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Davide Rossi
March 14, 2026
© Photo: Public domain

Donald Trump prova a inventarsi come novello “Capitan America”, ma l’incontro svoltosi ai primi di marzo 2026 in Florida non appare un successo, anzi decisamente un disastro, non solo per le molte e rilevanti assenze, ma anche per l’evidente lontananza, anche dalla dozzina di capi di stato raccolti intorno a lui, dall’accettare un atteggiamento così smaccatamente arrogante e palesemente egemonico.

Già dal roboante, pomposo e del tutto fuori luogo nome appioppato alla coalizione: “Shield of the Americas”, ovvero “Scudo delle Americhe”, l’accozzaglia maldestramente inventata da Donald Trump e messa insieme a Mar a Lago in Florida, da lui immaginata come nuova capitale continentale, mentre è semplicemente il suo privatissimo golf club, ha seminato anche tra i partecipanti più imbarazzo che soddisfazione, intanto perché l’apertura del discorso del presidente a stelle e strisce non è apparsa una battuta umoristica, ma piuttosto una minaccia: “Non imparerò mai la vostra dannata lingua”, peggiorata dal segretario alla Difesa statunitense, o come preferisce dire lui alla Guerra, l’energumeno Pete Hegseth, il quale ha sottolineato: “parlo solo americano”, affermazione insopportabile anche per i selezionati ospiti, tutte e tutti espressione di una destra continentale prossima, se non esattamente prona, ai voleri della Casa Bianca, infatti l’America è per ogni latino – americano l’interezza del continente, l’appropriazione indebita fatta da tempo dei termini: “America – americano” da parte degli statunitensi, tanto per indicare la loro nazione, quanto la loro lingua, è un affronto mal sopportato anche dai meglio disposti verso i voleri di Washington. Le immagini dell’incontro infatti rimandano un palpabile disappunto tra i convenuti, trasformatosi spesso in silenzio.

Per altro, anche in ragione delle vistose assenze di molti interlocutori fondamentali, a partire dal Messico, dalla Colombia e dal Brasile, i media statunitensi non hanno dedicato molto spazio all’incontro voluto da Donald Trump, impegnato contemporaneamente in una folle guerra contro l’Iran, di cui si perdono di vista i contorni tanto militari, quanto politici, al netto della volontà di assecondare il suo alleato sionista e danneggiare la Cina nei suoi rifornimenti energetici.

Donald Trump dunque, infastidito dalla valorosa Resistenza iraniana, pare aver cercato un diversivo rivolgendosi all’emisfero occidentale, spazio privilegiato delle sue attenzioni.

Tuttavia il vertice “Escudo de las Américas”, come qualche presente ha ribadito espressamente in spagnolo, non è risultato la dimostrazione di forza auspicata. Nelle intenzioni trumpiane avrebbe dovuto stabilire una nuova alleanza contro i cartelli della droga e l’immigrazione irregolare e clandestina, ma di droga e di immigrazione non si è parlato quasi per niente, Donald Trump ha annunciato piuttosto una coalizione militare, la quale, più che il contrasto dei cartelli della droga, pare apparecchiata, con le sue stesse parole, per contrastare la presenza della Cina e della Russia nel continente, presenze che lui giudica pericolose e nefaste, suscitando sorrisi più compiacenti piuttosto che convinti tra i convenuti.

Trump ha manifestato infatti con chiarezza l’obiettivo geostrategico volta a contrastare Mosca e Pechino: “Non permetteremo che influenze straniere ostili prendano piede in questo emisfero, che include il Canale di Panama”.

Al vertice presente anche Kristi Noem, la quale, dismessi i panni della segretaria alla Sicurezza Interna, anche per i disastri provocati da un utilizzo scriteriato della United States Immigration and Customs Enforcement, meglio nota in sigla come “ICE”, è stata nominata seduta stante inviata speciale di Washington per lo “Shield of the Americas”. Neppure le prime parole di Kristi Noem devono essere suonate amichevoli ai presenti: “Ora che l’America è sicura e i nostri confini sono sicuri, vogliamo concentrarci sui nostri vicini e aiutarli a gestire i loro confini e le sfide che devono affrontare”, molti vi hanno letto infatti una velata volontà di intervento, anche se non richiesti, laddove Washington ravveda una presunta “insicurezza”, poco importa se reale o immaginaria, anche a casa dei suoi “alleati”.

A spezzare una lancia ispanofona ci ha pensato il segretario di Stato Marco Rubio, il quale, più che i presenti, ha ringraziato Trump per aver dato priorità all’emisfero occidentale, salutando i capi di stato convenuti con un messaggio preciso: “Vogliamo che vediate che quando si è amici e alleati degli Stati Uniti è una cosa positiva e si riceve una risposta contraccambiata”.

In conclusione la firma al costituendo “Scudo delle Americhe” l’hanno apposta Javier Milei presidente dell’Argentina, Rodrigo Paz presidente della Bolivia, il quale per altro rappresenta una nazione con accordi di lunga durata con Pechino per lo sfruttamento delle miniere di litio, José Antonio Kast a giorni in carica come nuovo presidente del Cile, accompagnato da Fernando Barros, ministro designato della Difesa Nazionale, Rodrigo Chaves presidente della Costa Rica, Daniel Noboa presidente dell’Ecuador, Nayib Bukele presidente del Salvador, Mohamed Irfaan Ali presidente della Guyana, Nasry Asfura presidente dell’Honduras, Josè Raul Mulino presidente di Panama, Santiago Peña presidente del Paraguay, Luis Abinader presidente della Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar primo ministro di Trinidad e Tobago, presente anche a nome della presidentessa Christine Kangaloo.

Donald Trump nella sua tradizionale confusione tra più temi e piani del discorso, pur parlando dei cartelli della droga messicani, i quali secondo lui: “stanno alimentando e orchestrando gran parte dello spargimento di sangue e del caos in questo emisfero”, ha colto l’occasione per attaccare veementemente il governo messicano e la presidentessa Claudia Sheinbaum, per altro impegnatissima nel contrastare i cartelli malavitosi. Trump si è inventato come in passato una responsabilità del Messico nella mancata repressione del sistema di produzione e transito verso gli Stati Uniti delle sostanze stupefacenti, adducendo anche una del tutto immaginaria connivenza del potere messicano con i produttori e i contrabbandieri, quando è vero piuttosto il contrario, il contrasto messo in campo dai messicani non riesce a scalfire le connivenze criminali che tali cartelli hanno dentro gli Stati Uniti. Non pago delle ripetute esternazioni verbali Trump ha minacciato: “Sono pronto a scatenare la potenza dell’esercito statunitense, utilizzeremo i nostri missili, sono estremamente precisi”, premesso che sarebbe in ogni caso una violazione della sovranità messicana, è rimasto il dubbio ai partecipanti di chi stesse parlando, ovvero se dei cartelli della droga oppure del governo messicano.

L’aspetto più preoccpante dell’accordo sottoscritto tra le nazioni presenti, al netto dell’irresponsabile attacco trumpiano al Messico, è quello volto a coordinare gli sforzi militari e di polizia attraverso la condivisione di intelligence e il coordinamento di operazioni anche armate, ufficialmente per contrastare le infrastrutture dei cartelli della droga e le rotte del traffico, in realtà come il criminale prelevamento del presidente venezuelano Nicolas Maduro e della sua consorte Cilia Flores hanno dimostrato il 3 gennaio 2026, vi è tutto il rischio che le informazioni e le infrastrutture dei sottoscriventi vengano utilizzate da Washington per perseguire finalità politiche ed economiche egemoniche che nulla hanno a che vedere con il contrasto delle attività malavitose connesse con la droga.

A fronte di ciò le pesanti critiche mosse contro lo “Scudo delle Americhe” sono ragionevoli e fondate e vedono una profonda sintonia tra la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum, il peruviano socialdemocratico José María Balcázar, in carica ancora per solo un mese, ma certamente chiamato a salvaguardare introiti e occupazione garantiti dal megaporto di Chancay, finanziato e controllato al 60% dal colosso della logistica marittima cinese Cosco e inaugurato alla fine del 2024 con una visita di stato in Perù dallo stesso Xi Jinping, il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il colombiano Gustavo Petro.

Donald Trump non ha risparmiato in conclusione parole dure e al contempo sarcastiche contro Cuba, messa in ginocchio non solo dal pluridecennale embargo, ma anche dal feroce blocco navale attuato da un paio di mesi dagli statunitensi con l’evidente intento della Casa Bianca di far collassare il sistema socio – politico cubano, già economicamente in gravissime difficoltà. Ha affermato Trump: “Aspettiamo con ansia il grande cambiamento che presto arriverà. Non hanno soldi, non hanno petrolio, hanno una cattiva filosofia. Il regime è nei suoi ultimi momenti di vita, ma Cuba avrà una nuova grande vita.

La risposta del presidente e segretario generale del Partito Comunista di Cuba Miguel Díaz-Canel non solo alle minacce contro l’isola caraibica, ma rispetto ai foschi orizzonti tratteggiati dallo “Scudo delle Americhe” è quanto di più puntualmente efficace possa concludersi rispetto all’incontro: “Il piccolo vertice reazionario e neocoloniale in Florida, convocato dagli Stati Uniti con l’aiuto dei governi di destra della regione, obbliga questi ad accettare l’uso letale delle forze statunitensi per risolvere i problemi interni e mantenere l’ordine nei loro paesi”.

“Scudo delle Americhe”, il brutale approccio egemonico compromette il dialogo di Donald Trump con l’America Latina

Donald Trump prova a inventarsi come novello “Capitan America”, ma l’incontro svoltosi ai primi di marzo 2026 in Florida non appare un successo, anzi decisamente un disastro, non solo per le molte e rilevanti assenze, ma anche per l’evidente lontananza, anche dalla dozzina di capi di stato raccolti intorno a lui, dall’accettare un atteggiamento così smaccatamente arrogante e palesemente egemonico.

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Già dal roboante, pomposo e del tutto fuori luogo nome appioppato alla coalizione: “Shield of the Americas”, ovvero “Scudo delle Americhe”, l’accozzaglia maldestramente inventata da Donald Trump e messa insieme a Mar a Lago in Florida, da lui immaginata come nuova capitale continentale, mentre è semplicemente il suo privatissimo golf club, ha seminato anche tra i partecipanti più imbarazzo che soddisfazione, intanto perché l’apertura del discorso del presidente a stelle e strisce non è apparsa una battuta umoristica, ma piuttosto una minaccia: “Non imparerò mai la vostra dannata lingua”, peggiorata dal segretario alla Difesa statunitense, o come preferisce dire lui alla Guerra, l’energumeno Pete Hegseth, il quale ha sottolineato: “parlo solo americano”, affermazione insopportabile anche per i selezionati ospiti, tutte e tutti espressione di una destra continentale prossima, se non esattamente prona, ai voleri della Casa Bianca, infatti l’America è per ogni latino – americano l’interezza del continente, l’appropriazione indebita fatta da tempo dei termini: “America – americano” da parte degli statunitensi, tanto per indicare la loro nazione, quanto la loro lingua, è un affronto mal sopportato anche dai meglio disposti verso i voleri di Washington. Le immagini dell’incontro infatti rimandano un palpabile disappunto tra i convenuti, trasformatosi spesso in silenzio.

Per altro, anche in ragione delle vistose assenze di molti interlocutori fondamentali, a partire dal Messico, dalla Colombia e dal Brasile, i media statunitensi non hanno dedicato molto spazio all’incontro voluto da Donald Trump, impegnato contemporaneamente in una folle guerra contro l’Iran, di cui si perdono di vista i contorni tanto militari, quanto politici, al netto della volontà di assecondare il suo alleato sionista e danneggiare la Cina nei suoi rifornimenti energetici.

Donald Trump dunque, infastidito dalla valorosa Resistenza iraniana, pare aver cercato un diversivo rivolgendosi all’emisfero occidentale, spazio privilegiato delle sue attenzioni.

Tuttavia il vertice “Escudo de las Américas”, come qualche presente ha ribadito espressamente in spagnolo, non è risultato la dimostrazione di forza auspicata. Nelle intenzioni trumpiane avrebbe dovuto stabilire una nuova alleanza contro i cartelli della droga e l’immigrazione irregolare e clandestina, ma di droga e di immigrazione non si è parlato quasi per niente, Donald Trump ha annunciato piuttosto una coalizione militare, la quale, più che il contrasto dei cartelli della droga, pare apparecchiata, con le sue stesse parole, per contrastare la presenza della Cina e della Russia nel continente, presenze che lui giudica pericolose e nefaste, suscitando sorrisi più compiacenti piuttosto che convinti tra i convenuti.

Trump ha manifestato infatti con chiarezza l’obiettivo geostrategico volta a contrastare Mosca e Pechino: “Non permetteremo che influenze straniere ostili prendano piede in questo emisfero, che include il Canale di Panama”.

Al vertice presente anche Kristi Noem, la quale, dismessi i panni della segretaria alla Sicurezza Interna, anche per i disastri provocati da un utilizzo scriteriato della United States Immigration and Customs Enforcement, meglio nota in sigla come “ICE”, è stata nominata seduta stante inviata speciale di Washington per lo “Shield of the Americas”. Neppure le prime parole di Kristi Noem devono essere suonate amichevoli ai presenti: “Ora che l’America è sicura e i nostri confini sono sicuri, vogliamo concentrarci sui nostri vicini e aiutarli a gestire i loro confini e le sfide che devono affrontare”, molti vi hanno letto infatti una velata volontà di intervento, anche se non richiesti, laddove Washington ravveda una presunta “insicurezza”, poco importa se reale o immaginaria, anche a casa dei suoi “alleati”.

A spezzare una lancia ispanofona ci ha pensato il segretario di Stato Marco Rubio, il quale, più che i presenti, ha ringraziato Trump per aver dato priorità all’emisfero occidentale, salutando i capi di stato convenuti con un messaggio preciso: “Vogliamo che vediate che quando si è amici e alleati degli Stati Uniti è una cosa positiva e si riceve una risposta contraccambiata”.

In conclusione la firma al costituendo “Scudo delle Americhe” l’hanno apposta Javier Milei presidente dell’Argentina, Rodrigo Paz presidente della Bolivia, il quale per altro rappresenta una nazione con accordi di lunga durata con Pechino per lo sfruttamento delle miniere di litio, José Antonio Kast a giorni in carica come nuovo presidente del Cile, accompagnato da Fernando Barros, ministro designato della Difesa Nazionale, Rodrigo Chaves presidente della Costa Rica, Daniel Noboa presidente dell’Ecuador, Nayib Bukele presidente del Salvador, Mohamed Irfaan Ali presidente della Guyana, Nasry Asfura presidente dell’Honduras, Josè Raul Mulino presidente di Panama, Santiago Peña presidente del Paraguay, Luis Abinader presidente della Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar primo ministro di Trinidad e Tobago, presente anche a nome della presidentessa Christine Kangaloo.

Donald Trump nella sua tradizionale confusione tra più temi e piani del discorso, pur parlando dei cartelli della droga messicani, i quali secondo lui: “stanno alimentando e orchestrando gran parte dello spargimento di sangue e del caos in questo emisfero”, ha colto l’occasione per attaccare veementemente il governo messicano e la presidentessa Claudia Sheinbaum, per altro impegnatissima nel contrastare i cartelli malavitosi. Trump si è inventato come in passato una responsabilità del Messico nella mancata repressione del sistema di produzione e transito verso gli Stati Uniti delle sostanze stupefacenti, adducendo anche una del tutto immaginaria connivenza del potere messicano con i produttori e i contrabbandieri, quando è vero piuttosto il contrario, il contrasto messo in campo dai messicani non riesce a scalfire le connivenze criminali che tali cartelli hanno dentro gli Stati Uniti. Non pago delle ripetute esternazioni verbali Trump ha minacciato: “Sono pronto a scatenare la potenza dell’esercito statunitense, utilizzeremo i nostri missili, sono estremamente precisi”, premesso che sarebbe in ogni caso una violazione della sovranità messicana, è rimasto il dubbio ai partecipanti di chi stesse parlando, ovvero se dei cartelli della droga oppure del governo messicano.

L’aspetto più preoccpante dell’accordo sottoscritto tra le nazioni presenti, al netto dell’irresponsabile attacco trumpiano al Messico, è quello volto a coordinare gli sforzi militari e di polizia attraverso la condivisione di intelligence e il coordinamento di operazioni anche armate, ufficialmente per contrastare le infrastrutture dei cartelli della droga e le rotte del traffico, in realtà come il criminale prelevamento del presidente venezuelano Nicolas Maduro e della sua consorte Cilia Flores hanno dimostrato il 3 gennaio 2026, vi è tutto il rischio che le informazioni e le infrastrutture dei sottoscriventi vengano utilizzate da Washington per perseguire finalità politiche ed economiche egemoniche che nulla hanno a che vedere con il contrasto delle attività malavitose connesse con la droga.

A fronte di ciò le pesanti critiche mosse contro lo “Scudo delle Americhe” sono ragionevoli e fondate e vedono una profonda sintonia tra la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum, il peruviano socialdemocratico José María Balcázar, in carica ancora per solo un mese, ma certamente chiamato a salvaguardare introiti e occupazione garantiti dal megaporto di Chancay, finanziato e controllato al 60% dal colosso della logistica marittima cinese Cosco e inaugurato alla fine del 2024 con una visita di stato in Perù dallo stesso Xi Jinping, il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il colombiano Gustavo Petro.

Donald Trump non ha risparmiato in conclusione parole dure e al contempo sarcastiche contro Cuba, messa in ginocchio non solo dal pluridecennale embargo, ma anche dal feroce blocco navale attuato da un paio di mesi dagli statunitensi con l’evidente intento della Casa Bianca di far collassare il sistema socio – politico cubano, già economicamente in gravissime difficoltà. Ha affermato Trump: “Aspettiamo con ansia il grande cambiamento che presto arriverà. Non hanno soldi, non hanno petrolio, hanno una cattiva filosofia. Il regime è nei suoi ultimi momenti di vita, ma Cuba avrà una nuova grande vita.

La risposta del presidente e segretario generale del Partito Comunista di Cuba Miguel Díaz-Canel non solo alle minacce contro l’isola caraibica, ma rispetto ai foschi orizzonti tratteggiati dallo “Scudo delle Americhe” è quanto di più puntualmente efficace possa concludersi rispetto all’incontro: “Il piccolo vertice reazionario e neocoloniale in Florida, convocato dagli Stati Uniti con l’aiuto dei governi di destra della regione, obbliga questi ad accettare l’uso letale delle forze statunitensi per risolvere i problemi interni e mantenere l’ordine nei loro paesi”.

Donald Trump prova a inventarsi come novello “Capitan America”, ma l’incontro svoltosi ai primi di marzo 2026 in Florida non appare un successo, anzi decisamente un disastro, non solo per le molte e rilevanti assenze, ma anche per l’evidente lontananza, anche dalla dozzina di capi di stato raccolti intorno a lui, dall’accettare un atteggiamento così smaccatamente arrogante e palesemente egemonico.

Già dal roboante, pomposo e del tutto fuori luogo nome appioppato alla coalizione: “Shield of the Americas”, ovvero “Scudo delle Americhe”, l’accozzaglia maldestramente inventata da Donald Trump e messa insieme a Mar a Lago in Florida, da lui immaginata come nuova capitale continentale, mentre è semplicemente il suo privatissimo golf club, ha seminato anche tra i partecipanti più imbarazzo che soddisfazione, intanto perché l’apertura del discorso del presidente a stelle e strisce non è apparsa una battuta umoristica, ma piuttosto una minaccia: “Non imparerò mai la vostra dannata lingua”, peggiorata dal segretario alla Difesa statunitense, o come preferisce dire lui alla Guerra, l’energumeno Pete Hegseth, il quale ha sottolineato: “parlo solo americano”, affermazione insopportabile anche per i selezionati ospiti, tutte e tutti espressione di una destra continentale prossima, se non esattamente prona, ai voleri della Casa Bianca, infatti l’America è per ogni latino – americano l’interezza del continente, l’appropriazione indebita fatta da tempo dei termini: “America – americano” da parte degli statunitensi, tanto per indicare la loro nazione, quanto la loro lingua, è un affronto mal sopportato anche dai meglio disposti verso i voleri di Washington. Le immagini dell’incontro infatti rimandano un palpabile disappunto tra i convenuti, trasformatosi spesso in silenzio.

Per altro, anche in ragione delle vistose assenze di molti interlocutori fondamentali, a partire dal Messico, dalla Colombia e dal Brasile, i media statunitensi non hanno dedicato molto spazio all’incontro voluto da Donald Trump, impegnato contemporaneamente in una folle guerra contro l’Iran, di cui si perdono di vista i contorni tanto militari, quanto politici, al netto della volontà di assecondare il suo alleato sionista e danneggiare la Cina nei suoi rifornimenti energetici.

Donald Trump dunque, infastidito dalla valorosa Resistenza iraniana, pare aver cercato un diversivo rivolgendosi all’emisfero occidentale, spazio privilegiato delle sue attenzioni.

Tuttavia il vertice “Escudo de las Américas”, come qualche presente ha ribadito espressamente in spagnolo, non è risultato la dimostrazione di forza auspicata. Nelle intenzioni trumpiane avrebbe dovuto stabilire una nuova alleanza contro i cartelli della droga e l’immigrazione irregolare e clandestina, ma di droga e di immigrazione non si è parlato quasi per niente, Donald Trump ha annunciato piuttosto una coalizione militare, la quale, più che il contrasto dei cartelli della droga, pare apparecchiata, con le sue stesse parole, per contrastare la presenza della Cina e della Russia nel continente, presenze che lui giudica pericolose e nefaste, suscitando sorrisi più compiacenti piuttosto che convinti tra i convenuti.

Trump ha manifestato infatti con chiarezza l’obiettivo geostrategico volta a contrastare Mosca e Pechino: “Non permetteremo che influenze straniere ostili prendano piede in questo emisfero, che include il Canale di Panama”.

Al vertice presente anche Kristi Noem, la quale, dismessi i panni della segretaria alla Sicurezza Interna, anche per i disastri provocati da un utilizzo scriteriato della United States Immigration and Customs Enforcement, meglio nota in sigla come “ICE”, è stata nominata seduta stante inviata speciale di Washington per lo “Shield of the Americas”. Neppure le prime parole di Kristi Noem devono essere suonate amichevoli ai presenti: “Ora che l’America è sicura e i nostri confini sono sicuri, vogliamo concentrarci sui nostri vicini e aiutarli a gestire i loro confini e le sfide che devono affrontare”, molti vi hanno letto infatti una velata volontà di intervento, anche se non richiesti, laddove Washington ravveda una presunta “insicurezza”, poco importa se reale o immaginaria, anche a casa dei suoi “alleati”.

A spezzare una lancia ispanofona ci ha pensato il segretario di Stato Marco Rubio, il quale, più che i presenti, ha ringraziato Trump per aver dato priorità all’emisfero occidentale, salutando i capi di stato convenuti con un messaggio preciso: “Vogliamo che vediate che quando si è amici e alleati degli Stati Uniti è una cosa positiva e si riceve una risposta contraccambiata”.

In conclusione la firma al costituendo “Scudo delle Americhe” l’hanno apposta Javier Milei presidente dell’Argentina, Rodrigo Paz presidente della Bolivia, il quale per altro rappresenta una nazione con accordi di lunga durata con Pechino per lo sfruttamento delle miniere di litio, José Antonio Kast a giorni in carica come nuovo presidente del Cile, accompagnato da Fernando Barros, ministro designato della Difesa Nazionale, Rodrigo Chaves presidente della Costa Rica, Daniel Noboa presidente dell’Ecuador, Nayib Bukele presidente del Salvador, Mohamed Irfaan Ali presidente della Guyana, Nasry Asfura presidente dell’Honduras, Josè Raul Mulino presidente di Panama, Santiago Peña presidente del Paraguay, Luis Abinader presidente della Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar primo ministro di Trinidad e Tobago, presente anche a nome della presidentessa Christine Kangaloo.

Donald Trump nella sua tradizionale confusione tra più temi e piani del discorso, pur parlando dei cartelli della droga messicani, i quali secondo lui: “stanno alimentando e orchestrando gran parte dello spargimento di sangue e del caos in questo emisfero”, ha colto l’occasione per attaccare veementemente il governo messicano e la presidentessa Claudia Sheinbaum, per altro impegnatissima nel contrastare i cartelli malavitosi. Trump si è inventato come in passato una responsabilità del Messico nella mancata repressione del sistema di produzione e transito verso gli Stati Uniti delle sostanze stupefacenti, adducendo anche una del tutto immaginaria connivenza del potere messicano con i produttori e i contrabbandieri, quando è vero piuttosto il contrario, il contrasto messo in campo dai messicani non riesce a scalfire le connivenze criminali che tali cartelli hanno dentro gli Stati Uniti. Non pago delle ripetute esternazioni verbali Trump ha minacciato: “Sono pronto a scatenare la potenza dell’esercito statunitense, utilizzeremo i nostri missili, sono estremamente precisi”, premesso che sarebbe in ogni caso una violazione della sovranità messicana, è rimasto il dubbio ai partecipanti di chi stesse parlando, ovvero se dei cartelli della droga oppure del governo messicano.

L’aspetto più preoccpante dell’accordo sottoscritto tra le nazioni presenti, al netto dell’irresponsabile attacco trumpiano al Messico, è quello volto a coordinare gli sforzi militari e di polizia attraverso la condivisione di intelligence e il coordinamento di operazioni anche armate, ufficialmente per contrastare le infrastrutture dei cartelli della droga e le rotte del traffico, in realtà come il criminale prelevamento del presidente venezuelano Nicolas Maduro e della sua consorte Cilia Flores hanno dimostrato il 3 gennaio 2026, vi è tutto il rischio che le informazioni e le infrastrutture dei sottoscriventi vengano utilizzate da Washington per perseguire finalità politiche ed economiche egemoniche che nulla hanno a che vedere con il contrasto delle attività malavitose connesse con la droga.

A fronte di ciò le pesanti critiche mosse contro lo “Scudo delle Americhe” sono ragionevoli e fondate e vedono una profonda sintonia tra la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum, il peruviano socialdemocratico José María Balcázar, in carica ancora per solo un mese, ma certamente chiamato a salvaguardare introiti e occupazione garantiti dal megaporto di Chancay, finanziato e controllato al 60% dal colosso della logistica marittima cinese Cosco e inaugurato alla fine del 2024 con una visita di stato in Perù dallo stesso Xi Jinping, il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il colombiano Gustavo Petro.

Donald Trump non ha risparmiato in conclusione parole dure e al contempo sarcastiche contro Cuba, messa in ginocchio non solo dal pluridecennale embargo, ma anche dal feroce blocco navale attuato da un paio di mesi dagli statunitensi con l’evidente intento della Casa Bianca di far collassare il sistema socio – politico cubano, già economicamente in gravissime difficoltà. Ha affermato Trump: “Aspettiamo con ansia il grande cambiamento che presto arriverà. Non hanno soldi, non hanno petrolio, hanno una cattiva filosofia. Il regime è nei suoi ultimi momenti di vita, ma Cuba avrà una nuova grande vita.

La risposta del presidente e segretario generale del Partito Comunista di Cuba Miguel Díaz-Canel non solo alle minacce contro l’isola caraibica, ma rispetto ai foschi orizzonti tratteggiati dallo “Scudo delle Americhe” è quanto di più puntualmente efficace possa concludersi rispetto all’incontro: “Il piccolo vertice reazionario e neocoloniale in Florida, convocato dagli Stati Uniti con l’aiuto dei governi di destra della regione, obbliga questi ad accettare l’uso letale delle forze statunitensi per risolvere i problemi interni e mantenere l’ordine nei loro paesi”.

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