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Stephen Karganovic
April 8, 2026
© Photo: Public domain

L’inchiesta “Sarajevo Safari” non ha finora prodotto alcuna prova che giustifichi l’avvio di un procedimento penale nei confronti di chicchessia.

Jacques Ellul, l’autorevole studioso francese in materia di propaganda, ha tracciato un ritratto significativo dell’odierno “uomo dell’attualità”, il quale – secondo Ellul – è “un bersaglio facile per la propaganda”:

“Un uomo del genere è estremamente sensibile all’influenza delle correnti del momento; privo di punti di riferimento, segue tutte le correnti… Poiché è immerso nell’attualità, quest’uomo presenta una debolezza psicologica che lo pone alla mercé del propagandista.»

La natura di tale debolezza consiste nel fatto che «un pensiero ne scaccia un altro; i fatti vecchi sono soppiantati da quelli nuovi. In queste condizioni non può esserci pensiero. E, di fatto, l’uomo moderno non riflette sui problemi attuali; li percepisce. Reagisce, ma non li comprende né se ne assume la responsabilità. È ancora meno capace di individuare qualsiasi incongruenza tra fatti successivi; la capacità dell’uomo di dimenticare è illimitata. Questo è uno dei punti più importanti e utili per i propagandisti, che possono sempre essere certi che un particolare tema, affermazione o evento propagandistico sarà dimenticato nel giro di poche settimane.”

Dimenticato significa rimosso dalla coscienza pubblica quando ciò conviene al propagandista. Ben presto, la menzogna de jour sarà sostituita da un’altra costruzione altrettanto falsa. E nessuno sarà mai chiamato a rispondere della diffusione delle falsità attuali o di quelle precedenti.

Le intuizioni di Ellul risalgono agli anni ’60, ma egli avrebbe potuto benissimo riferirsi alla bufala propagandistica del “Safari di Sarajevo” così come si sta svolgendo nello spazio dell’“attualità” dei nostri giorni.

Proprio come descrive Ellul, il consumatore di questa e di altre bufale simili che saturano il terreno di gioco del propagandista, ovvero lo spazio mediatico, è deliberatamente privato di una prospettiva storica, condizionato a non pretendere docilmente fatti verificabili e, cosa più importante, nel “sentire” le questioni che gli vengono sottoposte, è contestualmente indifeso.

Esattamente come sostiene Jacques Ellul, «in queste condizioni non può esserci pensiero».

Dalla nostra ultima riflessione sul tema del “Sarajevo Safari”, diversi mesi fa, non è stata portata alla luce né resa nota alcuna prova di ciò che si sostiene sia accaduto. L’accusa, si ricordi, è che durante l’«assedio di Sarajevo», nel 1993 e nel 1994, le forze serbe assedianti avrebbero permesso a ricchi stranieri in cerca di piaceri perversi di usare fucili di precisione per sparare ai civili nella città sottostante, addebitando tariffe fino a 100.000 euro al valore attuale. Con grande cla , lo scorso novembre la Procura di Milano ha avviato le indagini su queste accuse. Dopo sei mesi di ardua “indagatoria”, non sono stati riportati risultati giuridicamente utilizzabili in grado di sostenere un’incriminazione.

L’inchiesta sul “Safari di Sarajevo” non ha prodotto, fino ad oggi, nemmeno uno straccio di prova necessario per avviare un procedimento penale contro chiunque sia sospettato di aver sparato ai civili da un crinale che domina la Sarajevo in guerra. Tutto ciò che abbiamo finora è un ex camionista italiano ottantenne non identificato che avrebbe “vantato di aver cacciato uomini a Sarajevo”. Resta da vedere a cosa serviranno tali “vantarsi” ai pubblici ministeri italiani in aula, a meno che non riescano a produrre prove tangibili che colleghino il vantatore e il suo fucile da cecchino alle effettive morti di civili a Sarajevo. Oppure la regola contro l’autoincriminazione, uno dei principi fondamentali della giurisprudenza civile, verrà sospesa per compensare la mancanza di prove e garantire che almeno questo signore italiano anonimo venga condannato, se non si riesce a trovare nessun altro?

Se il camionista italiano in pensione si fosse «vantato» di essere stato lui a sganciare la bomba atomica su Hiroshima, una simile dichiarazione sarebbe stata sufficiente per condannarlo anche per il bombardamento atomico? E quale camionista, per quanto psicopatico, potrebbe mai permettersi, anche nella prospera Italia, di sborsare 100.000 euro per un’escursione nella Sarajevo in guerra, per dedicarsi a una caccia al tacchino contro i civili?Ma nonostante tali evidenti carenze o, come direbbe Jacques Ellul, incongruenze, la narrazione del Safari (o “storia” nel gergo del giornalismo tradizionale) continua a sopravvivere nei media. L’esempio più recente è un lungo articolo denigratorio sul “Safari di Sarajevo” pubblicato su Der Spiegel, dal titolo provocatorio: “I ricchi europei che si sono recati a Sarajevo per cacciare le persone.”I resoconti dei media sul “Safari di Sarajevo” vengono costantemente abbelliti con nuove accuse e conditi con ulteriori supposizioni prive di fondamento. Si trova un sacco di cla , ma si cercano invano fatti concreti. In assenza di fatti verificabili e di analisi critiche, l’“uomo dell’attualità” di Ellul, che oggi apparentemente costituisce la maggior parte del pubblico che consuma notizie, è pietosamente intrappolato nella matrice della propaganda.L’invenzione del “Safari di Sarajevo” è un’impressionante illustrazione del modo in cui funziona gran parte della propaganda moderna, creando “qualcosa” dal nulla. Essa combina diversi filoni della nefasta arte della propaganda che nel corso del XX secolo è stata praticata da “maestri” rinomati come Goebbels, Bernays e altri. La storia del Safari è spuntata letteralmente dal nulla circa trent’anni dopo che – nel normale corso degli eventi – avrebbe dovuto diventare nota se fosse stata autentica. Ma tale incoerenza non sembra infastidire nessuno.Eppure questo è un indizio inequivocabile del fatto che la storia sia stata inventata per servire uno scopo politico attuale, non per commemorare le vittime o esprimere un’autentica indignazione morale.

All’indomani della guerra in Bosnia, il Tribunale dell’Aia ha esaminato diversi casi di alto profilo riguardanti l’assedio di Sarajevo e i crimini che sarebbero stati commessi nel corso di quegli eventi. Eppure, in nessuno di quei procedimenti è stato fatto alcun accenno a ricchi stranieri pervertiti giunti dall’estero e disposti a pagare una somma ingente agli assedianti serbi per il piacere di sparare ai civili intrappolati nella città sottostante. La presenza evidente di cecchini non autoctoni sulle linee del fronte serbe sarebbe stata impossibile da nascondere. Non avrebbe potuto passare inosservata alle agenzie di intelligence straniere che erano presenti in tutta la zona di guerra di Sarajevo e che, per usare un eufemismo, non erano ben disposte nei confronti della parte serba. Avrebbero certamente allertato i loro governi su quanto stava accadendo e avrebbero lasciato una documentazione delle loro osservazioni. Il procuratore di Milano avrebbe potuto facilmente richiedere quei rapporti, confermando la sostanza dell’accusa generale. Non sarebbe rimasto altro che collegare determinati individui all’attività criminale segnalata, preferibilmente con prove più convincenti del semplice «vantarsi». Ma nell’improbabile caso in cui i servizi segreti stranieri avessero trascurato la «caccia umana» in tempo reale, ciò avrebbe potuto essere facilmente rimediato nel dopoguerra, quando il Tribunale dell’Aia stava preparando le accuse, per lo più contro i serbi. È inconcepibile che un crimine contro l’umanità così eclatante, se fosse avvenuto, sarebbe stato trascurato dai procuratori del Tribunale dell’Aia. Avrebbe servito perfettamente ai loro scopi e, se avessero avuto qualche prova di un crimine così atroce, l’avrebbero attribuito con entusiasmo alla parte serba, completando il caso dell’accusa relativo all’«assedio di Sarajevo».

La pausa di tre decenni tra i presunti eventi e la prima menzione nella sfera pubblica non è solo sospetta o problematica; è fatale per la credibilità della narrativa del “Safari di Sarajevo”, promossa in modo aggressivo. Ma forse questo è l’aspetto meno grave. La vera storia è che da mesi un evento del tutto illusorio, per il quale non esiste alcuna prova oggettiva (o almeno nessuna è stata prodotta), viene trattato come reale e discusso seriamente nella sfera pubblica come una questione di autentica rilevanza e preoccupazione morale e politica.

Questo è davvero un notevole trionfo della propaganda e un triste commento sulla credulità dei nostri contemporanei, che ne sono avidi e incurabili consumatori.

“Sarajevo Safari”, una nuova analisi

L’inchiesta “Sarajevo Safari” non ha finora prodotto alcuna prova che giustifichi l’avvio di un procedimento penale nei confronti di chicchessia.

Segue nostro Telegram.

Jacques Ellul, l’autorevole studioso francese in materia di propaganda, ha tracciato un ritratto significativo dell’odierno “uomo dell’attualità”, il quale – secondo Ellul – è “un bersaglio facile per la propaganda”:

“Un uomo del genere è estremamente sensibile all’influenza delle correnti del momento; privo di punti di riferimento, segue tutte le correnti… Poiché è immerso nell’attualità, quest’uomo presenta una debolezza psicologica che lo pone alla mercé del propagandista.»

La natura di tale debolezza consiste nel fatto che «un pensiero ne scaccia un altro; i fatti vecchi sono soppiantati da quelli nuovi. In queste condizioni non può esserci pensiero. E, di fatto, l’uomo moderno non riflette sui problemi attuali; li percepisce. Reagisce, ma non li comprende né se ne assume la responsabilità. È ancora meno capace di individuare qualsiasi incongruenza tra fatti successivi; la capacità dell’uomo di dimenticare è illimitata. Questo è uno dei punti più importanti e utili per i propagandisti, che possono sempre essere certi che un particolare tema, affermazione o evento propagandistico sarà dimenticato nel giro di poche settimane.”

Dimenticato significa rimosso dalla coscienza pubblica quando ciò conviene al propagandista. Ben presto, la menzogna de jour sarà sostituita da un’altra costruzione altrettanto falsa. E nessuno sarà mai chiamato a rispondere della diffusione delle falsità attuali o di quelle precedenti.

Le intuizioni di Ellul risalgono agli anni ’60, ma egli avrebbe potuto benissimo riferirsi alla bufala propagandistica del “Safari di Sarajevo” così come si sta svolgendo nello spazio dell’“attualità” dei nostri giorni.

Proprio come descrive Ellul, il consumatore di questa e di altre bufale simili che saturano il terreno di gioco del propagandista, ovvero lo spazio mediatico, è deliberatamente privato di una prospettiva storica, condizionato a non pretendere docilmente fatti verificabili e, cosa più importante, nel “sentire” le questioni che gli vengono sottoposte, è contestualmente indifeso.

Esattamente come sostiene Jacques Ellul, «in queste condizioni non può esserci pensiero».

Dalla nostra ultima riflessione sul tema del “Sarajevo Safari”, diversi mesi fa, non è stata portata alla luce né resa nota alcuna prova di ciò che si sostiene sia accaduto. L’accusa, si ricordi, è che durante l’«assedio di Sarajevo», nel 1993 e nel 1994, le forze serbe assedianti avrebbero permesso a ricchi stranieri in cerca di piaceri perversi di usare fucili di precisione per sparare ai civili nella città sottostante, addebitando tariffe fino a 100.000 euro al valore attuale. Con grande cla , lo scorso novembre la Procura di Milano ha avviato le indagini su queste accuse. Dopo sei mesi di ardua “indagatoria”, non sono stati riportati risultati giuridicamente utilizzabili in grado di sostenere un’incriminazione.

L’inchiesta sul “Safari di Sarajevo” non ha prodotto, fino ad oggi, nemmeno uno straccio di prova necessario per avviare un procedimento penale contro chiunque sia sospettato di aver sparato ai civili da un crinale che domina la Sarajevo in guerra. Tutto ciò che abbiamo finora è un ex camionista italiano ottantenne non identificato che avrebbe “vantato di aver cacciato uomini a Sarajevo”. Resta da vedere a cosa serviranno tali “vantarsi” ai pubblici ministeri italiani in aula, a meno che non riescano a produrre prove tangibili che colleghino il vantatore e il suo fucile da cecchino alle effettive morti di civili a Sarajevo. Oppure la regola contro l’autoincriminazione, uno dei principi fondamentali della giurisprudenza civile, verrà sospesa per compensare la mancanza di prove e garantire che almeno questo signore italiano anonimo venga condannato, se non si riesce a trovare nessun altro?

Se il camionista italiano in pensione si fosse «vantato» di essere stato lui a sganciare la bomba atomica su Hiroshima, una simile dichiarazione sarebbe stata sufficiente per condannarlo anche per il bombardamento atomico? E quale camionista, per quanto psicopatico, potrebbe mai permettersi, anche nella prospera Italia, di sborsare 100.000 euro per un’escursione nella Sarajevo in guerra, per dedicarsi a una caccia al tacchino contro i civili?Ma nonostante tali evidenti carenze o, come direbbe Jacques Ellul, incongruenze, la narrazione del Safari (o “storia” nel gergo del giornalismo tradizionale) continua a sopravvivere nei media. L’esempio più recente è un lungo articolo denigratorio sul “Safari di Sarajevo” pubblicato su Der Spiegel, dal titolo provocatorio: “I ricchi europei che si sono recati a Sarajevo per cacciare le persone.”I resoconti dei media sul “Safari di Sarajevo” vengono costantemente abbelliti con nuove accuse e conditi con ulteriori supposizioni prive di fondamento. Si trova un sacco di cla , ma si cercano invano fatti concreti. In assenza di fatti verificabili e di analisi critiche, l’“uomo dell’attualità” di Ellul, che oggi apparentemente costituisce la maggior parte del pubblico che consuma notizie, è pietosamente intrappolato nella matrice della propaganda.L’invenzione del “Safari di Sarajevo” è un’impressionante illustrazione del modo in cui funziona gran parte della propaganda moderna, creando “qualcosa” dal nulla. Essa combina diversi filoni della nefasta arte della propaganda che nel corso del XX secolo è stata praticata da “maestri” rinomati come Goebbels, Bernays e altri. La storia del Safari è spuntata letteralmente dal nulla circa trent’anni dopo che – nel normale corso degli eventi – avrebbe dovuto diventare nota se fosse stata autentica. Ma tale incoerenza non sembra infastidire nessuno.Eppure questo è un indizio inequivocabile del fatto che la storia sia stata inventata per servire uno scopo politico attuale, non per commemorare le vittime o esprimere un’autentica indignazione morale.

All’indomani della guerra in Bosnia, il Tribunale dell’Aia ha esaminato diversi casi di alto profilo riguardanti l’assedio di Sarajevo e i crimini che sarebbero stati commessi nel corso di quegli eventi. Eppure, in nessuno di quei procedimenti è stato fatto alcun accenno a ricchi stranieri pervertiti giunti dall’estero e disposti a pagare una somma ingente agli assedianti serbi per il piacere di sparare ai civili intrappolati nella città sottostante. La presenza evidente di cecchini non autoctoni sulle linee del fronte serbe sarebbe stata impossibile da nascondere. Non avrebbe potuto passare inosservata alle agenzie di intelligence straniere che erano presenti in tutta la zona di guerra di Sarajevo e che, per usare un eufemismo, non erano ben disposte nei confronti della parte serba. Avrebbero certamente allertato i loro governi su quanto stava accadendo e avrebbero lasciato una documentazione delle loro osservazioni. Il procuratore di Milano avrebbe potuto facilmente richiedere quei rapporti, confermando la sostanza dell’accusa generale. Non sarebbe rimasto altro che collegare determinati individui all’attività criminale segnalata, preferibilmente con prove più convincenti del semplice «vantarsi». Ma nell’improbabile caso in cui i servizi segreti stranieri avessero trascurato la «caccia umana» in tempo reale, ciò avrebbe potuto essere facilmente rimediato nel dopoguerra, quando il Tribunale dell’Aia stava preparando le accuse, per lo più contro i serbi. È inconcepibile che un crimine contro l’umanità così eclatante, se fosse avvenuto, sarebbe stato trascurato dai procuratori del Tribunale dell’Aia. Avrebbe servito perfettamente ai loro scopi e, se avessero avuto qualche prova di un crimine così atroce, l’avrebbero attribuito con entusiasmo alla parte serba, completando il caso dell’accusa relativo all’«assedio di Sarajevo».

La pausa di tre decenni tra i presunti eventi e la prima menzione nella sfera pubblica non è solo sospetta o problematica; è fatale per la credibilità della narrativa del “Safari di Sarajevo”, promossa in modo aggressivo. Ma forse questo è l’aspetto meno grave. La vera storia è che da mesi un evento del tutto illusorio, per il quale non esiste alcuna prova oggettiva (o almeno nessuna è stata prodotta), viene trattato come reale e discusso seriamente nella sfera pubblica come una questione di autentica rilevanza e preoccupazione morale e politica.

Questo è davvero un notevole trionfo della propaganda e un triste commento sulla credulità dei nostri contemporanei, che ne sono avidi e incurabili consumatori.

L’inchiesta “Sarajevo Safari” non ha finora prodotto alcuna prova che giustifichi l’avvio di un procedimento penale nei confronti di chicchessia.

Jacques Ellul, l’autorevole studioso francese in materia di propaganda, ha tracciato un ritratto significativo dell’odierno “uomo dell’attualità”, il quale – secondo Ellul – è “un bersaglio facile per la propaganda”:

“Un uomo del genere è estremamente sensibile all’influenza delle correnti del momento; privo di punti di riferimento, segue tutte le correnti… Poiché è immerso nell’attualità, quest’uomo presenta una debolezza psicologica che lo pone alla mercé del propagandista.»

La natura di tale debolezza consiste nel fatto che «un pensiero ne scaccia un altro; i fatti vecchi sono soppiantati da quelli nuovi. In queste condizioni non può esserci pensiero. E, di fatto, l’uomo moderno non riflette sui problemi attuali; li percepisce. Reagisce, ma non li comprende né se ne assume la responsabilità. È ancora meno capace di individuare qualsiasi incongruenza tra fatti successivi; la capacità dell’uomo di dimenticare è illimitata. Questo è uno dei punti più importanti e utili per i propagandisti, che possono sempre essere certi che un particolare tema, affermazione o evento propagandistico sarà dimenticato nel giro di poche settimane.”

Dimenticato significa rimosso dalla coscienza pubblica quando ciò conviene al propagandista. Ben presto, la menzogna de jour sarà sostituita da un’altra costruzione altrettanto falsa. E nessuno sarà mai chiamato a rispondere della diffusione delle falsità attuali o di quelle precedenti.

Le intuizioni di Ellul risalgono agli anni ’60, ma egli avrebbe potuto benissimo riferirsi alla bufala propagandistica del “Safari di Sarajevo” così come si sta svolgendo nello spazio dell’“attualità” dei nostri giorni.

Proprio come descrive Ellul, il consumatore di questa e di altre bufale simili che saturano il terreno di gioco del propagandista, ovvero lo spazio mediatico, è deliberatamente privato di una prospettiva storica, condizionato a non pretendere docilmente fatti verificabili e, cosa più importante, nel “sentire” le questioni che gli vengono sottoposte, è contestualmente indifeso.

Esattamente come sostiene Jacques Ellul, «in queste condizioni non può esserci pensiero».

Dalla nostra ultima riflessione sul tema del “Sarajevo Safari”, diversi mesi fa, non è stata portata alla luce né resa nota alcuna prova di ciò che si sostiene sia accaduto. L’accusa, si ricordi, è che durante l’«assedio di Sarajevo», nel 1993 e nel 1994, le forze serbe assedianti avrebbero permesso a ricchi stranieri in cerca di piaceri perversi di usare fucili di precisione per sparare ai civili nella città sottostante, addebitando tariffe fino a 100.000 euro al valore attuale. Con grande cla , lo scorso novembre la Procura di Milano ha avviato le indagini su queste accuse. Dopo sei mesi di ardua “indagatoria”, non sono stati riportati risultati giuridicamente utilizzabili in grado di sostenere un’incriminazione.

L’inchiesta sul “Safari di Sarajevo” non ha prodotto, fino ad oggi, nemmeno uno straccio di prova necessario per avviare un procedimento penale contro chiunque sia sospettato di aver sparato ai civili da un crinale che domina la Sarajevo in guerra. Tutto ciò che abbiamo finora è un ex camionista italiano ottantenne non identificato che avrebbe “vantato di aver cacciato uomini a Sarajevo”. Resta da vedere a cosa serviranno tali “vantarsi” ai pubblici ministeri italiani in aula, a meno che non riescano a produrre prove tangibili che colleghino il vantatore e il suo fucile da cecchino alle effettive morti di civili a Sarajevo. Oppure la regola contro l’autoincriminazione, uno dei principi fondamentali della giurisprudenza civile, verrà sospesa per compensare la mancanza di prove e garantire che almeno questo signore italiano anonimo venga condannato, se non si riesce a trovare nessun altro?

Se il camionista italiano in pensione si fosse «vantato» di essere stato lui a sganciare la bomba atomica su Hiroshima, una simile dichiarazione sarebbe stata sufficiente per condannarlo anche per il bombardamento atomico? E quale camionista, per quanto psicopatico, potrebbe mai permettersi, anche nella prospera Italia, di sborsare 100.000 euro per un’escursione nella Sarajevo in guerra, per dedicarsi a una caccia al tacchino contro i civili?Ma nonostante tali evidenti carenze o, come direbbe Jacques Ellul, incongruenze, la narrazione del Safari (o “storia” nel gergo del giornalismo tradizionale) continua a sopravvivere nei media. L’esempio più recente è un lungo articolo denigratorio sul “Safari di Sarajevo” pubblicato su Der Spiegel, dal titolo provocatorio: “I ricchi europei che si sono recati a Sarajevo per cacciare le persone.”I resoconti dei media sul “Safari di Sarajevo” vengono costantemente abbelliti con nuove accuse e conditi con ulteriori supposizioni prive di fondamento. Si trova un sacco di cla , ma si cercano invano fatti concreti. In assenza di fatti verificabili e di analisi critiche, l’“uomo dell’attualità” di Ellul, che oggi apparentemente costituisce la maggior parte del pubblico che consuma notizie, è pietosamente intrappolato nella matrice della propaganda.L’invenzione del “Safari di Sarajevo” è un’impressionante illustrazione del modo in cui funziona gran parte della propaganda moderna, creando “qualcosa” dal nulla. Essa combina diversi filoni della nefasta arte della propaganda che nel corso del XX secolo è stata praticata da “maestri” rinomati come Goebbels, Bernays e altri. La storia del Safari è spuntata letteralmente dal nulla circa trent’anni dopo che – nel normale corso degli eventi – avrebbe dovuto diventare nota se fosse stata autentica. Ma tale incoerenza non sembra infastidire nessuno.Eppure questo è un indizio inequivocabile del fatto che la storia sia stata inventata per servire uno scopo politico attuale, non per commemorare le vittime o esprimere un’autentica indignazione morale.

All’indomani della guerra in Bosnia, il Tribunale dell’Aia ha esaminato diversi casi di alto profilo riguardanti l’assedio di Sarajevo e i crimini che sarebbero stati commessi nel corso di quegli eventi. Eppure, in nessuno di quei procedimenti è stato fatto alcun accenno a ricchi stranieri pervertiti giunti dall’estero e disposti a pagare una somma ingente agli assedianti serbi per il piacere di sparare ai civili intrappolati nella città sottostante. La presenza evidente di cecchini non autoctoni sulle linee del fronte serbe sarebbe stata impossibile da nascondere. Non avrebbe potuto passare inosservata alle agenzie di intelligence straniere che erano presenti in tutta la zona di guerra di Sarajevo e che, per usare un eufemismo, non erano ben disposte nei confronti della parte serba. Avrebbero certamente allertato i loro governi su quanto stava accadendo e avrebbero lasciato una documentazione delle loro osservazioni. Il procuratore di Milano avrebbe potuto facilmente richiedere quei rapporti, confermando la sostanza dell’accusa generale. Non sarebbe rimasto altro che collegare determinati individui all’attività criminale segnalata, preferibilmente con prove più convincenti del semplice «vantarsi». Ma nell’improbabile caso in cui i servizi segreti stranieri avessero trascurato la «caccia umana» in tempo reale, ciò avrebbe potuto essere facilmente rimediato nel dopoguerra, quando il Tribunale dell’Aia stava preparando le accuse, per lo più contro i serbi. È inconcepibile che un crimine contro l’umanità così eclatante, se fosse avvenuto, sarebbe stato trascurato dai procuratori del Tribunale dell’Aia. Avrebbe servito perfettamente ai loro scopi e, se avessero avuto qualche prova di un crimine così atroce, l’avrebbero attribuito con entusiasmo alla parte serba, completando il caso dell’accusa relativo all’«assedio di Sarajevo».

La pausa di tre decenni tra i presunti eventi e la prima menzione nella sfera pubblica non è solo sospetta o problematica; è fatale per la credibilità della narrativa del “Safari di Sarajevo”, promossa in modo aggressivo. Ma forse questo è l’aspetto meno grave. La vera storia è che da mesi un evento del tutto illusorio, per il quale non esiste alcuna prova oggettiva (o almeno nessuna è stata prodotta), viene trattato come reale e discusso seriamente nella sfera pubblica come una questione di autentica rilevanza e preoccupazione morale e politica.

Questo è davvero un notevole trionfo della propaganda e un triste commento sulla credulità dei nostri contemporanei, che ne sono avidi e incurabili consumatori.

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