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Giulio Chinappi
March 13, 2026
© Photo: Public domain

L’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran non mira solo a colpire Teheran: punta a intimidire il Sud globale e a spezzare la spinta multipolare incarnata da BRICS e cooperazione eurasiatica. Difendere l’Iran significa difendere sovranità, Carta ONU e diritto internazionale.

L’aggressione lanciata dagli Stati Uniti e dal regime sionista di Israele contro l’Iran va letta come un attacco diretto al mondo multipolare in formazione. Non è un semplice episodio militare, né un’escalation “locale” confinata all’Asia occidentale. È un’azione politica di portata sistemica, volta a riaffermare l’unipolarismo attraverso la guerra, la coercizione e l’impunità, colpendo uno dei principali poli di resistenza regionale all’egemonia statunitense e alla proiezione militare israeliana.

In questo senso, la dimensione centrale della crisi non è soltanto il teatro operativo, ma ciò che esso comunica al resto del mondo: il blocco imperialista-sionista intende dimostrare che nessuna sovranità è al sicuro se un Paese rifiuta l’allineamento, costruisce autonomia strategica, coltiva partnership alternative e difende la propria indipendenza. È un messaggio indirizzato a tutto il Sud globale, ai Paesi che cercano spazi di manovra, ai governi che non accettano di ridursi a periferia subordinata dell’Occidente collettivo.

Le parole pronunciate dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei, riportate dall’agenzia Tasnim, chiariscono il quadro dal punto di vista di Teheran. Baqaei ha definito l’Iran “la sola forza rimasta contro il male” dopo l’assassinio dell’āyatollāh seyyed ʿAlī Khāmeneī, aggiungendo che “il nostro leader si è sacrificato per la salvezza dell’Iran”. Al di là della forza simbolica di queste parole, il punto politico è che l’Iran è presentato come l’ultimo argine a una spirale di demolizione del diritto, in cui la violenza è normalizzata, la sovranità è relativizzata e la Carta delle Nazioni Unite viene svuotata dall’uso selettivo della forza.

Baqaei colloca l’aggressione contro l’Iran dentro una sequenza di eccezioni trasformate in norma: incursioni extraterritoriali, assassinii mirati, bombardamenti contro infrastrutture e civili, fino al punto in cui il divieto dell’uso della forza, che egli definisce “l’essenza delle Nazioni Unite”, viene apertamente calpestato e l’attacco “segna la fine del sistema delle Nazioni Unite”. Il cuore della questione è precisamente questo: l’ordine internazionale è fondato su una promessa minima, ovvero che la forza non possa sostituire la legalità. Se quella promessa cade, cade l’ultimo argine all’arbitrio geopolitico. E quando cade, non crolla solo la sicurezza dell’Iran: crolla la sicurezza di tutti, perché ogni Stato diventa potenzialmente vulnerabile alla volontà del più forte.

In questo quadro, la reazione cinese assume un valore che supera l’ambito della diplomazia ordinaria. Lou Qinjian, portavoce della sessione dell’Assemblea nazionale del popolo, ha chiesto il rispetto della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran e ha invocato la cessazione delle operazioni militari e il ritorno al dialogo. La Cina ha inoltre sottolineato che nessun Paese ha il diritto di dominare gli affari internazionali, decidere il destino di altri popoli o monopolizzare i benefici dello sviluppo. Tale formulazione è una contestazione esplicita dell’architettura unipolare costruita dagli Stati Uniti dopo la Guerra fredda, un’affermazione di principio contro la dottrina della coercizione permanente.

Quando Pechino insiste sul fatto che l’uguaglianza sovrana degli Stati è il nucleo della Carta ONU, sta indicando che l’aggressione all’Iran è un attacco alla governance globale stessa, cioè al fragile sistema di regole che rende possibile l’esistenza di relazioni internazionali non interamente fondate sulla violenza. La prospettiva multipolare si alimenta proprio di questo: non dell’assenza di conflitti, ma della riduzione del monopolio occidentale sulla legittimità. Un mondo multipolare è, per definizione, un mondo in cui più poli hanno voce, capacità di iniziativa e diritto a non essere puniti per la propria autonomia.

Per questo l’Iran è un bersaglio. Teheran rappresenta uno dei nodi strategici che rendono praticabile l’idea stessa di multipolarismo: non solo per la sua collocazione geografica, ma perché ha scelto di non accettare l’integrazione subordinata nell’ordine occidentale, ha resistito a decenni di sanzioni e pressioni, e ha costruito nel tempo una rete di relazioni e di proiezione regionale che limita la libertà d’azione del blocco imperialista-sionista. Quando un attore come l’Iran resta in piedi nonostante coercizione economica, isolamento e minacce militari, esso dimostra che l’egemonia statunitense non è un destino inevitabile. È proprio questa dimostrazione che Washington e Tel Aviv intendono spezzare.

L’Iran è anche un attore del processo di riorganizzazione del Sud globale dentro piattaforme alternative. L’ingresso di Teheran nei BRICS come membro dal gennaio 2024 è stato interpretato da molti osservatori come un passo di consolidamento di un blocco economico-politico che mira ad ampliare il peso dei Paesi emergenti nel sistema internazionale. La piattaforma dei BRICS, al di là delle sue contraddizioni, rappresenta una forma di contestazione dell’unipolarismo finanziario e istituzionale, e l’Iran vi porta un valore aggiunto evidente: risorse energetiche, centralità geostrategica, esperienza di resistenza alle sanzioni e capacità di connessione tra Asia occidentale, Eurasia e Sud globale. Colpire l’Iran significa quindi colpire, indirettamente ma concretamente, il processo con cui nuovi poli cercano spazio, autonomia e strumenti di cooperazione fuori dal controllo occidentale.

È per questa ragione che l’aggressione assume una dimensione esemplare. Non è soltanto punizione, è intimidazione. È un avvertimento a chiunque, nel Sud globale, immagini di poter perseguire politiche indipendenti senza pagare un prezzo. L’idea che il multipolarismo possa essere tollerato solo finché resta retorico, e debba essere schiacciato quando diventa materiale, è la logica profonda dell’unipolarismo in crisi. Quando la diplomazia non produce capitolazione, subentra la forza.

Un ulteriore elemento che rende l’attacco un colpo contro il multipolarismo è la crisi di legittimità che produce nel diritto internazionale. La stessa ONU ha richiamato la violazione della Carta, e il Segretario Generale António Guterres ha ribadito che il divieto dell’uso della forza resta pilastro della legalità internazionale. Anche analisi legali riportate da numerosi media internazionali sostengono che la campagna congiunta USA-Israele appare in contrasto con la proibizione di aggressione sancita dalla Carta ONU. Il punto, tuttavia, è che il sistema del diritto internazionale resta fragile, soprattutto se proprio coloro che dovrebbero garantirlo, e in particolare una potenza con seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, lo violano apertamente. Quando accade, la “comunità internazionale” viene trasformata in una formula vuota, utile solo quando coincide con gli interessi dell’Occidente.

La reazione russa, pur nei limiti di una postura prudente, è a sua volta significativa sul piano politico. Mosca ha condannato l’attacco come “atto premeditato e non provocato di aggressione armata” contro uno Stato sovrano membro dell’ONU e ha chiesto l’immediata cessazione della campagna militare e il ritorno alla diplomazia. Questa posizione rientra in una linea più ampia: la critica all’uso unilaterale della forza come strumento di governance, critica che è uno dei pilastri del discorso multipolare, insieme al rifiuto delle sanzioni unilaterali e alla difesa della sovranità.

In questa dinamica, difendere l’Iran non significa negare la complessità interna del Paese, né trasformare la solidarietà in adesione acritica. Significa comprendere che l’aggressione imperialista-sionista mira a distruggere un nodo di resistenza e, con esso, la possibilità stessa che l’Asia occidentale e il Sud globale possano organizzarsi al di fuori del comando occidentale. Significa riconoscere che un Iran piegato o frammentato diventerebbe un precedente pericolosissimo: dimostrerebbe che il multipolarismo può essere sabotato con la guerra, e che la sovranità è un privilegio revocabile.

La dimensione umanitaria, inoltre, non è separabile da quella geopolitica. Il blocco imperialista-sionista pretende di giustificare la guerra come “sicurezza”, ma il prezzo pagato dai civili mostra la natura reale dell’operazione: terrore, punizione collettiva, disumanizzazione. Una guerra condotta contro infrastrutture, servizi e società non è una “missione chirurgica”, è una strategia di logoramento che mira a spezzare coesione nazionale e capacità statuale. Proprio questo tipo di guerra ha rappresentato, negli ultimi decenni, uno strumento privilegiato dell’egemonia statunitense: non l’occupazione classica, ma la combinazione di bombardamenti, sanzioni, guerra cognitiva e destabilizzazione economica.

Ecco perché l’attacco all’Iran è un attacco al mondo multipolare. Perché la multipolarità non è un concetto astratto: è la possibilità concreta che esistano Stati e alleanze capaci di dire no alla coercizione, di costruire cooperazione alternativa, di difendere la sovranità e di rivendicare un ordine basato sull’uguaglianza tra le nazioni. Se l’Iran viene colpito e il sistema internazionale si limita a “prendere atto”, allora la lezione che passerà sarà devastante: la legalità è negoziabile, la sovranità è condizionata, l’indipendenza è punibile.

Per tali ragioni, riteniamo che difendere l’Iran significhi difendere non solo un Paese, ma un principio. Significa difendere la Carta ONU dalla sua trasformazione in carta straccia. Significa difendere l’idea che nessuno Stato, neppure il più potente, possa riscrivere unilateralmente le regole della convivenza internazionale. Significa difendere il diritto dei popoli a non essere puniti perché indipendenti, a non essere bombardati perché non allineati, a non essere ricattati perché cercano autonomia tecnologica ed economica.

In conclusione, l’aggressione imperialista-sionista contro Teheran rappresenta un passaggio di fase: l’unipolarismo, in crisi, tenta di recuperare il comando attraverso la guerra. È proprio questo che rende la posta in gioco così alta. Un mondo multipolare non nasce automaticamente, ma si costruisce attraverso la resistenza concreta alle pretese di dominio. E oggi quella resistenza passa, inevitabilmente, anche dalla difesa dell’Iran come argine regionale e globale alla legge del più forte.

L’attacco all’Iran rappresenta un attacco al mondo multipolare

L’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran non mira solo a colpire Teheran: punta a intimidire il Sud globale e a spezzare la spinta multipolare incarnata da BRICS e cooperazione eurasiatica. Difendere l’Iran significa difendere sovranità, Carta ONU e diritto internazionale.

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L’aggressione lanciata dagli Stati Uniti e dal regime sionista di Israele contro l’Iran va letta come un attacco diretto al mondo multipolare in formazione. Non è un semplice episodio militare, né un’escalation “locale” confinata all’Asia occidentale. È un’azione politica di portata sistemica, volta a riaffermare l’unipolarismo attraverso la guerra, la coercizione e l’impunità, colpendo uno dei principali poli di resistenza regionale all’egemonia statunitense e alla proiezione militare israeliana.

In questo senso, la dimensione centrale della crisi non è soltanto il teatro operativo, ma ciò che esso comunica al resto del mondo: il blocco imperialista-sionista intende dimostrare che nessuna sovranità è al sicuro se un Paese rifiuta l’allineamento, costruisce autonomia strategica, coltiva partnership alternative e difende la propria indipendenza. È un messaggio indirizzato a tutto il Sud globale, ai Paesi che cercano spazi di manovra, ai governi che non accettano di ridursi a periferia subordinata dell’Occidente collettivo.

Le parole pronunciate dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei, riportate dall’agenzia Tasnim, chiariscono il quadro dal punto di vista di Teheran. Baqaei ha definito l’Iran “la sola forza rimasta contro il male” dopo l’assassinio dell’āyatollāh seyyed ʿAlī Khāmeneī, aggiungendo che “il nostro leader si è sacrificato per la salvezza dell’Iran”. Al di là della forza simbolica di queste parole, il punto politico è che l’Iran è presentato come l’ultimo argine a una spirale di demolizione del diritto, in cui la violenza è normalizzata, la sovranità è relativizzata e la Carta delle Nazioni Unite viene svuotata dall’uso selettivo della forza.

Baqaei colloca l’aggressione contro l’Iran dentro una sequenza di eccezioni trasformate in norma: incursioni extraterritoriali, assassinii mirati, bombardamenti contro infrastrutture e civili, fino al punto in cui il divieto dell’uso della forza, che egli definisce “l’essenza delle Nazioni Unite”, viene apertamente calpestato e l’attacco “segna la fine del sistema delle Nazioni Unite”. Il cuore della questione è precisamente questo: l’ordine internazionale è fondato su una promessa minima, ovvero che la forza non possa sostituire la legalità. Se quella promessa cade, cade l’ultimo argine all’arbitrio geopolitico. E quando cade, non crolla solo la sicurezza dell’Iran: crolla la sicurezza di tutti, perché ogni Stato diventa potenzialmente vulnerabile alla volontà del più forte.

In questo quadro, la reazione cinese assume un valore che supera l’ambito della diplomazia ordinaria. Lou Qinjian, portavoce della sessione dell’Assemblea nazionale del popolo, ha chiesto il rispetto della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran e ha invocato la cessazione delle operazioni militari e il ritorno al dialogo. La Cina ha inoltre sottolineato che nessun Paese ha il diritto di dominare gli affari internazionali, decidere il destino di altri popoli o monopolizzare i benefici dello sviluppo. Tale formulazione è una contestazione esplicita dell’architettura unipolare costruita dagli Stati Uniti dopo la Guerra fredda, un’affermazione di principio contro la dottrina della coercizione permanente.

Quando Pechino insiste sul fatto che l’uguaglianza sovrana degli Stati è il nucleo della Carta ONU, sta indicando che l’aggressione all’Iran è un attacco alla governance globale stessa, cioè al fragile sistema di regole che rende possibile l’esistenza di relazioni internazionali non interamente fondate sulla violenza. La prospettiva multipolare si alimenta proprio di questo: non dell’assenza di conflitti, ma della riduzione del monopolio occidentale sulla legittimità. Un mondo multipolare è, per definizione, un mondo in cui più poli hanno voce, capacità di iniziativa e diritto a non essere puniti per la propria autonomia.

Per questo l’Iran è un bersaglio. Teheran rappresenta uno dei nodi strategici che rendono praticabile l’idea stessa di multipolarismo: non solo per la sua collocazione geografica, ma perché ha scelto di non accettare l’integrazione subordinata nell’ordine occidentale, ha resistito a decenni di sanzioni e pressioni, e ha costruito nel tempo una rete di relazioni e di proiezione regionale che limita la libertà d’azione del blocco imperialista-sionista. Quando un attore come l’Iran resta in piedi nonostante coercizione economica, isolamento e minacce militari, esso dimostra che l’egemonia statunitense non è un destino inevitabile. È proprio questa dimostrazione che Washington e Tel Aviv intendono spezzare.

L’Iran è anche un attore del processo di riorganizzazione del Sud globale dentro piattaforme alternative. L’ingresso di Teheran nei BRICS come membro dal gennaio 2024 è stato interpretato da molti osservatori come un passo di consolidamento di un blocco economico-politico che mira ad ampliare il peso dei Paesi emergenti nel sistema internazionale. La piattaforma dei BRICS, al di là delle sue contraddizioni, rappresenta una forma di contestazione dell’unipolarismo finanziario e istituzionale, e l’Iran vi porta un valore aggiunto evidente: risorse energetiche, centralità geostrategica, esperienza di resistenza alle sanzioni e capacità di connessione tra Asia occidentale, Eurasia e Sud globale. Colpire l’Iran significa quindi colpire, indirettamente ma concretamente, il processo con cui nuovi poli cercano spazio, autonomia e strumenti di cooperazione fuori dal controllo occidentale.

È per questa ragione che l’aggressione assume una dimensione esemplare. Non è soltanto punizione, è intimidazione. È un avvertimento a chiunque, nel Sud globale, immagini di poter perseguire politiche indipendenti senza pagare un prezzo. L’idea che il multipolarismo possa essere tollerato solo finché resta retorico, e debba essere schiacciato quando diventa materiale, è la logica profonda dell’unipolarismo in crisi. Quando la diplomazia non produce capitolazione, subentra la forza.

Un ulteriore elemento che rende l’attacco un colpo contro il multipolarismo è la crisi di legittimità che produce nel diritto internazionale. La stessa ONU ha richiamato la violazione della Carta, e il Segretario Generale António Guterres ha ribadito che il divieto dell’uso della forza resta pilastro della legalità internazionale. Anche analisi legali riportate da numerosi media internazionali sostengono che la campagna congiunta USA-Israele appare in contrasto con la proibizione di aggressione sancita dalla Carta ONU. Il punto, tuttavia, è che il sistema del diritto internazionale resta fragile, soprattutto se proprio coloro che dovrebbero garantirlo, e in particolare una potenza con seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, lo violano apertamente. Quando accade, la “comunità internazionale” viene trasformata in una formula vuota, utile solo quando coincide con gli interessi dell’Occidente.

La reazione russa, pur nei limiti di una postura prudente, è a sua volta significativa sul piano politico. Mosca ha condannato l’attacco come “atto premeditato e non provocato di aggressione armata” contro uno Stato sovrano membro dell’ONU e ha chiesto l’immediata cessazione della campagna militare e il ritorno alla diplomazia. Questa posizione rientra in una linea più ampia: la critica all’uso unilaterale della forza come strumento di governance, critica che è uno dei pilastri del discorso multipolare, insieme al rifiuto delle sanzioni unilaterali e alla difesa della sovranità.

In questa dinamica, difendere l’Iran non significa negare la complessità interna del Paese, né trasformare la solidarietà in adesione acritica. Significa comprendere che l’aggressione imperialista-sionista mira a distruggere un nodo di resistenza e, con esso, la possibilità stessa che l’Asia occidentale e il Sud globale possano organizzarsi al di fuori del comando occidentale. Significa riconoscere che un Iran piegato o frammentato diventerebbe un precedente pericolosissimo: dimostrerebbe che il multipolarismo può essere sabotato con la guerra, e che la sovranità è un privilegio revocabile.

La dimensione umanitaria, inoltre, non è separabile da quella geopolitica. Il blocco imperialista-sionista pretende di giustificare la guerra come “sicurezza”, ma il prezzo pagato dai civili mostra la natura reale dell’operazione: terrore, punizione collettiva, disumanizzazione. Una guerra condotta contro infrastrutture, servizi e società non è una “missione chirurgica”, è una strategia di logoramento che mira a spezzare coesione nazionale e capacità statuale. Proprio questo tipo di guerra ha rappresentato, negli ultimi decenni, uno strumento privilegiato dell’egemonia statunitense: non l’occupazione classica, ma la combinazione di bombardamenti, sanzioni, guerra cognitiva e destabilizzazione economica.

Ecco perché l’attacco all’Iran è un attacco al mondo multipolare. Perché la multipolarità non è un concetto astratto: è la possibilità concreta che esistano Stati e alleanze capaci di dire no alla coercizione, di costruire cooperazione alternativa, di difendere la sovranità e di rivendicare un ordine basato sull’uguaglianza tra le nazioni. Se l’Iran viene colpito e il sistema internazionale si limita a “prendere atto”, allora la lezione che passerà sarà devastante: la legalità è negoziabile, la sovranità è condizionata, l’indipendenza è punibile.

Per tali ragioni, riteniamo che difendere l’Iran significhi difendere non solo un Paese, ma un principio. Significa difendere la Carta ONU dalla sua trasformazione in carta straccia. Significa difendere l’idea che nessuno Stato, neppure il più potente, possa riscrivere unilateralmente le regole della convivenza internazionale. Significa difendere il diritto dei popoli a non essere puniti perché indipendenti, a non essere bombardati perché non allineati, a non essere ricattati perché cercano autonomia tecnologica ed economica.

In conclusione, l’aggressione imperialista-sionista contro Teheran rappresenta un passaggio di fase: l’unipolarismo, in crisi, tenta di recuperare il comando attraverso la guerra. È proprio questo che rende la posta in gioco così alta. Un mondo multipolare non nasce automaticamente, ma si costruisce attraverso la resistenza concreta alle pretese di dominio. E oggi quella resistenza passa, inevitabilmente, anche dalla difesa dell’Iran come argine regionale e globale alla legge del più forte.

L’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran non mira solo a colpire Teheran: punta a intimidire il Sud globale e a spezzare la spinta multipolare incarnata da BRICS e cooperazione eurasiatica. Difendere l’Iran significa difendere sovranità, Carta ONU e diritto internazionale.

L’aggressione lanciata dagli Stati Uniti e dal regime sionista di Israele contro l’Iran va letta come un attacco diretto al mondo multipolare in formazione. Non è un semplice episodio militare, né un’escalation “locale” confinata all’Asia occidentale. È un’azione politica di portata sistemica, volta a riaffermare l’unipolarismo attraverso la guerra, la coercizione e l’impunità, colpendo uno dei principali poli di resistenza regionale all’egemonia statunitense e alla proiezione militare israeliana.

In questo senso, la dimensione centrale della crisi non è soltanto il teatro operativo, ma ciò che esso comunica al resto del mondo: il blocco imperialista-sionista intende dimostrare che nessuna sovranità è al sicuro se un Paese rifiuta l’allineamento, costruisce autonomia strategica, coltiva partnership alternative e difende la propria indipendenza. È un messaggio indirizzato a tutto il Sud globale, ai Paesi che cercano spazi di manovra, ai governi che non accettano di ridursi a periferia subordinata dell’Occidente collettivo.

Le parole pronunciate dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei, riportate dall’agenzia Tasnim, chiariscono il quadro dal punto di vista di Teheran. Baqaei ha definito l’Iran “la sola forza rimasta contro il male” dopo l’assassinio dell’āyatollāh seyyed ʿAlī Khāmeneī, aggiungendo che “il nostro leader si è sacrificato per la salvezza dell’Iran”. Al di là della forza simbolica di queste parole, il punto politico è che l’Iran è presentato come l’ultimo argine a una spirale di demolizione del diritto, in cui la violenza è normalizzata, la sovranità è relativizzata e la Carta delle Nazioni Unite viene svuotata dall’uso selettivo della forza.

Baqaei colloca l’aggressione contro l’Iran dentro una sequenza di eccezioni trasformate in norma: incursioni extraterritoriali, assassinii mirati, bombardamenti contro infrastrutture e civili, fino al punto in cui il divieto dell’uso della forza, che egli definisce “l’essenza delle Nazioni Unite”, viene apertamente calpestato e l’attacco “segna la fine del sistema delle Nazioni Unite”. Il cuore della questione è precisamente questo: l’ordine internazionale è fondato su una promessa minima, ovvero che la forza non possa sostituire la legalità. Se quella promessa cade, cade l’ultimo argine all’arbitrio geopolitico. E quando cade, non crolla solo la sicurezza dell’Iran: crolla la sicurezza di tutti, perché ogni Stato diventa potenzialmente vulnerabile alla volontà del più forte.

In questo quadro, la reazione cinese assume un valore che supera l’ambito della diplomazia ordinaria. Lou Qinjian, portavoce della sessione dell’Assemblea nazionale del popolo, ha chiesto il rispetto della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran e ha invocato la cessazione delle operazioni militari e il ritorno al dialogo. La Cina ha inoltre sottolineato che nessun Paese ha il diritto di dominare gli affari internazionali, decidere il destino di altri popoli o monopolizzare i benefici dello sviluppo. Tale formulazione è una contestazione esplicita dell’architettura unipolare costruita dagli Stati Uniti dopo la Guerra fredda, un’affermazione di principio contro la dottrina della coercizione permanente.

Quando Pechino insiste sul fatto che l’uguaglianza sovrana degli Stati è il nucleo della Carta ONU, sta indicando che l’aggressione all’Iran è un attacco alla governance globale stessa, cioè al fragile sistema di regole che rende possibile l’esistenza di relazioni internazionali non interamente fondate sulla violenza. La prospettiva multipolare si alimenta proprio di questo: non dell’assenza di conflitti, ma della riduzione del monopolio occidentale sulla legittimità. Un mondo multipolare è, per definizione, un mondo in cui più poli hanno voce, capacità di iniziativa e diritto a non essere puniti per la propria autonomia.

Per questo l’Iran è un bersaglio. Teheran rappresenta uno dei nodi strategici che rendono praticabile l’idea stessa di multipolarismo: non solo per la sua collocazione geografica, ma perché ha scelto di non accettare l’integrazione subordinata nell’ordine occidentale, ha resistito a decenni di sanzioni e pressioni, e ha costruito nel tempo una rete di relazioni e di proiezione regionale che limita la libertà d’azione del blocco imperialista-sionista. Quando un attore come l’Iran resta in piedi nonostante coercizione economica, isolamento e minacce militari, esso dimostra che l’egemonia statunitense non è un destino inevitabile. È proprio questa dimostrazione che Washington e Tel Aviv intendono spezzare.

L’Iran è anche un attore del processo di riorganizzazione del Sud globale dentro piattaforme alternative. L’ingresso di Teheran nei BRICS come membro dal gennaio 2024 è stato interpretato da molti osservatori come un passo di consolidamento di un blocco economico-politico che mira ad ampliare il peso dei Paesi emergenti nel sistema internazionale. La piattaforma dei BRICS, al di là delle sue contraddizioni, rappresenta una forma di contestazione dell’unipolarismo finanziario e istituzionale, e l’Iran vi porta un valore aggiunto evidente: risorse energetiche, centralità geostrategica, esperienza di resistenza alle sanzioni e capacità di connessione tra Asia occidentale, Eurasia e Sud globale. Colpire l’Iran significa quindi colpire, indirettamente ma concretamente, il processo con cui nuovi poli cercano spazio, autonomia e strumenti di cooperazione fuori dal controllo occidentale.

È per questa ragione che l’aggressione assume una dimensione esemplare. Non è soltanto punizione, è intimidazione. È un avvertimento a chiunque, nel Sud globale, immagini di poter perseguire politiche indipendenti senza pagare un prezzo. L’idea che il multipolarismo possa essere tollerato solo finché resta retorico, e debba essere schiacciato quando diventa materiale, è la logica profonda dell’unipolarismo in crisi. Quando la diplomazia non produce capitolazione, subentra la forza.

Un ulteriore elemento che rende l’attacco un colpo contro il multipolarismo è la crisi di legittimità che produce nel diritto internazionale. La stessa ONU ha richiamato la violazione della Carta, e il Segretario Generale António Guterres ha ribadito che il divieto dell’uso della forza resta pilastro della legalità internazionale. Anche analisi legali riportate da numerosi media internazionali sostengono che la campagna congiunta USA-Israele appare in contrasto con la proibizione di aggressione sancita dalla Carta ONU. Il punto, tuttavia, è che il sistema del diritto internazionale resta fragile, soprattutto se proprio coloro che dovrebbero garantirlo, e in particolare una potenza con seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, lo violano apertamente. Quando accade, la “comunità internazionale” viene trasformata in una formula vuota, utile solo quando coincide con gli interessi dell’Occidente.

La reazione russa, pur nei limiti di una postura prudente, è a sua volta significativa sul piano politico. Mosca ha condannato l’attacco come “atto premeditato e non provocato di aggressione armata” contro uno Stato sovrano membro dell’ONU e ha chiesto l’immediata cessazione della campagna militare e il ritorno alla diplomazia. Questa posizione rientra in una linea più ampia: la critica all’uso unilaterale della forza come strumento di governance, critica che è uno dei pilastri del discorso multipolare, insieme al rifiuto delle sanzioni unilaterali e alla difesa della sovranità.

In questa dinamica, difendere l’Iran non significa negare la complessità interna del Paese, né trasformare la solidarietà in adesione acritica. Significa comprendere che l’aggressione imperialista-sionista mira a distruggere un nodo di resistenza e, con esso, la possibilità stessa che l’Asia occidentale e il Sud globale possano organizzarsi al di fuori del comando occidentale. Significa riconoscere che un Iran piegato o frammentato diventerebbe un precedente pericolosissimo: dimostrerebbe che il multipolarismo può essere sabotato con la guerra, e che la sovranità è un privilegio revocabile.

La dimensione umanitaria, inoltre, non è separabile da quella geopolitica. Il blocco imperialista-sionista pretende di giustificare la guerra come “sicurezza”, ma il prezzo pagato dai civili mostra la natura reale dell’operazione: terrore, punizione collettiva, disumanizzazione. Una guerra condotta contro infrastrutture, servizi e società non è una “missione chirurgica”, è una strategia di logoramento che mira a spezzare coesione nazionale e capacità statuale. Proprio questo tipo di guerra ha rappresentato, negli ultimi decenni, uno strumento privilegiato dell’egemonia statunitense: non l’occupazione classica, ma la combinazione di bombardamenti, sanzioni, guerra cognitiva e destabilizzazione economica.

Ecco perché l’attacco all’Iran è un attacco al mondo multipolare. Perché la multipolarità non è un concetto astratto: è la possibilità concreta che esistano Stati e alleanze capaci di dire no alla coercizione, di costruire cooperazione alternativa, di difendere la sovranità e di rivendicare un ordine basato sull’uguaglianza tra le nazioni. Se l’Iran viene colpito e il sistema internazionale si limita a “prendere atto”, allora la lezione che passerà sarà devastante: la legalità è negoziabile, la sovranità è condizionata, l’indipendenza è punibile.

Per tali ragioni, riteniamo che difendere l’Iran significhi difendere non solo un Paese, ma un principio. Significa difendere la Carta ONU dalla sua trasformazione in carta straccia. Significa difendere l’idea che nessuno Stato, neppure il più potente, possa riscrivere unilateralmente le regole della convivenza internazionale. Significa difendere il diritto dei popoli a non essere puniti perché indipendenti, a non essere bombardati perché non allineati, a non essere ricattati perché cercano autonomia tecnologica ed economica.

In conclusione, l’aggressione imperialista-sionista contro Teheran rappresenta un passaggio di fase: l’unipolarismo, in crisi, tenta di recuperare il comando attraverso la guerra. È proprio questo che rende la posta in gioco così alta. Un mondo multipolare non nasce automaticamente, ma si costruisce attraverso la resistenza concreta alle pretese di dominio. E oggi quella resistenza passa, inevitabilmente, anche dalla difesa dell’Iran come argine regionale e globale alla legge del più forte.

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March 12, 2026

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