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Lorenzo Maria Pacini
February 27, 2026
© Photo: Public domain

La questione delle sanzioni contro Cuba rimane un tema centrale nella politica estera degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.

Ritorno di fiamma

Ci risiamo. Passano gli anni, ma le fissazioni degli USA sono sempre le solite. Col nuovo assetto di riequilibrio delle zone di influenza, la nuova Dottrina Donroe della NSS aggiornata, ecco che dopo il Venezuela tocca a Cuba.

Il presidente Trump ha firmato giovedì 29 gennaio 2026 un ordine esecutivo che dichiara una “emergenza nazionale”, sostenendo che Cuba rappresenti una presunta “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza degli Stati Uniti. Il provvedimento introduce nuovi dazi nei confronti dei Paesi che “vendono o in altro modo forniscono petrolio a Cuba”, con l’obiettivo di aggravare l’asfissia energetica dell’isola, già fortemente peggiorata dopo l’attacco statunitense al Venezuela.

“L’ordine stabilisce un nuovo sistema tariffario che consente agli Stati Uniti di applicare dazi aggiuntivi alle importazioni provenienti da qualsiasi Paese che rifornisca di petrolio Cuba, direttamente o indirettamente”, si legge nel documento. Il testo, a onor del vero, non impone automaticamente tariffe, ma prevede una valutazione caso per caso, mentre per l’attuazione, conferisce al Segretario al Commercio, Howard Lutnick, il potere di stabilire se un Paese venda o fornisca petrolio a Cuba, sia direttamente sia tramite intermediari.

Successivamente, il Segretario di Stato Marco Rubio è autorizzato ad “adottare tutte le misure necessarie”, inclusa l’emanazione di nuove normative per applicare provvedimenti coercitivi contro i Paesi che inviano petrolio all’isola. L’Esecutivo si riserva tuttavia la facoltà di modificare o revocare tali misure qualora Cuba o i Paesi coinvolti compiano “passi significativi” per allinearsi agli “obiettivi di sicurezza e politica estera degli Stati Uniti”.

Le ragioni? Un classico della retorica americana: Washington accusa L’Avana di essersi “allineata” con Stati e “attori maligni ostili agli Stati Uniti”, citando tra questi la Repubblica Popolare Cinese, l’Iran e la Russia, che sarebbero anche responsabili del mantenimento a Cuba “della più grande struttura di intelligence dei segnali” al di fuori del proprio territorio. Inoltre, Cuba viene accusata di continuare a “diffondere le sue idee, politiche e pratiche comuniste nell’emisfero occidentale”, mettendo a rischio la politica estera statunitense.

Un copione già noto, no?

Guerra contro Cuba

Dopo il bombardamento statunitense di Caracas, durante il quale il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sarebbero stati sequestrati, le minacce di Washington nei confronti di Cuba si sono fatte costanti.

Il nuovo ordine esecutivo mira ad approfondire il blocco che il popolo cubano subisce da oltre 60 anni, facendo pressione sui Paesi della regione affinché aderiscano di fatto a questa politica aggressiva. Allo stesso tempo, le nuove misure cercano di impedire qualsiasi triangolazione petrolifera volta ad aggirare le sanzioni. Cuba consuma attualmente circa 120.000 barili di petrolio al giorno. Circa il 30% proviene dalla produzione interna, mentre i restanti due terzi sono importati. I principali fornitori dell’isola sono Venezuela, Messico e, in misura minore, Russia. Si stima che lo scorso anno Caracas abbia inviato tra 27.000 e 35.000 barili al giorno, pari a circa il 29% del consumo energetico cubano. Tuttavia, a causa del blocco militare e delle restrizioni imposte da Washington sul petrolio venezuelano, queste forniture sono state interrotte. Il nuovo ordine esecutivo sembrerebbe ora colpire direttamente le esportazioni messicane.

Di fronte alle crescenti pressioni statunitensi, la presidente Claudia Sheinbaum ha recentemente dichiarato che l’invio di petrolio a Cuba rappresenta “una decisione sovrana” del Messico, ricordando che tutti i governi messicani, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno mantenuto relazioni con l’isola nel rispetto dei principi di non interferenza e autodeterminazione.

Una settimana prima, durante la consueta conferenza stampa del mercoledì 21, Sheinbaum aveva sottolineato gli effetti del blocco: “Cosa significa un blocco economico? Significa sanzioni contro i Paesi che offrono sostegno. Gli Stati Uniti lo hanno intensificato. Quando c’è un blocco, non è possibile importare o esportare liberamente, e le condizioni per lo sviluppo di un Paese diventano estremamente difficili.”

Secondo Petróleos Mexicanos (PEMEX), nei primi nove mesi del 2025 il Messico ha esportato a Cuba 17.200 barili al giorno. Nell’ultimo trimestre il volume è diminuito a causa delle pressioni di Washington. Dichiarando una “emergenza nazionale”, l’ordine firmato da Trump consente al governo di imporre dazi aggiuntivi anche a partner con accordi di libero scambio, come il Messico, che fa parte dell’USMCA insieme a Stati Uniti e Canada. Considerando che tra l’80% e l’84% delle esportazioni messicane è destinato al mercato statunitense, si tratta di una misura particolarmente delicata. Allo stesso tempo, questa situazione potrebbe alimentare pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti, soprattutto nei settori con catene di approvvigionamento fortemente integrate. Per di più, includendo tra i possibili sanzionati chiunque fornisca petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente, Washington mira a bloccare anche spedizioni per motivi umanitari e a scoraggiare Paesi che potrebbero inviare aiuti tramite forniture provenienti da Russia o Cina.

È chiaro che l’intensificarsi delle ostilità contro Cuba si inserisce nella politica di massima pressione già adottata durante il primo mandato di Trump, arrivando persino a ostacolare l’arrivo di beni essenziali per affrontare anche la crisi sanitaria del 2020.

Nel mezzo di una grave crisi energetica, caratterizzata da blackout prolungati e ricorrenti, il tentativo attuale di strangolamento energetico avviene in un contesto in cui Cuba sta attraversando una delle crisi economiche più profonde della sua storia. Con una contrazione del PIL superiore all’11% negli ultimi cinque anni, la carenza di carburante ed elettricità non incide solo sulla vita quotidiana delle famiglie, ma compromette anche la capacità di produrre beni e servizi necessari per superare la crisi.

Detto in altre parole: Cuba deve cedere, o con le buone o con le cattive.

Una storia tappezzata di sanzioni

Per comprendere appieno la portata delle misure attuali, è necessario inserirle nel più ampio contesto storico delle sanzioni economiche che gli Stati Uniti applicano contro Cuba sin dai primi anni della Guerra Fredda. Dopo la Rivoluzione cubana del 1959 e la salita al potere di Fidel Castro, le relazioni tra Washington e L’Avana si deteriorarono rapidamente, soprattutto in seguito alla nazionalizzazione di proprietà statunitensi sull’isola. Nel 1960 l’amministrazione Eisenhower impose le prime restrizioni commerciali sull’esportazione verso Cuba, e nel 1962 il presidente John F. Kennedy formalizzò un embargo economico quasi totale, vietando la maggior parte degli scambi commerciali e finanziari. Tale embargo si inseriva nella strategia di contenimento del comunismo adottata dagli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati, in un momento di altissima tensione culminato con la crisi dei missili del 1962.

Nel corso dei decenni successivi, il sistema sanzionatorio si è progressivamente irrigidito e strutturato attraverso una serie di leggi approvate dal Congresso. Tra le più rilevanti vi sono il Cuban Democracy Act del 1992 (noto anche col nome Torricelli Act), che limitò ulteriormente i commerci con l’isola e introdusse restrizioni alle filiali estere di aziende statunitensi, e l’Helms-Burton Act del 1996, che codificò l’embargo in legge, sottraendone la revoca alla sola decisione presidenziale e attribuendo al Congresso un ruolo centrale. Quest’ultima norma estese inoltre la portata extraterritoriale delle sanzioni, prevedendo la possibilità di azioni legali contro imprese straniere che “traessero profitto” da beni nazionalizzati dopo la rivoluzione.

Con la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica, Cuba perse il suo principale alleato economico e affrontò una grave crisi nota come “Periodo Especial”. Nonostante il mutato contesto internazionale, l’embargo rimase in vigore, giustificato da Washington con motivazioni legate alla promozione della democrazia e dei diritti umani sull’isola. Negli anni 2000, l’amministrazione di George W. Bush rafforzò ulteriormente alcune restrizioni, in particolare sui viaggi e sulle rimesse.

Una parziale inversione di tendenza si verificò durante la presidenza di Barack Obama, che nel 2014 annunciò un processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Cuba. Furono riaperte le ambasciate, allentate alcune restrizioni sui viaggi, sulle rimesse e su determinati scambi commerciali, e ampliata la possibilità di cooperazione in settori come telecomunicazioni e aviazione civile. Tuttavia, l’embargo legislativo rimase formalmente in vigore, poiché solo il Congresso può abrogarlo completamente.

Con l’arrivo dell’amministrazione Trump nel 2017, molte delle aperture introdotte da Obama furono revocate. Washington ripristinò restrizioni sui viaggi, limitò ulteriormente le transazioni finanziarie, inserì Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo (nel 2021) e attivò pienamente il Titolo III dell’Helms-Burton Act, consentendo cause legali contro imprese straniere operanti su proprietà nazionalizzate. In questo contesto si collocano anche le misure volte a ostacolare le forniture energetiche all’isola, colpendo in particolare le spedizioni di petrolio provenienti dal Venezuela e minacciando sanzioni contro compagnie di navigazione e Paesi terzi coinvolti nel trasporto.

Le sanzioni statunitensi contro Cuba non si limitano dunque a un embargo commerciale bilaterale, ma comprendono un complesso sistema di restrizioni finanziarie, bancarie, assicurative e marittime, con effetti extraterritoriali che possono incidere anche su imprese e governi di Paesi terzi. Le nuove tariffe e misure annunciate si inseriscono in questa tradizione, ampliando ulteriormente gli strumenti a disposizione dell’esecutivo statunitense per esercitare pressione economica. L’elemento tariffario rappresenta un’evoluzione significativa, poiché consente di colpire indirettamente partner commerciali degli Stati Uniti che mantengano relazioni energetiche con Cuba, anche se tali relazioni non violano direttamente il diritto internazionale.

Nel corso degli anni, la comunità internazionale ha più volte espresso contrarietà all’embargo: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva annualmente una risoluzione che ne chiede la fine, con un ampio consenso tra gli Stati membri. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno mantenuto la propria posizione, sostenendo che le sanzioni rappresentino uno strumento legittimo di politica estera volto a promuovere cambiamenti politici sull’isola.

L’ordine esecutivo firmato da Trump e le nuove misure tariffarie si inseriscono in una lunga storia di tensioni tra Stati Uniti e Cuba, iniziata nel pieno della Guerra Fredda e mai del tutto risolta. Dall’embargo del 1962 alle leggi degli anni Novanta, fino alle recenti restrizioni energetiche e finanziarie, la politica statunitense verso l’isola ha fatto ampio ricorso a strumenti economici per perseguire obiettivi strategici e politici.

Nel contesto attuale, caratterizzato da una profonda crisi economica ed energetica cubana e da rinnovate tensioni geopolitiche, l’introduzione di nuove tariffe e la minaccia di sanzioni contro Paesi terzi rappresentano un ulteriore irrigidimento della linea di Washington; allo stesso tempo, tali misure sollevano interrogativi sugli effetti economici regionali e sulle possibili ripercussioni sia per Cuba sia per i partner commerciali coinvolti.

La questione delle sanzioni contro Cuba rimane un nodo centrale della politica estera statunitense nell’emisfero occidentale, un dossier che affonda le sue radici nel cuore del Novecento e che continua, purtroppo, ad evolversi. Ma fino a quando potrà durare o, meglio, quanto ancora Donald Trump aspetterà prima di compiere la sua nuova “missione di pace”?

Crisi di Cuba, anno 2026

La questione delle sanzioni contro Cuba rimane un tema centrale nella politica estera degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.

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Ritorno di fiamma

Ci risiamo. Passano gli anni, ma le fissazioni degli USA sono sempre le solite. Col nuovo assetto di riequilibrio delle zone di influenza, la nuova Dottrina Donroe della NSS aggiornata, ecco che dopo il Venezuela tocca a Cuba.

Il presidente Trump ha firmato giovedì 29 gennaio 2026 un ordine esecutivo che dichiara una “emergenza nazionale”, sostenendo che Cuba rappresenti una presunta “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza degli Stati Uniti. Il provvedimento introduce nuovi dazi nei confronti dei Paesi che “vendono o in altro modo forniscono petrolio a Cuba”, con l’obiettivo di aggravare l’asfissia energetica dell’isola, già fortemente peggiorata dopo l’attacco statunitense al Venezuela.

“L’ordine stabilisce un nuovo sistema tariffario che consente agli Stati Uniti di applicare dazi aggiuntivi alle importazioni provenienti da qualsiasi Paese che rifornisca di petrolio Cuba, direttamente o indirettamente”, si legge nel documento. Il testo, a onor del vero, non impone automaticamente tariffe, ma prevede una valutazione caso per caso, mentre per l’attuazione, conferisce al Segretario al Commercio, Howard Lutnick, il potere di stabilire se un Paese venda o fornisca petrolio a Cuba, sia direttamente sia tramite intermediari.

Successivamente, il Segretario di Stato Marco Rubio è autorizzato ad “adottare tutte le misure necessarie”, inclusa l’emanazione di nuove normative per applicare provvedimenti coercitivi contro i Paesi che inviano petrolio all’isola. L’Esecutivo si riserva tuttavia la facoltà di modificare o revocare tali misure qualora Cuba o i Paesi coinvolti compiano “passi significativi” per allinearsi agli “obiettivi di sicurezza e politica estera degli Stati Uniti”.

Le ragioni? Un classico della retorica americana: Washington accusa L’Avana di essersi “allineata” con Stati e “attori maligni ostili agli Stati Uniti”, citando tra questi la Repubblica Popolare Cinese, l’Iran e la Russia, che sarebbero anche responsabili del mantenimento a Cuba “della più grande struttura di intelligence dei segnali” al di fuori del proprio territorio. Inoltre, Cuba viene accusata di continuare a “diffondere le sue idee, politiche e pratiche comuniste nell’emisfero occidentale”, mettendo a rischio la politica estera statunitense.

Un copione già noto, no?

Guerra contro Cuba

Dopo il bombardamento statunitense di Caracas, durante il quale il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sarebbero stati sequestrati, le minacce di Washington nei confronti di Cuba si sono fatte costanti.

Il nuovo ordine esecutivo mira ad approfondire il blocco che il popolo cubano subisce da oltre 60 anni, facendo pressione sui Paesi della regione affinché aderiscano di fatto a questa politica aggressiva. Allo stesso tempo, le nuove misure cercano di impedire qualsiasi triangolazione petrolifera volta ad aggirare le sanzioni. Cuba consuma attualmente circa 120.000 barili di petrolio al giorno. Circa il 30% proviene dalla produzione interna, mentre i restanti due terzi sono importati. I principali fornitori dell’isola sono Venezuela, Messico e, in misura minore, Russia. Si stima che lo scorso anno Caracas abbia inviato tra 27.000 e 35.000 barili al giorno, pari a circa il 29% del consumo energetico cubano. Tuttavia, a causa del blocco militare e delle restrizioni imposte da Washington sul petrolio venezuelano, queste forniture sono state interrotte. Il nuovo ordine esecutivo sembrerebbe ora colpire direttamente le esportazioni messicane.

Di fronte alle crescenti pressioni statunitensi, la presidente Claudia Sheinbaum ha recentemente dichiarato che l’invio di petrolio a Cuba rappresenta “una decisione sovrana” del Messico, ricordando che tutti i governi messicani, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno mantenuto relazioni con l’isola nel rispetto dei principi di non interferenza e autodeterminazione.

Una settimana prima, durante la consueta conferenza stampa del mercoledì 21, Sheinbaum aveva sottolineato gli effetti del blocco: “Cosa significa un blocco economico? Significa sanzioni contro i Paesi che offrono sostegno. Gli Stati Uniti lo hanno intensificato. Quando c’è un blocco, non è possibile importare o esportare liberamente, e le condizioni per lo sviluppo di un Paese diventano estremamente difficili.”

Secondo Petróleos Mexicanos (PEMEX), nei primi nove mesi del 2025 il Messico ha esportato a Cuba 17.200 barili al giorno. Nell’ultimo trimestre il volume è diminuito a causa delle pressioni di Washington. Dichiarando una “emergenza nazionale”, l’ordine firmato da Trump consente al governo di imporre dazi aggiuntivi anche a partner con accordi di libero scambio, come il Messico, che fa parte dell’USMCA insieme a Stati Uniti e Canada. Considerando che tra l’80% e l’84% delle esportazioni messicane è destinato al mercato statunitense, si tratta di una misura particolarmente delicata. Allo stesso tempo, questa situazione potrebbe alimentare pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti, soprattutto nei settori con catene di approvvigionamento fortemente integrate. Per di più, includendo tra i possibili sanzionati chiunque fornisca petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente, Washington mira a bloccare anche spedizioni per motivi umanitari e a scoraggiare Paesi che potrebbero inviare aiuti tramite forniture provenienti da Russia o Cina.

È chiaro che l’intensificarsi delle ostilità contro Cuba si inserisce nella politica di massima pressione già adottata durante il primo mandato di Trump, arrivando persino a ostacolare l’arrivo di beni essenziali per affrontare anche la crisi sanitaria del 2020.

Nel mezzo di una grave crisi energetica, caratterizzata da blackout prolungati e ricorrenti, il tentativo attuale di strangolamento energetico avviene in un contesto in cui Cuba sta attraversando una delle crisi economiche più profonde della sua storia. Con una contrazione del PIL superiore all’11% negli ultimi cinque anni, la carenza di carburante ed elettricità non incide solo sulla vita quotidiana delle famiglie, ma compromette anche la capacità di produrre beni e servizi necessari per superare la crisi.

Detto in altre parole: Cuba deve cedere, o con le buone o con le cattive.

Una storia tappezzata di sanzioni

Per comprendere appieno la portata delle misure attuali, è necessario inserirle nel più ampio contesto storico delle sanzioni economiche che gli Stati Uniti applicano contro Cuba sin dai primi anni della Guerra Fredda. Dopo la Rivoluzione cubana del 1959 e la salita al potere di Fidel Castro, le relazioni tra Washington e L’Avana si deteriorarono rapidamente, soprattutto in seguito alla nazionalizzazione di proprietà statunitensi sull’isola. Nel 1960 l’amministrazione Eisenhower impose le prime restrizioni commerciali sull’esportazione verso Cuba, e nel 1962 il presidente John F. Kennedy formalizzò un embargo economico quasi totale, vietando la maggior parte degli scambi commerciali e finanziari. Tale embargo si inseriva nella strategia di contenimento del comunismo adottata dagli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati, in un momento di altissima tensione culminato con la crisi dei missili del 1962.

Nel corso dei decenni successivi, il sistema sanzionatorio si è progressivamente irrigidito e strutturato attraverso una serie di leggi approvate dal Congresso. Tra le più rilevanti vi sono il Cuban Democracy Act del 1992 (noto anche col nome Torricelli Act), che limitò ulteriormente i commerci con l’isola e introdusse restrizioni alle filiali estere di aziende statunitensi, e l’Helms-Burton Act del 1996, che codificò l’embargo in legge, sottraendone la revoca alla sola decisione presidenziale e attribuendo al Congresso un ruolo centrale. Quest’ultima norma estese inoltre la portata extraterritoriale delle sanzioni, prevedendo la possibilità di azioni legali contro imprese straniere che “traessero profitto” da beni nazionalizzati dopo la rivoluzione.

Con la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica, Cuba perse il suo principale alleato economico e affrontò una grave crisi nota come “Periodo Especial”. Nonostante il mutato contesto internazionale, l’embargo rimase in vigore, giustificato da Washington con motivazioni legate alla promozione della democrazia e dei diritti umani sull’isola. Negli anni 2000, l’amministrazione di George W. Bush rafforzò ulteriormente alcune restrizioni, in particolare sui viaggi e sulle rimesse.

Una parziale inversione di tendenza si verificò durante la presidenza di Barack Obama, che nel 2014 annunciò un processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Cuba. Furono riaperte le ambasciate, allentate alcune restrizioni sui viaggi, sulle rimesse e su determinati scambi commerciali, e ampliata la possibilità di cooperazione in settori come telecomunicazioni e aviazione civile. Tuttavia, l’embargo legislativo rimase formalmente in vigore, poiché solo il Congresso può abrogarlo completamente.

Con l’arrivo dell’amministrazione Trump nel 2017, molte delle aperture introdotte da Obama furono revocate. Washington ripristinò restrizioni sui viaggi, limitò ulteriormente le transazioni finanziarie, inserì Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo (nel 2021) e attivò pienamente il Titolo III dell’Helms-Burton Act, consentendo cause legali contro imprese straniere operanti su proprietà nazionalizzate. In questo contesto si collocano anche le misure volte a ostacolare le forniture energetiche all’isola, colpendo in particolare le spedizioni di petrolio provenienti dal Venezuela e minacciando sanzioni contro compagnie di navigazione e Paesi terzi coinvolti nel trasporto.

Le sanzioni statunitensi contro Cuba non si limitano dunque a un embargo commerciale bilaterale, ma comprendono un complesso sistema di restrizioni finanziarie, bancarie, assicurative e marittime, con effetti extraterritoriali che possono incidere anche su imprese e governi di Paesi terzi. Le nuove tariffe e misure annunciate si inseriscono in questa tradizione, ampliando ulteriormente gli strumenti a disposizione dell’esecutivo statunitense per esercitare pressione economica. L’elemento tariffario rappresenta un’evoluzione significativa, poiché consente di colpire indirettamente partner commerciali degli Stati Uniti che mantengano relazioni energetiche con Cuba, anche se tali relazioni non violano direttamente il diritto internazionale.

Nel corso degli anni, la comunità internazionale ha più volte espresso contrarietà all’embargo: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva annualmente una risoluzione che ne chiede la fine, con un ampio consenso tra gli Stati membri. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno mantenuto la propria posizione, sostenendo che le sanzioni rappresentino uno strumento legittimo di politica estera volto a promuovere cambiamenti politici sull’isola.

L’ordine esecutivo firmato da Trump e le nuove misure tariffarie si inseriscono in una lunga storia di tensioni tra Stati Uniti e Cuba, iniziata nel pieno della Guerra Fredda e mai del tutto risolta. Dall’embargo del 1962 alle leggi degli anni Novanta, fino alle recenti restrizioni energetiche e finanziarie, la politica statunitense verso l’isola ha fatto ampio ricorso a strumenti economici per perseguire obiettivi strategici e politici.

Nel contesto attuale, caratterizzato da una profonda crisi economica ed energetica cubana e da rinnovate tensioni geopolitiche, l’introduzione di nuove tariffe e la minaccia di sanzioni contro Paesi terzi rappresentano un ulteriore irrigidimento della linea di Washington; allo stesso tempo, tali misure sollevano interrogativi sugli effetti economici regionali e sulle possibili ripercussioni sia per Cuba sia per i partner commerciali coinvolti.

La questione delle sanzioni contro Cuba rimane un nodo centrale della politica estera statunitense nell’emisfero occidentale, un dossier che affonda le sue radici nel cuore del Novecento e che continua, purtroppo, ad evolversi. Ma fino a quando potrà durare o, meglio, quanto ancora Donald Trump aspetterà prima di compiere la sua nuova “missione di pace”?

La questione delle sanzioni contro Cuba rimane un tema centrale nella politica estera degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.

Ritorno di fiamma

Ci risiamo. Passano gli anni, ma le fissazioni degli USA sono sempre le solite. Col nuovo assetto di riequilibrio delle zone di influenza, la nuova Dottrina Donroe della NSS aggiornata, ecco che dopo il Venezuela tocca a Cuba.

Il presidente Trump ha firmato giovedì 29 gennaio 2026 un ordine esecutivo che dichiara una “emergenza nazionale”, sostenendo che Cuba rappresenti una presunta “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza degli Stati Uniti. Il provvedimento introduce nuovi dazi nei confronti dei Paesi che “vendono o in altro modo forniscono petrolio a Cuba”, con l’obiettivo di aggravare l’asfissia energetica dell’isola, già fortemente peggiorata dopo l’attacco statunitense al Venezuela.

“L’ordine stabilisce un nuovo sistema tariffario che consente agli Stati Uniti di applicare dazi aggiuntivi alle importazioni provenienti da qualsiasi Paese che rifornisca di petrolio Cuba, direttamente o indirettamente”, si legge nel documento. Il testo, a onor del vero, non impone automaticamente tariffe, ma prevede una valutazione caso per caso, mentre per l’attuazione, conferisce al Segretario al Commercio, Howard Lutnick, il potere di stabilire se un Paese venda o fornisca petrolio a Cuba, sia direttamente sia tramite intermediari.

Successivamente, il Segretario di Stato Marco Rubio è autorizzato ad “adottare tutte le misure necessarie”, inclusa l’emanazione di nuove normative per applicare provvedimenti coercitivi contro i Paesi che inviano petrolio all’isola. L’Esecutivo si riserva tuttavia la facoltà di modificare o revocare tali misure qualora Cuba o i Paesi coinvolti compiano “passi significativi” per allinearsi agli “obiettivi di sicurezza e politica estera degli Stati Uniti”.

Le ragioni? Un classico della retorica americana: Washington accusa L’Avana di essersi “allineata” con Stati e “attori maligni ostili agli Stati Uniti”, citando tra questi la Repubblica Popolare Cinese, l’Iran e la Russia, che sarebbero anche responsabili del mantenimento a Cuba “della più grande struttura di intelligence dei segnali” al di fuori del proprio territorio. Inoltre, Cuba viene accusata di continuare a “diffondere le sue idee, politiche e pratiche comuniste nell’emisfero occidentale”, mettendo a rischio la politica estera statunitense.

Un copione già noto, no?

Guerra contro Cuba

Dopo il bombardamento statunitense di Caracas, durante il quale il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sarebbero stati sequestrati, le minacce di Washington nei confronti di Cuba si sono fatte costanti.

Il nuovo ordine esecutivo mira ad approfondire il blocco che il popolo cubano subisce da oltre 60 anni, facendo pressione sui Paesi della regione affinché aderiscano di fatto a questa politica aggressiva. Allo stesso tempo, le nuove misure cercano di impedire qualsiasi triangolazione petrolifera volta ad aggirare le sanzioni. Cuba consuma attualmente circa 120.000 barili di petrolio al giorno. Circa il 30% proviene dalla produzione interna, mentre i restanti due terzi sono importati. I principali fornitori dell’isola sono Venezuela, Messico e, in misura minore, Russia. Si stima che lo scorso anno Caracas abbia inviato tra 27.000 e 35.000 barili al giorno, pari a circa il 29% del consumo energetico cubano. Tuttavia, a causa del blocco militare e delle restrizioni imposte da Washington sul petrolio venezuelano, queste forniture sono state interrotte. Il nuovo ordine esecutivo sembrerebbe ora colpire direttamente le esportazioni messicane.

Di fronte alle crescenti pressioni statunitensi, la presidente Claudia Sheinbaum ha recentemente dichiarato che l’invio di petrolio a Cuba rappresenta “una decisione sovrana” del Messico, ricordando che tutti i governi messicani, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno mantenuto relazioni con l’isola nel rispetto dei principi di non interferenza e autodeterminazione.

Una settimana prima, durante la consueta conferenza stampa del mercoledì 21, Sheinbaum aveva sottolineato gli effetti del blocco: “Cosa significa un blocco economico? Significa sanzioni contro i Paesi che offrono sostegno. Gli Stati Uniti lo hanno intensificato. Quando c’è un blocco, non è possibile importare o esportare liberamente, e le condizioni per lo sviluppo di un Paese diventano estremamente difficili.”

Secondo Petróleos Mexicanos (PEMEX), nei primi nove mesi del 2025 il Messico ha esportato a Cuba 17.200 barili al giorno. Nell’ultimo trimestre il volume è diminuito a causa delle pressioni di Washington. Dichiarando una “emergenza nazionale”, l’ordine firmato da Trump consente al governo di imporre dazi aggiuntivi anche a partner con accordi di libero scambio, come il Messico, che fa parte dell’USMCA insieme a Stati Uniti e Canada. Considerando che tra l’80% e l’84% delle esportazioni messicane è destinato al mercato statunitense, si tratta di una misura particolarmente delicata. Allo stesso tempo, questa situazione potrebbe alimentare pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti, soprattutto nei settori con catene di approvvigionamento fortemente integrate. Per di più, includendo tra i possibili sanzionati chiunque fornisca petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente, Washington mira a bloccare anche spedizioni per motivi umanitari e a scoraggiare Paesi che potrebbero inviare aiuti tramite forniture provenienti da Russia o Cina.

È chiaro che l’intensificarsi delle ostilità contro Cuba si inserisce nella politica di massima pressione già adottata durante il primo mandato di Trump, arrivando persino a ostacolare l’arrivo di beni essenziali per affrontare anche la crisi sanitaria del 2020.

Nel mezzo di una grave crisi energetica, caratterizzata da blackout prolungati e ricorrenti, il tentativo attuale di strangolamento energetico avviene in un contesto in cui Cuba sta attraversando una delle crisi economiche più profonde della sua storia. Con una contrazione del PIL superiore all’11% negli ultimi cinque anni, la carenza di carburante ed elettricità non incide solo sulla vita quotidiana delle famiglie, ma compromette anche la capacità di produrre beni e servizi necessari per superare la crisi.

Detto in altre parole: Cuba deve cedere, o con le buone o con le cattive.

Una storia tappezzata di sanzioni

Per comprendere appieno la portata delle misure attuali, è necessario inserirle nel più ampio contesto storico delle sanzioni economiche che gli Stati Uniti applicano contro Cuba sin dai primi anni della Guerra Fredda. Dopo la Rivoluzione cubana del 1959 e la salita al potere di Fidel Castro, le relazioni tra Washington e L’Avana si deteriorarono rapidamente, soprattutto in seguito alla nazionalizzazione di proprietà statunitensi sull’isola. Nel 1960 l’amministrazione Eisenhower impose le prime restrizioni commerciali sull’esportazione verso Cuba, e nel 1962 il presidente John F. Kennedy formalizzò un embargo economico quasi totale, vietando la maggior parte degli scambi commerciali e finanziari. Tale embargo si inseriva nella strategia di contenimento del comunismo adottata dagli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati, in un momento di altissima tensione culminato con la crisi dei missili del 1962.

Nel corso dei decenni successivi, il sistema sanzionatorio si è progressivamente irrigidito e strutturato attraverso una serie di leggi approvate dal Congresso. Tra le più rilevanti vi sono il Cuban Democracy Act del 1992 (noto anche col nome Torricelli Act), che limitò ulteriormente i commerci con l’isola e introdusse restrizioni alle filiali estere di aziende statunitensi, e l’Helms-Burton Act del 1996, che codificò l’embargo in legge, sottraendone la revoca alla sola decisione presidenziale e attribuendo al Congresso un ruolo centrale. Quest’ultima norma estese inoltre la portata extraterritoriale delle sanzioni, prevedendo la possibilità di azioni legali contro imprese straniere che “traessero profitto” da beni nazionalizzati dopo la rivoluzione.

Con la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica, Cuba perse il suo principale alleato economico e affrontò una grave crisi nota come “Periodo Especial”. Nonostante il mutato contesto internazionale, l’embargo rimase in vigore, giustificato da Washington con motivazioni legate alla promozione della democrazia e dei diritti umani sull’isola. Negli anni 2000, l’amministrazione di George W. Bush rafforzò ulteriormente alcune restrizioni, in particolare sui viaggi e sulle rimesse.

Una parziale inversione di tendenza si verificò durante la presidenza di Barack Obama, che nel 2014 annunciò un processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Cuba. Furono riaperte le ambasciate, allentate alcune restrizioni sui viaggi, sulle rimesse e su determinati scambi commerciali, e ampliata la possibilità di cooperazione in settori come telecomunicazioni e aviazione civile. Tuttavia, l’embargo legislativo rimase formalmente in vigore, poiché solo il Congresso può abrogarlo completamente.

Con l’arrivo dell’amministrazione Trump nel 2017, molte delle aperture introdotte da Obama furono revocate. Washington ripristinò restrizioni sui viaggi, limitò ulteriormente le transazioni finanziarie, inserì Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo (nel 2021) e attivò pienamente il Titolo III dell’Helms-Burton Act, consentendo cause legali contro imprese straniere operanti su proprietà nazionalizzate. In questo contesto si collocano anche le misure volte a ostacolare le forniture energetiche all’isola, colpendo in particolare le spedizioni di petrolio provenienti dal Venezuela e minacciando sanzioni contro compagnie di navigazione e Paesi terzi coinvolti nel trasporto.

Le sanzioni statunitensi contro Cuba non si limitano dunque a un embargo commerciale bilaterale, ma comprendono un complesso sistema di restrizioni finanziarie, bancarie, assicurative e marittime, con effetti extraterritoriali che possono incidere anche su imprese e governi di Paesi terzi. Le nuove tariffe e misure annunciate si inseriscono in questa tradizione, ampliando ulteriormente gli strumenti a disposizione dell’esecutivo statunitense per esercitare pressione economica. L’elemento tariffario rappresenta un’evoluzione significativa, poiché consente di colpire indirettamente partner commerciali degli Stati Uniti che mantengano relazioni energetiche con Cuba, anche se tali relazioni non violano direttamente il diritto internazionale.

Nel corso degli anni, la comunità internazionale ha più volte espresso contrarietà all’embargo: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva annualmente una risoluzione che ne chiede la fine, con un ampio consenso tra gli Stati membri. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno mantenuto la propria posizione, sostenendo che le sanzioni rappresentino uno strumento legittimo di politica estera volto a promuovere cambiamenti politici sull’isola.

L’ordine esecutivo firmato da Trump e le nuove misure tariffarie si inseriscono in una lunga storia di tensioni tra Stati Uniti e Cuba, iniziata nel pieno della Guerra Fredda e mai del tutto risolta. Dall’embargo del 1962 alle leggi degli anni Novanta, fino alle recenti restrizioni energetiche e finanziarie, la politica statunitense verso l’isola ha fatto ampio ricorso a strumenti economici per perseguire obiettivi strategici e politici.

Nel contesto attuale, caratterizzato da una profonda crisi economica ed energetica cubana e da rinnovate tensioni geopolitiche, l’introduzione di nuove tariffe e la minaccia di sanzioni contro Paesi terzi rappresentano un ulteriore irrigidimento della linea di Washington; allo stesso tempo, tali misure sollevano interrogativi sugli effetti economici regionali e sulle possibili ripercussioni sia per Cuba sia per i partner commerciali coinvolti.

La questione delle sanzioni contro Cuba rimane un nodo centrale della politica estera statunitense nell’emisfero occidentale, un dossier che affonda le sue radici nel cuore del Novecento e che continua, purtroppo, ad evolversi. Ma fino a quando potrà durare o, meglio, quanto ancora Donald Trump aspetterà prima di compiere la sua nuova “missione di pace”?

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