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Lorenzo Maria Pacini
April 10, 2026
© Photo: Public domain

Quello che è successo la mattina dell’8 aprile è un vero miracolo. O forse no.

Follia-via-terra

“Questa notte un’intera civiltà verrà spazzata via.” – Donald J. Trump su Truth Social, 7 Aprile 2026

L’articolo potrebbe fermarsi qui, ma il senso di dovere che ci spinge a raccontare i fatti del mondo, ci impone di descrivere dettagliatamente lo scenario che sta per presentarsi.

Laddove Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, davanti ad una sconfitta epocale ha minacciato di distruggere la millenaria civiltà iraniana, per favore scordatevi i Nobel per la Pace e i Board da miliardari che bevono cocktail davanti ai genocidi. Non possiamo che attribuirgli il titolo di “Divoratore di Mondi”, l’unico che si dovrà ricordare nei libri di Storia. Ammesso che da domani ve ne possa essere ancora una.

Dal 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti assieme a Israele hanno condotto una campagna aerea intensa e prolungata contro le infrastrutture militari, governative e, in misura crescente, civile. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno preso di mira impianti nucleari, strutture di comando dell’IRGC, bunker di stoccaggio missilistico, risorse navali, ma anche scuole, università, aree residenziali e siti culturali. Nonostante la portata e l’intensità di questa campagna, gli obiettivi politici dell’operazione – definiti da Washington come il cambio di regime e la normalizzazione dello Stretto di Hormuz – rimangono irrealizzati.

L’apparato di governo iraniano ha dimostrato una capacità di adattamento istituzionale che i teorici dei bombardamenti strategici spesso sottovalutano: la successione alla leadership è stata rapida e l’IRGC ha continuato a condurre le operazioni con conclamata efficacia.

Un fallimento dopo l’altro – ed con un forte contrattacco informativo attraverso i media globali da parte dell’Iran – gli USA, che dapprima si erano detto “protettori” dell’Iran dalla furia distruttrice di Israele, ora confermano e annunciano una operazione via terra contro l’Iran.

Il punto focale di una potenziale escalation terrestre è l’isola di Kharg, una piccola isola corallina nel Golfo Persico settentrionale che funge da centro nevralgico dell’economia iraniana di esportazione del petrolio, gestendo circa il novanta per cento delle esportazioni di greggio del Paese. Gli Stati Uniti hanno condotto due importanti raid aerei contro le installazioni militari dell’isola di Kharg – il 13 marzo e nuovamente il 7 aprile 2026 – distruggendo depositi di mine navali, bunker missilistici e sistemi di difesa aerea, risparmiando deliberatamente le infrastrutture petrolifere. L’amministrazione Trump ha apertamente ammesso di aver valutato se conquistare l’isola con le forze di terra.

Alti funzionari dell’amministrazione hanno affermato che «se per raggiungere l’obiettivo sarà necessario conquistare l’isola di Kharg, ciò avverrà», sottolineando al contempo che non era stata presa alcuna decisione definitiva. Il dispiegamento di circa 5.000 marines e marinai nel Golfo Persico, seguito dalle notizie relative all’invio nella regione di 3.000 paracadutisti della 82ª Divisione aviotrasportata, ha conferito una credibilità concreta a tali deliberazioni. Il Pentagono ha definito questo rafforzamento militare uno strumento di pressione coercitiva, ma i preparativi operativi – compresi gli attacchi preliminari volti a indebolire le difese iraniane sull’isola – sono coerenti con la pianificazione di un assalto anfibio o aviotrasportato.

Tuttavia, la logica strategica di un’operazione del genere è contestata persino all’interno dell’establishment della sicurezza nazionale americana. Come precedentemente trattato in un articolo dedicato,  la conquista dell’isola di Kharg non risolverebbe, di per sé, la morsa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz. L’Iran potrebbe continuare a intercettare il traffico marittimo da altre isole – Qeshm, Hengam e il trio costituito da Abu Musa e dalle isole Tunb Maggiore e Minore – utilizzando al contempo la sua “flotta di zanzare”, composta da piccole imbarcazioni d’assalto, per minacciare qualsiasi rifornimento delle truppe americane posizionate sull’isola. L’Iran ha inoltre fortificato le coste dell’isola con mine antiuomo e anticarro in previsione di uno sbarco anfibio, creando le condizioni per perdite americane potenzialmente significative.

L’ammiraglio in pensione James Stavridis, ex Comandante Supremo Alleato della NATO, ha sintetizzato in modo conciso il rischio operativo: è probabile che le forze iraniane «facciano tutto il possibile per infliggere il massimo numero di perdite alle forze statunitensi sia sulle navi in mare, sia soprattutto una volta che le truppe di terra si trovino in qualsiasi punto del loro territorio sovrano». Gli alleati del Golfo hanno espresso in privato la stessa preoccupazione, avvertendo che un’occupazione di Kharg provocherebbe una rappresaglia iraniana contro le infrastrutture energetiche regionali e potrebbe prolungare il conflitto a tempo indeterminato.

Inserita nella grande strategia degli Stati Uniti, la prevista operazione di terra rappresenta un allontanamento dalla preferenza inizialmente dichiarata dall’amministrazione per una campagna rapida e a basso impatto. La Blitzkrieg tanto sbandierata non è mai stata tale. L’assenza di uno stato finale politico definito – come sarebbe l’Iran nel dopoguerra, chi lo governerebbe e con quali garanzie di sicurezza – costituisce inoltre un fallimento sistemico della pianificazione strategica che rispecchia le catastrofiche carenze di pianificazione postbellica osservate nell’invasione dell’Iraq del 2003.

Dottrina del fallimento militare

Sul piano strettamente dottrinale, il concetto operativo alla base della fase iniziale della campagna iraniana del 2026 porta i tratti distintivi di ciò che i teorici militari definiscono «operazioni rapide e decisive» (RDO): l’applicazione di una forza schiacciante nei centri nevralgici strategici per frantumare la volontà e la capacità di resistenza dell’avversario prima che possa organizzare una difesa coerente. Questo approccio trae la propria discendenza intellettuale sia dalla dottrina dello “shock and awe” impiegata nell’invasione dell’Iraq del 2003, sia dalla campagna aerea strategica della Guerra del Golfo del 1991. L’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, la distruzione simultanea delle infrastrutture nucleari e il targeting dei comandanti di alto rango dell’IRGC nelle prime ore della campagna riflettono tutti l’intento di decapitare il processo decisionale iraniano e produrre una rapida disintegrazione politica.

Il confronto con casi storici è istruttivo. Nella campagna del Kosovo del 1999, la campagna aerea della NATO durata settantotto giorni contro la Repubblica Federale di Jugoslavia costrinse infine Slobodan Milosevic ad accettare le condizioni politiche della NATO, ma solo dopo un bombardamento prolungato di infrastrutture a duplice uso e civili, una notevole pressione internazionale e la minaccia credibile di un’invasione terrestre. Nel 2003, il rapido crollo dell’esercito convenzionale di Saddam Hussein in meno di tre settimane sembrò confermare la validità del concetto di RDO; tuttavia, l’assenza di una pianificazione post-conflitto rivelò rapidamente che la vittoria militare e la stabilizzazione politica sono obiettivi analiticamente e praticamente distinti.

L’Iran del 2026, però, si è dimostrato un obiettivo più resiliente sia della Jugoslavia del 1999 che dell’Iraq baathista del 2003, per diverse ragioni strutturali. In primo luogo, l’architettura di governo della Repubblica Islamica è decentralizzata e possiede una ridondanza deliberata; la rapida nomina di un nuovo Leader Supremo a pochi giorni dall’assassinio di Khamenei ha dimostrato profondità istituzionale piuttosto che fragilità. In secondo luogo, l’IRGC – che opera non solo come forza militare ma anche come istituzione politica, economica e ideologica – mantiene una coesione interna e una legittimità popolare rafforzate, paradossalmente, proprio dall’atto stesso di aggressione straniera. In terzo luogo, la geografia fisica dell’Iran – un paese di 1,6 milioni di chilometri quadrati con un territorio montuoso e centri abitati dispersi – è intrinsecamente resistente alla coercizione incentrata sulla potenza aerea in modi che un paese piccolo e densamente popolato come il Kosovo non è.

I limiti della superiorità tecnologica nella guerra asimmetrica sono ulteriormente messi in luce dalla contromossa strategica dell’Iran: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Esercitando questa singola leva di potere asimmetrico, l’Iran ha imposto costi economici globali – un aumento del cinquanta per cento dei prezzi del greggio – che superano di gran lunga qualsiasi guadagno politico che gli Stati Uniti abbiano tratto da cinque settimane di bombardamenti. Questo è un esempio da manuale di ciò che si definisce una strategia di «negazione» piuttosto che di «punizione»: anziché accettare il dolore inflitto, l’Iran ha riorientato il calcolo strategico esercitando i propri strumenti di coercizione. Gli Stati Uniti, che sono entrati in questo conflitto con un dominio dell’escalation nel dominio cinetico, si trovano in una spirale di escalation in cui l’Iran mantiene una leva significativa.

L’ammissione esplicita del presidente Trump secondo cui l’Iran sembra negoziare «in buona fede» mentre contemporaneamente minaccia di «spazzare via» l’intero Paese in una sola notte coglie la natura contraddittoria e sempre più improvvisata della strategia americana. Il ciclo degli ultimatum – molteplici scadenze «finali» trascorse senza che le conseguenze minacciate siano state pienamente applicate – ha eroso la credibilità coercitiva, una dinamica che i teorici della coercizione identificano come una delle più pericolose nella diplomazia coercitiva.

Il problema  è che nessuna, ma proprio nessuna affermazione di Trump è affidabile. Nel corso di ogni conferenza stampa che ha tenuto dal 28 febbraio ad oggi (ed anche prima, ma concentriamoci su questo specifico periodo), Trump ha affermato e negato più volte una serie di argomenti all’interno degli stessi discorsi. Un qualsiasi scienziato della mente non esiterebbe a parlare di disturbo bipolare o di schizofrenia. Un metodo che è certamente utile a confondere il nemico e mandare nel panico l’opinione pubblica di mezzo mondo, ma altrettanto un serio problema per la salute degli USA e il loro futuro – ma di questo se ne dovrebbero occupare gli americani.

Quello che sappiamo è che, ad oggi, la strategia americana è stata una disastro. O c’è un problema di dottrina, o c’è un problema nella catena di comando, o semplicemente c’è da riconoscere che l’Iran fino ad oggi ha avuto la meglio su USA e Israele, dimostrando di tenere testa ad una super potenza nucleare ed una potenza nucleare.

Guerra regionale dal sapore globale

Questa folle guerra ha rapidamente assunto il carattere di un conflitto regionalizzato, con la strategia di ritorsione dell’Iran che si estende ben oltre gli attacchi diretti contro obiettivi israeliani e americani. Il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno tutti attivato i propri sistemi di difesa aerea per intercettare missili e droni iraniani. L’Iran ha colpito infrastrutture energetiche lungo il litorale del Golfo, ha preso di mira la sede della Kuwait Petroleum Corporation e ha dispiegato sciami di droni contro città israeliane, uccidendo almeno quattro persone in un solo attacco ad Haifa il 6 aprile 2026. Il Libano, trascinato nuovamente nel conflitto da Israele nonostante i fragili accordi di cessate il fuoco della fine del 2024, ha subito più di 1.400 vittime in pochi giorni.

Gli Stati del Golfo si trovano in una posizione strutturalmente paradossale. Da un lato, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti considerano da tempo l’egemonia regionale iraniana come una minaccia esistenziale e hanno accolto con favore gli obiettivi strategici della campagna americana. Dall’altro lato, il protrarsi del conflitto – e in particolare la prospettiva di una rappresaglia iraniana contro le infrastrutture energetiche del Golfo – pone gravi rischi alle loro stesse fondamenta economiche. Il consigliere diplomatico degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, ha espresso esplicitamente questa tensione: qualsiasi accordo deve garantire l’accesso a Hormuz, affrontare il programma missilistico balistico dell’Iran e «affrontare la causa principale dell’instabilità» — ma gli Stati del Golfo hanno esortato in privato Washington a non procedere a un’invasione terrestre di Kharg proprio perché temono le conseguenze di una ritorsione.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% dell’approvvigionamento mondiale di petrolio in tempo di pace, è diventato il teatro centrale della contesa strategica in questo conflitto. L’efficace blocco dell’Iran – che consente il passaggio selettivo mentre estrae ciò che gli analisti descrivono come pedaggi presso l’isola di Bandar Abbas – ha già fatto salire i prezzi del greggio da circa 73 dollari al barile all’inizio della guerra a oltre 109 dollari al barile all’inizio di aprile 2026, con un aumento superiore al cinquanta per cento. Il Council on Foreign Relations ha definito lo stretto come il punto nevralgico per «quasi un quinto dell’approvvigionamento mondiale di petrolio e gas naturale», rendendo la sua interruzione un evento dalle conseguenze economiche globali sistemiche.

I precedenti storici fanno riflettere. L’embargo petrolifero arabo del 1973, che provocò un quadruplicarsi dei prezzi del petrolio, contribuì direttamente a un decennio di stagflazione nelle economie occidentali. L’interruzione dei mercati petroliferi causata dalla Rivoluzione iraniana del 1979 ha contribuito a un secondo shock dei prezzi di portata simile. L’interruzione del 2026, che si verifica in un’economia globale già sotto pressione inflazionistica a causa degli squilibri strutturali post-pandemici e dei precedenti shock tariffari, rischia di produrre un danno macroeconomico paragonabile o superiore. Le catene di approvvigionamento che dipendono dal greggio del Golfo Persico – Europa, Asia meridionale, Asia orientale e in particolare la Cina, che importa dall’Iran circa l’undici per cento del proprio petrolio via mare – si trovano ad affrontare una grave crisi. Il Fondo Monetario Internazionale, secondo i modelli convenzionali, prevederebbe revisioni della crescita di entità significativa in caso di perturbazioni prolungate di questa portata.

Il calcolo strategico dell’Iran nel mantenere il blocco riflette una comprensione sofisticata di questa asimmetria. Lo Stretto di Hormuz rappresenta «la più grande leva strategica che l’Iran possiede sugli Stati Uniti e sui loro alleati», proprio perché consente a una potenza più debole di imporre costi sproporzionati al sistema globale.

Finché l’Iran manterrà questa leva – e la minaccia credibile di applicarla – un accordo alle sole condizioni americane è strutturalmente improbabile. È molto realistico, invero, che le monarchie del petrolio cambieranno completamente la loro forma, e ciò sarebbe sensato sia pere gli USA, sia per l’Iran, che inevitabilmente dovrà affermarsi come potenza regolatrice e leader della regione. O così, o guerra fino all’ultimo petroldollaro rimasto.

Erosione delle norme internazionali

Tutto ciò non sta avvenendo in un vuoto geopolitico. La Cina, che importa ingenti volumi di greggio iraniano e ha investito strategicamente in Iran nell’ambito del Partenariato strategico globale del 2021, ha un interesse concreto e immediato nella risoluzione del conflitto. Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha pubblicamente invocato il dialogo e la necessità di «spegnere le fiamme della guerra», muovendosi al contempo per attenuare l’impatto sui prezzi interni dei carburanti in risposta allo shock dell’offerta.

La questione strutturale che molti hanno sottolineato è se la Cina andrà oltre il posizionamento già attuato per fornire un sostegno concreto all’Iran – sotto forma di condivisione di intelligence, ostruzionismo diplomatico in seno al Consiglio di Sicurezza o assistenza economica indiretta a sostegno dello sforzo bellico iraniano –, vale a dire con un sostegno militare diretto. Ciò è inverosimile, almeno ad oggi, perché la Cina non combatte guerre dirette, preferendo una vittoria “in anticipo” su ogni battaglia che intraprende, nel rispetto dei principi del confucianesimo e dell’insegnamento di Sun Tzu che insegnava “Prima di combattere una guerra, assicurati di averla già vinta”.

La Russia, il cui partenariato strategico con l’Iran si è approfondito dopo la Operazione Militare Speciale in Ucraina del 2022, si trova di fronte a considerazioni analoghe. Mosca ha un evidente interesse a vedere le risorse militari e finanziarie americane consumate in un conflitto mediorientale e ha storicamente fornito all’Iran sistemi di difesa aerea – alcuni dei quali hanno già dimostrato la capacità di minacciare gli aerei americani, come dimostra l’abbattimento di almeno un F-15E. Il carattere multi-fronte degli impegni strategici americani – Ucraina, Taiwan e ora Iran – è proprio il tipo di sovraccarico simultaneo che i documenti strategici congiunti di Russia e Cina hanno identificato come obiettivo. Da una prospettiva strutturalista realista, le condizioni per un comportamento opportunistico delle grandi potenze sono presenti.

La distruzione dell’infrastruttura nucleare iraniana – celebrata dal primo ministro israeliano Netanyahu come l’eliminazione di «due minacce esistenziali» – ha raggiunto l’obiettivo immediato di rallentare il programma di arricchimento dell’Iran, è vero, ma le conseguenze strategiche per le norme di non proliferazione nucleare potrebbero rivelarsi profondamente controproducenti. La lezione che gli Stati dell’Asse della Resistenza e non solo trarranno probabilmente è che solo il possesso di una deterrenza nucleare operativa garantisce la sovranità contro un attacco americano (e israeliano).

Il proseguimento dello sviluppo nucleare della Corea del Nord e qualsiasi comportamento di copertura da parte degli Stati confinanti con l’Iran saranno probabilmente rafforzati dalla dimostrazione che gli Stati non nucleari – anche quelli impegnati in attive trattative diplomatiche, come lo era l’Iran il 28 febbraio 2026 quando sono iniziati gli attacchi – non sono protetti da azioni militari mirate contro il regime.

Più in generale, il conflitto rappresenta una significativa accelerazione di ciò che gli studiosi hanno definito «l’erosione dell’ordine internazionale liberale». La campagna americana è stata lanciata senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e senza una dichiarazione di guerra del Congresso – un’anomalia costituzionale e di diritto internazionale che i membri democratici del Congresso hanno contestato con vigore, sebbene senza alcun effetto legislativo immediato. Il principio secondo cui la forza militare può essere impiegata contro uno Stato sovrano con cui non si è nominalmente in guerra – basato esclusivamente sull’autorità esecutiva – stabilisce un precedente che altre grandi potenze invochino sicuramente per giustificare le proprie future azioni militari.

Parliamo poi della catastrofe umanitaria. Il bilancio di cinque settimane di intensi bombardamenti aerei è stato grave e continua ad aggravarsi. Al 7 aprile 2026, le autorità iraniane hanno segnalato più di 1.900 morti in Iran a causa degli attacchi statunitensi e israeliani, mentre i decessi nell’intero teatro del conflitto – Libano, Iraq, Yemen e Israele – portano il totale a oltre 3.400 vittime. Gli attacchi hanno colpito scuole (il caso più noto è quello della scuola femminile di Minab, nel sud dell’Iran, che ha causato la morte di oltre 170 persone), edifici residenziali, strutture sanitarie, l’Università di Tecnologia Sharif e una sinagoga a Teheran che serve la comunità ebraica iraniana.

Le minacce alle infrastrutture civili ora espresse ai più alti livelli del governo americano aggravano drammaticamente questa preoccupazione. Il 7 aprile 2026, il presidente Trump ha dichiarato sulla sua piattaforma Truth Social che «un’intera civiltà morirà stanotte» – una minaccia esplicita di distruzione della civiltà che, a prescindere dall’iperbole retorica, è stata tradotta in azioni concrete con l’intenzione dichiarata di colpire centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e ponti. Il membro del Congresso Mike Lawler, intervenendo sulla CNN, ha confermato che gli obiettivi presi in considerazione includono «infrastrutture energetiche e civili, comprese strade e ponti». Come ha osservato il direttore senior per la ricerca di Amnesty International, dato che le centrali elettriche soddisfano «i bisogni primari e i mezzi di sussistenza di decine di milioni di civili, attaccarle sarebbe sproporzionato e quindi illegale ai sensi del diritto internazionale umanitario, e potrebbe costituire un crimine di guerra».

Il quadro giuridico applicabile è inequivocabile. L’articolo 54 del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra vieta gli attacchi contro «oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile», includendo esplicitamente generi alimentari, fonti d’acqua e infrastrutture agricole. L’articolo 56 vieta gli attacchi contro «opere e installazioni contenenti forze pericolose» – comprese le centrali elettriche – quando tali attacchi possano causare gravi perdite tra la popolazione civile. Il principio di proporzionalità, codificato nell’articolo 51(5)(b) del Protocollo aggiuntivo I, vieta gli attacchi qualora il danno previsto alla popolazione civile risulti eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto.

L’ex direttore esecutivo di Human Rights Watch Kenneth Roth ha definito la minaccia di Trump di prendere di mira una «intera civiltà» come «una minaccia aperta di punizione collettiva» – vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra – e ha osservato che «attaccare i civili è un crimine di guerra. Lo stesso vale per le minacce volte a terrorizzare la popolazione civile». Sebbene gli Stati non siano parti dei Protocolli aggiuntivi per accettazione universale, gli Stati Uniti sono vincolati dal diritto internazionale umanitario consuetudinario, che riflette gli stessi divieti fondamentali.

La portata degli sfollamenti e dei flussi di rifugiati derivanti dal bombardamento prolungato di un Paese di ottantacinque milioni di persone non è stata ancora quantificata appieno, ma le analogie storiche – la guerra in Iraq ha causato lo sfollamento di oltre quattro milioni di persone; il conflitto siriano ha provocato la più grave crisi dei rifugiati in Europa dalla Seconda guerra mondiale – suggeriscono conseguenze di entità comparabile o superiore. Il relativo isolamento geografico dell’Iran riduce i flussi immediati di rifugiati verso l’Europa, ma i paesi confinanti – Turchia, Iraq, Afghanistan e Pakistan – devono affrontare una forte pressione. Vale la pena notare che i confini dell’Iran con l’Afghanistan e il Pakistan sono già tra i corridoi migratori più trafficati al mondo; gli sfollamenti causati dal conflitto rischiano di aggravare le tensioni umanitarie preesistenti.

Detto in altre parole: Baal è pronto a divorare interi popoli e non ha intenzione di fermarsi davanti a niente di ciò che le varie civiltà di questa umanità hanno prodotto.

E tenete ben presente questo punto: gli Stati Uniti rappresentano, con i loro vassalli, l’Anti-Civiltà. Per parafrasare alcuni commentatori, è il Paese prediletto per l’Anticristo.

La grande trappola

Tutto ciò ci rivela un conflitto caratterizzato da un fondamentale disallineamento tra mezzi militari e fini politici, fra Barbarie (USA e Israele) e Civiltà (Iran).

Gli Stati Uniti sono entrati in questa guerra partendo, apparentemente, dal presupposto che la rimozione di Khamenei e la distruzione delle infrastrutture nucleari avrebbero prodotto un rapido collasso politico o una rivolta popolare di massa – condizioni che avrebbero consentito una rapida risoluzione diplomatica secondo i termini americani. Cinque settimane dopo, nessuna delle due condizioni si è concretizzata. La resilienza istituzionale dell’Iran, la rapida ricostituzione della leadership suprema, l’assenza di defezioni militari significative e la continua capacità dell’IRGC di condurre sofisticate operazioni regionali contraddicono tutte le premesse fondamentali della guerra.

La dinamica di escalation ora in atto riflette la scala dell’escalation, un processo sequenziale in cui ciascuna parte, non riuscendo a ottenere l’obbedienza attraverso l’attuale livello di forza, alza progressivamente la posta in gioco. La progressione di Trump dagli attacchi militari mirati, ai bombardamenti sull’isola di Kharg, alle minacce esplicite contro centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e infrastrutture civili, fino all’invocazione dell’annientamento della civiltà, ripercorre questa scala con scomoda chiarezza. Però la teoria dell’escalation avverte anche che, a un certo punto, gli avversari smettono di rispondere alle punizioni nel modo previsto e raddoppiano invece la loro resistenza.

Il canale diplomatico non è stato completamente chiuso, e questo è un punto a favore per la prospettiva – purtroppo sempre più annebbiata – di una soluzione pacifica. La proposta in dieci punti dell’Iran — che comprende la fine delle ostilità, un protocollo sul passaggio di Hormuz, la revoca delle sanzioni e garanzie di ricostruzione — è stata riconosciuta da Trump come «un passo significativo». L’architettura di mediazione che coinvolge il feldmaresciallo pakistano Asim Munir, il vicepresidente Vance e la leadership parlamentare iraniana rappresenta un canale secondario molto criticato ma potenzialmente funzionante, almeno prendere tempi. Il guaio è che né gli USA né Israele sono affidabili in termini di diplomazia. Nessun accordo è mai stato rispettato, sono due entità nate per essere costantemente in guerra e la loro destinazione finale condivisa è la realizzazione messianica di una egemonia su scala globale. Nessuno dei due, inoltre, ha mai affermato di essere disposto a fare un passo indietro su queste posizioni. Non ci si può aspettare niente di buono da chi conferma, sottoscrive e dimostra con i fatti che la propria volontà è quella di distruggere.

Da parte loro, gli alleati della NATO sono rimasti vistosamente assenti dalla coalizione e Trump ha criticato pubblicamente l’alleanza per la sua mancata partecipazione. Giusto l’Italia ha fatto il proprio sipario di servilismo a Washington. Questo isolamento limita sia le opzioni militari disponibili, sia la leva diplomatica ottenibile, poiché una coalizione multilaterale avrebbe una legittimità di gran lunga maggiore nello spingere l’Iran verso un compromesso.

E quindi?

Tutto quanto detto fino ad ora, ci mette davanti uno scenario gravissimo, forse un punto di non ritorno. Che, però, ha ancora dei punti di domanda aperti molto importanti.

È chiaro che gli USA e Israele debbano essere fermati. Fino a che continueranno ad essere presenti, il mondo non avrà mai pace.

In caso di apertura della fase nucleare del conflitto, niente sarebbe più come prima. Potrebbe generarsi una reazione a catena di bombardamenti in più parti del mondo. È inverosimile che qualcuno attacchi gli USA direttamente, sul proprio territorio, anche in caso di guerra nucleare. La verità è che a nessuno fa comodo una guerra nucleare e nessuno ha sufficiente interesse a salvare un altro Paese mettendo a repentaglio il proprio.

Russia e Cina dovranno prendere una posizione. E non solo diplomatica. Se l’Iran verrà attaccato ulteriormente, staremo a vedere quali trattati, accordi, partenariati avranno ancora validità. Fino ad ora, le due superpotenze hanno dimostrato di tutelare i propri interessi… anche a costo della sovranità ed esistenza dell’Iran.

L’Europa è pronta a sprofondare nella catastrofe energetica, offrendo alle élite l’ennesima occasione per porre sotto controllo, coercizione, lockdown i cittadini, che dovranno scegliere se ribellarsi una volta per tutte o venire violentati nuovamente dai leader. Questa volta ci sarà meno carburante per fuggire e meno energia elettrica per raccontare la prigionia sui social.

L’intero mondo assumerà un aspetto diverso. Tutti i criteri di sicurezza sono saltati, il modo di fare guerra non è più lo stesso e le relazioni internazionali e geoeconomiche muteranno.

Bandiera Bianca

Se il 7 Aprile Trump ha minacciato di divorare un altro mondo, un’altra civiltà, quello che è successo la mattina dell’8 Aprile è un vero miracolo. Oppure no. Gli Stati Uniti d’America si sono ritirati, hanno fatto un passo indietro. Donald Trump ha issato la bandiera bianca. L’Iran ha avuto la meglio.

Durante la notte è stato raggiunto un accordo per una tregua di quattordici giorni tra Stati Uniti e Iran. Le modalità di questo accordo appaiono piuttosto sorprendenti, facendo pensare a una stabilità piuttosto fragile. Come spesso accade, esistono due versioni contrapposte dell’intesa, caratterizzate da narrazioni differenti.

Secondo la versione americana, l’Iran sarebbe stato costretto ad accettare il cessate il fuoco a seguito dei pesanti attacchi del giorno precedente, tra i più intensi dell’intero conflitto. La condizione fondamentale per mantenere la tregua sarebbe l’apertura dello Stretto di Hormuz. Per quanto riguarda invece una possibile evoluzione verso la pace, Trump ha dichiarato che i dieci punti avanzati dall’Iran rappresentano una base negoziale su cui si può lavorare.

La versione iraniana è invece molto diversa: secondo Teheran, Stati Uniti e Israele sarebbero stati obbligati, a causa della forte resistenza iraniana, ad accettare un accordo che configurerebbe una chiara sconfitta per loro. A sostegno di questa interpretazione viene citata proprio l’apertura americana verso i dieci punti proposti dall’Iran.

Se si analizzano questi dieci punti, nel caso in cui costituissero l’esito finale di un accordo di pace, sarebbe difficile non dare peso alla lettura iraniana. I punti prevedono:

  1. Un impegno concreto degli Stati Uniti a garantire la non aggressione
  2. Il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz
  3. Il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio
  4. La revoca di tutte le sanzioni primarie
  5. La revoca di tutte le sanzioni secondarie
  6. L’annullamento delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
  7. L’annullamento delle decisioni del Board of Governors e lo sblocco dei fondi iraniani
  8. Il pagamento di un risarcimento all’Iran per i danni subiti
  9. Il ritiro di tutte le forze militari statunitensi dalla regione
  10. La cessazione delle ostilità su tutti i fronti, inclusa la lotta contro la resistenza islamica in Libano

Non è detto che il periodo di due settimane richiesto per trovare un accordo di pace (questo è solo un cessate-il-fuoco, non dimentichiamocelo) sarà rispettato, e ciò vale da entrambe le parti.

Cosa ne sarà del domani, è una incognita colma di terrore. Quel che sappiamo è che vedremo il popolo iraniano dare un esempio al mondo intero di cosa significano coraggio e dignità. Nessuna delle due parole sarà annoverabile nel medagliere americano.

Trump, il Divoratore di Mondi

Quello che è successo la mattina dell’8 aprile è un vero miracolo. O forse no.

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“Questa notte un’intera civiltà verrà spazzata via.” – Donald J. Trump su Truth Social, 7 Aprile 2026

L’articolo potrebbe fermarsi qui, ma il senso di dovere che ci spinge a raccontare i fatti del mondo, ci impone di descrivere dettagliatamente lo scenario che sta per presentarsi.

Laddove Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, davanti ad una sconfitta epocale ha minacciato di distruggere la millenaria civiltà iraniana, per favore scordatevi i Nobel per la Pace e i Board da miliardari che bevono cocktail davanti ai genocidi. Non possiamo che attribuirgli il titolo di “Divoratore di Mondi”, l’unico che si dovrà ricordare nei libri di Storia. Ammesso che da domani ve ne possa essere ancora una.

Dal 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti assieme a Israele hanno condotto una campagna aerea intensa e prolungata contro le infrastrutture militari, governative e, in misura crescente, civile. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno preso di mira impianti nucleari, strutture di comando dell’IRGC, bunker di stoccaggio missilistico, risorse navali, ma anche scuole, università, aree residenziali e siti culturali. Nonostante la portata e l’intensità di questa campagna, gli obiettivi politici dell’operazione – definiti da Washington come il cambio di regime e la normalizzazione dello Stretto di Hormuz – rimangono irrealizzati.

L’apparato di governo iraniano ha dimostrato una capacità di adattamento istituzionale che i teorici dei bombardamenti strategici spesso sottovalutano: la successione alla leadership è stata rapida e l’IRGC ha continuato a condurre le operazioni con conclamata efficacia.

Un fallimento dopo l’altro – ed con un forte contrattacco informativo attraverso i media globali da parte dell’Iran – gli USA, che dapprima si erano detto “protettori” dell’Iran dalla furia distruttrice di Israele, ora confermano e annunciano una operazione via terra contro l’Iran.

Il punto focale di una potenziale escalation terrestre è l’isola di Kharg, una piccola isola corallina nel Golfo Persico settentrionale che funge da centro nevralgico dell’economia iraniana di esportazione del petrolio, gestendo circa il novanta per cento delle esportazioni di greggio del Paese. Gli Stati Uniti hanno condotto due importanti raid aerei contro le installazioni militari dell’isola di Kharg – il 13 marzo e nuovamente il 7 aprile 2026 – distruggendo depositi di mine navali, bunker missilistici e sistemi di difesa aerea, risparmiando deliberatamente le infrastrutture petrolifere. L’amministrazione Trump ha apertamente ammesso di aver valutato se conquistare l’isola con le forze di terra.

Alti funzionari dell’amministrazione hanno affermato che «se per raggiungere l’obiettivo sarà necessario conquistare l’isola di Kharg, ciò avverrà», sottolineando al contempo che non era stata presa alcuna decisione definitiva. Il dispiegamento di circa 5.000 marines e marinai nel Golfo Persico, seguito dalle notizie relative all’invio nella regione di 3.000 paracadutisti della 82ª Divisione aviotrasportata, ha conferito una credibilità concreta a tali deliberazioni. Il Pentagono ha definito questo rafforzamento militare uno strumento di pressione coercitiva, ma i preparativi operativi – compresi gli attacchi preliminari volti a indebolire le difese iraniane sull’isola – sono coerenti con la pianificazione di un assalto anfibio o aviotrasportato.

Tuttavia, la logica strategica di un’operazione del genere è contestata persino all’interno dell’establishment della sicurezza nazionale americana. Come precedentemente trattato in un articolo dedicato,  la conquista dell’isola di Kharg non risolverebbe, di per sé, la morsa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz. L’Iran potrebbe continuare a intercettare il traffico marittimo da altre isole – Qeshm, Hengam e il trio costituito da Abu Musa e dalle isole Tunb Maggiore e Minore – utilizzando al contempo la sua “flotta di zanzare”, composta da piccole imbarcazioni d’assalto, per minacciare qualsiasi rifornimento delle truppe americane posizionate sull’isola. L’Iran ha inoltre fortificato le coste dell’isola con mine antiuomo e anticarro in previsione di uno sbarco anfibio, creando le condizioni per perdite americane potenzialmente significative.

L’ammiraglio in pensione James Stavridis, ex Comandante Supremo Alleato della NATO, ha sintetizzato in modo conciso il rischio operativo: è probabile che le forze iraniane «facciano tutto il possibile per infliggere il massimo numero di perdite alle forze statunitensi sia sulle navi in mare, sia soprattutto una volta che le truppe di terra si trovino in qualsiasi punto del loro territorio sovrano». Gli alleati del Golfo hanno espresso in privato la stessa preoccupazione, avvertendo che un’occupazione di Kharg provocherebbe una rappresaglia iraniana contro le infrastrutture energetiche regionali e potrebbe prolungare il conflitto a tempo indeterminato.

Inserita nella grande strategia degli Stati Uniti, la prevista operazione di terra rappresenta un allontanamento dalla preferenza inizialmente dichiarata dall’amministrazione per una campagna rapida e a basso impatto. La Blitzkrieg tanto sbandierata non è mai stata tale. L’assenza di uno stato finale politico definito – come sarebbe l’Iran nel dopoguerra, chi lo governerebbe e con quali garanzie di sicurezza – costituisce inoltre un fallimento sistemico della pianificazione strategica che rispecchia le catastrofiche carenze di pianificazione postbellica osservate nell’invasione dell’Iraq del 2003.

Dottrina del fallimento militare

Sul piano strettamente dottrinale, il concetto operativo alla base della fase iniziale della campagna iraniana del 2026 porta i tratti distintivi di ciò che i teorici militari definiscono «operazioni rapide e decisive» (RDO): l’applicazione di una forza schiacciante nei centri nevralgici strategici per frantumare la volontà e la capacità di resistenza dell’avversario prima che possa organizzare una difesa coerente. Questo approccio trae la propria discendenza intellettuale sia dalla dottrina dello “shock and awe” impiegata nell’invasione dell’Iraq del 2003, sia dalla campagna aerea strategica della Guerra del Golfo del 1991. L’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, la distruzione simultanea delle infrastrutture nucleari e il targeting dei comandanti di alto rango dell’IRGC nelle prime ore della campagna riflettono tutti l’intento di decapitare il processo decisionale iraniano e produrre una rapida disintegrazione politica.

Il confronto con casi storici è istruttivo. Nella campagna del Kosovo del 1999, la campagna aerea della NATO durata settantotto giorni contro la Repubblica Federale di Jugoslavia costrinse infine Slobodan Milosevic ad accettare le condizioni politiche della NATO, ma solo dopo un bombardamento prolungato di infrastrutture a duplice uso e civili, una notevole pressione internazionale e la minaccia credibile di un’invasione terrestre. Nel 2003, il rapido crollo dell’esercito convenzionale di Saddam Hussein in meno di tre settimane sembrò confermare la validità del concetto di RDO; tuttavia, l’assenza di una pianificazione post-conflitto rivelò rapidamente che la vittoria militare e la stabilizzazione politica sono obiettivi analiticamente e praticamente distinti.

L’Iran del 2026, però, si è dimostrato un obiettivo più resiliente sia della Jugoslavia del 1999 che dell’Iraq baathista del 2003, per diverse ragioni strutturali. In primo luogo, l’architettura di governo della Repubblica Islamica è decentralizzata e possiede una ridondanza deliberata; la rapida nomina di un nuovo Leader Supremo a pochi giorni dall’assassinio di Khamenei ha dimostrato profondità istituzionale piuttosto che fragilità. In secondo luogo, l’IRGC – che opera non solo come forza militare ma anche come istituzione politica, economica e ideologica – mantiene una coesione interna e una legittimità popolare rafforzate, paradossalmente, proprio dall’atto stesso di aggressione straniera. In terzo luogo, la geografia fisica dell’Iran – un paese di 1,6 milioni di chilometri quadrati con un territorio montuoso e centri abitati dispersi – è intrinsecamente resistente alla coercizione incentrata sulla potenza aerea in modi che un paese piccolo e densamente popolato come il Kosovo non è.

I limiti della superiorità tecnologica nella guerra asimmetrica sono ulteriormente messi in luce dalla contromossa strategica dell’Iran: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Esercitando questa singola leva di potere asimmetrico, l’Iran ha imposto costi economici globali – un aumento del cinquanta per cento dei prezzi del greggio – che superano di gran lunga qualsiasi guadagno politico che gli Stati Uniti abbiano tratto da cinque settimane di bombardamenti. Questo è un esempio da manuale di ciò che si definisce una strategia di «negazione» piuttosto che di «punizione»: anziché accettare il dolore inflitto, l’Iran ha riorientato il calcolo strategico esercitando i propri strumenti di coercizione. Gli Stati Uniti, che sono entrati in questo conflitto con un dominio dell’escalation nel dominio cinetico, si trovano in una spirale di escalation in cui l’Iran mantiene una leva significativa.

L’ammissione esplicita del presidente Trump secondo cui l’Iran sembra negoziare «in buona fede» mentre contemporaneamente minaccia di «spazzare via» l’intero Paese in una sola notte coglie la natura contraddittoria e sempre più improvvisata della strategia americana. Il ciclo degli ultimatum – molteplici scadenze «finali» trascorse senza che le conseguenze minacciate siano state pienamente applicate – ha eroso la credibilità coercitiva, una dinamica che i teorici della coercizione identificano come una delle più pericolose nella diplomazia coercitiva.

Il problema  è che nessuna, ma proprio nessuna affermazione di Trump è affidabile. Nel corso di ogni conferenza stampa che ha tenuto dal 28 febbraio ad oggi (ed anche prima, ma concentriamoci su questo specifico periodo), Trump ha affermato e negato più volte una serie di argomenti all’interno degli stessi discorsi. Un qualsiasi scienziato della mente non esiterebbe a parlare di disturbo bipolare o di schizofrenia. Un metodo che è certamente utile a confondere il nemico e mandare nel panico l’opinione pubblica di mezzo mondo, ma altrettanto un serio problema per la salute degli USA e il loro futuro – ma di questo se ne dovrebbero occupare gli americani.

Quello che sappiamo è che, ad oggi, la strategia americana è stata una disastro. O c’è un problema di dottrina, o c’è un problema nella catena di comando, o semplicemente c’è da riconoscere che l’Iran fino ad oggi ha avuto la meglio su USA e Israele, dimostrando di tenere testa ad una super potenza nucleare ed una potenza nucleare.

Guerra regionale dal sapore globale

Questa folle guerra ha rapidamente assunto il carattere di un conflitto regionalizzato, con la strategia di ritorsione dell’Iran che si estende ben oltre gli attacchi diretti contro obiettivi israeliani e americani. Il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno tutti attivato i propri sistemi di difesa aerea per intercettare missili e droni iraniani. L’Iran ha colpito infrastrutture energetiche lungo il litorale del Golfo, ha preso di mira la sede della Kuwait Petroleum Corporation e ha dispiegato sciami di droni contro città israeliane, uccidendo almeno quattro persone in un solo attacco ad Haifa il 6 aprile 2026. Il Libano, trascinato nuovamente nel conflitto da Israele nonostante i fragili accordi di cessate il fuoco della fine del 2024, ha subito più di 1.400 vittime in pochi giorni.

Gli Stati del Golfo si trovano in una posizione strutturalmente paradossale. Da un lato, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti considerano da tempo l’egemonia regionale iraniana come una minaccia esistenziale e hanno accolto con favore gli obiettivi strategici della campagna americana. Dall’altro lato, il protrarsi del conflitto – e in particolare la prospettiva di una rappresaglia iraniana contro le infrastrutture energetiche del Golfo – pone gravi rischi alle loro stesse fondamenta economiche. Il consigliere diplomatico degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, ha espresso esplicitamente questa tensione: qualsiasi accordo deve garantire l’accesso a Hormuz, affrontare il programma missilistico balistico dell’Iran e «affrontare la causa principale dell’instabilità» — ma gli Stati del Golfo hanno esortato in privato Washington a non procedere a un’invasione terrestre di Kharg proprio perché temono le conseguenze di una ritorsione.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% dell’approvvigionamento mondiale di petrolio in tempo di pace, è diventato il teatro centrale della contesa strategica in questo conflitto. L’efficace blocco dell’Iran – che consente il passaggio selettivo mentre estrae ciò che gli analisti descrivono come pedaggi presso l’isola di Bandar Abbas – ha già fatto salire i prezzi del greggio da circa 73 dollari al barile all’inizio della guerra a oltre 109 dollari al barile all’inizio di aprile 2026, con un aumento superiore al cinquanta per cento. Il Council on Foreign Relations ha definito lo stretto come il punto nevralgico per «quasi un quinto dell’approvvigionamento mondiale di petrolio e gas naturale», rendendo la sua interruzione un evento dalle conseguenze economiche globali sistemiche.

I precedenti storici fanno riflettere. L’embargo petrolifero arabo del 1973, che provocò un quadruplicarsi dei prezzi del petrolio, contribuì direttamente a un decennio di stagflazione nelle economie occidentali. L’interruzione dei mercati petroliferi causata dalla Rivoluzione iraniana del 1979 ha contribuito a un secondo shock dei prezzi di portata simile. L’interruzione del 2026, che si verifica in un’economia globale già sotto pressione inflazionistica a causa degli squilibri strutturali post-pandemici e dei precedenti shock tariffari, rischia di produrre un danno macroeconomico paragonabile o superiore. Le catene di approvvigionamento che dipendono dal greggio del Golfo Persico – Europa, Asia meridionale, Asia orientale e in particolare la Cina, che importa dall’Iran circa l’undici per cento del proprio petrolio via mare – si trovano ad affrontare una grave crisi. Il Fondo Monetario Internazionale, secondo i modelli convenzionali, prevederebbe revisioni della crescita di entità significativa in caso di perturbazioni prolungate di questa portata.

Il calcolo strategico dell’Iran nel mantenere il blocco riflette una comprensione sofisticata di questa asimmetria. Lo Stretto di Hormuz rappresenta «la più grande leva strategica che l’Iran possiede sugli Stati Uniti e sui loro alleati», proprio perché consente a una potenza più debole di imporre costi sproporzionati al sistema globale.

Finché l’Iran manterrà questa leva – e la minaccia credibile di applicarla – un accordo alle sole condizioni americane è strutturalmente improbabile. È molto realistico, invero, che le monarchie del petrolio cambieranno completamente la loro forma, e ciò sarebbe sensato sia pere gli USA, sia per l’Iran, che inevitabilmente dovrà affermarsi come potenza regolatrice e leader della regione. O così, o guerra fino all’ultimo petroldollaro rimasto.

Erosione delle norme internazionali

Tutto ciò non sta avvenendo in un vuoto geopolitico. La Cina, che importa ingenti volumi di greggio iraniano e ha investito strategicamente in Iran nell’ambito del Partenariato strategico globale del 2021, ha un interesse concreto e immediato nella risoluzione del conflitto. Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha pubblicamente invocato il dialogo e la necessità di «spegnere le fiamme della guerra», muovendosi al contempo per attenuare l’impatto sui prezzi interni dei carburanti in risposta allo shock dell’offerta.

La questione strutturale che molti hanno sottolineato è se la Cina andrà oltre il posizionamento già attuato per fornire un sostegno concreto all’Iran – sotto forma di condivisione di intelligence, ostruzionismo diplomatico in seno al Consiglio di Sicurezza o assistenza economica indiretta a sostegno dello sforzo bellico iraniano –, vale a dire con un sostegno militare diretto. Ciò è inverosimile, almeno ad oggi, perché la Cina non combatte guerre dirette, preferendo una vittoria “in anticipo” su ogni battaglia che intraprende, nel rispetto dei principi del confucianesimo e dell’insegnamento di Sun Tzu che insegnava “Prima di combattere una guerra, assicurati di averla già vinta”.

La Russia, il cui partenariato strategico con l’Iran si è approfondito dopo la Operazione Militare Speciale in Ucraina del 2022, si trova di fronte a considerazioni analoghe. Mosca ha un evidente interesse a vedere le risorse militari e finanziarie americane consumate in un conflitto mediorientale e ha storicamente fornito all’Iran sistemi di difesa aerea – alcuni dei quali hanno già dimostrato la capacità di minacciare gli aerei americani, come dimostra l’abbattimento di almeno un F-15E. Il carattere multi-fronte degli impegni strategici americani – Ucraina, Taiwan e ora Iran – è proprio il tipo di sovraccarico simultaneo che i documenti strategici congiunti di Russia e Cina hanno identificato come obiettivo. Da una prospettiva strutturalista realista, le condizioni per un comportamento opportunistico delle grandi potenze sono presenti.

La distruzione dell’infrastruttura nucleare iraniana – celebrata dal primo ministro israeliano Netanyahu come l’eliminazione di «due minacce esistenziali» – ha raggiunto l’obiettivo immediato di rallentare il programma di arricchimento dell’Iran, è vero, ma le conseguenze strategiche per le norme di non proliferazione nucleare potrebbero rivelarsi profondamente controproducenti. La lezione che gli Stati dell’Asse della Resistenza e non solo trarranno probabilmente è che solo il possesso di una deterrenza nucleare operativa garantisce la sovranità contro un attacco americano (e israeliano).

Il proseguimento dello sviluppo nucleare della Corea del Nord e qualsiasi comportamento di copertura da parte degli Stati confinanti con l’Iran saranno probabilmente rafforzati dalla dimostrazione che gli Stati non nucleari – anche quelli impegnati in attive trattative diplomatiche, come lo era l’Iran il 28 febbraio 2026 quando sono iniziati gli attacchi – non sono protetti da azioni militari mirate contro il regime.

Più in generale, il conflitto rappresenta una significativa accelerazione di ciò che gli studiosi hanno definito «l’erosione dell’ordine internazionale liberale». La campagna americana è stata lanciata senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e senza una dichiarazione di guerra del Congresso – un’anomalia costituzionale e di diritto internazionale che i membri democratici del Congresso hanno contestato con vigore, sebbene senza alcun effetto legislativo immediato. Il principio secondo cui la forza militare può essere impiegata contro uno Stato sovrano con cui non si è nominalmente in guerra – basato esclusivamente sull’autorità esecutiva – stabilisce un precedente che altre grandi potenze invochino sicuramente per giustificare le proprie future azioni militari.

Parliamo poi della catastrofe umanitaria. Il bilancio di cinque settimane di intensi bombardamenti aerei è stato grave e continua ad aggravarsi. Al 7 aprile 2026, le autorità iraniane hanno segnalato più di 1.900 morti in Iran a causa degli attacchi statunitensi e israeliani, mentre i decessi nell’intero teatro del conflitto – Libano, Iraq, Yemen e Israele – portano il totale a oltre 3.400 vittime. Gli attacchi hanno colpito scuole (il caso più noto è quello della scuola femminile di Minab, nel sud dell’Iran, che ha causato la morte di oltre 170 persone), edifici residenziali, strutture sanitarie, l’Università di Tecnologia Sharif e una sinagoga a Teheran che serve la comunità ebraica iraniana.

Le minacce alle infrastrutture civili ora espresse ai più alti livelli del governo americano aggravano drammaticamente questa preoccupazione. Il 7 aprile 2026, il presidente Trump ha dichiarato sulla sua piattaforma Truth Social che «un’intera civiltà morirà stanotte» – una minaccia esplicita di distruzione della civiltà che, a prescindere dall’iperbole retorica, è stata tradotta in azioni concrete con l’intenzione dichiarata di colpire centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e ponti. Il membro del Congresso Mike Lawler, intervenendo sulla CNN, ha confermato che gli obiettivi presi in considerazione includono «infrastrutture energetiche e civili, comprese strade e ponti». Come ha osservato il direttore senior per la ricerca di Amnesty International, dato che le centrali elettriche soddisfano «i bisogni primari e i mezzi di sussistenza di decine di milioni di civili, attaccarle sarebbe sproporzionato e quindi illegale ai sensi del diritto internazionale umanitario, e potrebbe costituire un crimine di guerra».

Il quadro giuridico applicabile è inequivocabile. L’articolo 54 del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra vieta gli attacchi contro «oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile», includendo esplicitamente generi alimentari, fonti d’acqua e infrastrutture agricole. L’articolo 56 vieta gli attacchi contro «opere e installazioni contenenti forze pericolose» – comprese le centrali elettriche – quando tali attacchi possano causare gravi perdite tra la popolazione civile. Il principio di proporzionalità, codificato nell’articolo 51(5)(b) del Protocollo aggiuntivo I, vieta gli attacchi qualora il danno previsto alla popolazione civile risulti eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto.

L’ex direttore esecutivo di Human Rights Watch Kenneth Roth ha definito la minaccia di Trump di prendere di mira una «intera civiltà» come «una minaccia aperta di punizione collettiva» – vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra – e ha osservato che «attaccare i civili è un crimine di guerra. Lo stesso vale per le minacce volte a terrorizzare la popolazione civile». Sebbene gli Stati non siano parti dei Protocolli aggiuntivi per accettazione universale, gli Stati Uniti sono vincolati dal diritto internazionale umanitario consuetudinario, che riflette gli stessi divieti fondamentali.

La portata degli sfollamenti e dei flussi di rifugiati derivanti dal bombardamento prolungato di un Paese di ottantacinque milioni di persone non è stata ancora quantificata appieno, ma le analogie storiche – la guerra in Iraq ha causato lo sfollamento di oltre quattro milioni di persone; il conflitto siriano ha provocato la più grave crisi dei rifugiati in Europa dalla Seconda guerra mondiale – suggeriscono conseguenze di entità comparabile o superiore. Il relativo isolamento geografico dell’Iran riduce i flussi immediati di rifugiati verso l’Europa, ma i paesi confinanti – Turchia, Iraq, Afghanistan e Pakistan – devono affrontare una forte pressione. Vale la pena notare che i confini dell’Iran con l’Afghanistan e il Pakistan sono già tra i corridoi migratori più trafficati al mondo; gli sfollamenti causati dal conflitto rischiano di aggravare le tensioni umanitarie preesistenti.

Detto in altre parole: Baal è pronto a divorare interi popoli e non ha intenzione di fermarsi davanti a niente di ciò che le varie civiltà di questa umanità hanno prodotto.

E tenete ben presente questo punto: gli Stati Uniti rappresentano, con i loro vassalli, l’Anti-Civiltà. Per parafrasare alcuni commentatori, è il Paese prediletto per l’Anticristo.

La grande trappola

Tutto ciò ci rivela un conflitto caratterizzato da un fondamentale disallineamento tra mezzi militari e fini politici, fra Barbarie (USA e Israele) e Civiltà (Iran).

Gli Stati Uniti sono entrati in questa guerra partendo, apparentemente, dal presupposto che la rimozione di Khamenei e la distruzione delle infrastrutture nucleari avrebbero prodotto un rapido collasso politico o una rivolta popolare di massa – condizioni che avrebbero consentito una rapida risoluzione diplomatica secondo i termini americani. Cinque settimane dopo, nessuna delle due condizioni si è concretizzata. La resilienza istituzionale dell’Iran, la rapida ricostituzione della leadership suprema, l’assenza di defezioni militari significative e la continua capacità dell’IRGC di condurre sofisticate operazioni regionali contraddicono tutte le premesse fondamentali della guerra.

La dinamica di escalation ora in atto riflette la scala dell’escalation, un processo sequenziale in cui ciascuna parte, non riuscendo a ottenere l’obbedienza attraverso l’attuale livello di forza, alza progressivamente la posta in gioco. La progressione di Trump dagli attacchi militari mirati, ai bombardamenti sull’isola di Kharg, alle minacce esplicite contro centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e infrastrutture civili, fino all’invocazione dell’annientamento della civiltà, ripercorre questa scala con scomoda chiarezza. Però la teoria dell’escalation avverte anche che, a un certo punto, gli avversari smettono di rispondere alle punizioni nel modo previsto e raddoppiano invece la loro resistenza.

Il canale diplomatico non è stato completamente chiuso, e questo è un punto a favore per la prospettiva – purtroppo sempre più annebbiata – di una soluzione pacifica. La proposta in dieci punti dell’Iran — che comprende la fine delle ostilità, un protocollo sul passaggio di Hormuz, la revoca delle sanzioni e garanzie di ricostruzione — è stata riconosciuta da Trump come «un passo significativo». L’architettura di mediazione che coinvolge il feldmaresciallo pakistano Asim Munir, il vicepresidente Vance e la leadership parlamentare iraniana rappresenta un canale secondario molto criticato ma potenzialmente funzionante, almeno prendere tempi. Il guaio è che né gli USA né Israele sono affidabili in termini di diplomazia. Nessun accordo è mai stato rispettato, sono due entità nate per essere costantemente in guerra e la loro destinazione finale condivisa è la realizzazione messianica di una egemonia su scala globale. Nessuno dei due, inoltre, ha mai affermato di essere disposto a fare un passo indietro su queste posizioni. Non ci si può aspettare niente di buono da chi conferma, sottoscrive e dimostra con i fatti che la propria volontà è quella di distruggere.

Da parte loro, gli alleati della NATO sono rimasti vistosamente assenti dalla coalizione e Trump ha criticato pubblicamente l’alleanza per la sua mancata partecipazione. Giusto l’Italia ha fatto il proprio sipario di servilismo a Washington. Questo isolamento limita sia le opzioni militari disponibili, sia la leva diplomatica ottenibile, poiché una coalizione multilaterale avrebbe una legittimità di gran lunga maggiore nello spingere l’Iran verso un compromesso.

E quindi?

Tutto quanto detto fino ad ora, ci mette davanti uno scenario gravissimo, forse un punto di non ritorno. Che, però, ha ancora dei punti di domanda aperti molto importanti.

È chiaro che gli USA e Israele debbano essere fermati. Fino a che continueranno ad essere presenti, il mondo non avrà mai pace.

In caso di apertura della fase nucleare del conflitto, niente sarebbe più come prima. Potrebbe generarsi una reazione a catena di bombardamenti in più parti del mondo. È inverosimile che qualcuno attacchi gli USA direttamente, sul proprio territorio, anche in caso di guerra nucleare. La verità è che a nessuno fa comodo una guerra nucleare e nessuno ha sufficiente interesse a salvare un altro Paese mettendo a repentaglio il proprio.

Russia e Cina dovranno prendere una posizione. E non solo diplomatica. Se l’Iran verrà attaccato ulteriormente, staremo a vedere quali trattati, accordi, partenariati avranno ancora validità. Fino ad ora, le due superpotenze hanno dimostrato di tutelare i propri interessi… anche a costo della sovranità ed esistenza dell’Iran.

L’Europa è pronta a sprofondare nella catastrofe energetica, offrendo alle élite l’ennesima occasione per porre sotto controllo, coercizione, lockdown i cittadini, che dovranno scegliere se ribellarsi una volta per tutte o venire violentati nuovamente dai leader. Questa volta ci sarà meno carburante per fuggire e meno energia elettrica per raccontare la prigionia sui social.

L’intero mondo assumerà un aspetto diverso. Tutti i criteri di sicurezza sono saltati, il modo di fare guerra non è più lo stesso e le relazioni internazionali e geoeconomiche muteranno.

Bandiera Bianca

Se il 7 Aprile Trump ha minacciato di divorare un altro mondo, un’altra civiltà, quello che è successo la mattina dell’8 Aprile è un vero miracolo. Oppure no. Gli Stati Uniti d’America si sono ritirati, hanno fatto un passo indietro. Donald Trump ha issato la bandiera bianca. L’Iran ha avuto la meglio.

Durante la notte è stato raggiunto un accordo per una tregua di quattordici giorni tra Stati Uniti e Iran. Le modalità di questo accordo appaiono piuttosto sorprendenti, facendo pensare a una stabilità piuttosto fragile. Come spesso accade, esistono due versioni contrapposte dell’intesa, caratterizzate da narrazioni differenti.

Secondo la versione americana, l’Iran sarebbe stato costretto ad accettare il cessate il fuoco a seguito dei pesanti attacchi del giorno precedente, tra i più intensi dell’intero conflitto. La condizione fondamentale per mantenere la tregua sarebbe l’apertura dello Stretto di Hormuz. Per quanto riguarda invece una possibile evoluzione verso la pace, Trump ha dichiarato che i dieci punti avanzati dall’Iran rappresentano una base negoziale su cui si può lavorare.

La versione iraniana è invece molto diversa: secondo Teheran, Stati Uniti e Israele sarebbero stati obbligati, a causa della forte resistenza iraniana, ad accettare un accordo che configurerebbe una chiara sconfitta per loro. A sostegno di questa interpretazione viene citata proprio l’apertura americana verso i dieci punti proposti dall’Iran.

Se si analizzano questi dieci punti, nel caso in cui costituissero l’esito finale di un accordo di pace, sarebbe difficile non dare peso alla lettura iraniana. I punti prevedono:

  1. Un impegno concreto degli Stati Uniti a garantire la non aggressione
  2. Il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz
  3. Il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio
  4. La revoca di tutte le sanzioni primarie
  5. La revoca di tutte le sanzioni secondarie
  6. L’annullamento delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
  7. L’annullamento delle decisioni del Board of Governors e lo sblocco dei fondi iraniani
  8. Il pagamento di un risarcimento all’Iran per i danni subiti
  9. Il ritiro di tutte le forze militari statunitensi dalla regione
  10. La cessazione delle ostilità su tutti i fronti, inclusa la lotta contro la resistenza islamica in Libano

Non è detto che il periodo di due settimane richiesto per trovare un accordo di pace (questo è solo un cessate-il-fuoco, non dimentichiamocelo) sarà rispettato, e ciò vale da entrambe le parti.

Cosa ne sarà del domani, è una incognita colma di terrore. Quel che sappiamo è che vedremo il popolo iraniano dare un esempio al mondo intero di cosa significano coraggio e dignità. Nessuna delle due parole sarà annoverabile nel medagliere americano.

Quello che è successo la mattina dell’8 aprile è un vero miracolo. O forse no.

Follia-via-terra

“Questa notte un’intera civiltà verrà spazzata via.” – Donald J. Trump su Truth Social, 7 Aprile 2026

L’articolo potrebbe fermarsi qui, ma il senso di dovere che ci spinge a raccontare i fatti del mondo, ci impone di descrivere dettagliatamente lo scenario che sta per presentarsi.

Laddove Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, davanti ad una sconfitta epocale ha minacciato di distruggere la millenaria civiltà iraniana, per favore scordatevi i Nobel per la Pace e i Board da miliardari che bevono cocktail davanti ai genocidi. Non possiamo che attribuirgli il titolo di “Divoratore di Mondi”, l’unico che si dovrà ricordare nei libri di Storia. Ammesso che da domani ve ne possa essere ancora una.

Dal 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti assieme a Israele hanno condotto una campagna aerea intensa e prolungata contro le infrastrutture militari, governative e, in misura crescente, civile. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno preso di mira impianti nucleari, strutture di comando dell’IRGC, bunker di stoccaggio missilistico, risorse navali, ma anche scuole, università, aree residenziali e siti culturali. Nonostante la portata e l’intensità di questa campagna, gli obiettivi politici dell’operazione – definiti da Washington come il cambio di regime e la normalizzazione dello Stretto di Hormuz – rimangono irrealizzati.

L’apparato di governo iraniano ha dimostrato una capacità di adattamento istituzionale che i teorici dei bombardamenti strategici spesso sottovalutano: la successione alla leadership è stata rapida e l’IRGC ha continuato a condurre le operazioni con conclamata efficacia.

Un fallimento dopo l’altro – ed con un forte contrattacco informativo attraverso i media globali da parte dell’Iran – gli USA, che dapprima si erano detto “protettori” dell’Iran dalla furia distruttrice di Israele, ora confermano e annunciano una operazione via terra contro l’Iran.

Il punto focale di una potenziale escalation terrestre è l’isola di Kharg, una piccola isola corallina nel Golfo Persico settentrionale che funge da centro nevralgico dell’economia iraniana di esportazione del petrolio, gestendo circa il novanta per cento delle esportazioni di greggio del Paese. Gli Stati Uniti hanno condotto due importanti raid aerei contro le installazioni militari dell’isola di Kharg – il 13 marzo e nuovamente il 7 aprile 2026 – distruggendo depositi di mine navali, bunker missilistici e sistemi di difesa aerea, risparmiando deliberatamente le infrastrutture petrolifere. L’amministrazione Trump ha apertamente ammesso di aver valutato se conquistare l’isola con le forze di terra.

Alti funzionari dell’amministrazione hanno affermato che «se per raggiungere l’obiettivo sarà necessario conquistare l’isola di Kharg, ciò avverrà», sottolineando al contempo che non era stata presa alcuna decisione definitiva. Il dispiegamento di circa 5.000 marines e marinai nel Golfo Persico, seguito dalle notizie relative all’invio nella regione di 3.000 paracadutisti della 82ª Divisione aviotrasportata, ha conferito una credibilità concreta a tali deliberazioni. Il Pentagono ha definito questo rafforzamento militare uno strumento di pressione coercitiva, ma i preparativi operativi – compresi gli attacchi preliminari volti a indebolire le difese iraniane sull’isola – sono coerenti con la pianificazione di un assalto anfibio o aviotrasportato.

Tuttavia, la logica strategica di un’operazione del genere è contestata persino all’interno dell’establishment della sicurezza nazionale americana. Come precedentemente trattato in un articolo dedicato,  la conquista dell’isola di Kharg non risolverebbe, di per sé, la morsa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz. L’Iran potrebbe continuare a intercettare il traffico marittimo da altre isole – Qeshm, Hengam e il trio costituito da Abu Musa e dalle isole Tunb Maggiore e Minore – utilizzando al contempo la sua “flotta di zanzare”, composta da piccole imbarcazioni d’assalto, per minacciare qualsiasi rifornimento delle truppe americane posizionate sull’isola. L’Iran ha inoltre fortificato le coste dell’isola con mine antiuomo e anticarro in previsione di uno sbarco anfibio, creando le condizioni per perdite americane potenzialmente significative.

L’ammiraglio in pensione James Stavridis, ex Comandante Supremo Alleato della NATO, ha sintetizzato in modo conciso il rischio operativo: è probabile che le forze iraniane «facciano tutto il possibile per infliggere il massimo numero di perdite alle forze statunitensi sia sulle navi in mare, sia soprattutto una volta che le truppe di terra si trovino in qualsiasi punto del loro territorio sovrano». Gli alleati del Golfo hanno espresso in privato la stessa preoccupazione, avvertendo che un’occupazione di Kharg provocherebbe una rappresaglia iraniana contro le infrastrutture energetiche regionali e potrebbe prolungare il conflitto a tempo indeterminato.

Inserita nella grande strategia degli Stati Uniti, la prevista operazione di terra rappresenta un allontanamento dalla preferenza inizialmente dichiarata dall’amministrazione per una campagna rapida e a basso impatto. La Blitzkrieg tanto sbandierata non è mai stata tale. L’assenza di uno stato finale politico definito – come sarebbe l’Iran nel dopoguerra, chi lo governerebbe e con quali garanzie di sicurezza – costituisce inoltre un fallimento sistemico della pianificazione strategica che rispecchia le catastrofiche carenze di pianificazione postbellica osservate nell’invasione dell’Iraq del 2003.

Dottrina del fallimento militare

Sul piano strettamente dottrinale, il concetto operativo alla base della fase iniziale della campagna iraniana del 2026 porta i tratti distintivi di ciò che i teorici militari definiscono «operazioni rapide e decisive» (RDO): l’applicazione di una forza schiacciante nei centri nevralgici strategici per frantumare la volontà e la capacità di resistenza dell’avversario prima che possa organizzare una difesa coerente. Questo approccio trae la propria discendenza intellettuale sia dalla dottrina dello “shock and awe” impiegata nell’invasione dell’Iraq del 2003, sia dalla campagna aerea strategica della Guerra del Golfo del 1991. L’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, la distruzione simultanea delle infrastrutture nucleari e il targeting dei comandanti di alto rango dell’IRGC nelle prime ore della campagna riflettono tutti l’intento di decapitare il processo decisionale iraniano e produrre una rapida disintegrazione politica.

Il confronto con casi storici è istruttivo. Nella campagna del Kosovo del 1999, la campagna aerea della NATO durata settantotto giorni contro la Repubblica Federale di Jugoslavia costrinse infine Slobodan Milosevic ad accettare le condizioni politiche della NATO, ma solo dopo un bombardamento prolungato di infrastrutture a duplice uso e civili, una notevole pressione internazionale e la minaccia credibile di un’invasione terrestre. Nel 2003, il rapido crollo dell’esercito convenzionale di Saddam Hussein in meno di tre settimane sembrò confermare la validità del concetto di RDO; tuttavia, l’assenza di una pianificazione post-conflitto rivelò rapidamente che la vittoria militare e la stabilizzazione politica sono obiettivi analiticamente e praticamente distinti.

L’Iran del 2026, però, si è dimostrato un obiettivo più resiliente sia della Jugoslavia del 1999 che dell’Iraq baathista del 2003, per diverse ragioni strutturali. In primo luogo, l’architettura di governo della Repubblica Islamica è decentralizzata e possiede una ridondanza deliberata; la rapida nomina di un nuovo Leader Supremo a pochi giorni dall’assassinio di Khamenei ha dimostrato profondità istituzionale piuttosto che fragilità. In secondo luogo, l’IRGC – che opera non solo come forza militare ma anche come istituzione politica, economica e ideologica – mantiene una coesione interna e una legittimità popolare rafforzate, paradossalmente, proprio dall’atto stesso di aggressione straniera. In terzo luogo, la geografia fisica dell’Iran – un paese di 1,6 milioni di chilometri quadrati con un territorio montuoso e centri abitati dispersi – è intrinsecamente resistente alla coercizione incentrata sulla potenza aerea in modi che un paese piccolo e densamente popolato come il Kosovo non è.

I limiti della superiorità tecnologica nella guerra asimmetrica sono ulteriormente messi in luce dalla contromossa strategica dell’Iran: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Esercitando questa singola leva di potere asimmetrico, l’Iran ha imposto costi economici globali – un aumento del cinquanta per cento dei prezzi del greggio – che superano di gran lunga qualsiasi guadagno politico che gli Stati Uniti abbiano tratto da cinque settimane di bombardamenti. Questo è un esempio da manuale di ciò che si definisce una strategia di «negazione» piuttosto che di «punizione»: anziché accettare il dolore inflitto, l’Iran ha riorientato il calcolo strategico esercitando i propri strumenti di coercizione. Gli Stati Uniti, che sono entrati in questo conflitto con un dominio dell’escalation nel dominio cinetico, si trovano in una spirale di escalation in cui l’Iran mantiene una leva significativa.

L’ammissione esplicita del presidente Trump secondo cui l’Iran sembra negoziare «in buona fede» mentre contemporaneamente minaccia di «spazzare via» l’intero Paese in una sola notte coglie la natura contraddittoria e sempre più improvvisata della strategia americana. Il ciclo degli ultimatum – molteplici scadenze «finali» trascorse senza che le conseguenze minacciate siano state pienamente applicate – ha eroso la credibilità coercitiva, una dinamica che i teorici della coercizione identificano come una delle più pericolose nella diplomazia coercitiva.

Il problema  è che nessuna, ma proprio nessuna affermazione di Trump è affidabile. Nel corso di ogni conferenza stampa che ha tenuto dal 28 febbraio ad oggi (ed anche prima, ma concentriamoci su questo specifico periodo), Trump ha affermato e negato più volte una serie di argomenti all’interno degli stessi discorsi. Un qualsiasi scienziato della mente non esiterebbe a parlare di disturbo bipolare o di schizofrenia. Un metodo che è certamente utile a confondere il nemico e mandare nel panico l’opinione pubblica di mezzo mondo, ma altrettanto un serio problema per la salute degli USA e il loro futuro – ma di questo se ne dovrebbero occupare gli americani.

Quello che sappiamo è che, ad oggi, la strategia americana è stata una disastro. O c’è un problema di dottrina, o c’è un problema nella catena di comando, o semplicemente c’è da riconoscere che l’Iran fino ad oggi ha avuto la meglio su USA e Israele, dimostrando di tenere testa ad una super potenza nucleare ed una potenza nucleare.

Guerra regionale dal sapore globale

Questa folle guerra ha rapidamente assunto il carattere di un conflitto regionalizzato, con la strategia di ritorsione dell’Iran che si estende ben oltre gli attacchi diretti contro obiettivi israeliani e americani. Il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno tutti attivato i propri sistemi di difesa aerea per intercettare missili e droni iraniani. L’Iran ha colpito infrastrutture energetiche lungo il litorale del Golfo, ha preso di mira la sede della Kuwait Petroleum Corporation e ha dispiegato sciami di droni contro città israeliane, uccidendo almeno quattro persone in un solo attacco ad Haifa il 6 aprile 2026. Il Libano, trascinato nuovamente nel conflitto da Israele nonostante i fragili accordi di cessate il fuoco della fine del 2024, ha subito più di 1.400 vittime in pochi giorni.

Gli Stati del Golfo si trovano in una posizione strutturalmente paradossale. Da un lato, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti considerano da tempo l’egemonia regionale iraniana come una minaccia esistenziale e hanno accolto con favore gli obiettivi strategici della campagna americana. Dall’altro lato, il protrarsi del conflitto – e in particolare la prospettiva di una rappresaglia iraniana contro le infrastrutture energetiche del Golfo – pone gravi rischi alle loro stesse fondamenta economiche. Il consigliere diplomatico degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, ha espresso esplicitamente questa tensione: qualsiasi accordo deve garantire l’accesso a Hormuz, affrontare il programma missilistico balistico dell’Iran e «affrontare la causa principale dell’instabilità» — ma gli Stati del Golfo hanno esortato in privato Washington a non procedere a un’invasione terrestre di Kharg proprio perché temono le conseguenze di una ritorsione.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% dell’approvvigionamento mondiale di petrolio in tempo di pace, è diventato il teatro centrale della contesa strategica in questo conflitto. L’efficace blocco dell’Iran – che consente il passaggio selettivo mentre estrae ciò che gli analisti descrivono come pedaggi presso l’isola di Bandar Abbas – ha già fatto salire i prezzi del greggio da circa 73 dollari al barile all’inizio della guerra a oltre 109 dollari al barile all’inizio di aprile 2026, con un aumento superiore al cinquanta per cento. Il Council on Foreign Relations ha definito lo stretto come il punto nevralgico per «quasi un quinto dell’approvvigionamento mondiale di petrolio e gas naturale», rendendo la sua interruzione un evento dalle conseguenze economiche globali sistemiche.

I precedenti storici fanno riflettere. L’embargo petrolifero arabo del 1973, che provocò un quadruplicarsi dei prezzi del petrolio, contribuì direttamente a un decennio di stagflazione nelle economie occidentali. L’interruzione dei mercati petroliferi causata dalla Rivoluzione iraniana del 1979 ha contribuito a un secondo shock dei prezzi di portata simile. L’interruzione del 2026, che si verifica in un’economia globale già sotto pressione inflazionistica a causa degli squilibri strutturali post-pandemici e dei precedenti shock tariffari, rischia di produrre un danno macroeconomico paragonabile o superiore. Le catene di approvvigionamento che dipendono dal greggio del Golfo Persico – Europa, Asia meridionale, Asia orientale e in particolare la Cina, che importa dall’Iran circa l’undici per cento del proprio petrolio via mare – si trovano ad affrontare una grave crisi. Il Fondo Monetario Internazionale, secondo i modelli convenzionali, prevederebbe revisioni della crescita di entità significativa in caso di perturbazioni prolungate di questa portata.

Il calcolo strategico dell’Iran nel mantenere il blocco riflette una comprensione sofisticata di questa asimmetria. Lo Stretto di Hormuz rappresenta «la più grande leva strategica che l’Iran possiede sugli Stati Uniti e sui loro alleati», proprio perché consente a una potenza più debole di imporre costi sproporzionati al sistema globale.

Finché l’Iran manterrà questa leva – e la minaccia credibile di applicarla – un accordo alle sole condizioni americane è strutturalmente improbabile. È molto realistico, invero, che le monarchie del petrolio cambieranno completamente la loro forma, e ciò sarebbe sensato sia pere gli USA, sia per l’Iran, che inevitabilmente dovrà affermarsi come potenza regolatrice e leader della regione. O così, o guerra fino all’ultimo petroldollaro rimasto.

Erosione delle norme internazionali

Tutto ciò non sta avvenendo in un vuoto geopolitico. La Cina, che importa ingenti volumi di greggio iraniano e ha investito strategicamente in Iran nell’ambito del Partenariato strategico globale del 2021, ha un interesse concreto e immediato nella risoluzione del conflitto. Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha pubblicamente invocato il dialogo e la necessità di «spegnere le fiamme della guerra», muovendosi al contempo per attenuare l’impatto sui prezzi interni dei carburanti in risposta allo shock dell’offerta.

La questione strutturale che molti hanno sottolineato è se la Cina andrà oltre il posizionamento già attuato per fornire un sostegno concreto all’Iran – sotto forma di condivisione di intelligence, ostruzionismo diplomatico in seno al Consiglio di Sicurezza o assistenza economica indiretta a sostegno dello sforzo bellico iraniano –, vale a dire con un sostegno militare diretto. Ciò è inverosimile, almeno ad oggi, perché la Cina non combatte guerre dirette, preferendo una vittoria “in anticipo” su ogni battaglia che intraprende, nel rispetto dei principi del confucianesimo e dell’insegnamento di Sun Tzu che insegnava “Prima di combattere una guerra, assicurati di averla già vinta”.

La Russia, il cui partenariato strategico con l’Iran si è approfondito dopo la Operazione Militare Speciale in Ucraina del 2022, si trova di fronte a considerazioni analoghe. Mosca ha un evidente interesse a vedere le risorse militari e finanziarie americane consumate in un conflitto mediorientale e ha storicamente fornito all’Iran sistemi di difesa aerea – alcuni dei quali hanno già dimostrato la capacità di minacciare gli aerei americani, come dimostra l’abbattimento di almeno un F-15E. Il carattere multi-fronte degli impegni strategici americani – Ucraina, Taiwan e ora Iran – è proprio il tipo di sovraccarico simultaneo che i documenti strategici congiunti di Russia e Cina hanno identificato come obiettivo. Da una prospettiva strutturalista realista, le condizioni per un comportamento opportunistico delle grandi potenze sono presenti.

La distruzione dell’infrastruttura nucleare iraniana – celebrata dal primo ministro israeliano Netanyahu come l’eliminazione di «due minacce esistenziali» – ha raggiunto l’obiettivo immediato di rallentare il programma di arricchimento dell’Iran, è vero, ma le conseguenze strategiche per le norme di non proliferazione nucleare potrebbero rivelarsi profondamente controproducenti. La lezione che gli Stati dell’Asse della Resistenza e non solo trarranno probabilmente è che solo il possesso di una deterrenza nucleare operativa garantisce la sovranità contro un attacco americano (e israeliano).

Il proseguimento dello sviluppo nucleare della Corea del Nord e qualsiasi comportamento di copertura da parte degli Stati confinanti con l’Iran saranno probabilmente rafforzati dalla dimostrazione che gli Stati non nucleari – anche quelli impegnati in attive trattative diplomatiche, come lo era l’Iran il 28 febbraio 2026 quando sono iniziati gli attacchi – non sono protetti da azioni militari mirate contro il regime.

Più in generale, il conflitto rappresenta una significativa accelerazione di ciò che gli studiosi hanno definito «l’erosione dell’ordine internazionale liberale». La campagna americana è stata lanciata senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e senza una dichiarazione di guerra del Congresso – un’anomalia costituzionale e di diritto internazionale che i membri democratici del Congresso hanno contestato con vigore, sebbene senza alcun effetto legislativo immediato. Il principio secondo cui la forza militare può essere impiegata contro uno Stato sovrano con cui non si è nominalmente in guerra – basato esclusivamente sull’autorità esecutiva – stabilisce un precedente che altre grandi potenze invochino sicuramente per giustificare le proprie future azioni militari.

Parliamo poi della catastrofe umanitaria. Il bilancio di cinque settimane di intensi bombardamenti aerei è stato grave e continua ad aggravarsi. Al 7 aprile 2026, le autorità iraniane hanno segnalato più di 1.900 morti in Iran a causa degli attacchi statunitensi e israeliani, mentre i decessi nell’intero teatro del conflitto – Libano, Iraq, Yemen e Israele – portano il totale a oltre 3.400 vittime. Gli attacchi hanno colpito scuole (il caso più noto è quello della scuola femminile di Minab, nel sud dell’Iran, che ha causato la morte di oltre 170 persone), edifici residenziali, strutture sanitarie, l’Università di Tecnologia Sharif e una sinagoga a Teheran che serve la comunità ebraica iraniana.

Le minacce alle infrastrutture civili ora espresse ai più alti livelli del governo americano aggravano drammaticamente questa preoccupazione. Il 7 aprile 2026, il presidente Trump ha dichiarato sulla sua piattaforma Truth Social che «un’intera civiltà morirà stanotte» – una minaccia esplicita di distruzione della civiltà che, a prescindere dall’iperbole retorica, è stata tradotta in azioni concrete con l’intenzione dichiarata di colpire centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e ponti. Il membro del Congresso Mike Lawler, intervenendo sulla CNN, ha confermato che gli obiettivi presi in considerazione includono «infrastrutture energetiche e civili, comprese strade e ponti». Come ha osservato il direttore senior per la ricerca di Amnesty International, dato che le centrali elettriche soddisfano «i bisogni primari e i mezzi di sussistenza di decine di milioni di civili, attaccarle sarebbe sproporzionato e quindi illegale ai sensi del diritto internazionale umanitario, e potrebbe costituire un crimine di guerra».

Il quadro giuridico applicabile è inequivocabile. L’articolo 54 del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra vieta gli attacchi contro «oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile», includendo esplicitamente generi alimentari, fonti d’acqua e infrastrutture agricole. L’articolo 56 vieta gli attacchi contro «opere e installazioni contenenti forze pericolose» – comprese le centrali elettriche – quando tali attacchi possano causare gravi perdite tra la popolazione civile. Il principio di proporzionalità, codificato nell’articolo 51(5)(b) del Protocollo aggiuntivo I, vieta gli attacchi qualora il danno previsto alla popolazione civile risulti eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto.

L’ex direttore esecutivo di Human Rights Watch Kenneth Roth ha definito la minaccia di Trump di prendere di mira una «intera civiltà» come «una minaccia aperta di punizione collettiva» – vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra – e ha osservato che «attaccare i civili è un crimine di guerra. Lo stesso vale per le minacce volte a terrorizzare la popolazione civile». Sebbene gli Stati non siano parti dei Protocolli aggiuntivi per accettazione universale, gli Stati Uniti sono vincolati dal diritto internazionale umanitario consuetudinario, che riflette gli stessi divieti fondamentali.

La portata degli sfollamenti e dei flussi di rifugiati derivanti dal bombardamento prolungato di un Paese di ottantacinque milioni di persone non è stata ancora quantificata appieno, ma le analogie storiche – la guerra in Iraq ha causato lo sfollamento di oltre quattro milioni di persone; il conflitto siriano ha provocato la più grave crisi dei rifugiati in Europa dalla Seconda guerra mondiale – suggeriscono conseguenze di entità comparabile o superiore. Il relativo isolamento geografico dell’Iran riduce i flussi immediati di rifugiati verso l’Europa, ma i paesi confinanti – Turchia, Iraq, Afghanistan e Pakistan – devono affrontare una forte pressione. Vale la pena notare che i confini dell’Iran con l’Afghanistan e il Pakistan sono già tra i corridoi migratori più trafficati al mondo; gli sfollamenti causati dal conflitto rischiano di aggravare le tensioni umanitarie preesistenti.

Detto in altre parole: Baal è pronto a divorare interi popoli e non ha intenzione di fermarsi davanti a niente di ciò che le varie civiltà di questa umanità hanno prodotto.

E tenete ben presente questo punto: gli Stati Uniti rappresentano, con i loro vassalli, l’Anti-Civiltà. Per parafrasare alcuni commentatori, è il Paese prediletto per l’Anticristo.

La grande trappola

Tutto ciò ci rivela un conflitto caratterizzato da un fondamentale disallineamento tra mezzi militari e fini politici, fra Barbarie (USA e Israele) e Civiltà (Iran).

Gli Stati Uniti sono entrati in questa guerra partendo, apparentemente, dal presupposto che la rimozione di Khamenei e la distruzione delle infrastrutture nucleari avrebbero prodotto un rapido collasso politico o una rivolta popolare di massa – condizioni che avrebbero consentito una rapida risoluzione diplomatica secondo i termini americani. Cinque settimane dopo, nessuna delle due condizioni si è concretizzata. La resilienza istituzionale dell’Iran, la rapida ricostituzione della leadership suprema, l’assenza di defezioni militari significative e la continua capacità dell’IRGC di condurre sofisticate operazioni regionali contraddicono tutte le premesse fondamentali della guerra.

La dinamica di escalation ora in atto riflette la scala dell’escalation, un processo sequenziale in cui ciascuna parte, non riuscendo a ottenere l’obbedienza attraverso l’attuale livello di forza, alza progressivamente la posta in gioco. La progressione di Trump dagli attacchi militari mirati, ai bombardamenti sull’isola di Kharg, alle minacce esplicite contro centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e infrastrutture civili, fino all’invocazione dell’annientamento della civiltà, ripercorre questa scala con scomoda chiarezza. Però la teoria dell’escalation avverte anche che, a un certo punto, gli avversari smettono di rispondere alle punizioni nel modo previsto e raddoppiano invece la loro resistenza.

Il canale diplomatico non è stato completamente chiuso, e questo è un punto a favore per la prospettiva – purtroppo sempre più annebbiata – di una soluzione pacifica. La proposta in dieci punti dell’Iran — che comprende la fine delle ostilità, un protocollo sul passaggio di Hormuz, la revoca delle sanzioni e garanzie di ricostruzione — è stata riconosciuta da Trump come «un passo significativo». L’architettura di mediazione che coinvolge il feldmaresciallo pakistano Asim Munir, il vicepresidente Vance e la leadership parlamentare iraniana rappresenta un canale secondario molto criticato ma potenzialmente funzionante, almeno prendere tempi. Il guaio è che né gli USA né Israele sono affidabili in termini di diplomazia. Nessun accordo è mai stato rispettato, sono due entità nate per essere costantemente in guerra e la loro destinazione finale condivisa è la realizzazione messianica di una egemonia su scala globale. Nessuno dei due, inoltre, ha mai affermato di essere disposto a fare un passo indietro su queste posizioni. Non ci si può aspettare niente di buono da chi conferma, sottoscrive e dimostra con i fatti che la propria volontà è quella di distruggere.

Da parte loro, gli alleati della NATO sono rimasti vistosamente assenti dalla coalizione e Trump ha criticato pubblicamente l’alleanza per la sua mancata partecipazione. Giusto l’Italia ha fatto il proprio sipario di servilismo a Washington. Questo isolamento limita sia le opzioni militari disponibili, sia la leva diplomatica ottenibile, poiché una coalizione multilaterale avrebbe una legittimità di gran lunga maggiore nello spingere l’Iran verso un compromesso.

E quindi?

Tutto quanto detto fino ad ora, ci mette davanti uno scenario gravissimo, forse un punto di non ritorno. Che, però, ha ancora dei punti di domanda aperti molto importanti.

È chiaro che gli USA e Israele debbano essere fermati. Fino a che continueranno ad essere presenti, il mondo non avrà mai pace.

In caso di apertura della fase nucleare del conflitto, niente sarebbe più come prima. Potrebbe generarsi una reazione a catena di bombardamenti in più parti del mondo. È inverosimile che qualcuno attacchi gli USA direttamente, sul proprio territorio, anche in caso di guerra nucleare. La verità è che a nessuno fa comodo una guerra nucleare e nessuno ha sufficiente interesse a salvare un altro Paese mettendo a repentaglio il proprio.

Russia e Cina dovranno prendere una posizione. E non solo diplomatica. Se l’Iran verrà attaccato ulteriormente, staremo a vedere quali trattati, accordi, partenariati avranno ancora validità. Fino ad ora, le due superpotenze hanno dimostrato di tutelare i propri interessi… anche a costo della sovranità ed esistenza dell’Iran.

L’Europa è pronta a sprofondare nella catastrofe energetica, offrendo alle élite l’ennesima occasione per porre sotto controllo, coercizione, lockdown i cittadini, che dovranno scegliere se ribellarsi una volta per tutte o venire violentati nuovamente dai leader. Questa volta ci sarà meno carburante per fuggire e meno energia elettrica per raccontare la prigionia sui social.

L’intero mondo assumerà un aspetto diverso. Tutti i criteri di sicurezza sono saltati, il modo di fare guerra non è più lo stesso e le relazioni internazionali e geoeconomiche muteranno.

Bandiera Bianca

Se il 7 Aprile Trump ha minacciato di divorare un altro mondo, un’altra civiltà, quello che è successo la mattina dell’8 Aprile è un vero miracolo. Oppure no. Gli Stati Uniti d’America si sono ritirati, hanno fatto un passo indietro. Donald Trump ha issato la bandiera bianca. L’Iran ha avuto la meglio.

Durante la notte è stato raggiunto un accordo per una tregua di quattordici giorni tra Stati Uniti e Iran. Le modalità di questo accordo appaiono piuttosto sorprendenti, facendo pensare a una stabilità piuttosto fragile. Come spesso accade, esistono due versioni contrapposte dell’intesa, caratterizzate da narrazioni differenti.

Secondo la versione americana, l’Iran sarebbe stato costretto ad accettare il cessate il fuoco a seguito dei pesanti attacchi del giorno precedente, tra i più intensi dell’intero conflitto. La condizione fondamentale per mantenere la tregua sarebbe l’apertura dello Stretto di Hormuz. Per quanto riguarda invece una possibile evoluzione verso la pace, Trump ha dichiarato che i dieci punti avanzati dall’Iran rappresentano una base negoziale su cui si può lavorare.

La versione iraniana è invece molto diversa: secondo Teheran, Stati Uniti e Israele sarebbero stati obbligati, a causa della forte resistenza iraniana, ad accettare un accordo che configurerebbe una chiara sconfitta per loro. A sostegno di questa interpretazione viene citata proprio l’apertura americana verso i dieci punti proposti dall’Iran.

Se si analizzano questi dieci punti, nel caso in cui costituissero l’esito finale di un accordo di pace, sarebbe difficile non dare peso alla lettura iraniana. I punti prevedono:

  1. Un impegno concreto degli Stati Uniti a garantire la non aggressione
  2. Il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz
  3. Il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio
  4. La revoca di tutte le sanzioni primarie
  5. La revoca di tutte le sanzioni secondarie
  6. L’annullamento delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
  7. L’annullamento delle decisioni del Board of Governors e lo sblocco dei fondi iraniani
  8. Il pagamento di un risarcimento all’Iran per i danni subiti
  9. Il ritiro di tutte le forze militari statunitensi dalla regione
  10. La cessazione delle ostilità su tutti i fronti, inclusa la lotta contro la resistenza islamica in Libano

Non è detto che il periodo di due settimane richiesto per trovare un accordo di pace (questo è solo un cessate-il-fuoco, non dimentichiamocelo) sarà rispettato, e ciò vale da entrambe le parti.

Cosa ne sarà del domani, è una incognita colma di terrore. Quel che sappiamo è che vedremo il popolo iraniano dare un esempio al mondo intero di cosa significano coraggio e dignità. Nessuna delle due parole sarà annoverabile nel medagliere americano.

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