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Daniele Lanza
April 1, 2026
© Photo: Public domain

Come i differenti fronti ora interagiscono direttamente tra loro.

E’ oramai ufficialmente deflagrato il secondo maggiore conflitto militare dopo quello in Ucraina, che vede contrapposte le forze combinate di Washington e Tel Aviv ad una notevole potenza di livello regionale come la Repubblica islamica dell’Iran. Sebbene ancora non si parli concretamente di un impegno terrestre su larga scala (uno sbarco in forze finalizzato a penetrare nel territorio iraniano), i numeri fin qui coinvolti – il più basilare, quello che vede coinvolto uno stato nazionale di quasi 90 milioni di abitanti – sono sufficienti a parlare dell’evento più grande in medio oriente sin dai tempi della guerra in Iraq. A prescindere dall’imprevedibile esito, si può dire da subito che le sue conseguenze sia sul breve che sul lungo termine travalicano di molto i limiti del vicino oriente, riflettendosi sull’Europa (scacchiere bellico orientale) e sul cuore stesso del legame transatlantico che costituisce il nerbo geopolitico dell’emisfero occidentale. Non è mistero che il rapporto tra Kiev e Teheran è stato segnato da un’ambiguità di fondo sin dall’apertura delle ostilità nel 2022, considerato l’allineamento dell’Iran al BRICS e di conseguenza il suo supporto a favore di Mosca, immediatamente notato e più volte criticato dal regime di Kiev. Il deflagrare odierno non ha potuto che imprimere una svolta – in negativo – a tale equilibrio: Volodymir Zelensky non ha perso occasione per far salire di livello l’ostilità con Teheran, offrendo pubblicamente supporto militare alla coalizione USA/Israele e quindi manifestando addirittura la disponibilità al coinvolgimento del proprio paese in un secondo conflitto assai lontano dai propri confini. In questo senso la dichiarazione del presidente ucraino risalente alla metà del mese in corso (“Aiuto contro l’Iran in cambio di soldi e tecnologia”) è tanto esplicita quanto ambigua. Cosa intende il leader ucraino con tale comunicato ?  E chiaro, si intende che Kiev aiuterebbe Washington contro l’Iran per averne in cambio ulteriori finanziamenti e high tech, ma in cosa consisterebbe l’aiuto ucraino esattamente ? Mezzi e denaro chiaramente no, dato che è proprio quanto stanno domandando a Trump. Bassa tecnologia come i droni dei quali hanno una produzione autoctona  ? Improbabile, considerato che non sono bastati per fermare il martellamento aereo invernale avversario che ha incenerito metà dell’infrastruttura energetica nazionale: l’offerta sarebbe priva di senso. Uomini da mandare presumibilmente: una risposta che nasce spotanea, ma che lascerebbe costernati valutando che le forze armate ucraine in 4 anni hanno sofferto perdite complessive per 1,5 milioni di uomini in età militare (la cifra include svariate centinaia di migliaia di disertori), senza contare una cifra analoga che sfugge alle coscrizioni ordinate. La realtà vuole che la popolazione ucraina è già carne da cannone in una guerra contro Mosca da anni, non può non può svolgere lo stesso ruolo anche nel Golfo Persico: semplicemente non ci sono abbastanza uomini, visto il limite demografico del paese.

La verità è che i comunicati di Kiev riflettono lo stato psicologico della giunta al potere: consapevoli del deterioramento progressivo delle proprie forze, si trovano nell’assoluta necessità di raccogliere risorse in vista della bella stagione che porterà offensive russe terrestri a ridosso di Sloviansk-Kramatorsk (linea difensiva cruciale che rischia la medesima fine vista a Pokrovsk l’autunno scorso). Il conflitto appena iniziato in Iran non aiuta in quanto rischia di sottrarre risorse statunitensi verso tale fronte a scapito di quello ucraino: l’apprensione estrema per questo fatto spinge quindi a “promettere”, al fine di aggiudicarsi un merito coi propri alleati: una dichiarazione che tuttavia fa specie nel senso che il paese – agli occhi di Washington – non ha nulla da offrire – come spiegato – che possa servire neppure lontanamente sul piano tecnologico/materiale in medio oriente: l’unica e sola materia che potrebbe offrire sono i corpi e il sangue dei propri cittadini (gli stessi che già fuggono dalla coscrizione obbligatoria per non scomparire tra le trincee del Donbass), questa la drammatica realtà. In verità non vi è nulla da aggiungere se non che l’esternazione di V. Zelensky – nella sua gravità – è comunque illuminante nella misura in cui rivela cosa sarebbe un’Ucraina libera ed “integrata all’occidente” agognata dalla giunta di Kiev e dai nazionalisti che lo supportano: un serbatoio di risorse umane e tecnologia a basso costo da utilizzare a comando in funzione delle necessità di Washington, dove occorra, entro una distanza ragionevole (una grande piattaforma geopolitica che consenta proiezione militare a basso costo verso la Russia e il Caucaso).

Al di là delle reazioni di apprensione da parte del governo ucraino, esiste tuttavia una conseguenza ancor più grande che riguarda la stessa comunità europea e i principali paesi che la compongono. La questione della priorità tra fronte ucraino e fronte iraniano va direttamente ad aggiungersi al lungo elenco di incomprensioni esistenti tra le due sponde dell’oceano sin dall’insediamento dell’amministrazione Trump: in parole altre l’America a guida veteroconservatrice dell’attuale presidente, ha impresso alla propria politica estera un andamento inedito, tanto energico quanto imprevedibile, ma soprattutto indipendente e slegato da qualsiasi coordinazione con qualsivoglia alleato, il che ora porta alle sue estreme conseguenze; Washington è entrata in stato di guerra aperta con un grande stato mediorientale per conto proprio, senza preavviso e in modo del tutto autonomo dall’Alleanza Atlantica o altri: un’azione che riflette l’orientamento governativo di ritorno all’indipendenza rispetto alle alleanze e le entità sovranazionali di controllo, ovvero un riaffermarsi della politica di potenza in opposizione a quella del diritto internazionale (cui i paesi della comunità europea sono ormai ancorati psicologicamente da decenni). Quella di cui si parla è obiettivamente una faglia di divisione profondissima in via di formazione, soggetto che gli analisti di tutto l’occidente hanno difficoltà ad analizzare veramente poichè reca con sè la più catastrofica delle conseguenze come la fine del rapporto transatlantico così come lo si conosce. Se è vero che le relazioni tra l’amministrazione Trump e i leader europei già si sono rivelate problematiche sin dal principio per via delle differenti impostazioni sul frtone ucraino, ora tale discordanza assume un nuovo ordine di grandezza: questo nella misura in cui Washington, iniziando una guerra (non provocata da Teheran) in modo autonomo, non soltanto crea imbarazzo “ideologico” – violando alla radice quel diritto internazionale che è l’argomento politico principe di Bruxelles -, ma costringe sul piano pratico a scegliere tra Ucraina e Iran. Una scelta che l’Europa si rifiuta di fare, essendosi compromessa oltre la soglia di ritorno, ma che sembra non costituire un problema per la leadership americana la quale anzi, riprende e critica i propri partner atlantici, visti come una zavorra. Alle proteste di Macron (“L’Iran non dovrebbe distogliere l’attenzione dall’Ucraina”), Trump ha invece replicato irato, definendo “codardi” tutti i membri della Nato che si sono tirati indietro dal supportare lo sforzo statunitense verso lo stretto di Hormuz. Tra tutti i leader del vecchio continente soltanto il britannico Starmer cerca – in extremis – un compromesso: assecondare Trump il più possibile in Iran (concendendo le basi britanniche per condurre i raid aerei), mostrarsi attivi e fedeli in medio oriente in modo tale da evitare un allontanamento ulteriore dell’America dalla causa ucraina. Strategia questa che tuttavia va a collidere con l’atteggiamento molto prudente e fermo di quasi tutti gli altri capi di stato europei sul caso, i quali hanno già respinto di principio qualsiasi tipo coinvolgimento fuori dell’Europa.

In definitiva è possibile che sia proprio il conflitto su larga scala – inaspettato – in Iran ad imprimere una svolta (seppur indirettamente) al fronte ucraino, o se non questo allora qualcosa di più grave come l’esacerbersi dello strappo tra le due sponde dell’Atlantico sino ad una scissione irreparabile: quale che sia delle due varianti, le conseguenze si dispiegheranno su un lunghissimo termine – forse di decenni – riplasmando lo scenario geopolitico rispetto a come lo si concepisce.

Ucraina e Iran, contesti bellici diversi entro la medesima cornice globale

Come i differenti fronti ora interagiscono direttamente tra loro.

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E’ oramai ufficialmente deflagrato il secondo maggiore conflitto militare dopo quello in Ucraina, che vede contrapposte le forze combinate di Washington e Tel Aviv ad una notevole potenza di livello regionale come la Repubblica islamica dell’Iran. Sebbene ancora non si parli concretamente di un impegno terrestre su larga scala (uno sbarco in forze finalizzato a penetrare nel territorio iraniano), i numeri fin qui coinvolti – il più basilare, quello che vede coinvolto uno stato nazionale di quasi 90 milioni di abitanti – sono sufficienti a parlare dell’evento più grande in medio oriente sin dai tempi della guerra in Iraq. A prescindere dall’imprevedibile esito, si può dire da subito che le sue conseguenze sia sul breve che sul lungo termine travalicano di molto i limiti del vicino oriente, riflettendosi sull’Europa (scacchiere bellico orientale) e sul cuore stesso del legame transatlantico che costituisce il nerbo geopolitico dell’emisfero occidentale. Non è mistero che il rapporto tra Kiev e Teheran è stato segnato da un’ambiguità di fondo sin dall’apertura delle ostilità nel 2022, considerato l’allineamento dell’Iran al BRICS e di conseguenza il suo supporto a favore di Mosca, immediatamente notato e più volte criticato dal regime di Kiev. Il deflagrare odierno non ha potuto che imprimere una svolta – in negativo – a tale equilibrio: Volodymir Zelensky non ha perso occasione per far salire di livello l’ostilità con Teheran, offrendo pubblicamente supporto militare alla coalizione USA/Israele e quindi manifestando addirittura la disponibilità al coinvolgimento del proprio paese in un secondo conflitto assai lontano dai propri confini. In questo senso la dichiarazione del presidente ucraino risalente alla metà del mese in corso (“Aiuto contro l’Iran in cambio di soldi e tecnologia”) è tanto esplicita quanto ambigua. Cosa intende il leader ucraino con tale comunicato ?  E chiaro, si intende che Kiev aiuterebbe Washington contro l’Iran per averne in cambio ulteriori finanziamenti e high tech, ma in cosa consisterebbe l’aiuto ucraino esattamente ? Mezzi e denaro chiaramente no, dato che è proprio quanto stanno domandando a Trump. Bassa tecnologia come i droni dei quali hanno una produzione autoctona  ? Improbabile, considerato che non sono bastati per fermare il martellamento aereo invernale avversario che ha incenerito metà dell’infrastruttura energetica nazionale: l’offerta sarebbe priva di senso. Uomini da mandare presumibilmente: una risposta che nasce spotanea, ma che lascerebbe costernati valutando che le forze armate ucraine in 4 anni hanno sofferto perdite complessive per 1,5 milioni di uomini in età militare (la cifra include svariate centinaia di migliaia di disertori), senza contare una cifra analoga che sfugge alle coscrizioni ordinate. La realtà vuole che la popolazione ucraina è già carne da cannone in una guerra contro Mosca da anni, non può non può svolgere lo stesso ruolo anche nel Golfo Persico: semplicemente non ci sono abbastanza uomini, visto il limite demografico del paese.

La verità è che i comunicati di Kiev riflettono lo stato psicologico della giunta al potere: consapevoli del deterioramento progressivo delle proprie forze, si trovano nell’assoluta necessità di raccogliere risorse in vista della bella stagione che porterà offensive russe terrestri a ridosso di Sloviansk-Kramatorsk (linea difensiva cruciale che rischia la medesima fine vista a Pokrovsk l’autunno scorso). Il conflitto appena iniziato in Iran non aiuta in quanto rischia di sottrarre risorse statunitensi verso tale fronte a scapito di quello ucraino: l’apprensione estrema per questo fatto spinge quindi a “promettere”, al fine di aggiudicarsi un merito coi propri alleati: una dichiarazione che tuttavia fa specie nel senso che il paese – agli occhi di Washington – non ha nulla da offrire – come spiegato – che possa servire neppure lontanamente sul piano tecnologico/materiale in medio oriente: l’unica e sola materia che potrebbe offrire sono i corpi e il sangue dei propri cittadini (gli stessi che già fuggono dalla coscrizione obbligatoria per non scomparire tra le trincee del Donbass), questa la drammatica realtà. In verità non vi è nulla da aggiungere se non che l’esternazione di V. Zelensky – nella sua gravità – è comunque illuminante nella misura in cui rivela cosa sarebbe un’Ucraina libera ed “integrata all’occidente” agognata dalla giunta di Kiev e dai nazionalisti che lo supportano: un serbatoio di risorse umane e tecnologia a basso costo da utilizzare a comando in funzione delle necessità di Washington, dove occorra, entro una distanza ragionevole (una grande piattaforma geopolitica che consenta proiezione militare a basso costo verso la Russia e il Caucaso).

Al di là delle reazioni di apprensione da parte del governo ucraino, esiste tuttavia una conseguenza ancor più grande che riguarda la stessa comunità europea e i principali paesi che la compongono. La questione della priorità tra fronte ucraino e fronte iraniano va direttamente ad aggiungersi al lungo elenco di incomprensioni esistenti tra le due sponde dell’oceano sin dall’insediamento dell’amministrazione Trump: in parole altre l’America a guida veteroconservatrice dell’attuale presidente, ha impresso alla propria politica estera un andamento inedito, tanto energico quanto imprevedibile, ma soprattutto indipendente e slegato da qualsiasi coordinazione con qualsivoglia alleato, il che ora porta alle sue estreme conseguenze; Washington è entrata in stato di guerra aperta con un grande stato mediorientale per conto proprio, senza preavviso e in modo del tutto autonomo dall’Alleanza Atlantica o altri: un’azione che riflette l’orientamento governativo di ritorno all’indipendenza rispetto alle alleanze e le entità sovranazionali di controllo, ovvero un riaffermarsi della politica di potenza in opposizione a quella del diritto internazionale (cui i paesi della comunità europea sono ormai ancorati psicologicamente da decenni). Quella di cui si parla è obiettivamente una faglia di divisione profondissima in via di formazione, soggetto che gli analisti di tutto l’occidente hanno difficoltà ad analizzare veramente poichè reca con sè la più catastrofica delle conseguenze come la fine del rapporto transatlantico così come lo si conosce. Se è vero che le relazioni tra l’amministrazione Trump e i leader europei già si sono rivelate problematiche sin dal principio per via delle differenti impostazioni sul frtone ucraino, ora tale discordanza assume un nuovo ordine di grandezza: questo nella misura in cui Washington, iniziando una guerra (non provocata da Teheran) in modo autonomo, non soltanto crea imbarazzo “ideologico” – violando alla radice quel diritto internazionale che è l’argomento politico principe di Bruxelles -, ma costringe sul piano pratico a scegliere tra Ucraina e Iran. Una scelta che l’Europa si rifiuta di fare, essendosi compromessa oltre la soglia di ritorno, ma che sembra non costituire un problema per la leadership americana la quale anzi, riprende e critica i propri partner atlantici, visti come una zavorra. Alle proteste di Macron (“L’Iran non dovrebbe distogliere l’attenzione dall’Ucraina”), Trump ha invece replicato irato, definendo “codardi” tutti i membri della Nato che si sono tirati indietro dal supportare lo sforzo statunitense verso lo stretto di Hormuz. Tra tutti i leader del vecchio continente soltanto il britannico Starmer cerca – in extremis – un compromesso: assecondare Trump il più possibile in Iran (concendendo le basi britanniche per condurre i raid aerei), mostrarsi attivi e fedeli in medio oriente in modo tale da evitare un allontanamento ulteriore dell’America dalla causa ucraina. Strategia questa che tuttavia va a collidere con l’atteggiamento molto prudente e fermo di quasi tutti gli altri capi di stato europei sul caso, i quali hanno già respinto di principio qualsiasi tipo coinvolgimento fuori dell’Europa.

In definitiva è possibile che sia proprio il conflitto su larga scala – inaspettato – in Iran ad imprimere una svolta (seppur indirettamente) al fronte ucraino, o se non questo allora qualcosa di più grave come l’esacerbersi dello strappo tra le due sponde dell’Atlantico sino ad una scissione irreparabile: quale che sia delle due varianti, le conseguenze si dispiegheranno su un lunghissimo termine – forse di decenni – riplasmando lo scenario geopolitico rispetto a come lo si concepisce.

Come i differenti fronti ora interagiscono direttamente tra loro.

E’ oramai ufficialmente deflagrato il secondo maggiore conflitto militare dopo quello in Ucraina, che vede contrapposte le forze combinate di Washington e Tel Aviv ad una notevole potenza di livello regionale come la Repubblica islamica dell’Iran. Sebbene ancora non si parli concretamente di un impegno terrestre su larga scala (uno sbarco in forze finalizzato a penetrare nel territorio iraniano), i numeri fin qui coinvolti – il più basilare, quello che vede coinvolto uno stato nazionale di quasi 90 milioni di abitanti – sono sufficienti a parlare dell’evento più grande in medio oriente sin dai tempi della guerra in Iraq. A prescindere dall’imprevedibile esito, si può dire da subito che le sue conseguenze sia sul breve che sul lungo termine travalicano di molto i limiti del vicino oriente, riflettendosi sull’Europa (scacchiere bellico orientale) e sul cuore stesso del legame transatlantico che costituisce il nerbo geopolitico dell’emisfero occidentale. Non è mistero che il rapporto tra Kiev e Teheran è stato segnato da un’ambiguità di fondo sin dall’apertura delle ostilità nel 2022, considerato l’allineamento dell’Iran al BRICS e di conseguenza il suo supporto a favore di Mosca, immediatamente notato e più volte criticato dal regime di Kiev. Il deflagrare odierno non ha potuto che imprimere una svolta – in negativo – a tale equilibrio: Volodymir Zelensky non ha perso occasione per far salire di livello l’ostilità con Teheran, offrendo pubblicamente supporto militare alla coalizione USA/Israele e quindi manifestando addirittura la disponibilità al coinvolgimento del proprio paese in un secondo conflitto assai lontano dai propri confini. In questo senso la dichiarazione del presidente ucraino risalente alla metà del mese in corso (“Aiuto contro l’Iran in cambio di soldi e tecnologia”) è tanto esplicita quanto ambigua. Cosa intende il leader ucraino con tale comunicato ?  E chiaro, si intende che Kiev aiuterebbe Washington contro l’Iran per averne in cambio ulteriori finanziamenti e high tech, ma in cosa consisterebbe l’aiuto ucraino esattamente ? Mezzi e denaro chiaramente no, dato che è proprio quanto stanno domandando a Trump. Bassa tecnologia come i droni dei quali hanno una produzione autoctona  ? Improbabile, considerato che non sono bastati per fermare il martellamento aereo invernale avversario che ha incenerito metà dell’infrastruttura energetica nazionale: l’offerta sarebbe priva di senso. Uomini da mandare presumibilmente: una risposta che nasce spotanea, ma che lascerebbe costernati valutando che le forze armate ucraine in 4 anni hanno sofferto perdite complessive per 1,5 milioni di uomini in età militare (la cifra include svariate centinaia di migliaia di disertori), senza contare una cifra analoga che sfugge alle coscrizioni ordinate. La realtà vuole che la popolazione ucraina è già carne da cannone in una guerra contro Mosca da anni, non può non può svolgere lo stesso ruolo anche nel Golfo Persico: semplicemente non ci sono abbastanza uomini, visto il limite demografico del paese.

La verità è che i comunicati di Kiev riflettono lo stato psicologico della giunta al potere: consapevoli del deterioramento progressivo delle proprie forze, si trovano nell’assoluta necessità di raccogliere risorse in vista della bella stagione che porterà offensive russe terrestri a ridosso di Sloviansk-Kramatorsk (linea difensiva cruciale che rischia la medesima fine vista a Pokrovsk l’autunno scorso). Il conflitto appena iniziato in Iran non aiuta in quanto rischia di sottrarre risorse statunitensi verso tale fronte a scapito di quello ucraino: l’apprensione estrema per questo fatto spinge quindi a “promettere”, al fine di aggiudicarsi un merito coi propri alleati: una dichiarazione che tuttavia fa specie nel senso che il paese – agli occhi di Washington – non ha nulla da offrire – come spiegato – che possa servire neppure lontanamente sul piano tecnologico/materiale in medio oriente: l’unica e sola materia che potrebbe offrire sono i corpi e il sangue dei propri cittadini (gli stessi che già fuggono dalla coscrizione obbligatoria per non scomparire tra le trincee del Donbass), questa la drammatica realtà. In verità non vi è nulla da aggiungere se non che l’esternazione di V. Zelensky – nella sua gravità – è comunque illuminante nella misura in cui rivela cosa sarebbe un’Ucraina libera ed “integrata all’occidente” agognata dalla giunta di Kiev e dai nazionalisti che lo supportano: un serbatoio di risorse umane e tecnologia a basso costo da utilizzare a comando in funzione delle necessità di Washington, dove occorra, entro una distanza ragionevole (una grande piattaforma geopolitica che consenta proiezione militare a basso costo verso la Russia e il Caucaso).

Al di là delle reazioni di apprensione da parte del governo ucraino, esiste tuttavia una conseguenza ancor più grande che riguarda la stessa comunità europea e i principali paesi che la compongono. La questione della priorità tra fronte ucraino e fronte iraniano va direttamente ad aggiungersi al lungo elenco di incomprensioni esistenti tra le due sponde dell’oceano sin dall’insediamento dell’amministrazione Trump: in parole altre l’America a guida veteroconservatrice dell’attuale presidente, ha impresso alla propria politica estera un andamento inedito, tanto energico quanto imprevedibile, ma soprattutto indipendente e slegato da qualsiasi coordinazione con qualsivoglia alleato, il che ora porta alle sue estreme conseguenze; Washington è entrata in stato di guerra aperta con un grande stato mediorientale per conto proprio, senza preavviso e in modo del tutto autonomo dall’Alleanza Atlantica o altri: un’azione che riflette l’orientamento governativo di ritorno all’indipendenza rispetto alle alleanze e le entità sovranazionali di controllo, ovvero un riaffermarsi della politica di potenza in opposizione a quella del diritto internazionale (cui i paesi della comunità europea sono ormai ancorati psicologicamente da decenni). Quella di cui si parla è obiettivamente una faglia di divisione profondissima in via di formazione, soggetto che gli analisti di tutto l’occidente hanno difficoltà ad analizzare veramente poichè reca con sè la più catastrofica delle conseguenze come la fine del rapporto transatlantico così come lo si conosce. Se è vero che le relazioni tra l’amministrazione Trump e i leader europei già si sono rivelate problematiche sin dal principio per via delle differenti impostazioni sul frtone ucraino, ora tale discordanza assume un nuovo ordine di grandezza: questo nella misura in cui Washington, iniziando una guerra (non provocata da Teheran) in modo autonomo, non soltanto crea imbarazzo “ideologico” – violando alla radice quel diritto internazionale che è l’argomento politico principe di Bruxelles -, ma costringe sul piano pratico a scegliere tra Ucraina e Iran. Una scelta che l’Europa si rifiuta di fare, essendosi compromessa oltre la soglia di ritorno, ma che sembra non costituire un problema per la leadership americana la quale anzi, riprende e critica i propri partner atlantici, visti come una zavorra. Alle proteste di Macron (“L’Iran non dovrebbe distogliere l’attenzione dall’Ucraina”), Trump ha invece replicato irato, definendo “codardi” tutti i membri della Nato che si sono tirati indietro dal supportare lo sforzo statunitense verso lo stretto di Hormuz. Tra tutti i leader del vecchio continente soltanto il britannico Starmer cerca – in extremis – un compromesso: assecondare Trump il più possibile in Iran (concendendo le basi britanniche per condurre i raid aerei), mostrarsi attivi e fedeli in medio oriente in modo tale da evitare un allontanamento ulteriore dell’America dalla causa ucraina. Strategia questa che tuttavia va a collidere con l’atteggiamento molto prudente e fermo di quasi tutti gli altri capi di stato europei sul caso, i quali hanno già respinto di principio qualsiasi tipo coinvolgimento fuori dell’Europa.

In definitiva è possibile che sia proprio il conflitto su larga scala – inaspettato – in Iran ad imprimere una svolta (seppur indirettamente) al fronte ucraino, o se non questo allora qualcosa di più grave come l’esacerbersi dello strappo tra le due sponde dell’Atlantico sino ad una scissione irreparabile: quale che sia delle due varianti, le conseguenze si dispiegheranno su un lunghissimo termine – forse di decenni – riplasmando lo scenario geopolitico rispetto a come lo si concepisce.

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