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Stefano Vernole
March 16, 2026
© Photo: Public domain

L’Amministrazione “neocons” Trump, presentata in Europa dai suoi agenti infiltrati come “isolazionista”, ha finalmente e definitivamente gettato la maschera imbarcandosi in un conflitto senza via d’uscita contro l’Iran.

L’11 settembre 2001 aveva rappresentato in questo folle contesto un “salto di qualità” o, meglio, un’accelerazione verso l’obiettivo finale: conquistare e sottomettere l’Eurasia fino al suo più inviolato santuario, il centro Asia e poi la Siberia. Oggi, significa ancora incunearsi tra la Russia e la Cina, accerchiando il Medio Oriente e soprattutto l’Iran (dando, per inciso, mano libera a Netanyahu in Palestina), per prepararsi a colpire entrambe i giganti eurasiatici nel loro “ventre molle” centroasiatico; in più dopo aver fomentato e foraggiato le diverse minoranze interne, presentarsi come paladini dell’antiterrorismo e dei “diritti umani”, nemici giurati di un presunto “fondamentalismo islamico” creato in provetta proprio dalla CIA e dal Mossad in funzione anti-iraniana.

In questo perverso disegno volto a distruggere il mondo multipolare e l’alternativa geopolitica eurasiatica – gli Stati Uniti hanno confermato tramite il loro Ambasciatore a Pretoria di aver chiesto da oltre un anno al Sudafrica di uscire dai BRICS – la “coalizione Epstein” si sta però scontrando con la fiera e inattesa resistenza della Repubblica Islamica dell’Iran, ultimo ostacolo rimasto nella regione.

Allo stato attuale, non si vede sul terreno militare una possibile soluzione diplomatica, anche se tutte le opzioni rimangono sul tavolo.

Nel frattempo, le conseguenze economiche dell’aggressione scatenata da USA e Israele appaiono già devastanti. Secondo le più recenti stime, dopo soli dieci giorni di conflitto alcuni Paesi hanno registrato i seguenti aumenti per i beni essenziali: petrolio + 27%, gas + 50%, carburante aviazione + 87%, GNL + 106%, trasporto gas + 529%, fertilizzanti + 36% (negli stessi Stati Uniti, l’aumento dei prezzi alle pompe di benzina è calcolato in un + 15%).

Il blocco dello Stretto di Hormuz – ora minato dai Pasdaran – è selettivo, per cui le navi cinesi passano e quelle inglesi vengono date alle fiamme; la chiusura delle rotte commerciali sta rivelandosi finora più dannosa per l’Occidente che per i suoi avversari.

Disastroso l’impatto sui Paesi del Golfo Persico e sull’Europa. In risposta agli attacchi sulle proprie infrastrutture energetiche e sanitarie, l’Iran sta colpendo raffinerie e impianti di carburante e desalinizzazione del Bahrein e di Israele, causando seri danni alla macchina bellica del Pentagono. Tutte le basi militari e i radar di sorveglianza degli USA nella regione sono stati colpiti e distrutti, perciò il Pentagono ha dovuto spostare i sistemi difensivi Patriot e Thaad dalla Corea del Sud al Medio Oriente per fare da scudo ad Israele.

L’Arabia Saudita frenato la produzione di petrolio e così Emirati Arabi Uniti, Iraq e Kuwait; il Bahrein ha varato il coprifuoco per impedire una rivolta sciita e il regime change nel Paese. Gli Stati arabi stanno finendo gli intercettori e iniziano a lamentarsi con Washington della mancata protezione. Ciò significa che esporteranno sempre meno energia (6-7 milioni di barili attualmente), il dollaro con cui vengono pagate le materie prime calerà e il debito statunitense aumenterà a dismisura; le varie Blackrock, Vanguard … stanno subendo un calo azionario non indifferente, mentre importanti investitori cinesi hanno già lasciato Dubai.

Nell’attuale situazione Pechino e Mosca possono ancora guadagnare. La Cina paga il suo petrolio in yuan ed eventualmente può aumentare le proprie importazioni dalla Russia. I due colossi eurasiatici, dopo aver fornito nei mesi scorsi tramite ponte aereo diverse armi all’Iran, possono per ora accontentarsi di proporsi quali mediatori tra Teheran e i Paesi del Golfo con i quali intrattengono relazioni privilegiate da anni. Inoltre, Xi Jinping attende Trump a Pechino il prossimo 31 marzo per parlare dei dazi e Putin si mantiene in stretto contatto con Trump per una possibile soluzione diplomatica in Ucraina.

Naturalmente, la situazione di spettatori privilegiati di cui godono può cambiare da un momento all’altro se la Repubblica Islamica dovesse crollare; una disfatta di Teheran si trasformerebbe presto in un incubo geopolitico per Mosca e in un problema economico non indifferente per Pechino.

Secondo le stime, l’Iran dispone ancora di circa 30 navi, 20-25 sottomarini e circa 300 motoscafi dotati di missili e siluri, più i droni acquatici; prima che gli USA possano mettere le mani sullo Stretto di Hormuz potrebbero passare settimane, se non mesi e rischierebbero di essere bersagliati dalla missilistica iraniana – ancora intatta – celata nei bunker sotterranei.

In assenza di un regime change a Teheran, la possibilità di un intervento terrestre, ventilata da più parti con l’appoggio curdo-azero, appare sempre più remota. L’Iran possiede una grande estensione geografica, il suo territorio è una barriera naturale che regge su 4 catene montuose e altre grandi montagne che chiudono l’intero perimetro del Paese, incluso quello costiero del Golfo Persico. I due immensi deserti, con temperature che possono arrivare fino ai 70°, rappresentano una trappola strategica per gli invasori. Gli iraniani, che hanno varato un piano per la mobilitazione totale e invitano a svuotare le grandi città per rifugiarsi sulle montagne in caso di guerriglia, possono contare su almeno 5-6 milioni di persone armate e i rifornimenti potrebbero arrivare senza particolari problemi dal retroterra pakistano, afghano o addirittura dalla Russia via Caspio.

Gli Houthi dello Yemen sono pronti a scendere in campo, mentre i curdi hanno manifestato scarso entusiasmo perché temono di essere utilizzati dalla “coalizione Epstein” come “carne da cannone” ed essere poi scaricati, come successo recentemente in Siria. Se poi intervenissero partendo dal Kurdistan iracheno, sarebbe inevitabile il coinvolgimento territoriale di quello che Baku ed Ankara chiamano l‘Azerbaigian occidentale e le due capitali non rimarrebbero a guardare (è escluso che sia curdi che azeri possano combattere contemporaneamente contro Teheran, inoltre se Talabani intrattiene da sempre rapporti con Teheran, lo stesso Barzani non appare convinto a inimicarsi l’Iran).

Se perciò Washington si trova alle prese con le scelte necessarie ad evitare una sconfitta strategica che si concluderebbe con la sua cacciata dal Medio Oriente e l’isolamento israeliano, l’Europa si ritrova ancora una volta a pezzi. La UE pagherà per mesi, se non anni, questa ennesima crisi geopolitica dovuta alla sua inconsistenza diplomatica e senza ricorrere nuovamente al gas russo entrerà in una fase recessiva importante a causa degli insostenibili costi dell’energia.

L’Ucraina, schieratasi ovviamente con il suo padrino israelo-americano, rischia ora di ritrovarsi senza i rifornimenti militari necessari ad affrontare una possibile offensiva primaverile russa e una sua sconfitta definitiva segnerà anche il destino delle burocrazie di Bruxelles. Per l’Italia, i costi del conflitto vengono calcolati per ora in 115 miliardi di euro di maggiore spesa per interessi e senza un piano di autonomia energetica continentale la deindustrializzazione è a un passo.

“Prendetevi cura di voi stessi, per non essere voi stessi eliminati” … ha detto Ali Larijani nei giorni scorsi. Sagge parole che rimarranno inascoltate?

Prendetevi cura di voi stessi, per non essere voi stessi eliminati

L’Amministrazione “neocons” Trump, presentata in Europa dai suoi agenti infiltrati come “isolazionista”, ha finalmente e definitivamente gettato la maschera imbarcandosi in un conflitto senza via d’uscita contro l’Iran.

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L’11 settembre 2001 aveva rappresentato in questo folle contesto un “salto di qualità” o, meglio, un’accelerazione verso l’obiettivo finale: conquistare e sottomettere l’Eurasia fino al suo più inviolato santuario, il centro Asia e poi la Siberia. Oggi, significa ancora incunearsi tra la Russia e la Cina, accerchiando il Medio Oriente e soprattutto l’Iran (dando, per inciso, mano libera a Netanyahu in Palestina), per prepararsi a colpire entrambe i giganti eurasiatici nel loro “ventre molle” centroasiatico; in più dopo aver fomentato e foraggiato le diverse minoranze interne, presentarsi come paladini dell’antiterrorismo e dei “diritti umani”, nemici giurati di un presunto “fondamentalismo islamico” creato in provetta proprio dalla CIA e dal Mossad in funzione anti-iraniana.

In questo perverso disegno volto a distruggere il mondo multipolare e l’alternativa geopolitica eurasiatica – gli Stati Uniti hanno confermato tramite il loro Ambasciatore a Pretoria di aver chiesto da oltre un anno al Sudafrica di uscire dai BRICS – la “coalizione Epstein” si sta però scontrando con la fiera e inattesa resistenza della Repubblica Islamica dell’Iran, ultimo ostacolo rimasto nella regione.

Allo stato attuale, non si vede sul terreno militare una possibile soluzione diplomatica, anche se tutte le opzioni rimangono sul tavolo.

Nel frattempo, le conseguenze economiche dell’aggressione scatenata da USA e Israele appaiono già devastanti. Secondo le più recenti stime, dopo soli dieci giorni di conflitto alcuni Paesi hanno registrato i seguenti aumenti per i beni essenziali: petrolio + 27%, gas + 50%, carburante aviazione + 87%, GNL + 106%, trasporto gas + 529%, fertilizzanti + 36% (negli stessi Stati Uniti, l’aumento dei prezzi alle pompe di benzina è calcolato in un + 15%).

Il blocco dello Stretto di Hormuz – ora minato dai Pasdaran – è selettivo, per cui le navi cinesi passano e quelle inglesi vengono date alle fiamme; la chiusura delle rotte commerciali sta rivelandosi finora più dannosa per l’Occidente che per i suoi avversari.

Disastroso l’impatto sui Paesi del Golfo Persico e sull’Europa. In risposta agli attacchi sulle proprie infrastrutture energetiche e sanitarie, l’Iran sta colpendo raffinerie e impianti di carburante e desalinizzazione del Bahrein e di Israele, causando seri danni alla macchina bellica del Pentagono. Tutte le basi militari e i radar di sorveglianza degli USA nella regione sono stati colpiti e distrutti, perciò il Pentagono ha dovuto spostare i sistemi difensivi Patriot e Thaad dalla Corea del Sud al Medio Oriente per fare da scudo ad Israele.

L’Arabia Saudita frenato la produzione di petrolio e così Emirati Arabi Uniti, Iraq e Kuwait; il Bahrein ha varato il coprifuoco per impedire una rivolta sciita e il regime change nel Paese. Gli Stati arabi stanno finendo gli intercettori e iniziano a lamentarsi con Washington della mancata protezione. Ciò significa che esporteranno sempre meno energia (6-7 milioni di barili attualmente), il dollaro con cui vengono pagate le materie prime calerà e il debito statunitense aumenterà a dismisura; le varie Blackrock, Vanguard … stanno subendo un calo azionario non indifferente, mentre importanti investitori cinesi hanno già lasciato Dubai.

Nell’attuale situazione Pechino e Mosca possono ancora guadagnare. La Cina paga il suo petrolio in yuan ed eventualmente può aumentare le proprie importazioni dalla Russia. I due colossi eurasiatici, dopo aver fornito nei mesi scorsi tramite ponte aereo diverse armi all’Iran, possono per ora accontentarsi di proporsi quali mediatori tra Teheran e i Paesi del Golfo con i quali intrattengono relazioni privilegiate da anni. Inoltre, Xi Jinping attende Trump a Pechino il prossimo 31 marzo per parlare dei dazi e Putin si mantiene in stretto contatto con Trump per una possibile soluzione diplomatica in Ucraina.

Naturalmente, la situazione di spettatori privilegiati di cui godono può cambiare da un momento all’altro se la Repubblica Islamica dovesse crollare; una disfatta di Teheran si trasformerebbe presto in un incubo geopolitico per Mosca e in un problema economico non indifferente per Pechino.

Secondo le stime, l’Iran dispone ancora di circa 30 navi, 20-25 sottomarini e circa 300 motoscafi dotati di missili e siluri, più i droni acquatici; prima che gli USA possano mettere le mani sullo Stretto di Hormuz potrebbero passare settimane, se non mesi e rischierebbero di essere bersagliati dalla missilistica iraniana – ancora intatta – celata nei bunker sotterranei.

In assenza di un regime change a Teheran, la possibilità di un intervento terrestre, ventilata da più parti con l’appoggio curdo-azero, appare sempre più remota. L’Iran possiede una grande estensione geografica, il suo territorio è una barriera naturale che regge su 4 catene montuose e altre grandi montagne che chiudono l’intero perimetro del Paese, incluso quello costiero del Golfo Persico. I due immensi deserti, con temperature che possono arrivare fino ai 70°, rappresentano una trappola strategica per gli invasori. Gli iraniani, che hanno varato un piano per la mobilitazione totale e invitano a svuotare le grandi città per rifugiarsi sulle montagne in caso di guerriglia, possono contare su almeno 5-6 milioni di persone armate e i rifornimenti potrebbero arrivare senza particolari problemi dal retroterra pakistano, afghano o addirittura dalla Russia via Caspio.

Gli Houthi dello Yemen sono pronti a scendere in campo, mentre i curdi hanno manifestato scarso entusiasmo perché temono di essere utilizzati dalla “coalizione Epstein” come “carne da cannone” ed essere poi scaricati, come successo recentemente in Siria. Se poi intervenissero partendo dal Kurdistan iracheno, sarebbe inevitabile il coinvolgimento territoriale di quello che Baku ed Ankara chiamano l‘Azerbaigian occidentale e le due capitali non rimarrebbero a guardare (è escluso che sia curdi che azeri possano combattere contemporaneamente contro Teheran, inoltre se Talabani intrattiene da sempre rapporti con Teheran, lo stesso Barzani non appare convinto a inimicarsi l’Iran).

Se perciò Washington si trova alle prese con le scelte necessarie ad evitare una sconfitta strategica che si concluderebbe con la sua cacciata dal Medio Oriente e l’isolamento israeliano, l’Europa si ritrova ancora una volta a pezzi. La UE pagherà per mesi, se non anni, questa ennesima crisi geopolitica dovuta alla sua inconsistenza diplomatica e senza ricorrere nuovamente al gas russo entrerà in una fase recessiva importante a causa degli insostenibili costi dell’energia.

L’Ucraina, schieratasi ovviamente con il suo padrino israelo-americano, rischia ora di ritrovarsi senza i rifornimenti militari necessari ad affrontare una possibile offensiva primaverile russa e una sua sconfitta definitiva segnerà anche il destino delle burocrazie di Bruxelles. Per l’Italia, i costi del conflitto vengono calcolati per ora in 115 miliardi di euro di maggiore spesa per interessi e senza un piano di autonomia energetica continentale la deindustrializzazione è a un passo.

“Prendetevi cura di voi stessi, per non essere voi stessi eliminati” … ha detto Ali Larijani nei giorni scorsi. Sagge parole che rimarranno inascoltate?

L’Amministrazione “neocons” Trump, presentata in Europa dai suoi agenti infiltrati come “isolazionista”, ha finalmente e definitivamente gettato la maschera imbarcandosi in un conflitto senza via d’uscita contro l’Iran.

L’11 settembre 2001 aveva rappresentato in questo folle contesto un “salto di qualità” o, meglio, un’accelerazione verso l’obiettivo finale: conquistare e sottomettere l’Eurasia fino al suo più inviolato santuario, il centro Asia e poi la Siberia. Oggi, significa ancora incunearsi tra la Russia e la Cina, accerchiando il Medio Oriente e soprattutto l’Iran (dando, per inciso, mano libera a Netanyahu in Palestina), per prepararsi a colpire entrambe i giganti eurasiatici nel loro “ventre molle” centroasiatico; in più dopo aver fomentato e foraggiato le diverse minoranze interne, presentarsi come paladini dell’antiterrorismo e dei “diritti umani”, nemici giurati di un presunto “fondamentalismo islamico” creato in provetta proprio dalla CIA e dal Mossad in funzione anti-iraniana.

In questo perverso disegno volto a distruggere il mondo multipolare e l’alternativa geopolitica eurasiatica – gli Stati Uniti hanno confermato tramite il loro Ambasciatore a Pretoria di aver chiesto da oltre un anno al Sudafrica di uscire dai BRICS – la “coalizione Epstein” si sta però scontrando con la fiera e inattesa resistenza della Repubblica Islamica dell’Iran, ultimo ostacolo rimasto nella regione.

Allo stato attuale, non si vede sul terreno militare una possibile soluzione diplomatica, anche se tutte le opzioni rimangono sul tavolo.

Nel frattempo, le conseguenze economiche dell’aggressione scatenata da USA e Israele appaiono già devastanti. Secondo le più recenti stime, dopo soli dieci giorni di conflitto alcuni Paesi hanno registrato i seguenti aumenti per i beni essenziali: petrolio + 27%, gas + 50%, carburante aviazione + 87%, GNL + 106%, trasporto gas + 529%, fertilizzanti + 36% (negli stessi Stati Uniti, l’aumento dei prezzi alle pompe di benzina è calcolato in un + 15%).

Il blocco dello Stretto di Hormuz – ora minato dai Pasdaran – è selettivo, per cui le navi cinesi passano e quelle inglesi vengono date alle fiamme; la chiusura delle rotte commerciali sta rivelandosi finora più dannosa per l’Occidente che per i suoi avversari.

Disastroso l’impatto sui Paesi del Golfo Persico e sull’Europa. In risposta agli attacchi sulle proprie infrastrutture energetiche e sanitarie, l’Iran sta colpendo raffinerie e impianti di carburante e desalinizzazione del Bahrein e di Israele, causando seri danni alla macchina bellica del Pentagono. Tutte le basi militari e i radar di sorveglianza degli USA nella regione sono stati colpiti e distrutti, perciò il Pentagono ha dovuto spostare i sistemi difensivi Patriot e Thaad dalla Corea del Sud al Medio Oriente per fare da scudo ad Israele.

L’Arabia Saudita frenato la produzione di petrolio e così Emirati Arabi Uniti, Iraq e Kuwait; il Bahrein ha varato il coprifuoco per impedire una rivolta sciita e il regime change nel Paese. Gli Stati arabi stanno finendo gli intercettori e iniziano a lamentarsi con Washington della mancata protezione. Ciò significa che esporteranno sempre meno energia (6-7 milioni di barili attualmente), il dollaro con cui vengono pagate le materie prime calerà e il debito statunitense aumenterà a dismisura; le varie Blackrock, Vanguard … stanno subendo un calo azionario non indifferente, mentre importanti investitori cinesi hanno già lasciato Dubai.

Nell’attuale situazione Pechino e Mosca possono ancora guadagnare. La Cina paga il suo petrolio in yuan ed eventualmente può aumentare le proprie importazioni dalla Russia. I due colossi eurasiatici, dopo aver fornito nei mesi scorsi tramite ponte aereo diverse armi all’Iran, possono per ora accontentarsi di proporsi quali mediatori tra Teheran e i Paesi del Golfo con i quali intrattengono relazioni privilegiate da anni. Inoltre, Xi Jinping attende Trump a Pechino il prossimo 31 marzo per parlare dei dazi e Putin si mantiene in stretto contatto con Trump per una possibile soluzione diplomatica in Ucraina.

Naturalmente, la situazione di spettatori privilegiati di cui godono può cambiare da un momento all’altro se la Repubblica Islamica dovesse crollare; una disfatta di Teheran si trasformerebbe presto in un incubo geopolitico per Mosca e in un problema economico non indifferente per Pechino.

Secondo le stime, l’Iran dispone ancora di circa 30 navi, 20-25 sottomarini e circa 300 motoscafi dotati di missili e siluri, più i droni acquatici; prima che gli USA possano mettere le mani sullo Stretto di Hormuz potrebbero passare settimane, se non mesi e rischierebbero di essere bersagliati dalla missilistica iraniana – ancora intatta – celata nei bunker sotterranei.

In assenza di un regime change a Teheran, la possibilità di un intervento terrestre, ventilata da più parti con l’appoggio curdo-azero, appare sempre più remota. L’Iran possiede una grande estensione geografica, il suo territorio è una barriera naturale che regge su 4 catene montuose e altre grandi montagne che chiudono l’intero perimetro del Paese, incluso quello costiero del Golfo Persico. I due immensi deserti, con temperature che possono arrivare fino ai 70°, rappresentano una trappola strategica per gli invasori. Gli iraniani, che hanno varato un piano per la mobilitazione totale e invitano a svuotare le grandi città per rifugiarsi sulle montagne in caso di guerriglia, possono contare su almeno 5-6 milioni di persone armate e i rifornimenti potrebbero arrivare senza particolari problemi dal retroterra pakistano, afghano o addirittura dalla Russia via Caspio.

Gli Houthi dello Yemen sono pronti a scendere in campo, mentre i curdi hanno manifestato scarso entusiasmo perché temono di essere utilizzati dalla “coalizione Epstein” come “carne da cannone” ed essere poi scaricati, come successo recentemente in Siria. Se poi intervenissero partendo dal Kurdistan iracheno, sarebbe inevitabile il coinvolgimento territoriale di quello che Baku ed Ankara chiamano l‘Azerbaigian occidentale e le due capitali non rimarrebbero a guardare (è escluso che sia curdi che azeri possano combattere contemporaneamente contro Teheran, inoltre se Talabani intrattiene da sempre rapporti con Teheran, lo stesso Barzani non appare convinto a inimicarsi l’Iran).

Se perciò Washington si trova alle prese con le scelte necessarie ad evitare una sconfitta strategica che si concluderebbe con la sua cacciata dal Medio Oriente e l’isolamento israeliano, l’Europa si ritrova ancora una volta a pezzi. La UE pagherà per mesi, se non anni, questa ennesima crisi geopolitica dovuta alla sua inconsistenza diplomatica e senza ricorrere nuovamente al gas russo entrerà in una fase recessiva importante a causa degli insostenibili costi dell’energia.

L’Ucraina, schieratasi ovviamente con il suo padrino israelo-americano, rischia ora di ritrovarsi senza i rifornimenti militari necessari ad affrontare una possibile offensiva primaverile russa e una sua sconfitta definitiva segnerà anche il destino delle burocrazie di Bruxelles. Per l’Italia, i costi del conflitto vengono calcolati per ora in 115 miliardi di euro di maggiore spesa per interessi e senza un piano di autonomia energetica continentale la deindustrializzazione è a un passo.

“Prendetevi cura di voi stessi, per non essere voi stessi eliminati” … ha detto Ali Larijani nei giorni scorsi. Sagge parole che rimarranno inascoltate?

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