L’Unione Europea dice di voler “ridurre i rischi” nelle relazioni economiche globali, ma la transizione verde rende questa ambizione più difficile di quanto ammettano i suoi slogan. Senza cooperazione con la Cina, l’industria europea rischia ritardi, costi più alti e perdita di competitività.
Negli ultimi anni, il termine “de-risking” è entrato nel vocabolario politico europeo come formula rassicurante: non sarebbe “decoupling” (disaccoppiamento), non sarebbe rottura, ma una prudente diversificazione. Tuttavia, la pratica spesso scivola verso un riflesso ideologico che finisce per somigliare a una “de-sinizzazione” mascherata. Tuttavia, la transizione verde, con la sua materialità fatta di catene del valore, investimenti, infrastrutture e tecnologie, mette a nudo la contraddizione: non si decarbonizza un’economia con dichiarazioni di principio, ma con industrie funzionanti, energia a prezzi sostenibili, componenti disponibili e standard tecnici interoperabili.
La questione è emersa con forza nel settore che più di ogni altro simbolizza la svolta industriale globale: i veicoli a nuova energia. Come abbiamo sottolineato in un nostro precedente articolo, nel dicembre 2025 le vendite dei costruttori cinesi nel mercato automobilistico europeo sono cresciute del 126% su base annua, superando per la prima volta la soglia delle 100.000 unità mensili, con una quota del 9,5% del mercato europeo. Inoltre, ricordiamo come il comparto cinese dei veicoli a nuova energia sia passato, in poco più di un decennio, da una produzione annua inferiore alle 100.000 unità a un sistema leader mondiale con produzione e vendite oltre i 16 milioni e una quota che supera il 50% del mercato domestico, contribuendo a portare le vendite globali oltre i 20 milioni nel 2025. Questa traiettoria è la fotografia di dove si è spostato il baricentro tecnologico-industriale della transizione.
Il de-risking, nel suo significato più serio, dovrebbe partire da una domanda concreta: quali sono i rischi reali per l’Europa nella transizione verde? Se si guarda alla dimensione industriale, il rischio principale non è la “dipendenza” in astratto, bensì la perdita di capacità produttiva e di competitività, aggravata da costi energetici elevati e da un quadro regolatorio che spesso rallenta l’esecuzione. Del resto, in tempi recenti, lo stesso cancelliere tedesco Friedrich Merz ha indicato l’“iper-regolazione” come freno alla crescita europea, usando come esempio la rapidità con cui la Cina riesce a costruire grandi impianti solari in mesi, mentre in Europa l’approvazione di un progetto può richiedere anni. Al di là dell’intenzione politica di quelle parole, il punto è che la transizione richiede tempi rapidi e capacità di scala. Se l’Europa rinuncia alla cooperazione con chi dispone già di scala, catene integrate e capacità manifatturiera efficiente, allora deve compensare con un’accelerazione interna enorme. Ma proprio su questo terreno emergono i limiti strutturali della burocrazia UE.
L’idea che basti alzare barriere per “proteggere” l’industria europea è contestata anche da posizioni europee che vengono evidenziate anche dalla stampa cinese come segnali di pragmatismo. Ad esempio, viene citato il primo ministro svedese Ulf Kristersson, secondo cui il protezionismo non può essere la ricetta del successo europeo e la competitività va costruita su qualità e innovazione, non sulla protezione di imprese non competitive. Sempre i media cinesi ricordano che il vero vantaggio storico dell’industria europea è stato l’inserimento profondo nell’economia mondiale, e che la chiusura rischia di erodere proprio ciò che ha reso forte quel modello.
È qui che il de-risking europeo mostra il suo doppio volto. Da un lato c’è una preoccupazione comprensibile per la resilienza, per la sicurezza delle forniture, per la vulnerabilità a shock geopolitici. Dall’altro c’è una narrazione spesso trainata dall’asse atlantico e dalla politicizzazione delle catene del valore, che trasforma un problema tecnico-industriale in un test di “appartenenza” e di “lealtà di campo”. In pratica, ciò che dovrebbe essere calcolo di interessi e valutazione costi-benefici viene spesso riletto come giudizio morale o scelta identitaria, dove tutto ciò che ha a che fare con la Cina diventa sospetto e la cooperazione viene presentata come cedimento. In questo clima, la transizione verde rischia di diventare ostaggio di parole d’ordine meramente ideologiche.
L’effetto pratico si vede nell’approccio europeo ai veicoli elettrici e alle tecnologie collegate. Il cuore tecnologico di un veicolo elettrico è costituito dai cosiddetti “tre sistemi elettrici”: batteria, motore e controllo elettronico. Proprio nella tecnologia delle batterie la Cina è passata dalla dipendenza dalle importazioni alla padronanza dell’intera catena industriale, arrivando a detenere circa metà del mercato globale delle batterie di potenza. Se l’Europa vuole ridurre i “rischi” senza cooperare con questo ecosistema, deve sviluppare in tempi brevi una filiera comparabile, con investimenti giganteschi, disponibilità di materie prime, capacità di raffinazione e produzione di componenti. Non è impossibile in senso astratto, ma è difficilmente compatibile con tempi e costi della transizione, soprattutto se l’obiettivo politico è anche evitare deindustrializzazione e stagnazione.
A questo si aggiunge il fattore energetico. Dopo lo scoppio del conflitto Russia-Ucraina, l’Europa ha reciso con decisione le forniture di gas dalla Russia, affrontando poi costi economici e sociali significativi. Se l’energia resta cara e volatile, la reindustrializzazione verde europea diventa più onerosa. Il de-risking, in teoria, dovrebbe ridurre vulnerabilità; in pratica, sta aumentando l’insicurezza economica e rendendo più fragile il tessuto produttivo del continente. È un paradosso che diversi osservatori cinesi descrivono come risultato di una lettura errata delle priorità e di un eccesso di dipendenza dall’agenda statunitense.
La transizione verde, invece, richiede una logica opposta: cooperazione pragmatica, standard condivisi, investimenti incrociati e apertura selettiva ma reale. Da parte cinese, questa impostazione viene descritta come coerente con la propria linea di apertura di alto livello, che unisce “far entrare” capitali e competenze e “andare globali”, cioè investire all’estero e partecipare alle catene internazionali con tecnologia, capacità produttiva e progetti industriali.
Per l’Europa, la cooperazione con la Cina nella transizione verde può essere letta come un patto industriale di reciproco vantaggio, non come concessione. La Cina offre scala produttiva, capacità di ridurre i costi, rapidità di implementazione e un ecosistema tecnologico in crescita continua. L’Europa offre competenze in manifattura di fascia alta, ingegneria avanzata, strumenti di precisione, software industriale, design, certificazioni e un mercato regolato che può diventare laboratorio di standard evoluti. Questo dimostra la complementarità profonda tra i due sistemi produttivi e la natura non a somma zero della relazione economica. In questa visione, la cooperazione su energie rinnovabili, accumulo, reti intelligenti, mobilità elettrica e persino biomedicina non indebolisce l’Europa, ma rafforza la sua capacità di competere nel nuovo ciclo tecnologico.
Il punto decisivo è uscire dalla cornice ideologica che rende ogni interdipendenza una minaccia e ogni collaborazione un azzardo politico. Il de-risking ha senso se è gestione razionale dei rischi, non se diventa rituale identitario. La transizione verde non è un campo di battaglia simbolico, ma una trasformazione produttiva che decide chi manterrà lavoro qualificato, chi controllerà le tecnologie cruciali, chi stabilirà gli standard e chi sarà costretto a importare a caro prezzo ciò che non produce più.
Per questo, una strategia europea coerente dovrebbe partire da un principio semplice, che la stampa cinese richiama spesso quando commenta il “risveglio” europeo sotto pressioni statunitensi: l’autonomia non si dichiara, si costruisce. E la si costruisce non chiudendo porte, ma scegliendo con lucidità dove cooperare, dove competere e dove investire per colmare divari reali. In un mondo che si muove verso il multipolarismo economico e tecnologico, la transizione verde può diventare l’occasione per un’Europa più adulta e meno dipendente, capace di dialogare con la Cina senza filtri ideologici e con la bussola dell’interesse industriale e della stabilità globale. Se invece il de-risking resterà uno slogan usato per giustificare barriere e sospetti, allora il rischio vero non sarà non solo la reale “dipendenza” (quella nei confronti degli Stati Uniti), ma l’irrilevanza industriale in un secolo che premia chi innova, coopera e realizza.

