della Tata Motors. Di più, le otto medaglie d’oro, le tre d’argento e le quattro di bronzo, raccolte dai centosessanta atleti italiani alla Olimpiadi di Mosca del 1980 oggi non sarebbero mai esiste, infatti quelle azzurre e quegli azzurri da Pietro Mennea nei duecento metri a Sara Simeoni nel salto in alto, a Patrizio Oliva nel pugilato, appartenevano tutti a società sportive non militari, i membri delle Forze Armate sono rimasti in quella occasione nella penisola, aderendo con il solito bizantinismo tutto italiano, al boicottaggio imposto da Washington a tutti i suoi alleati della NATO contro i giochi sovietici, giustificandolo con l’intervento dell’Armata Rossa in solidarietà con il governo afgano, l’Italia guidata dal Presidente del Consiglio Francesco Cossiga nega pure agli atleti l’inno di Mameli e la bandiera tricolore, a Mosca le ragazze e i ragazzi sfilano e vengono celebrati per le loro vittorie con la bandiera olimpica a cinque cerchi e l’inno olimpico composto per la prima edizione dei giochi del 1896 da Spiro Samara. Ci fosse un simile boicottaggio oggi, un pirandelliano equilibrismo come quello messo in campo nel 1980 sarebbe impossibile, oggi gli atleti sono tutti militari e alle olimpiadi non andrebbe nessuno, con la sola eccezione dei giocatori degli sport di squadra, professionisti nei loro settori, come la pallavolo e la pallacanestro, potremmo aggiungere i calciatori, ma anche in questo caso, come per i mondiali, gli azzurri mancano da tempo la qualificazione al torneo olimpico. A dimostrazione di quanto sia lontana quell’Italia, nelle olimpiadi statunitensi invernali di Lake Placid in quello stesso 1980 arrivano solo due argenti dallo slittino maschile, singolare e doppio, l’uno con Paul Hildgartner, l’altro con Peter Gschnitzer e Karl Brunner, tutti e tre sudtirolesi, essendo ormai archiviata la decade della “Valanga Azzurra”, capitanata dall’altoatesino Gustav Thöni e del valsusino Pierino Gros.
Ai Giochi Olimpici invernali di Milano – Cortina 2026, mediaticamente celebrati in Italia anche con un eccessivo trionfalismo, si sono viste gara volte a promuovere tutto il possibile che si possa compiere tra le nevi, non solo lo sci alpino di velocità e di fondo, ma anche il cosiddetto sci alpinismo, ovvero il paziente scalar vette con racchette e sci ai piedi, un tempo relegato ai soli soccorritori di montagna, e poi ancora biathlon, bob, appunto il curling, hockey, pattinaggio da quello artistico a quello di velocità, quindi salti, snowboard e slittini. Un universo che attrarrà certamente nuovi giovani in ciascuna disciplina.
Le olimpiadi hanno visto la solita miserevole esclusione imposta dal Comitato Olimpico Internazionale contro gli atleti russi, bielorussi e coreano – popolari, fatto gravissimo e inaudito, che pare verrà ovviato alle para – olimpiadi in programma dal 6 al 15 marzo 2026 negli stessi impianti di Milano e Cortina, sebbene gli ucraini protestino con l’evidente conferma della loro inqualificabile malevolenza.
Nonostante l’esclusione, tuttavia alcune e alcuni atleti russi si sono potuti ammirare, ad esempio nel pattinaggio artistico si sono viste atlete russe sotto bandiera estone e georgiana, così come di altre nazioni, nonché, senza inno né bandiera l’incantevole Adelija Petrosjan, moscovita per nascita e armena per antenati, ai quali, ulteriore vergogna del Comitato Olimpico Internazionale, è stato impedito che fosse accompagnata dai suoi allenatori e preparatori, niente accrediti olimpici e niente visti d’ingresso in Italia per i tecnici russi, in spregio a qualsiasi valore sportivo e olimpico.

