Nel complesso panorama storico-culturale del Jabal al-Alsun (“la montagna delle lingue”, espressione con la quale le fonti arabe medievali definivano il Caucaso) la Cecenia ricopre sicuramente un ruolo di primo piano. Di fatto, sin dall’inizio della penetrazione militare russa nell’area caucasica (primi decenni del XVIII secolo) al preciso scopo di controllare i flussi commerciali da e verso l’Asia Centrale, questo istmo tra l’Europa e l’Asia ha assunto per il destino di Mosca una centralità geopolitica tale che si potrebbe affermare (senza ti di venire smentiti) che parte dell’odierna identità russa si è formata dall’incontro/scontro con le sue popolazioni e che si è addirittura “riformata” a seguito dei conflitti ceceni a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo.
La diffusione dell’Islam nel Caucaso è indissolubilmente legata al ruolo dominante giocato per diversi secoli nella regione dall’Impero ottomano. Già nel XVII secolo l’esploratore turco Evliya Çelebi, nel resoconto dei suoi viaggi noto con il titolo Seyahatnâme (“il libro dei viaggi”), si riferiva ai popoli del Caucaso settentrionale come “monoteisti musulmani che seguono gli insegnamenti dei loro padri spirituali”. La penetrazione di questa religione in Cecenia (in particolare nelle sue aree montuose) è relativamente tarda (ancora oggi sopravvivono forme di culto legate al passato “pagano” della regione) e, almeno all’inizio, ebbe un carattere quasi esclusivamente politico di opposizione all’espansione russa per mezzo del ghazawat: plurale del termine arabo ghazwa (assalto) con il quale i murid caucasici identificavano le loro azioni di guerra contro gli infedeli.
La corrente mistica dell’Islam, il sufismo, è quella maggiormente diffusa in Cecenia. Qui, tuttavia, si è sviluppata in modo del tutto particolare saldandosi alle tradizioni ancestrali locali ed associando all’elemento propriamente mistico-iniziatico quello guerriero-militare. Come riporta lo studioso Aldo Castellani: “Il successo del sufismo in Cecenia si può spiegare tenendo presenti alcuni fattori caratteristici della società e della psicologia cecena. Innanzitutto, la natura iniziatica del movimento ben si presta a sopravvivere nella clandestinità […] In secondo luogo, la suddivisione in confraternite, all’interno delle quali vige un principio di sottomissione assoluta all’autorità del mursid, ripropone in fondo lo stesso modello della società cecena strutturata in clan (tajpa). Alcune caratteristiche, come il rispetto dell’autorità degli anziani e il culto dell’antenato comune, o progenitore, trovano una corrispondenza ideale nella struttura gerarchica delle confraternite sufi che si rifanno ad un fondatore e capo spirituale morto da tempo”.
A questo punto, si rende necessario analizzare il concetto etnologico di tajpa. La società cecena, di fatto, si basa su un principio etnico patriarcale in cui il clan, inteso come struttura sovrafamigliare, costruisce uno specifico senso di appartenenza in base all’origine reale o leggendaria da un antenato comune. La struttura fondamentale della società cecena è il tajpa in cui tale “antenato mitico” non solo identifica una sorta di originario legame di sangue ma anche un codice etico-comportamentale di cui ogni membro non può prescindere. L’antenato, in altri termini, è una “immagine totemica”, portatrice di un preciso modello psicologico, che l’appartenente al tajpa deve sempre seguire. In questo senso, risulta di notevole importanza il concetto di jah: termine ceceno di difficile traduzione che racchiude al suo interno i significati di “orgoglio” e “competizione”. Esso indica una specie di gara nell’esercizio delle virtù: dalla cavalleria alla capacità di prendersi cura della famiglia, fino al rispetto degli anziani, al coraggio ed alla diligenza. “Il tajpa – afferma il già citato Castellani – offre in pratica una forma di protezione sociale, purché i suoi membri si comportino secondo un insieme di norme comunemente accettate (culto dell’ospitalità, vendetta di sangue, venerazione per gli anziani, esaltazione del valore, della dignità e della libertà personali) che definiscono una nozione insieme etnica ed etica di popolo […] Il tajpa ha rappresentato storicamente la principale forma di organizzazione socio-politica, venendosi a sostituire alle strutture feudali, che sul territorio ceceno, se si eccettuano alcune zone pianeggianti dell’Inguscezia, hanno avuto una diffusione assai limitata e circoscritta nel tempo”.
Questo particolare fondamento dell’organizzazione sociale cecena (oggi ne esistono circa 150 generati dai 59 originari che costituivano il nucleo della “nazione” cecena ai primi dell’Ottocento), a sua volta, è strettamente connesso all’Adat, la legge consuetudinaria diffusa presso tutti i popoli del Caucaso sin da prima della diffusione dell’Islam. Essa costituisce un insieme di norme tramandate oralmente nel corso dei secoli e rappresenta un vero e proprio prontuario per l’applicazione della legge. Nel caso ceceno, questa si fonda sull’idea di arbitrato tra le parti in causa, di indennizzo sociale e su quella di vendetta di sangue regolata da norme e cerimoniali bene precisi.
L’idea di vendetta di sangue è centrale nel diritto consuetudinario ceceno (in questo del tutto simile, ad esempio, al cosiddetto “codice barbaricino” sardo). I crimini che la innescano sono l’omicidio, lo stupro, l’adulterio, il ferimento e il rapimento di mogli o promesse spose altrui (mentre il rapimento della futura sposa, assai diffuso, ha soprattutto un valore cerimoniale e, salvo rari casi, avviene con il consenso sia della ragazza che dei suoi parenti). Se più persone hanno preso parte al crimine, la vendetta ricade su ciascuno di loro. Tuttavia, esiste la possibilità di riconciliazione tra i parenti della vittima ed i colpevoli attraverso il pagamento di un indennizzo. Un processo che, se va a buon fine, garantisce la sicurezza al responsabile del crimine. Ma questo procedimento diviene assai complesso a seconda delle circostanze e delle aggravanti del crimine (efferatezza, occultamento del cadavere, attacco alle spalle, attacco in casa, ritenuta come luogo sacro).
Altrettanto interessante è la casistica per ciò che concerne i furti. Il ladro, colto in fallo, è sempre obbligato a restituire il maltolto più un ulteriore indennizzo “morale” per aver disonorato la casa di chi ha subito il furto. Gli indennizzi venivano sempre stabiliti tramite arbitrato: il vero fondamento dell’Adat (parola di origine araba che significa “istruzione” o “educazione”). E gli arbitri, scelti di comune accordo tra le parti nel rispetto del principio di neutralità, si ponevano sempre come obiettivo quello di trovare un’intesa soddisfacente tra i contendenti.
L’incontro tra la Shari’a e l’Adat è stato abbastanza problematico, anche se tendenzialmente (sin dalla prima penetrazione dell’Islam) si è sempre cercato di utilizzare la prima nei casi di diritto civile (soprattutto per i casi di divorzio), ereditario e commerciale, mentre al secondo era riservato il diritto penale.
Lo scontro tra Shari’a e Adat fu particolarmente aspro nel momento in cui l’Imam Shamil cercò di imporre la prima a discapito del secondo ritenendo l’istituto della vendetta di sangue come una minaccia all’unità della sua entità politica nel momento in cui questa si rendeva necessaria per contrastare l’espansione russa. Di fatto, l’Imam arrivò ad imporre la Shari’a anche attraverso l’utilizzo di metodi coercitivi che incontrarono la tenace opposizione di molti clan ceceni. Alcuni di essi, addirittura, migrarono fuori dal territorio dell’imamato ed in particolare in Georgia, nella Valle del Pankisi. Altri, invece, arrivarono a ritenere l’amministrazione di Shamil come prodotto di una colonizzazione straniera niente affatto dissimile (se non peggiore) rispetto a quella russa.
Nonostante la capillare diffusione dell’Islam nella sua variante mistico-iniziatica, l’incontro/scontro (ed in qualche modo la fusione) tra Shari’a e Adat ha continuato a tenere banco fino ai giorni nostri. I nuovi tentativi di imporre l’interpretazione wahhabita della legge islamica (rinnegando il diritto consuetudinario e addirittura l’ispirazione sufi dell’Islam ceceno) portati avanti dai governi “indipendentisti” della seconda metà degli anni ’90 hanno infatti portato a nuove tensioni tra i diversi gruppi clanici interni alla regione caucasica (o meglio, tra chi si proponeva fautore della versione anti-tradizionale wahhabita e chi cercava di difendere l’Islam tradizionale della regione).
A questo punto, si rende necessario esaminare nel particolare le caratteristiche dell’Islam ceceno. Come si è già avuto modo di sottolineare, il sufismo nella regione si è diffuso in primo luogo grazie alla confraternita della Naqshbandiyya, che prende il nome dal suo fondatore Naqshband al-Bukhari (1318-1389), arrivata in Cecenia dal Daghestan. Numericamente decimata nel corso delle guerre caucasiche della prima metà dell’Ottocento, la Naqshbandiyya dovette cedere il posto alla Qadiriyya, arrivata nella regione grazie alla predicazione del già citato Kunta Hagi (l’Imam Shamil arrivò addirittura a vietargli di predicare, visto che inizialmente sosteneva l’idea di convivenza tra russi e ceceni). Kunta Hagi, di ritorno dal suo primo pellegrinaggio alla Mecca, si fermò a Baghdad presso il mausoleo di Abd al-Qadir al-Gilani (1077-1166), fondatore della confraternita, dove (con tutta probabilità) ricevette la sua iniziazione. Di fatto, furono lui e la Qadiriyya ad islamizzare la Cecenia occidentale e l’Inguscezia.
Esistono alcune evidenti differenze tra le due confraternite. Alla tendenza più “democratica” e meno dinastica della Naqshbandiyya, ad esempio, fa da contraltare la rigidità gerarchica della Qadiriyya (invocata dallo stesso Kunta Hagi) in cui tutti i maestri spirituali provengono dalla medesima famiglia. Alcune differenze si ritrovano anche nelle cerimonie di devozione. Il dhikr (cerimonia individuale o collettiva in cui il discepolo si concentra sull’unicità di Dio attraverso la ripetizione continua dei 99 attributi di Allah ed il controllo della respirazione), a sua volta, è sempre individuale e silenzioso per l’adepto naqshbandi, mentre è quasi sempre vocale ed accompagnato da musica e danze per il qadiri.
La storia della Cecenia si è contraddistinta per una certa alternanza tra le due confraternite nel ruolo di guida politica oltre che religiosa. Con la fine dell’entità politica di Shamil fu la Qadirriya a prendere il sopravvento. Mentre fu nuovamente la Naqshbandiyya a guidare l’insurrezione anti-sovietica del 1920-21.
Nel corso del periodo sovietico le confraternite continuarono ad operare in clandestinità. Con la perestrojka, invece, si registrò una importante rinascita dell’attivismo islamico in tutto il Caucaso. Nel corso dei primi anni ’90, in Cecenia, fu la Qadiriyya ad assumere il primato spirituale, sebbene non mancarono gli scontri tra gli adepti delle due tariqat. Tanto che, nel 1993, si arrivò alla contemporanea presenza a Groznyj di due muftì, uno per ciascuna confraternita. Una “crisi” che venne risolta dal presidente ceceno Djockar Dudaev con la nomina ad unico muftì di Said Akhmad Aslanbekov (affiliato alla Qadiriyya come il suo successore Akhmad Kadyrov).
A cavallo tra il periodo della perestrojka ed il primo conflitto ceceno, si registra anche la penetrazione in Caucaso ed in Cecenia (in particolar modo) della corrente islamica eterodossa wahhabita. L’egemonizzazione del movimento insurrezionale “indipendentista” da parte di questa corrente più ideologica che religiosa portò a cavallo tra la fine degli anni ’90 ed i primi anni 2000 allo scontro aperto tra il muftì Akhmad Kadyrov ed il nuovo presidente Aslan Maskhadov rivelatosi particolarmente incline alle istanze wahhabite dopo una prima fase di opposizione alle stesse (non a caso, dal momento in cui Kadyrov si lega all’amministrazione filorussa della Cecenia, nei mezzi di informazione occidentali inizia ad essere descritto come spietato signore della guerra dotato di una brutale milizia privata, i temuti kadyrovcy guidati dal figlio Ramzan).
Di fatto, il wahhabismo (una sorta di puritanesimo islamico) si poneva in aperto contrasto con l’identità politica e religiosa che per secoli si era costruita ed affermata in Cecenia attraverso il dialogo e la fusione tra le confraternite sufi e le strutture socio-politiche ad esse preesistenti. I wahhabiti si opponevano all’Islam tradizionale ceceno e ritenevano il muridismo contrario ai precetti dell’Islam delle origini al quale si richiamavano. Erano contrari all’intermediazione del mursid nel rapporto tra il murid ed Allah e criticavano apertamente la divinizzazione di alcuni maestri spirituali (Kunta Hagi su tutti) ed il pellegrinaggio nei loro luoghi di sepoltura. Lo stesso dhikr veniva considerato alla stregua di una manifestazione residuo di culti pagani e sciamanici.
Se è vero che il wahhabismo non ha mai conosciuto una estesa diffusione in Cecenia, è altrettanto vero che l’enorme disponibilità finanziaria dei gruppi che si rifacevano a questa particolare corrente antitradizionale dell’Islam permise loro di acquistare notevole capitale politico. Oltre a costruire una struttura burocratica parallela a quella ufficiale (composta da scuole religiose e campi di addestramento militare), i wahhabiti, quando Maskhadov iniziò a porre le basi per la costruzione di una Repubblica islamica in Cecenia, controllavano apertamente sia il neonato Ministero della Sicurezza Nazionale della Shari’a sia la Corte Suprema per l’applicazione della Shari’a. Se si volesse azzardare un paragone, la condizione della Cecenia sul finire degli anni ’90 non era dissimile da quella attuale dell’Ucraina, dove i gruppi ipernazionalisti, pur avendo uno scarso consenso tra la popolazione, sono riusciti comunque ad occupare i gangli del potere.
Tornando alla Cecenia, la spaccatura tra i wahhabiti ed il resto della società divenne palese quando questi iniziarono a rifiutarsi di pregare nelle stesse moschee dei murid o di essere seppelliti nei normali cimiteri musulmani ceceni. Così, sul finire degli anni ’90, si vennero quasi a creare due diverse Cecenie: una ostaggio del fanatismo ideologico wahhabita ed una maggiormente legata alla sua tradizione storica che non poté far altro che cercare una sponda nella Russia per potersi ricostruire culturalmente ed economicamente.
Le guerre degli anni ’90 non possono essere comprese senza tenere a mente il trauma collettivo rappresentato dal crollo della costruzione politica sovietica. Oltre al conflitto tra Armenia ed Azerbaigian (a seguito dell’indipendenza, tra l’altro, Baku divenne centro di operazioni ombra e di smistamento di miliziani islamisti dirette dai servizi segreti occidentali in cooperazione con quelli delle monarchie del Golfo) e quello in Georgia, ci fu un altro conflitto, quello tra Inguscezia ed Ossezia, sostanzialmente dimenticato dalla storiografia occidentale.
Le ragioni del conflitto risalgono alla metà del secolo scorso quando, a seguito della deportazione del 1944, il distretto di Prigorodnyj venne ripopolato da osseti. Una migrazione che non si arrestò neanche con la ricostituzione della Repubblica di Ceceno-Inguscezia nel 1956 e che scatenò non poche proteste tra gli ingusci. Questi, nel corso degli anni ’70, si unirono all’interno di un movimento per la restituzione dei territori occupati che, tuttavia, solo con la perestrojka e l’implosione dell’URSS ottenne qualche speranza di successo. Il 15 settembre 1991, lo stesso giorno in cui si sciolse il Soviet Supremo della Repubblica di Ceceno-Inguscezia, i deputati ingusci proclamarono la nascita della Repubblica di Inguscezia (basata sui confini precedenti la deportazione) ed iniziarono a prendere le distanze dalla politica indipendentista di Dudaev in Cecenia. La Repubblica di Inguscezia, nella loro prospettiva, doveva essere un’entità politica autonoma in seno alla Federazione russa e non indipendente da essa.
Questo, naturalmente, non risolse il problema che si aggravò ulteriormente nel momento in cui nuovi profughi osseti giunsero in Ossezia del Nord a seguito del conflitto con la Georgia. Una situazione che divenne presto insostenibile fino ad arrivare ai fatti di sangue del 1992 a seguito della morte accidentale di una ragazza inguscia a Vladikavkaz. In quella occasione, le violente proteste organizzate dalla comunità inguscia portarono a scontri armati nei quali rimasero uccise oltre 200 persone. Scontri che vennero sedati solo con l’invio di militari da parte di Mosca (circa 8000 uomini). Con il loro ausilio, quasi tutta la popolazione inguscia di Vladikavkaz e del distretto di Prigorodnyj venne espulsa dall’Ossezia del Nord, trasformando la vicina Inguscezia in un enorme campo profughi.
La situazione è rimasta particolarmente tesa per tutti gli anni ’90 e solo con la fine della disastrosa era El’cin ha iniziato lentamente a normalizzarsi. A partire dai primi anni 2000, su iniziativa di due Partiti politici, Dajmokhk (Patria) per gli ingusci e Alanty Nykhas (Consiglio degli Alani) per gli osseti, le relazioni tra i due popoli della Federazione russa hanno iniziato a migliorare grazie a continui sforzi congiunti per la costruzione del dialogo e della convivenza pacifica.
Nei primi anni ’90 anche la situazione della Cecenia mutò rapidamente. Nel novembre del 1990 nacque il Congresso Nazionale del Popolo Ceceno (OKCN), formazione politica moderata che si contrapponeva al radicalismo islamico del Partito Democratico Vainaco di Zelimkan Jandarbiev. Tra i delegati del Congresso spiccava Djockar Dudaev, ex ufficiale dell’aviazione sovietica nato e vissuto per lunga parte della sua vita fuori dalla Cecenia. Dopo la rapida scalata al vertice dell’OKCN, Dudaev (inizialmente aperto sostenitore di Boris El’cin) traghettò il Partito verso posizioni decisamente più estremiste e, forte di una milizia personale e della lealtà di un intero battaglione delle forze armate, si impadronì rapidamente del potere a Groznyj. Da lì, a seguito di vittoriose elezioni, proclamò la nascita della Repubblica cecena il 1° novembre 1991. Evento che lasciò sgomente la autorità di Mosca già alle prese con un profondo stato di crisi politica e con le spinte indipendentiste di Georgia ed Azerbaigian.
La reazione del Cremlino, nel caso ceceno, si concretizzò in una serie di madornali errori politici (dichiarazione tardiva dello “stato di emergenza”, invio e ritiro immediato di truppe in Cecenia) che non fecero altro che aumentare a dismisura il credito e l’autorità di Dudaev. Questi, inoltre, poté usufruire del totale disfacimento dell’esercito sovietico comprando armi dagli stessi militari russi di stanza in Cecenia lasciati senza stipendio ed impadronendosi delle loro postazioni. Cosa che gli permise di costruire un vero e proprio esercito regolare e, addirittura, di partecipare ad alcuni conflitti locali: quello tra ingusci e osseti (a sostegno degli ingusci), e quello tra georgiani e abkhazi in cui, paradossalmente, i ceceni si trovarono a fianco dei russi nell’aiutare le istanze indipendentiste dell’Abkhazia.
A questi conflitti locali si lega una figura che avrà un ruolo centrale nelle guerre cecene: Shamil Basaev. I biografi ufficiali del sito kavkazcenter.ru (creato dal Ministro dell’Informazione e della Stampa del governo Dudaev Movladi Udugov) e molti giornalisti occidentali (che arrivarono a definirlo come “eroe”) hanno partecipato a costruire un’aura leggendaria attorno a quello che, in realtà, non fu altro che un mercenario con svariati padroni. In questa costruzione dell’immagine dell’indomito eroe anti-russo, ad esempio, non si è mai fatta menzione del fatto che lo stesso Basaev, dopo aver cercato senza successo di studiare legge ed ingegneria a Mosca, finì dapprima a vendere computer e, successivamente, a combattere sulle barricate in difesa di Boris El’cin (sic!) durante il tentato colpo di Stato del 1993.
Basaev fu uno dei protagonisti della “wahhabizzazione” della Cecenia e di una lotta che da istanze “indipendentiste” andò, nel giro di pochi anni, ad integrarsi nel disegno del gihad globale propugnato nei libelli dei teorici di al-Qaeda: in particolare Cavalieri sotto il vessillo del Profeta di Ayman al-Zawahiri. Allo stesso tempo, il personaggio Shamil Basaev ben descrive l’abisso distruttivo nel quale venne catapultata la Russia nel corso dell’era El’cin. In questo senso, è emblematico il suo racconto del sequestro dell’ospedale condotto nella cittadina russa di Budionnovsk nel 1995: “Purtroppo la polizia russa è molta avida. Avrei voluto arrivare a Mosca, ma i miei uomini finirono i soldi per corrompere le guardie dei posti di blocco appena dopo un centinaio di chilometri. Allora decisi di attuare il sequestro a Budionnovsk”.
Naturalmente, il racconto di Basaev deve essere preso quantomeno con il beneficio del dubbio. Tuttavia, ben descrive la condizione in cui le forze di sicurezza ed esercito russi vennero a trovarsi nell’ultimo decennio del secolo scorso e l’assoluta impreparazione con la quale si avventurarono nel primo conflitto ceceno.
Ora, quella che in Occidente è stata descritta come un’aggressione russa contro le istanze di autodeterminazione del popolo ceceno, in realtà, ha delle radici ben più complesse. In primo luogo, dal momento della sua salita al potere, Dudaev favorì in modo decisamente sproporzionato tutti gli appartenenti al suo tajpa di origine (quello Jalkhoroj) generando non poco malcontento e tensioni con gli altri clan che iniziarono a manifestare una certa opposizione alle sue politiche (esempi palesi furono il voltafaccia del sindaco di Groznyj Beslan Gantemirov, prima alleato di Dudaev e poi suo acerrimo nemico, e le grandi manifestazioni di piazza a Groznyj della primavera 1994 terminate in scontri violenti tra clan rivali). In secondo luogo, il governo Dudaev portò avanti un’operazione di pulizia etnica nei confronti della componente russo-slava della popolazione cecena. Già tra il 1991 ed il 1992 quasi il 40% della popolazione di etnia slava fu costretta a fuggire dalla Cecenia. In totale, nei tre anni al potere di Dudaev, è stato riportato che circa 350.000 russi hanno dovuto abbandonare la Cecenia e 45.000 di loro sono stati uccisi. In terzo luogo, la Cecenia continuava a rivestire un ruolo strategico fondamentale per Mosca. Non tanto per le sue (comunque limitate) risorse petrolifere ma soprattutto per il passaggio dal suo territorio di un oleodotto che portava le risorse petrolifere dal Mar Caspio meridionale a Novorossijsk. Infine, è utile ricordare che Mosca aveva offerto alla Cecenia un modello di autonomia addirittura superiore rispetto a quella (prevalentemente economica) concessa al Tatarstan. Offerta che venne rifiutata da un Dudaev ormai orientato verso la piena indipendenza nella convinzione che la Cecenia avrebbe potuto vivere e prosperare grazie alle sue riserve petrolifere. Lo stesso presidente modificò il nome del Paese in Repubblica cecena d’Ickerija in modo da richiamare alla memoria quella parte sud-orientale di territorio ceceno in cui l’Imam Shamil aveva costruito la propria roccaforte nel corso delle guerre del Caucaso. Tuttavia, come ha fatto notare lo storico ceceno V. Akaev, “incorporando la parola Ickerija nel nome ufficiale della Repubblica, Dudaev proclamò ufficialmente la superiorità delle popolazioni di montagna su quelle che vivono in pianura”, creando, di fatto, ulteriori tensioni tra i clan ceceni.
La chiusura dei canali diplomatici diede il via libera agli “interventisti” e, dopo nuovi scontri tra clan rivali a Groznyj, l’esercito russo entrò in Cecenia l’11 dicembre 1994 dopo un ultimatum di 48 ore (scaduto) che richiedeva lo scioglimento di tutte le formazioni armate.
Bisogna subito sottolineare che i soldati russi, nel momento in cui arrivarono a Groznyj, non si aspettavano uno scontro armato così cruento. In effetti, l’intero piano di attacco russo era estremamente ottimistico fondandosi sull’errata convinzione che le forze ribelli fossero impreparate, disorganizzate e che la sola vista dei blindati le avrebbe disperse. Nel complesso, tuttavia, la prima guerra cecena, ampiamente studiata dagli strateghi militari, ha preparato la strada ai conflitti del XXI secolo visto il suo carattere di combattimento quasi esclusivamente urbano. Essa, inoltre, ha messo in evidenza il palese deterioramento militare russo (scarsa organizzazione, mancanza di coordinazione e comunicazione tra reparti e nella catena di comando, rifornimenti insufficienti, ridotto sostegno aereo nonostante la distruzione immediata della totalità dei velivoli in mano alle forze ribelli, equipaggiamento decrepito). Una generale inefficienza alla quale Mosca cercherà di porre rimedio già a partire dal secondo intervento in Cecenia.
Sta di fatto che le truppe russe arrivate in Cecenia nel 1994 erano estremamente impreparate e prive di informazioni plausibili sul reale valore del nemico da affrontare. A ciò si aggiunga che, per decenni, i sovietici si erano preparati a combattere esclusivamente sul territorio europeo un conflitto convenzionale, ad alto valore tecnologico aggiunto, in cui il combattimento urbano (per l’alto potenziale di perdite) sarebbe sempre stato da evitare (anche nell’attuale conflitto ucraino, i russi hanno scelto di combattere casa per casa solo in rare occasioni, a Mariupol ed a Bakhmut/Artemovsk). Questo perché (lezione del Secondo Conflitto Mondiale) il conflitto urbano favorisce sempre i difensori (l’attaccante deve avere un vantaggio numerico di almeno 4 a 1 o 6 a 1 qualora sia intenzionato a conquistare la città). E per il conflitto urbano si rende sempre necessario “sigillare” la città. Cosa non avvenuta a Groznyj nel 1994, probabilmente, per favorire il flusso dei profughi.
Di conseguenza, i 6000 militari russi entrati nella città si trovarono ad affrontare una forza ribelle che oscillava tra le 3000 e le 10.000 unità (uomini preparati da oltre 4 mesi a difendere il centro urbano attraverso una rete di gallerie e bunker sotterranei e molti addestrati in Turchia, Azerbaigian e Pakistan). Inoltre, secondo le stime del Ministero della Difesa russo, nel corso del primo conflitto ceceno combatterono tra le fila ribelli anche 6000 “volontari” stranieri. Tra loro vi sarebbero stati diversi reduci del gihad afghano (arabi e balcanici soprattutto), un contingente dei Lupi grigi turchi (storicamente in ottimi rapporti con le strutture segrete dell’Alleanza Atlantica) e della loro sezione azera (il Boskurt) ed anche baltici, georgiani ed ucraini.
Da non sottovalutare, infine, le capacità comunicative e disinformative e l’elevata mobilità delle forze ribelli. Di particolare rilievo la tattica (utilizzata anche in Ucraina) di porre le proprie basi all’interno di scuole e ospedali per mostrare ai mezzi di informazione occidentali la “brutalità” dell’aggressione russa nel momento in cui queste strutture venivano attaccate.
Nonostante gli evidenti limiti dell’esercito russo, il 19 gennaio 1995 la bandiera della Federazione sventolava sul palazzo presidenziale di Groznyj, sebbene i combattimenti cittadini si protrassero fino a marzo. La guerra, così, si spostò nelle aree rurali dove Dudaev e la nascente stella Maskhadov organizzarono delle efficaci azioni di guerriglia ed iniziarono a studiare delle tattiche per l’estensione del conflitto all’infuori dei confini ceceni (il già citato assalto di Basaev a Budionnovsk o il raid su Kizljar, in Daghestan, da parte degli uomini del signore della guerra Salman Raduev, genero di Dudaev).
Dopo la morte di Dudaev, avvenuta il 21 aprile del 1996 a seguito di un bombardamento russo sul villaggio di Gekhi-cu, nel quale si era nascosto, il già citato Zelimkan Jandarbiev assunse il comando politico, mentre quello militare rimase saldamente nella mani di Maskhadov. Fu lui che, nell’estate del 1996, in un momento in cui larga parte del contingente russo era impegnato in un’offensiva sulle montagne, forzerà il blocco attorno a Groznyj penetrando nella città ed assediando le unità russe di stanza nella capitale. Episodio che, di fatto, sancisce il termine della prima guerra cecena. Fine ufficializzata da un trattato (firmato dallo stesso Maskhadov e dal plenipotenziario russo Aleksandr Lebed) che non riconosceva l’indipendenza de jure della Cecenia (nonostante il ritiro delle truppe russe) ma, semplicemente, dichiarava che lo status della Repubblica caucasica sarebbe stato definito alla fine del secondo mandato presidenziale di Boris El’cin, nel 2001.
Il 27 gennaio 1997, Aslan Maskhadov trionfò alle elezioni politiche cecene. Il primo atto della sua presidenza fu il cambio del nome di Groznyj in Djockar, in onore del defunto presidente Dudaev. Il 12 maggio dello stesso anno, inoltre, firmò un documento congiunto con Boris El’cin nel quale si ribadiva il rifiuto dell’uso della forza da ambo le parti per la risoluzione di eventuali nuove controversie per un periodo di cinque anni al termine dei quali era previsto un referendum interno alla piccola Repubblica che ne avrebbe dovuto decidere l’assetto istituzionale (indipendenza totale o semplice autonomia dentro i confini della Federazione russa). Un documento che venne salutato come la fine del plurisecolare conflitto nella regione.
Nonostante ciò, i nuovi rapporti tra Russia e Cecenia non iniziarono con il piede giusto. Nell’agosto del 1997, il parlamento ceceno votò un emendamento che rendeva la lingua cecena l’unica lingua ufficiale contravvenendo espressamente all’articolo 68 della Costituzione russa che fissa la lingua russa come prima lingua ufficiale di tutti i soggetti della Federazione. Ma fu l’instabilità crescente nella piccola Repubblica a rendere tali rapporti ancora più difficili.
Gli strascichi del primo conflitto furono particolarmente gravi per l’economia cecena. La disoccupazione investì la quasi totalità della popolazione e l’agricoltura, così come l’estrazione di idrocarburi, divenne quasi impossibile. Una situazione nella quale prosperarono bande criminali responsabili di innumerevoli furti, contrabbando di petrolio, attentati e sequestri di persona (clamoroso quello del generale russo Gennadij Shpigun, alto funzionario del Ministero degli Interni della Federazione, letteralmente strappato dal sedile dell’aereo che avrebbe dovuto riportarlo a Mosca).
A tutto ciò si aggiunga la già citata crescente penetrazione del wahhabismo alla quale (almeno inizialmente) Maskhadov tentò di porre un freno (tanto che si arrivò allo scontro aperto tra forze di sicurezza cecene e miliziani wahhabiti a Gudermes il 14 luglio 1998) condannando all’esilio alcuni teorici estremisti come Abu Omar (di origine saudita, membro della Corte Suprema per la Shari’a). Gli stessi wahhabiti arrivarono a costruire una sorta di Stato nello Stato. Molti di loro si riunirono nel Consiglio dei Comandanti: organizzazione al cui vertice venne posto il già citato Shamil Basaev che si trovò ad occupare contemporaneamente il ruolo di vice di Maskhadov e di capo della fazione più agguerrita della sua opposizione.
Da quel momento in poi Maskhadov (scampato a diversi attentati) iniziò a strizzare l’occhio alle aspirazioni wahhabite di costruzione di uno Stato islamico capace di abbracciare l’intero Caucaso settentrionale e dichiarò la Shari’a legge di Stato (nel 1997 venne creato a Groznyj, allora Djockar, il Congresso dei popoli d’Ickerija e del Daghestan), sebbene la totale riconciliazione tra le parti avverrà solo a secondo conflitto inoltrato, nel 2002. Allo stesso tempo, i furti di petrolio praticati attraverso fori nell’oleodotto che attraversava la Cecenia raggiunsero delle proporzioni non più tollerabili per Mosca che optò per la realizzazione di una nuova infrastruttura per il trasporto del greggio lungo la direttrice Sud-Nord capace di tagliare fuori completamente la Cecenia sfruttando il vicino Daghestan.
Senza particolari sorprese, nel momento in cui i lavori per la costruzione della deviazione dell’oleodotto stavano procedendo senza intoppi, il 2 agosto 1999 si verifica l’evento che scatenerà il secondo conflitto ceceno. Basaev, al comando di un migliaio di miliziani, entrò in Daghestan dalla Cecenia occupando alcuni villaggi di frontiera. Con lui c’era il gihadista giordano Habib Abd ar-Rahman (noto Khattab): personaggio legato ad al-Qaeda che si era già messo in luce nel corso del primo conflitto ceceno. Appare evidente che, oltre all’ambizione di costruire un “emirato islamico” nel cuore del Caucaso, vi fossero anche pressanti obiettivi geopolitici. L’espansione wahhabita in Daghestan, infatti, aveva il preciso obiettivo di impedire la costruzione dell’oleodotto che avrebbe tagliato fuori la Cecenia dalla traiettoria del petrolio proveniente dal Mar Caspio.
La mancanza di sostegno da parte della popolazione locale determinò il fallimento dell’operazione di Basaev. Questa, tuttavia, diede il pretesto a Mosca per affermare che la controparte cecena era venuta meno agli accordi del 1997 in cui si rinunciava al ricorso alla violenza. Così, il 30 settembre 1999, dopo l’invio di un contingente in Daghestan, l’esercito russo entrò nuovamente in Cecenia.
Le operazioni militari, questa volta, vennero condotte in modo decisamente diverso e furono caratterizzate da: maggiore coordinamento tra le forze in campo; migliore capacità nel garantire rifornimenti alle truppe; stretto controllo dei mezzi di informazione che garantì ampio sostegno dell’opinione pubblica (il celebre scrittore russo Aleksandr Solzenicyn si schierò apertamente dalla parte della “linea dura” portata avanti dall’allora primo ministro Vladimir Putin nella convinzione che la concessione della totale indipendenza alla Cecenia, oltre a rappresentare un nuovo trauma psicologico per il già martoriato popolo russo, avrebbe scatenato una reazione a catena capace di smantellare la Federazione); proficuo utilizzo dell’aviazione e delle unità speciali; maggiore preparazione delle unità dislocate al fronte (il contingente del Caucaso del Nord era stato ampiamente addestrato in operazioni anti-insurrezionali).
Di particolare rilievo nel corso del secondo conflitto fu l’“Operazione caccia la lupo” volta a liberare Groznyj dalle forze ribelli. Secondo fonti russe, questa si sarebbe svolta nel seguente modo. Un ufficiale dell’FSB avrebbe offerto ai ribelli un ingente quantitativo di denaro per lasciare la città. A tale scopo le forze russe avrebbero mosso verso ovest per aprire un varco alle forze ribelli in fuga. Tuttavia, dopo aver lasciato passare un ristretto numero di ribelli, le forze russe si sarebbero concentrate attorno la via di fuga ed attaccato in modo massiccio la colonna in ritirata. Nel corso dell’operazione sarebbero caduti quasi 2000 miliziani e lo stesso Basaev venne gravemente ferito.
Come nel 1994, dopo la messa in sicurezza di Groznyj, la guerra proseguì nelle campagne e nessuna delle parti in conflitto si risparmiò dal portare avanti azioni estremamente brutali che andarono a colpire in primo luogo la popolazione civile. A partire dal 2002, inoltre, i miliziani ribelli imboccarono decisamente la strategia del terrorismo prendendo di mira, come qualche anno prima a Budionnovsk, obiettivi soprattutto civili (il sequestro del teatro Dubrovka a Mosca o, nel 2004, la brutale strage della scuola di Beslan nell’Ossezia del Nord).
Intanto, dal 2000, venne posto a capo dell’amministrazione filorussa della Cecenia il muftì di Groznyj Akhmad Kadyrov, ormai in aperto contrasto con Maskhadov ed i wahhabiti dopo la partecipazione alla lotta indipendentista nel corso del primo conflitto ceceno. L’obiettivo di Mosca, con la nomina di Kadyrov (importante rappresentante dello storico, ed assai numeroso, tajpa Benoj) era quello di porre a capo della Cecenia una personalità che godeva del rispetto di larga parte della popolazione (nonostante vi fu chi, nel suo stesso clan, lo definì come traditore). Nel 2003, a seguito di nuove elezioni, Kadyrov venne eletto presidente della Repubblica di Cecenia dopo l’approvazione di una Costituzione (completamente diversa da quella approvata nel 1992) che garantiva al ritrovato soggetto della Federazione russa una relativa autonomia politica ed economica nel quadro di una progressiva normalizzazione dei rapporti tra Groznyj e Mosca. All’esplicito nazionalismo etnico insito nella Costituzione del 1992, ad esempio, faceva da contraltare la definizione di “popolo multinazionale della Cecenia” testimone di una “comunione storica con la Russia”. L’articolo 11 della nuova Costituzione, invece, indicava la Cecenia come uno Stato laico, mentre, nel 1992, l’Islam veniva apertamente indicato come religione di Stato.
Dopo l’assassinio di Akhmad Kadyrov nel 2004 (a seguito dell’ennesimo attentato alla sua vita, questa volta riuscito nel corso della parata per la celebrazione della vittoria russa sul nazismo), il già citato figlio Ramzan raccolse la sua eredità sebbene impossibilitato, per l’ancora giovane età, a ricoprire il ruolo di presidente. Cosa che avverrà nel 2007 dopo le dimissioni di Alu Alkhanov.
Insieme ad Akhmad Kadyrov scompaiono rapidamente anche tutti i protagonisti del conflitto ceceno. Nel corso dello stesso anno, Zelimkan Jandarbiev viene ucciso a Doha, in Qatar, probabilmente dai servizi russi. L’8 marzo 2005, un’incursione russa nel villaggio di Tolstoj-jurt conduce alla morte l’ex presidente Aslan Maskhadov. In quella occasione, Ramzan Kadyrov affermò: “Sono solo dispiaciuto che non l’abbiamo ammazzato noi. Nel giorno della festa della donna, la sua testa è il miglior dono per tutte le donne cecene”. Nel luglio 2006, infine, viene ucciso Shamil Basaev in Inguscezia nel corso di uno dei suoi innumerevoli spostamenti alla ricerca di nuovi proseliti per la sua guerriglia.
La salita al potere di Ramzan Kadyrov ha rappresentato l’inizio di una nuova era nelle relazioni centro-periferia tra Mosca e Groznyj. In primo luogo, il nuovo presidente propose degli emendamenti alla costituzione per evitare ogni possibile fraintendimento sui concetti di autonomia e sovranità. Come lui stesso ha affermato: “La Cecenia è parte integrante della Russia e nel nostro ordinamento legislativo non ci deve essere alcuna contraddizione”. In secondo luogo, si è avviato un processo di progressiva istituzionalizzazione delle milizie cecene che avevano cooperato con la Centrale Antiterroristica russa. Infine, nel 2016, lo stesso Kadyrov, riprendendo l’operato paterno (e prendendo ancora più le distanze dall’estremismo di quella parte minoritaria della popolazione cecena che ha scelto di abbracciare la via del gihad globale, ritrovandosi spesso e volentieri a servizio degli interessi geopolitici dell’Occidente), patrocinò la conferenza di Groznyj sull’identità sunnita (alla quale partecipò anche l’Imam di al-Azhar, una delle principali autorità religiose dell’Islam) che produsse un documento nel quale si leggeva: “Lungo la storia le ondate di pensiero confuso e deviato si sono susseguite. I loro adepti hanno sostenuto di appartenere alla Nobile Rivelazione, si sono opposti al metodo scientifico corretto, nel tentativo di distruggerlo, e hanno minato la sicurezza e la stabilità della gente. La prima di queste correnti devianti e dannose fu in passato il kharijismo, per arrivare ai kharijiti dei giorni nostri che sostengono il salafismo takfirista, al fenomeno di Daesh e alle altre correnti estremiste che lo hanno emulato e il cui denominatore comune è rappresentato da una estrema perversione, da una fede in un sistema religioso nullo e da una interpretazione ottusa della religione. Quest’ultima ha prodotto decine di concetti confusi ed errati e interpretazioni non valide, dalle quali sono scaturiti il takfir e la distruzione, lo spargimento di sangue e i danni, la distorsione dell’immagine dell’Islam e attacchi e inimicizia verso questa religione. Tutta questa situazione ha reso necessario allontanarsi dalla campagna di questa religione violenta per sbarazzarsi di tutto ciò che è stato espresso dal Profeta, che la pace e la benedizione di Dio siano su di lui, nell’hadith sano: ‘E loro proteggeranno questa religione rimuovendo le distorsioni di coloro che sono eccessivi, le affermazioni false dei bugiardi e le interpretazioni infondate degli ignoranti’. Questa conferenza, a Dio piacendo, ha portato a un punto di svolta significativo per correggere la devianza acuta e pericolosa che ha caratterizzato per lungo tempo l’espressione “comunità sunnita”, e ciò in seguito ai tentativi degli estremisti di appropriarsi di questo titolo onorifico, di usarlo solo per loro e di far uscire da questa comunità le altre persone. Tutto ciò è stato possibile attraverso l’applicazione del metodo scientifico fondamentale e stabile che è stato adottato dalla nostra grande scuola, che rappresenta la valvola di sicurezza per smantellare le tesi estremiste e di takfir attraverso la diffusione di messaggi di sicurezza, di misericordia e di pace nei due mondi fino a quando, a Dio piacendo, tutti i nostri paesi non ritornino ad essere pulpiti di luce e fonti di guida”.
Ad oggi, in conclusione, la Cecenia ed il resto del Caucaso russo a maggioranza musulmana (area ad alta natalità) ricoprono un ruolo fondamentale per la proiezione di influenza russa sul Medio Oriente e per la costruzione di solidi legami con i Paesi islamici produttori di idrocarburi. Forze cecene, inoltre, hanno avuto un ruolo di primo piano nelle più importanti operazioni belliche in Ucraina.

