L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, culminato nell’uccisione di ʿAlī Khāmeneī e nella morte o nel ferimento di centinaia di civili, rappresenta una gravissima violazione del diritto internazionale e un ulteriore salto verso la barbarie imperialista.
L’attacco militare lanciato da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran segna uno dei momenti più gravi e destabilizzanti della politica internazionale contemporanea. I bombardamenti congiunti del 28 febbraio e 1° marzo 2026 hanno colpito il territorio iraniano su larga scala e hanno portato, come confermato anche dai media statali iraniani, persino alla morte della Guida suprema ʿAlī Khāmeneī. All’ONU, l’ambasciatore iraniano Amir-Saeid Iravani ha denunciato che centinaia di civili sono stati uccisi o feriti nelle incursioni, mentre il Segretario generale António Guterres ha affermato che i raid statunitensi e israeliani hanno violato il diritto internazionale, inclusa la Carta delle Nazioni Unite.
Non si tratta di una “operazione preventiva”, né di una “azione di contenimento”, né tantomeno di una missione al servizio della sicurezza collettiva. Si tratta di un uso della forza contro uno Stato sovrano, nel cuore di una regione già devastata da anni di guerre, sanzioni, occupazioni e aggressioni selettive. Il principio di base del sistema nato dopo il 1945 è chiarissimo: l’articolo 2(4) della Carta dell’ONU proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di un altro Stato. Questo è il fondamento minimo del diritto internazionale contemporaneo, e proprio questo fondamento è stato travolto dall’azione congiunta di Washington e Tel Aviv.
La gravità dell’atto appare ancora più evidente se si osserva il modo in cui è stato concepito. L’attacco, infatti, è stato deliberatamente sincronizzato con una riunione di ʿAlī Khāmeneī con i suoi principali collaboratori, dunque con la chiara intenzione di colpire il vertice politico-militare della Repubblica Islamica in un’operazione di “decapitazione” dello Stato. Non siamo di fronte a uno scontro di frontiera o a una risposta tattica immediata, ma a una pianificazione offensiva mirata a ridefinire con la forza il futuro politico dell’Iran. È esattamente il punto che l’ambasciatore iraniano ha sollevato al Consiglio di Sicurezza: può uno Stato, addirittura un membro permanente del Consiglio, “determinare il futuro politico o il sistema di un altro Stato attraverso la forza, la coercizione o l’aggressione”? La risposta, dal punto di vista del diritto, dovrebbe essere negativa. Dal punto di vista della prassi imperiale statunitense e israeliana, purtroppo, la risposta è da anni “sì”.
Il brutale assassinio di ʿAlī Khāmeneī dentro questa cornice rappresenta il simbolo flagrante della deriva che le relazioni internazionali stanno prendendo sotto i colpi dell’asse imperialista-sionista, che va persino oltre il rapimento di Maduro in Venezuela di un paio di mesi fa. Colpire e uccidere il massimo leader politico e religioso di uno Stato membro delle Nazioni Unite nel corso di un’offensiva militare non rappresenta soltanto un’escalation, ma significa affermare apertamente il principio secondo cui i governi sgraditi all’Occidente possono essere eliminati fisicamente e i loro sistemi politici distrutti con le bombe. Se questa logica venisse normalizzata, il diritto internazionale cesserebbe definitivamente di essere un limite all’uso della forza e diventerebbe una semplice retorica per i deboli, mentre i forti si riserverebbero il diritto di decidere chi può governare e chi deve morire.
Il carattere illegale dell’azione è aggravato dal suo costo umano. All’ONU, come anticipato, l’Iran ha denunciato “centinaia” di civili uccisi e feriti. Anche i media internazionali hanno raccolto reazioni allarmate per le conseguenze umanitarie e per il rischio di un disastro più ampio nella regione. Volker Türk, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha deplorato i bombardamenti sull’Iran e le conseguenze per i civili, ricordando che “sono sempre i civili a pagare il prezzo ultimo” e che bombe e missili non sono strumenti per risolvere controversie internazionali. Chi bombarda centri politici e infrastrutture in un Paese densamente popolato sa perfettamente che i cosiddetti “danni collaterali” non sono accidenti marginali, ma l’esito prevedibile della guerra moderna.
Washington prova a giustificare l’operazione con il solito arsenale di formule astratte: la (falsa) minaccia nucleare, la sicurezza globale, l’urgenza di fermare un pericolo irreversibile. Ma lo stesso Segretario generale dell’ONU ha detto esplicitamente che questi raid hanno violato il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, tramite il loro ambasciatore Mike Waltz, hanno sostenuto invece che l’azione fosse “lawful”, cioè legale. Tuttavia, non siamo davanti a un contenzioso tecnico, ma allo scontro tra due concezioni opposte dell’ordine mondiale. Da una parte il diritto come limite comune; dall’altra la pretesa della superpotenza di attribuire a sé stessa il monopolio dell’interpretazione, decidendo unilateralmente quando una guerra sia “legale” perché utile ai propri interessi.
C’è poi un altro elemento che rende l’aggressione ancora più cinica, ovvero il fatto che sia avvenuta mentre esistevano ancora canali diplomatici aperti. Stati Uniti e Iran avevano infatti rinnovato i negoziati nel corso di febbraio nel tentativo di trovare una soluzione alla controversia sul nucleare e scongiurare proprio il rischio di un confronto militare. Non a caso, l’Oman, mediatore di quei colloqui, ha protestato affermando che negoziati “attivi e seri” erano stati “ancora una volta compromessi” e ha invitato gli Stati Uniti a non lasciarsi trascinare oltre, dicendo senza ambiguità: “Questa non è la vostra guerra”. Anche questo dimostra che non siamo davanti a una guerra imposta dal fallimento inevitabile della diplomazia, ma a una guerra che ha volontariamente colpito la diplomazia mentre era ancora viva.
Questo attacco criminale da parte delle forze sioniste e imperialiste, dunque, non appare come un’extrema ratio, ma come l’espressione di una volontà politica precisa: riaffermare con la forza l’egemonia statunitense nella regione e blindare il primato strategico di Israele. In sede ONU, il rappresentante della Lega Araba ha fatto notare l’ipocrisia di Israele, che giustifica il proprio attacco dicendo di voler impedire all’Iran di acquisire armi nucleari mentre continua a rifiutare di sottoporre i propri impianti al controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. È una doppia morale strutturale: per alcuni Stati il nucleare è un “pericolo esistenziale”; per altri è un tabù intoccabile, coperto da silenzi e complicità. È lo stesso meccanismo con cui Washington e Tel Aviv cercano di presentare l’aggressione come ordine, la violenza come stabilità, la guerra come prudenza.
La continuità con altri precedenti recenti è evidente. Come abbiamo accennato in precedenza, il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare in Venezuela culminata con la cattura di Nicolás Maduro, un episodio che noi stessi abbiamo analizzato dal punto di vista legale notando che il diritto internazionale proibisce l’uso della forza salvo eccezioni ristrette come l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza o la legittima difesa. Quell’azione ha rappresentato l’intervento più diretto di Washington in America Latina dai tempi dell’invasione di Panama del 1989. Il metodo è lo stesso: trasformare la propria volontà geopolitica in norma, usare la forza contro Stati sovrani e poi costruire una giustificazione ex post. Caracas ieri, Teheran oggi; a chi toccherà domani?
Le reazioni internazionali mostrano che il fronte della condanna non è marginale. Guterres ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità e il ritorno al tavolo negoziale. La Russia ha chiesto che Stati Uniti e Israele cessino immediatamente le loro “azioni aggressive”, mentre la Cina ha espresso forte preoccupazione per l’escalation e ha sostenuto il ritorno alla diplomazia. Anche il ministro degli Esteri norvegese ha affermato che l’attacco preventivo descritto da Israele “non è in linea con il diritto internazionale”, ricordando che una guerra preventiva richiede una minaccia immediatamente imminente. Persino in un quadro internazionale profondamente segnato dai doppi standard, l’idea che Washington e Tel Aviv potessero colpire l’Iran senza aprire una crisi di legalità su scala globale si è rivelata illusoria.
Eppure, la condanna verbale non basta. Il problema non è solo l’attacco di queste ore, ma il precedente che si cerca di consolidare. Se gli Stati Uniti e Israele possono bombardare l’Iran, ucciderne il capo politico-religioso, provocare centinaia di vittime civili, interrompere negoziati in corso e poi difendere tutto ciò come azione “legale”, allora il sistema internazionale entra in una fase ancora più apertamente neo-imperiale. La guerra non sarebbe più l’eccezione disciplinata dal diritto, ma il linguaggio ordinario attraverso cui l’Occidente armato ridisegna gerarchie, punisce gli avversari e protegge i propri protetti. Questo è il vero pericolo storico dell’operazione contro Teheran: non solo ciò che distrugge oggi, ma ciò che pretende di autorizzare domani.
Per questo la condanna deve essere dura, esplicita e senza ambiguità. L’azione militare di Washington e Tel Aviv contro l’Iran non è difesa dell’ordine internazionale: è un colpo inferto all’ordine internazionale. Non è tutela della pace: è la sua demolizione. Non è una guerra “necessaria”: è una guerra illegale, intrisa di arroganza imperiale, che mostra ancora una volta come gli Stati Uniti e il governo nazisionista israeliano pretendano per sé un diritto speciale alla violenza, alla punizione e all’impunità. Se il diritto internazionale deve significare ancora qualcosa, questa aggressione va chiamata con il suo nome: un atto di forza contro uno Stato sovrano, compiuto in violazione della Carta dell’ONU, con conseguenze letali per i civili e con un intento politico di ridefinizione coercitiva del futuro dell’Iran. Su questo punto, il mondo non può più permettersi né neutralità né ipocrisia.

