Un’Olimpiade può accelerare opere necessarie, migliorare i servizi, creare occupazione e rendere una città più vivibile. Oppure può gonfiare il debito pubblico, espellere residenti, lasciare impianti inutili e trasformare una promessa in un peso.
Le Olimpiadi invernali con la doppietta Milano-Cortina hanno rallegrato l’italiano medio in un periodo di forte tribolazioni. Un toccasana che decisamente ci voleva. Ma ci lasciano con una doccia fredda, decisamente invernale: bilanci della Fondazione Fondazione Milano-Cortina continuano a essere in rosso e, al momento, registrano una perdita pesantissima. Con il concreto pericolo che a pagare siano ancora una volta le casse pubbliche.
Se già prima dell’inizio della competizione c’era mezzo miliardo di disavanzo nel bilancio del Comitato (mica spiccioli!), smentito agli organizzatori, nel frattempo il budget è stato ritoccato verso l’alto, arrivando a circa 1,7 miliardi di euro (inizialmente erano previsti 1,3). Inoltre, è arrivato un intervento determinante del governo: la scorsa estate, attraverso il decreto Sport, è stata introdotta la figura di un commissario per le Paralimpiadi, al quale sono stati destinati 387 milioni di euro. In questo modo alcuni costi – originariamente inclusi nel dossier complessivo dei Giochi – sono stati separati, alleggerendo formalmente il bilancio di Milano-Cortina. Un espediente contabile che ha consentito di coprire le perdite senza dichiararle apertamente. Ma, a quanto pare, non è stato sufficiente.
A poche ore dalla cerimonia inaugurale allo Stadio San Siro, il consiglio di amministrazione si sarebbe riunito d’urgenza per tentare di sistemare i conti. Senza successo: l’ultimo bilancio previsionale si chiude con un passivo stimato intorno ai 100 milioni di euro, forse persino superiore. È vero che si tratta ancora di stime e che il risultato finale dipenderà da diversi fattori: si prova fino all’ultimo a tagliare le spese (anche se solo la cerimonia inaugurale, giudicata da molti discutibile, sembra sia costata quasi 50 milioni), mentre le entrate risultano inferiori alle attese.
Restano inoltre da chiarire alcune voci legate ai contributi del Cio e ai servizi che saranno coperti dal commissario governativo per le Paralimpiadi. Con una serie di condizioni favorevoli, gli organizzatori sperano di limitare i danni, ma il fallimento della gestione guidata da Andrea Varnier e Giovanni Malagò – amministratore delegato e presidente della Fondazione – appare ormai evidente.
La situazione è talmente critica che la Fondazione non ha ancora saldato neppure quanto dovuto a Comitato Olimpico Nazionale Italiano e Comitato Italiano Paralimpico, cioè enti pubblici. In base agli accordi olimpici e paralimpici, a questi organismi spettano determinati ricavi, anche perché durante il ciclo olimpico rinunciano all’utilizzo del marchio dei cinque cerchi. Una gestione prudente avrebbe previsto il pagamento regolare del minimo garantito anno per anno, per poi fare i conti definitivi alla fine. Invece la Fondazione non ha quasi mai versato quanto dovuto.
Il Comitato Paralimpico, esasperato, si è rivolto direttamente al governo per ottenere le somme arretrate: risultano circa 4,46 milioni di euro per il biennio 2024-2025, a cui si aggiungono 1,8 milioni per il 2026, solo per quanto riguarda il minimo garantito, senza considerare eventuali ricavi aggiuntivi. Situazione simile per il Coni: è stato saldato il 2024, ma non il 2025, con un credito contabilizzato di circa 12 milioni di euro. E, intanto, il presidente De Sanctis del Comitato Paralimpico chiede l’intervento al Ministro dell’Economia.
E dopo, cosa rimarrà?
Poco o niente, o almeno così pare. La storia recente dei Giochi Olimpici offre due casi opposti, spesso citati per spiegare cosa significhi davvero lasciare un’eredità duratura — oppure fallire questo obiettivo. Olimpiadi di Barcellona 1992 è considerata l’esempio virtuoso per eccellenza: l’evento fu utilizzato come motore per accelerare una profonda trasformazione urbana attesa da decenni. Il lungomare, prima occupato da aree industriali e infrastrutture ferroviarie, venne restituito alla città; il Villaggio Olimpico si trasformò in un quartiere vivo e integrato; trasporti e spazi pubblici furono ripensati in modo strutturale. Ancora oggi una parte decisiva dell’identità e dell’attrattività internazionale di Barcellona affonda le radici in quelle scelte.
Di segno opposto è il caso delle Olimpiadi di Atene 2004. Molti impianti furono realizzati senza un piano credibile per il loro utilizzo successivo e, una volta spenti i riflettori, diverse strutture rimasero inutilizzate o in stato di abbandono, continuando però a gravare sui conti pubblici tra costi di manutenzione e debito. I Giochi non spiegano da soli la crisi della Grecia, ma ne sono diventati uno dei simboli più evidenti. La differenza tra questi due esempi non sta nell’evento in sé, bensì nella visione politica e urbana che lo orienta: costruire per due settimane o costruire per i vent’anni successivi.
C’è poi un aspetto meno visibile, ma forse decisivo: sfruttare i Giochi per cambiare il modo in cui lo Stato progetta e gestisce gli investimenti pubblici. Significa pianificare prima, monitorare durante, lasciare un’eredità solida dopo. Non rincorrere l’urgenza, ma definire traiettorie di lungo periodo. In fondo, la vera questione non è se le Olimpiadi generino risorse — è evidente che ne mobilitano moltissime — ma chi ne trae beneficio, chi si assume i rischi e chi rimane con il conto da pagare e le infrastrutture da gestire quando la festa finisce.
Un’Olimpiade può accelerare opere necessarie, migliorare i servizi, creare occupazione e rendere una città più vivibile. Oppure può gonfiare il debito pubblico, espellere residenti, lasciare impianti inutili e trasformare una promessa in un peso.
Non è l’evento a fare la differenza. È la politica, nel senso più profondo del termine: come si decide di impiegare quell’enorme quantità di risorse, e a vantaggio di chi. In questo senso, le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 rappresentano, nel bene e nel male, un grande banco di prova. Non solo sull’organizzazione dei Giochi, ma su come l’Italia sceglie di investire su sé stessa. Ed è su questo — oltre che sulle medaglie — che vale la pena mantenere alta l’attenzione.

